Archivio per la categoria 'fico strangolatore'

Ragione ed emozione

Ci sono aforismi che non so mai se siano stati ideati da un autore famoso, da un cantante pop oppure se, “semplicemente”, non siano invece frasi che si sono tramandate, generazione dopo generazione, da scritte sui muri, zainetti o diari di scuola.

Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce è una di queste. Forse lo dovrei chiedere a James Geary, autore di un libro che non vedo l’ora di leggere (The World in a Phrase, che sarà tradotto in italiano in autunno) e con il quale sono in contatto via mail per motivi di lavoro.

Il titolo del post, ovviamente, scimmiotta maldestramente un libro di Jane Austen: Sense and sensibility, reso in italiano come Ragione e sentimento. Per inciso, ho visto di recente un film ispirato alla vita della Austen: Becoming Jane, con una credibile Anne Hathaway (dopo il Diavolo veste Prada) e un bellissimo James MacAvoy (dopo Atonement, o forse prima, chissà); film a me particolarmente caro perché particolarmente cara mi è la scrittrice, e film contenente la dichiarazione d’amore più commovente che abbia mai visto rappresentata su uno schermo - mi riservo di lasciare una classifica a parte per quelle che sono state destinate a me nella vita reale, tuttavia.

E comunque. In tempi come questi, in cui le emozioni sono più un ricordo che un’esperienza quotidiana, la ragione tende a predominare. Incontrastata. E mi rende del tutto impotente davanti ai momenti anche più significativi della mia esistenza - