Archivio per la categoria 'Fine'

Ragione ed emozione

Ci sono aforismi che non so mai se siano stati ideati da un autore famoso, da un cantante pop oppure se, “semplicemente”, non siano invece frasi che si sono tramandate, generazione dopo generazione, da scritte sui muri, zainetti o diari di scuola.

Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce è una di queste. Forse lo dovrei chiedere a James Geary, autore di un libro che non vedo l’ora di leggere (The World in a Phrase, che sarà tradotto in italiano in autunno) e con il quale sono in contatto via mail per motivi di lavoro.

Il titolo del post, ovviamente, scimmiotta maldestramente un libro di Jane Austen: Sense and sensibility, reso in italiano come Ragione e sentimento. Per inciso, ho visto di recente un film ispirato alla vita della Austen: Becoming Jane, con una credibile Anne Hathaway (dopo il Diavolo veste Prada) e un bellissimo James MacAvoy (dopo Atonement, o forse prima, chissà); film a me particolarmente caro perché particolarmente cara mi è la scrittrice, e film contenente la dichiarazione d’amore più commovente che abbia mai visto rappresentata su uno schermo - mi riservo di lasciare una classifica a parte per quelle che sono state destinate a me nella vita reale, tuttavia.

E comunque. In tempi come questi, in cui le emozioni sono più un ricordo che un’esperienza quotidiana, la ragione tende a predominare. Incontrastata. E mi rende del tutto impotente davanti ai momenti anche più significativi della mia esistenza - nel bene e nel male.

Ieri ho trascorso la maggior parte della giornata in silenzio, a osservare ciò che avevo davanti a me nella stanza di una casa di riposo. Perché mia nonna sta morendo.

Ora: tutti noi stiamo morendo, dal primo all’ultimo. Non è che me lo sia dimenticato: la mia pelle, i miei neuroni, le mie sinapsi ma anche la mia carne e tutto il resto sono prossimi a ridursi a uno stato marcescente. Lo stesso dicasi per ogni essere vivente, definibile tale forse proprio in quanto soggetto alla tirannia della morte. Niente di nuovo, niente di strano, in questo. Nasciamo come polvere di stelle, ma in fondo non siamo altro che cibo per i vermi.

Il fatto è che nel caso di mia nonna il fatto è adesso particolarmente evidente: è talmente debole che sembra quasi non essere in grado di parlare nel momento in cui compie un atto talmente “normale” e involontario qual è la respirazione. Il braccio non paralizzato, quello che quindici anni fa l’ictus fece diventare da semplice braccio a IL BRACCIO, quello che funziona, quello con cui può afferrare la forchetta e appoggiarsi a me quando le infilo la giacca per portarla a pranzo al ristorante accanto, il braccio non paralizzato, per l’appunto, adesso è riverso sul letto ed è striato da vene bluastre. I capelli sono meno dell’ultima volta in cui l’ho vista, tre settimane fa; sono più radi e tutti spampanati sul cuscino che scopro essere intriso di sudore.

Mia nonna, da giovane nelle foto e da adulta nei ricordi, era una donna di una bellezza quasi impossibile a credersi. Un po’ come Alida Valli, ma con gli occhi dal colore mutevole a seconda del tempo: grigi - azzurri - verdi. Quanto glieli ho invidiati, in passato, quegli occhi che adesso sono acquosi e semichiusi, il destro ricoperto dallo spesso velo di una cataratta che non è mai stato possibile operare.

Mia nonna sta morendo ed è sotto gli occhi di tutti. Ieri era sotto i miei, di occhi; occhi che non ho ereditato da lei e che sono banalmente marroncini, senza neanche una microscopica striatura di verde o, che so, qualche pagliuzza dorata che risplenda sotto la luce del sole al tramonto.

Occhi che ieri vedevano chiaramente il deperimento del corpo e l’annebbiamento della mente. Orecchie dentro le quali onde sonore a bassa frequenza trasmettevano segnali che il cervello non poteva non interpretare come “vaneggiamenti”.

E il cuore? Il cuore c’era, il cuore c’è. Le emozioni ci sono, ma la ragione è troppo forte per riuscire a farle emergere. Restano sotto la pelle; restano ingabbiate all’altezza del pomo d’Adamo e ogni atto di deglutizione le rimanda giù, ritmicamente.

Il liquido apatico di cui cercavo di scrivere qualche giorno fa è talmente vischioso da non riuscire a fare emergere neanche il dolore. E non va bene, questo; non va bene affatto. Come posso fare?

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Il ritorno dei primi 4 minuti

Ed eccoci arrivati finalmente alla terza e ultima puntata della serie dei 4 minuti, dedicata ad argomenti che variano dai pettegolezzi sulla vita sentimentale dei presidenti della repubblica (1) al ruolo dello speed date nella società contemporanea (2). Non l’avevo promesso, ma l’ho fatto comunque: sono andata a cercare la puntata dei Simpson in cui Marge partecipa a uno speed date e ho caricato la manciata di minuti “incriminata” su Vimeo.

Due brevi considerazioni a latere, anzi tre: in primis, parrebbe quasi che io sia in grado di mantenere soltanto le promesse che NON ho fatto. E comunque. E’ in inglese, lo so; chi non avesse la voglia o la possibilità di decifrare i testi ma fosse interessato a capire più in dettaglio mi mandi un’email a odiamore@gmail.com: spedirò a chi ne farà richiesta la trascrizione in italiano. E questo mi porta all’ultima considerazione: sono proprio alla frutta, se ho trascorso un’intera serata a tagliuzzare video (con MPEG Streamclip per Mac, se interessa) anziché finire di leggere un libro su materia ed energia oscura che sarà tradotto in italiano oppure no a seconda della valutazione espressa nella mia recensione.

Mmm. Forse già soltanto il fatto che le mie due alternative per la serata fossero “tagliuzza video dei Simpson e trascrivi i dialoghi fingendo con te stessa che sia un’utile esercizio linguistico” oppure “leggi altre trenta o quaranta pagine fitte fitte di termini come CBR, WIMP e altri acronimi dall’aspetto inquietante” è indice di essere non alla frutta, ma ben oltre l’ammazza caffè.

Ispirata da Marge e, in particolar modo, dalla battuta finale di una delle sue sorelle (un intraducibile “go suck a rat, arsanova“), ho fatto poi alcune riflessioni sorseggiando una tisana che avrei tanto voluto sostituire con del rum cubano – ma nell’ultima settimana non ho perso nemmeno mezz’etto, quindi niente di fatto.

In primo luogo, è, se non certo, quantomeno altamente probabile che un individuo sentimentalmente libero ogni volta in cui si trova in una situazione sociale ricca di persone dell’altro stesso sia, anche inconsapevolmente, attento a valutare chi lo attornia (anche) come possibile persona-con-cui-uscire. Se non altro.

Capita addirittura a me, pertanto mi sento autorizzata a indurre valga per la maggior parte degli esseri umani.

La prossimità fisica è condizione necessaria per essere attratti da qualcuno – non sufficiente, è chiaro; e nemmeno mi sentirei di considerarla una regola ferrea (cfr. innamoramenti vari per star del cinema / musica / spettacolo ecc.). Pur tuttavia, è quantomeno plausibile affermare che, istintivamente, cerchiamo i possibili partner in ambienti fisicamente accessibili.

Di conseguenza, immagino che anche in un’atmosfera artefatta come potrebbe essere quella che avvolge uno speed date venga naturale, almeno alla maggior parte delle persone, compiere quell’azione che a volte si definisce eufemisticamente “guardarsi intorno”. Insomma, capita persino a quel modello di virtù che è Marge Simpson!

Nei paesi anglosassoni, infatti, lo speed date è diventato ormai da alcuni anni un modo come un altro per conoscere persone nuove, coinvolgendo anche persone che mai si sarebbero sognate di rivolgersi all’antenata agenzia matrimoniale (forse anche perché non è il matrimonio, ciò che cercano - non in prima battuta, se non altro).

In secondo luogo, ci perseguitano ormai da diversi lustri studi psicologici che asseriscono che le donne cercano un uomo ricco oppure, a seconda dell’età, con ottime prospettive di diventarlo; gli uomini, al contrario, cercano donne belle, ossia con un certo rapporto vita-fianchi e una pelle priva di difetti.

Una delle spiegazioni che di solito si danno a tale cliché è che dal punto di vista evolutivo le donne necessitino di un compagno in grado di garantire la sopravvivenza della prole, mentre gli uomini ricerchino, per la madre dei propri figli, caratteristiche che siano indice di ottima salute e, sostanzialmente, di geni buoni da trasmettere ai propri discendenti.

L’esperimento di Paul Eastwick ed Eli Finkel descritto nell’ormai famigerato articolo di Nature era strutturato in maniera molto semplice. Prima dello speed date, i partecipanti (studenti o ragazzi appena laureati, chiaramente privi di un compagno fisso) dovevano riempire un questionario in cui indicavano le proprie aspettative nei confronti di un potenziale partner: i requisiti sine qua non, le qualità più importanti, i gusti, l’aspetto fisico, il tipo di lavoro, il reddito e simili. Dopo l’incontro (monitorato dai ricercatori grazie a telecamere e registratori), come da prassi quanti si piacevano reciprocamente potevano ottenere i recapiti dell’altro e decidere di incontrarsi nuovamente; gli incontri successivi, riservati e non oggetto di osservazione, erano comunque “sorvegliati” da Easwick e Finkel grazie a interviste fatte, in forma privata, con i singoli soggetti coinvolti.

I questionari sottoposti prima che lo speed date avesse luogo hanno rispecchiato il cliché con una precisione sbalorditiva: la maggior(issima) parte delle donne indicava che, tra le caratteristiche più importanti del partner ideale, la ricchezza o la prospettiva di un buon guadagno futuro era al primo posto. La maggior(issima) parte degli uomini, parallelamente, sembrava dar ragione ai cosiddetti esperti di marketing convinti che, per vendere una rivista o un’automobile o un vasetto di yogurt con proprietà lassative sia necessario associare al prodotto una ragazza giovane, molto photoshoppata e pochissimo vestita.

Peccato che, già dopo il primo giro di speed-incontri, le coppie che si erano formate prescindessero da entrambi i supposti desiderata: ragazze non ancora liberatesi dell’acne adolescenziale e con un rapporto vita-fianchi pericolosamente vicino all’unità (leggasi: busto a forma di tronco) avevano riscosso notevole successo anche presso più di un giovanotto. Allo stesso modo, un trombonista in erba e con il conto perennemente in rosso era in più di un caso passato davanti, come preferenza, a un quartetto di promettenti avvocati.

E allora? Che conclusioni si possono trarre, anche alla luce dei risultati ottenuti da Nalin Ambadi con i video muti lunghi soltanto una manciata di secondi?

Da un certo punto di vista, per quanto possiamo pensare di avere ben chiare le nostre esigenze e aspettative nei confronti di un partner, la vita di tutti noi è costellata di controesempi; personalmente, resto convinta di aver vissuto la storia più bella della mia vita con una persona che non leggeva romanzi neanche sotto tortura mentre, a priori, sarei portata a dire che requisito essenziale per un ipotetico partner sia proprio l’essere un divoratore di libri.

Io la vedo così: le impressioni “a pelle” sono quelle che, alla lunga, costituiranno il modo in cui vediamo e, soprattutto sentiamo una persona dopo mesi o anni di frequentazione. Ci sono, nel corso del tempo, delle fluttuazioni intermedie, che incidono però soltanto minimamente sulla valutazione nel lungo periodo. La persona, per esempio, che ci colpisce fin da subito per la sua aria sfuggente e inarrivabile che fa tanto bello e impossibile, potrà essere un compagno affidabile per un certo lasso di tempo; arriverà però il giorno in cui, mentre laviamo i piatti, gli o le butteremo addosso il fatidico rimprovero: “Quando ho bisogno di te, tu non ci sei mai.”

Ci sono dei momenti in cui pensiamo “cambierà” o, addirittura, ci convinciamo del fatto che noi riusciremo “a farlo cambiare“. Peccato, però, che non succeda mai.

O forse invece è, rassicurantemente, una fortuna. Chissà.

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Il Nilo scorre al contrario

Ora che il tatuaggio all’henné sta incominciando lentamente a sbiadire - colpa sicuramente del detersivo per i piatti troppo aggressivo - posso prendere in considerazione l’idea di scrivere qualcosa sulla vacanza in Egitto.

Innanzitutto, ho messo on line alcune delle moltissime foto - quelle senza facce o altre parti del corpo mio o dei miei genitori, ovviamente; le foto sono in ordine cronologico e le didascalie dovrebbero dare l’idea di quello che è stato il programma di viaggio nel caso qualcuno fosse capitato qui cercando informazioni relative alle crociere sul Nilo.

Vorrei fare una classifica delle cose più belle tra quelle viste, mangiate, udite, odorate, agite. Il fatto è che non so esattamente da che parte incominciare; a pensarci proprio bene, non so neanche da dove mi salti in testa, questa cosa della classifica. Forse sono stata contagiata da qualcosa che ho sentito alla radio stamattina nel dormiveglia, chissà. Non sarà una classifica, allora: piuttosto, una lista di alcune delle cose che mi sono piaciute di più.

Il pane egiziano. Sapevo che gli egiziani sono ottimi panificatori; molti immigrati della mia città, infatti, sono andati a lavorare in pizzerie con risultati piuttosto soddisfacenti, per non parlare di quelli che sono riusciti ad aprire un proprio locale. Il cosiddetto pane arabo non è che uno dei tantissimi che ho avuto modo di assaggiare, tutti caratterizzati da forme inusitate tipo treccine o fiocchetti, e tutti impreziositi da una trina di semi colorati sparsi sulla crosta: papavero, sesamo, cumino.

Entrare nella piramide di Chefren, a Giza. Quando, una ventina di anni fa, ero andata in Egitto per la prima volta come ho raccontato nell’ultimo post scritto prima di partire, avevano chiuso l’accesso all’interno delle piramidi perché c’erano circa 50 gradi e il giorno prima erano svenute parecchie persone. Al momento di scegliere se farmi prendere il biglietto per entrare nella seconda piramide più grande del mondo (la prima, quella di Cheope, ha l’accesso limitato a 100 persone al giorno ed è fuori dai pacchetti dei circuiti turistici classici) non mi sono fatta scoraggiare dalla mia peraltro meravigliosa guida, che descriveva l’esperienza come del tutto evitabile. Sono entrata in un cunicolo alto 120 centimetri e largo circa 50, a doppio senso di marcia e con una pendenza iniziale di almeno il 20% in discesa. Dopo i primi dieci metri molta gente fa marcia indietro, causa la fatica fisica, la scarsità di aria e la persistente puzza di muffa. Arrivare nella sala del sarcofago, completamente vuota a parte un grande sarcofago di pietra, è comunque emozionante: sei al centro di una piramide, insomma! Nei quattro giorni successivi, il dolore a muscoli che neanche sapevi esistessero porta a rimpiangere vagamente la scelta fatta, ma dopo quasi due settimane posso dichiarare di essere perfettamente soddisfatta, e probabilmente lo rifarei pure.

Il cimitero abitato, al Cairo. La nostra guida Nasser, cairota, ci ha portato (con l’autobus, ovviamente, ma è stata comunque un’esperienza molto forte) all’interno delle strade labirintiche che serpeggiano nella “città dei morti”. Un vero e proprio cimitero tuttora funzionante come cimitero, con tombe familiari che sono sovrastate da piccole costruzioni di una o due stanze tradizionalmente da adibire come magazzino: ho scritto “tradizionalmente” perché, in realtà, le stanze di quelle tombe sono abitate da centinaia di migliaia di persone, come potete vedere nell’immagine a fianco. Il cimitero è enorme e caratterizzato da panni stesi tra le tombe, tetti di tombe completi di antenna parabolica, moschee, scuole. Nasser ci ha raccontato addirittura che, anni fa, si era recato in una tomba/casa dove si riunivano gli abitanti delle tombe/case vicine perché da lì si riusciva ad accedere a un canale satellitare di film pornografici. Eros e Thanatos, se mi si perdona il cinismo.

La piramide a gradoni di Saqqara. Non so spiegare cosa abbia di diverso dalle tre piramidi di Giza, costruite successivamente a una trentina di chilometri di distanza; probabilmente si tratta dell’atmosfera rarefatta, della lontananza da centri abitati, dell’assenza quasi totale di rumore. Le piramidi di Giza, infatti, sono praticamente in mezzo alla città e prese d’assalto dai pullman dei turisti che possono parcheggiarvi a ridosso. Saqqara, al contrario, è ai margini del Sahara (rima non voluta, ma non per questo dispiaciuta. E siamo a due) ed è talmente intrisa della sua sabbia da essere, dopo una certa ora almeno, un tutt’uno con il paesaggio sullo sfondo.

Una delle tombe nella Valle delle Regine. Sono arrivata alla Valle delle Regine intorno alle sei e mezzo del mattino: stava ancora sorgendo il sole e il cielo era costellato di mongolfiere colorate. Ma non è stata questa la cosa che, a posteriori, mi ha colpito di più, quanto la vista, in una tomba dipinta con colori ancora meravigliosamente vividi, di un minuscolo scheletro deposto in una teca. Lo scheletro, si narra, del figlio mai nato della Regina sepolta nella tomba accanto: il feto abortito era stato comunque sottoposto al laborioso processo di mummificazione, lasciandomi intendere che, per gli egiziani, la vita iniziasse ben prima del momento del parto. Quantomeno la vita di un potenziale faraone, ossia un uomo che, dopo morto, sarebbe divenuto un dio. La cosa che mi ha commossa di più, in effetti, è stato il repentino pensiero in direzione di quanto leggevo in quei giorni sui quotidiani italiani sul documento firmato dai ginecologi romani in relazione al comportamento da tenere nel caso in cui, dopo un aborto, il neonato fosse ancora vivo.

Per concludere, una brevissima spiegazione del titolo del post: il Nilo, fiume più lungo del pianeta che abitiamo (il che lo rende, almeno credo, anche il fiume più lungo di tutto il sistema solare, quantomeno), scorre da sud verso nord. Strano, vero?

Buoni propositi per il 2008 - e per tutti gli anni a venire

Mi metterò a dieta. Non (credo che) smetterò di fumare. Lavorerò meno ore ma meglio. …… Ma a voi, tuttosommato, che ve ne frega?

Ecco: ho deciso che il primo buon proposito deve essere proprio quello di stilare una lista che vorrei fosse di pubblica utilità - o quantomeno di pubblica ispirazione. L’ho divisa in due, perché così è più facile: il discrimine è tra un passato che si vorrebbe non si ripetesse più e un passato (anche soltanto immaginato) che invece è auspicabile si ripeta con sempre maggior frequenza. Superfluo sottolineare che è tutto vero - ossia gli episodi riportati mi sono stati riferiti da fonti attendibili oppure li ho vissuti in prima persona (se è superfluo, perché l’ho sottolineato? Mah, astuzia retorica, credo). Chiunque abbia qualcosa da aggiungere, è caldamente invitato a farlo.

Buona lettura e buon anno a tutti :)

Cose che non devono più succedere

Incontrare, in una città straniera, un ragazzo italiano nel nuovo posto di lavoro, trovarlo carino e simpatico e provare il desiderio di conoscerlo meglio; capitata “per caso” accanto a lui durante una pausa, chiedergli da quanto tempo si trova lì e sentirlo pronunciare le seguenti parole: “Da sei anni; ero venuto qui per farmi prete ma poi ho cambiato idea.” Come se non bastasse, appena ci si è ripresi dallo shock, scoprire che fortunatamente il celibato non gli interessa, ma che sfortunatamente sta insieme a una donna che ha 15, intendo proprio quindici anni più di lui. Game over.

Essere reduce da un’operazione ai denti talmente dolorosa che ti impedisce di parlare, trovare un amico compiacente che nonostante il tuo mutismo e il volto tumefatto ti accompagna al cinema e, una volta entrata in sala, incontrare il tuo ex fidanzato che non rivedi da anni se non con accanto una specie di fotomodella estone e, nonostante questa volta sia da solo e stranamente desideroso di fare conversazione con te, non poter pronunciare una parola.

Invitare una persona a cena e sentirsi rispondere, dopo un attimo di esitazione e dopo che un velo di terrore le ha coperto lo sguardo: “No, mi dispiace, stasera proprio non posso. Devo leggere”. Giuro, è successo davvero.

Essere a letto con il proprio partner, fargli o farle inequivocabili avances erotiche e ricevere, come unica replica monotòna: “Dai, aspetta almeno che abbia finito il capitolo”. PS Confesso che questa scusa io, in passato, l’ho usata più di una volta; giunta però all’età della ragione mi sono resa conto che un classico “No, dai, ho mal di testa” è molto più dignitoso. Per entrambi.

Pare che in un certo ambiente pseudo intellettuale (quello che, a quanto pare, frequento io) quello della lettura sia un tema quasi abusato nei contesti sentimental-improbabili; una ragazza incontrata per caso l’altra sera mi ha infatti raccontato che il suo ultimo ragazzo l’ha scaricata pronunciando le seguenti parole: “Mi dispiace, ma la nostra storia deve finire. Non ho più il tempo di leggere come facevo una volta.”

E’ un’occasione speciale per te e per il tuo fidanzato; non un partner occasionale, dunque, ma proprio la persona che sostiene di amarti. Potrebbe essere l’anniversario, oppure il suo compleanno. E comunque. Dopo ore di tentennamenti e un discreto esborso economico, ti presenti nel momento topico con una guepiére nera e le calze - non le autoreggenti, quelle oramai le portano tutti anche quando vanno in visita ai parenti anziani: proprio le calze-calze, quelle che necessitano di una giarrettiera per stare su. Passano pochi secondi intrisi di imbarazzo e di attesa speranzosa, finché non senti la voce della tua dolce metà pronunciare la frase che nessuna donna vorrebbe mai sentire rivolgersi, men che meno in un’occasione anche soltanto vagamente simile a questa: “Ma cosa diavolo ti sei messa?”

Il ragazzo con cui stai da circa sei anni, finalmente, comincia a dare segni di voler concretizzare il vostro rapporto: si ferma a dormire da te anche dopo la partita di calcio/tennis/briscola con gli amici, non trovi più la sua biancheria che misteriosamente occhieggia dal cesto dei panni sporchi, quando siete insieme a estranei (per te, ma non per lui) non ti presenta più con il semplice nome, ma proprio come la sua fidanzata. Finché non arriva il grande momento: ti chiede di andare a convivere. Ma te lo chiede via sms.

Cose che invece dovrebbero succedere più spesso

Un ragazzo che, dopo aver finito di sparecchiare la tavola avendoti impedito di aiutarlo, ti bacia, ti solleva tra le sue braccia e ti porta su per una scala ripida nella sua stanza da letto al primo piano. Il seguito della scena può variare a seconda dei gusti personali. E’ più facile, credo, se lui ha ventidue anni e tu pesi meno di sessanta chili; forse con lui ultra-trentenne e lei… leggermente formosetta :) è un po’ più complicato, ma personalmente mi acconterei, nel medesimo contesto, anche di un brevissimo percorso in piano tra il tavolo e la poltrona - tanto per scongiurare eventuali colpi della strega ;)

Qualcuno che ti porta la colazione a letto - anche se, lo confesso, io detesto fare colazione a letto perché sono una grande pasticciona e sbriciolo dappertutto anche se mangio soltanto uno yogurt. Ora che ci penso, va benissimo anche qualcuno che a letto si limita a portarti il caffé. Mmm. No, il caffé lo preferisco dopo aver mangiato qualcosa. Come la mettiamo? Ah, ecco: qualcuno che a letto porta se stesso, ma soltanto dopo aver preparato una colazione da hotel a cinque stelle - da consumarsi quando e dove si preferisce. Insomma, una persona gentile, generosa e a cui piace cucinare può essere più che sufficiente ;)

Essere a casa un venerdì sera di inizio estate, ripetendosi che, se non siamo usciti, non è perché non avessimo nessuno con cui farlo, ma perché avevamo davvero una grandissima voglia di trascorrere una serata da soli a riordinare la libreria. Proprio mentre siamo immersi nell’appassionante lettura di Artusi, Pellegrino; “Le ricette” di, sentire il citofono che suona e scoprire che l’unica persona che nel pomeriggio ci eravamo dimenticati di chiamare per elemosinare una birra inseme dopo cena (ops!) è passata inaspettatamente a farci visita con una bottiglia del nostro liquore preferito.

Un “primo bacio” in cui si evita la sequenza: prima ti prendo la mano, poi te la accarezzo nervosamente con il pollice tanto per essere sicuro che se anche mi vuoi schiaffeggiare almeno un braccio ce l’hai bloccato, infine mi avvicino quel tanto che basta per farti capire che se vuoi che un primo bacio ci sia l’iniziativa la devi prendere tu. Anche perché se un braccio è bloccato la fisica ci insegna che l’altro può agire con forza ancora maggiore, per non menzionare il fatto che se mi lascio prendere la mano (sospirando tra me e me, d’accordo) è perché in realtà sto metaforicamente urlando a gran voce: “cosa diavolo stai aspettando? un invito stampato con tanto di R.S.V.P.???”. E comunque. Cosa che dovrebbe succedere: un “primo bacio” in cui lui ti prenda il viso tra le mani e ti guardi con intensità (possibilmente!) prima di agire con slancio e decisione. Variante sul tema, preferita dalla mia amica Sole: “primo bacio” in cui lui le metta una mano dietro la nuca e agisca poi con slancio e decisione; evitare nervosi accarezzamenti di mano preliminari anche in quel caso, pliiiiiiz.

Scoprire che si è ancora in grado di scrivere qualcosa che va oltre il riassunto dell’ultima riunione per il progetto “Festival della polenta concia tra tradizione e rinnovamento”; qualcosa che non richiede l’uso di Mathematica o di estensioni di Latex dai nomi astrusi per essere redatto; qualcosa che non dovrà poi essere trasformato in un succinto ed efficace powerpoint; qualcosa in cui nessuno che legge ti suggerirà di “condire il tutto” con termini finto-inglesi come assertivo, proattivo, fundraising, management o peggio ancora brandizzazione. Scoprire che questo qualcosa che scrivi, come se non bastasse, riceve le attenzioni di altre persone e ti permette di conoscerle un poco. Ah, ma che scema sono: questo è già successo, è questo blog.

D’accordo, la cosa che deve succedere allora è la seguente: riscoprirlo ogni giorno, e stupirsene sempre con la stessa meraviglia della prima volta.

La distanza nelle storie a distanza

Si fa sempre un gran parlare delle cosiddette storie a distanza. Oserei definirlo un classico delle conversazioni tra amici, conoscenti, colleghi; forse il discorso potrebbe anche diventare un metodo istituzionalizzato per far passare il tempo alle persone in coda alla Posta per pagare le bollette. Almeno la smetterei di fare origami con gli scontrini. Ok, magari qui esagero, ma fino a un certo punto.

E comunque. Ieri sera ne abbiamo discusso a lungo: io ne ho avuta più d’una, lui non ha avuto che quelle, lei ne ha una tuttora, l’altro ne ha contemporaneamente una a distanza e una in loco… Ognuno ha qualcosa da dire, al proposito. Ognuno - o quasi - ha avuto un’esperienza che rientra nella categoria; anche se l’ultima volta è stato quando a quattordici anni eravamo in vacanza con i nonni, e la nostra vicina o vicino di stanza nella Pensione Miramare ci ha strappato il cuore due volte: quando ci ha fatto sentire il sapore del primo bacio e, pochi giorni dopo, quando abbiamo scoperto che per dare il secondo avremmo dovuto percorrere duemila chilometri.

Tutti abbiamo una storia-a-distanza da raccontare.

La mia esperienza personale (anche e soprattutto come curiosa ascoltatrice delle esperienze altrui) mi porta a pensare che è molto più difficile porre fine a una storia-a-distanza che a una relazione in cui ci si vede tutti i santi giorni, o addirittura in cui si vive insieme. Perché Marjan, una ragazza iraniana di Vienna che è stata una delle mie più care amiche per anni, a un certo punto ho smesso di sentirla; non abbiamo litigato, semplicemente da un’email al giorno e un biglietto per l’Austria ogni volta in cui avevo abbastanza soldi si è passate a una telefonata al mese, agli auguri per le feste comandate e poi più nulla, o quasi. E mi dispiace, a ripensarci; so anche, tuttavia, che potrei riscriverle oggi stesso e lei mi risponderebbe, e riprenderemmo a sentirci regolarmente. Ma quando stai insieme a qualcuno non funziona così. Non dovrebbe funzionare così.

Conosco un ragazzo che vive in una nazione diversa dall’Italia, eppure torna a casa tre, quattro volte al mese - regalando a Trenitalia circa metà dello stipendio, per inciso. Perché dopo alcuni mesi da quando si era trasferito, lei ha incominciato ad avere i classici “dubbi”, a sentirsi sola, a “guardarsi intorno”. Che orribile espressione, “guardarsi intorno“: indica quel momento in cui il cuore comincia ad annoiarsi e la testa cerca un diversivo. Pare ci sia il modo di tornare indietro, eppure. Pare che spendere metà dello stipendio in modo intelligente serva a far ribattere il cuore dell’altro all’unisono con il tuo. Certo, in questo modo annulli il vantaggio economico acquistato andando a lavorare fuori Italia, e ci perdi pure perché paghi un affitto per una casa che non utilizzi quasi - ma si sa che gli innamorati sono famosi per compiere reiteratamente le peggiori idiozie, no?

Conosco un altro ragazzo che da tre o quattro anni sta con una sua coetanea conosciuta all’università; entrambi vivono in Italia, ma in due città raggiungibili con un viaggio di sei ore di treno - che come tutti sappiamo se va bene in realtà sono sette o otto, scioperi permettendo. Ma l’amore vince su tutto - così si dice, no? Questi due innamorati si incontrano meno di una volta al mese, tuttavia. Certo, si sentono ogni giorno al telefono. Si scrivono email. Credo chattino - non ne sono sicura, ma conoscendo le sue manie informatiche avrà uno di quei programmi con cui puoi chattare con tre o quattro protocolli diversi contemporaneamente. Però si incontrano meno di una volta al mese. “Circa ogni sei settimane”, mi ha risposto l’ultima volta in cui gliel’ho chiesto quasi per caso. E ho pensato che potrebbero anche lasciarsi, a questo punto: perché spendere tutti quei soldi in telefonate? Perché insistere se tanto né lui né lei ha mai manifestato non dico la decisione, ma neanche l’intenzione di trasferirsi?

Perché quando stai insieme a qualcuno, e questa persona vive lontana da te, hai tutti quei vantaggi che, quando sei “impegnato”, rimpiangi dello status di single. E che quando sei single, d’altra parte, dopo un po’ cominciano a sembrarti vere e proprie condanne all’infelicità perenne. Puoi uscire con “gli amici” senza dover decidere gli amici di chi; puoi abbandonarti a passare il fine settimana guardando dieci volte di fila “Via col Vento” (o “Tutto Chuck Norris minuto per minuto e cazzotto dopo cazzotto”, come si vuole) senza che ti interrompano perché c’è la finale della Coppa dei Campioni (cfr l’ultima puntata di “Sex and the City”).

Puoi andare a una festa dopo aver passato quattro ore a prepararti senza che nessuno bussasse reclamando il bagno e, una volta arrivato in medias res, lasciarti corteggiare - perché è un classico: soltanto quando sei fidanzato o fidanzata (e, auspicabilmente, senza il fidanzato o fidanzata presenti) tutti si mettono a corteggiarti insistentemente. Quando il fidanzato o la fidanzata non ce li hai proprio, al contrario, ben che ti vada diventi il candidato al premio “migliore spalla su cui piangere per le proprie pene d’amore”. E questa è la migliore occasione per capire se una donna è o meno una purittana, tra l’altro: una donna innamorata si lascerà corteggiare per meno di cinque minuti prima di lasciarsi sfuggire un indizio sull’esistenza del fidanzato, dandosi poi fintamente dell’idiota con il sorriso sulle labbra (perché un po’ di coccole all’ego fanno piacere a tutti, ma se sei innamorato di un altro soltanto un po’); una purittana, al contrario, lascerà che il corteggiatore si spinga sino ad avances piuttosto esplicite prima di tirarsi indietro con l’aria oltraggiata - riuscendo pure a fargli il lavaggio del cervello e convincerlo che lei glielo aveva detto fin dall’inizio di essere fidanzata, che diavolo si è messo in testa?

Oddio. Il discorso è così complesso e pieno di sfaccettature che mi sto perdendo. D’altronde avevo proprio iniziato sostenendo che l’argomento è vasto e si potrebbe andare avanti per ore. Ma il punto a cui vorrei arrivare credo di averlo ancora chiaro: c’è un solo tipo di distanza che, davvero, strangola i rapporti. E non conta tanto - o comunque non soltanto - il luogo di residenza.

C’è la scena di un film con Uma Thurman, di cui purtroppo non ricordo il titolo (potrebbe essere Prime, ma non ne sono sicura) in cui a un certo punto lui e lei sono distesi sul letto a parlare, anzi: a discutere. Si capisce che la storia sta finendo, e adesso spiegherò come, a mio avviso, il regista è riuscito a farlo capire senza bisogno di tante parole.

A un certo punto, la scena si divide in due - come in “Harry ti presento Sally” quando lui e lei si sentono al telefono prima di dormire, per intendersi [vorrei scrivere un cosiddetto corrispettivo maschile di film, ma d'altronde un uomo che non ha mai visto "Harry ti presento Sally" non credo proprio sarà arrivato a leggere fino a qui ;)]. Soltanto che in questo caso i protagonisti non sono in due case diverse, ma sono sdraiati uno accanto all’altro. C’è, in questo film, un geniale accorgimento di montaggio che definirei shift spaziotemporale (se qualcuno conosce il nome tecnico lo segnali pure!): quando lui allunga il braccio per posarlo sulla spalla di lei - e lo vedi alla destra dello schermo, che il suo braccio si sta muovendo per toccare quello di lei - sul lato sinistro, dove c’è lei, il braccio di lui compare con un po’ di ritardo, ed è leggermente più in alto rispetto alla parte destra: c’è uno spostamento, un distacco nel tempo e nello spazio.

Ecco, è questa: è la distanza interiore.

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L’amore al tempo del mal di denti

Mi è morto un dente. Un molare, credo; un piccolo molare proprio sul lato in cui preferisco masticare le gomme prima di fare le bolle come quando avevo otto anni.

Ecco, penserà chi legge: ci risiamo con i denti e gli spazzolini… ma a volte l’apparenza inganna.

So bene che la morte di un mio dente non è una notizia sconvolgente per nessuno, dal momento che non lo è nemmeno per la sottoscritta. Sono cose che succedono. Mi fa un certo effetto, d’altro canto, pensare che nel corso dei mesi e forse addirittura degli anni questo dentino apparentemente sano e vitale stava in realtà riducendosi sempre più a un orpello non soltanto inutile ma fonte di una vera e propria sofferenza fisica. Perché è vero che, come dicono le nonne, la lingua batte proprio là dove il dente duole. Vivo o morto che sia.

E quando una mattina della scorsa settimana mi sono trovata, alle 5.18, spalmata sul letto a chiedermi cosa avessi mai fatto di male per meritarmi un dolore così grande all’interno della mia bocca notoriamente piccola e proprio per questo particolarmente invisa ai dentisti, la lingua ha iniziato a battere incessantemente. Ed essendoci poco spazio, ha anche avuto la strada facile - cosa che non ha fatto che acutizzare il dolore.

Un dente, come probabilmente era diffusamente spiegato anche negli ormai rinomati opuscoli sull’igiene dentale, è vivo e vegeto fintanto che il sangue circola al suo interno e irrora le terminazioni nervose. O qualcosa del genere - quando la dentista me l’ha spiegato ero intontita dall’anestesia :-)

Quando un dente muore, o comunque nel momento in cui, ormai agonizzante, è condannato a una inevitabile fine ingloriosa, possono verificarsi due fenomeni. In un caso, il decesso avviene lentamente e in sordina, ed è soltanto dopo un lasso di tempo più o meno lungo che il numero di batteri nel frattempo annidatisi all’interno diventa talmente elevato da infastidire l’osso sovrastante, il quale comincia a protestare e provoca un dolore straziante e acuto diffuso lungo tutta la gengiva. Nell’altro caso, invece, un accumulo repentino di batteri forma un pus che, a sua volta, causa un ascesso: proprio mentre la guancia si gonfia stravolgendo i tratti del viso e provocando gli sguardi curiosi e impietositi del resto del mondo, il dolore va scemando.

In entrambi i casi, emerge che non è la morte in sé e per sé a farsi notare – per quanto riguarda la mia situazione, ad esempio, il mio dente potrebbe essere defunto mesi fa senza che io mi accorgessi di nulla. La morte lascia un vuoto che, letteralmente, si riempie a poco a poco di insidiosi batteri; essi, a loro volta, non si palesano manifestamente, ma lasciano che a scatenare la reazione dolorosa sia un’altra parte del corpo – l’osso e la gengiva in un caso, la guancia gonfia a causa del pus nell’altro.

La morte di un dente, a pensarci bene, è un po’ come la fine di una storia.

Ci sono storie che si consumano lentamente, senza quasi che nessuno se ne accorga. Dall’esterno sembra che tutto proceda per il meglio, finché un giorno il dolore scoppia all’improvviso senza una causa apparente. Volgi lo sguardo verso un punto diverso da quello che stavi fissando prima, e tutt’a un tratto capisci che qualcosa non va, anzi: non va più per niente. E di solito ci vogliono ancora settimane, mesi o anni perché si riesca a focalizzare cos’è che non va più per niente, e perché la fine sia decretata anche sul piano razionale e, soprattutto, sia comunicata all’altro esplicitamente. A volte, addirittura, la comunicazione all’altro è fatta ancora prima che si sia preso davvero atto di ciò che è successo, per non parlare dell’elaborazione del lutto…

Ci sono storie, invece, in cui è un evento macroscopico a sancire la morte dei sentimenti – o quantomeno una loro profonda mutazione (non un mutamento, si badi bene: è di mutazione vera e propria che si tratta – un’alterazione permanente del sentimento e di tutti i vari annessi e connessi che sappiamo quali sono ma non siamo in grado di definire. O comunque, io non ne sono capace). L’evento macroscopico, spesso, è un tradimento, o la richiesta - terribile da fare e da sentirsi fare! - della famigerata pausa di riflessione. Qualcosa di cui magari il resto del mondo non si accorge, ma che ti fa sentire come se tutto il tuo essere si fosse deformato proprio come nel caso dell’ascesso.

E’ per questo – o comunque anche per questo, credo – che in un post precedente mi sono dilungata tanto sulla questione dello spazzolino.

Ancora a insistere sugli spazzolini da denti, dunque.

… ma questa volta mi limito a richiamare l’attenzione su ciò che - mi accorgo ora - avrei voluto esprimere con tutta quella pappardella su come lo spazzolino possa, in alcuni casi, rappresentare “la mia idea di felicità“. O, quantomeno, la mia idea di come la felicità possa manifestarsi anche con dettagli ben poco eclatanti. E, soprattutto, di come a volte possa venire alla luce soltanto se si seguono alcune piccole regole…

Perché è risaputo che il modo migliore per prevenire le carie - dunque anche la morte di un povero dentino innocente - è usare lo spazzolino tutte le volte in cui si mangia qualcosa. Ciò che è meno risaputo, purtroppo, è che a volte i denti muoiono nonostante un’attenzione per l’igiene orale ai limiti del parossismo perché, al riparo di una vecchia otturazione, i germi, i batteri - insomma, i cattivi - possono proliferare tranquilli.

Con le storie le cose vanno un po’ allo stesso modo. Ci sono cose (o persone) del passato che ci si porta dietro più o meno inconsapevolmente, al riparo di “otturazioni” che ci si è costruiti nel corso del tempo - le famigerate armature, o armatute che dir si voglia [grazie, ]. E queste cose o persone che ci portiamo dietro senza neanche saperlo corrodono l’essenza di ciò che stiamo vivendo. Sono fichi strangolatori della specie più perniciosa.

La soluzione? Non credo ce ne sia una valida per tutti e per tutte le occasioni. Ma non per questo bisogna demordere (no pun intended ;-) ).

Sicuramente l’igiene orale non va trascurata - così come il periodico controllo delle armatute di cui così tanta fatica si fa a liberarsi. O almeno: di cui io faccio - in questo periodo - tanta fatica a liberarmi.

Per il resto… credo sia piuttosto utile cercare di non avere mai nel cuore cose, e soprattutto persone che ci portiamo dietro come un inconsapevole fardello, ma lasciare lo spazio soltanto a cose e persone che ci portiamo dentro.

Magari proprio dentro a un porta-spazzolini a forma di cuore come suggerisce nel disegno a fianco Valentina, perché no?

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Tutti i letti della mia vita

E’ da quando sono tornata che, al mattino (beh, mattino per me ma non necessariamente per gli altri italiani), ho una sensazione stranissima: subito prima di aprire gli occhi, in quel momento che sta tra il sonno e la veglia e in cui sembra si stiano per realizzare tutti i tuoi desideri più nascosti e i tuoi incubi peggiori, ho l’impressione di essere nel letto della casa di Via delle Rane.

Ora: non ho cambiato molte case, nella mia vita. La casa in cui vivo ora è, sostanzialmente, la mia casa n°4. Se con cambiare casa si intende proprio traslocare tutti i propri beni materiali da un luogo all’altro senza possibilità alcuna di tornare indietro - e anche questa è una posizione discutibile. Ma cominciamo dal principio.

Casa n°1. Da bambinissima stavo in un posto molto piccolo in affitto al primo piano, sopra l’appartamento di un tizio che, credo proprio mentre mia mamma era incinta, ha pensato bene di sparare alla sua amante sul balcone. Letto n°1: un finto cassettone di finto legno dal quale mia madre, ogni sera, tirava fuori una specie di brandina.

Casa n°2.Quando avevo due o al massimo tre anni ci siamo spostati in Via delle Rane, dove ho trascorso infanzia, adolescenza, post adolescenza e gli anni dell’università. Letto n°2: un normalissimo letto bianco a una piazza con il materasso ortopedico, sul quale ho divorato il 90% dei libri della mia vita, ho pianto per il 90% degli uomini della mia vita e ho fatto sesso per la prima volta - con l’uomo per cui, in assoluto, ho pianto più che per tutti gli altri. Ora che ci penso, non saprei quantificare quanto sesso ho fatto lì, su quel letto, rispetto al totale; potrebbe essere un calcolo interessante da provare a fare la prossima volta in cui io e Lamponcina ci troviamo a bere (troppo, sempre troppo) Pastis.

Abbiamo traslocato da via delle Rane due mesi dopo che ho discusso la tesi di Laurea, e ho trovato la coincidenza particolarmente significativa. La casa in cui sono andata ad abitare è dunque la casa n°3: 250 metri quadri di parquet, marmi e stucchi sul soffitto in una zona particolarmente snob; l’ho sempre vissuta come casa di transizione anche se, per un motivo o per l’altro, ho continuato a viverci per una manciata di anni - fino a quando, cioè, non me ne sono andata a vivere da sola nel posto delle cinque tremendissime rampe di scale che affronto ogni qual volta decido di rientrare nel mondo dell’altro da me. Letto n°3: un fantastico letto a una piazza e mezzo che era del mio bisnonno, altissimo, a barca, di legno scuro e con due colonnine asimmetriche. L’ho rimpianto ogni singola notte di quelle dormite a casa mia, dal momento che il letto n°4 è a una piazza (che percepisco come mezza) ed è ubicato proprio sotto il punto più basso dello spiovente - e vivere in mansarda è molto romantico, però non c’è nulla come un bel bernoccolo in testa appena sveglia per mettermi di pessimo umore.

Durante gli ultimi giorni di vacanza, trascorsi in un malinconico languore, ho riflettuto insieme a Peggy (che ha una storia di case un po’ diversa dalla mia, ma non troppo, nel profondo) su cosa significasse per noi tornare a casa. E per entrambe l’immagine che si presentava era un misto dei posti in cui abbiamo vissuto.

Ogni tanto ci aggiungo dettagli dell’appartamento in cui abitavo quando ero a Parigi (n°3a, divano letto o, in alternativa, materasso sul soppalco per sentire meglio il rumore della pioggia contro l’abbaino prima di addormentarmi), o la meravigliosa terrazza che aveva quello in cui ho vissuto con il mio ex fidanzato (n°3b/d, dato che nel mezzo c’è stato il n°3c della casa dei nonni in quegli otto mesi della mia vita in cui ho lavorato in un’altra città presso un assessorato regionale). A seconda dell’umore. E ogni tanto ci finisce dentro anche la scala che portava al patio dell’appartamento in cui sono stata a Barcellona, in un’estate di tanti anni fa, o il letto in cui dormivo quando andavo a trovare un mio fidanzato nel castello di campagna - fidanzato recentemente ricomparso nella mia vita dopo dieci anni di silenzio e soprannominato da Awhile Castelletto, per ovvi motivi.

Tornare a casa… Avrei detto “svegliarsi in un luogo e ancora prima di avere aperto gli occhi, sapere tutto di ciò che ti circonda”, ma forse non è così semplice, se adesso mi ritrovo a svegliarmi pensando di essere in una stanza in cui appesi alle pareti ci sono manifesti di Tom Cruise, Ralph Macchio (quello di Karate Kid, lo ammetto) e di quell’attore di cui non ricordo il nome che recitava in Genitori in Blue Jeans…

Su blog, disclaimer, download e altre cose

Disclaimer… mmm… come si dice disclaimer in italiano? Ho perfettamente chiaro che concetto esprime, so a cosa si riferisce e credo anche di usare il termine in modo corretto, eppure non riesco a farmi venire in mente il suo corrispettivo in italiano. Che rabbia. Comunque è un Disclaimer quello che mi accingo a scrivere, qualsiasi cosa significhi agli occhi di chi legge e, come me, preferirebbe di gran lunga evitare gli anglicismi, se soltanto gliene fosse data la possibilità.

Il commento di #6 relativo al fatto che non ho linkato il suo blog mi ha fatto riflettere. Innanzitutto, seppure una parte del mio cervello sappia perfettamente – perché me l’hanno spiegato più e più volte – che è costume cortese della comunità dei blogger(s?) linkarsi a vicenda, va a finire che molte volte il numero di commenti che lascio su un blog è inversamente proporzionale alla quantità di memoria riservata all’azione “appena ho un momento libero aggiorno la lista dei link inserendo questo blog qui che mi piace tanto” – il blogroll, come lo chiamano qui (e come l’abbiamo chiamato anche noi, ora che ci penso ;-) )

Ora non posso farci nulla. Hic et nunc, intendo. Sono le undici di martedì sera e mi trovo a casa ad ascoltare… No: non lo scrivo cosa sto ascoltando; ho messo “riproduzione casuale” e proprio in questo momento sto ascoltando una canzone che non è neanche un alibi musicale, è brutta e basta – ma di toglierla da Itunes non me la sento proprio, maledizione ai ricordi improvvisi. Comunque; sono a casa ad ascoltare musica, e a casa non ho neanche un citofono, figurarsi una connessione a internet. E’ che da quando mi è venuto in mente che, nel momento in cui poco prima di uscire dall’ufficio ho inserito il link al blog di #6, potrei aver scritto il nome con un refuso, non mi do tregua. Già, il fico strangolatore si arrampica un po’ dove gli pare – anche quando so che, eventualmente, potrò porre rimedio alla mia svista nel giro di una manciata di ore senza danni per nessuno. Figurarsi negli altri casi.

Il secondo motivo per cui il commento mi ha portato a riflettere è collegato a un post di Suzukimaruti, e al fatto che, a posteriori, si adatta perfettamente a un segmento della conversazione che ho appena avuto con un mio amico – della serie “non soltanto quando siete tristi ma anche quando volete parlare proprio con me”.

Prima di continuare, devo precisare alcune cose: innanzitutto, il mio amico non vuole che si parli di lui nel blog, e pur rispettando la sua volontà non posso non citarlo, almeno qua e là, perché fa parte integrante della mia vita; secondariamente, ma non certo per importanza, proprio dopo aver dedicato all’incirca due ore del discorso alla nostra comune tendenza a non arrogarci meriti che riteniamo altrui mi sembra assurdo venire meno a tale tendenza proprio in questa occasione.
Bene, posso ora iniziare precisando che l’idea è sua, e non mia, che ne rifiuto la paternità pur invidiandogliela e che, d’ora innanzi, non farò più riferimento a lui.

Internet, e tutte le cosiddette “nuove tecnologie” in genere, hanno creato un lessico nuovo, o hanno adattato il significato (o il senso? non sono una linguista, non me ne si voglia per questo) di termini preesistenti. Basta notare quante volte ho usato, nelle righe precedenti, parole che il correttore automatico di word si ostina a sottolineare con ondine rosse - ma perché ho smesso di usare latex? Ok, stasera continuo ad andare fuori tema - O.T., tanto per non andarci troppo :-)

Provo a continuare senza perdere troppo il filo. La parola che mi interessa ora è scaricare. Scaricare cassette di frutta ai mercati generali come espressione di un lavoro di fatica, o anche gli scaricatori di porto il cui linguaggio è, almeno secondo il mio lessico famigliare, tanto simile a quello di cui faccio uso in situazioni critiche. Il verbo scaricare, come primissima risposta dell’immaginazione, mi porta a pensare a un lavoro di fatica; mi rivedo qualche anno fa quando, in previsione del trasloco dei miei genitori, me ne andavo in giro per la città con un’auto piena zeppa di libri da trasportare dalla casa vecchia alla cantina della casa nuova. Scaricare sacchetti pieni di libri da una casa all’altra mi ha portato, per la prima e spero per l’unica volta, a rimpiangere di avere un padre e una madre che soffrono di dipendenza emotivo-lavorativa dalla parola scritta.

Scaricare, però, è anche scaricare qualcuno. Scaricare qualcuno, brevemente ed efficacemente, indica la fine di una storia. E dal momento che proprio poche ore fa ero portata a scrivere un post su ciò che succede prima dell’inizio, non posso adesso esimermi dal considerare che prima di un inizio, necessariamente, ci sia stata una fine. Una fine per un nuovo inizio – che originalità di pensiero!

In questo periodo, però, in cui passo la totalità delle mie giornate davanti a un computer, scaricare per me vuol dire soltanto una cosa: effettuare un download. Ma dal momento che i miei genitori parola-scritta-dipendenti, desiderosi di investire su una figlia apparentemente portata per le lingue straniere, hanno speso gran parte dei soldi derivanti dalla lettura di quei libri (tutto torna, in fondo!) per mandarmi all’estero, mi viene naturale pensare al fatto che download, in fondo in fondo, è un termine composto: down+load. Sempre precisando che non sono una linguista, down vuol dire down: vuol dire giù, vuol dire che dall’alto si va verso il basso. Chissà perché.

Chiudiamo il cerchio: da disclaimer a download. Il filo dei pensieri è strano. Una delle prime cose che abbiamo fatto dopo aver iniziato a scrivere questo blog, sempre seguendo il consiglio di chi aveva più esperienza di noi, è stata inserirlo su Technorati: il claim del blog.

E’ tremendo. Non so più se voglio scrivere un disclaimer in un blog di cui ho fatto il claim. E soprattutto, non so più se voglio consentire che le persone possano effettuare un download delle mie parole pensando di stare in realtà scaricando i miei pensieri.

Beh, magari sì - altrimenti adesso non starei facendo questo copia-incolla :-)


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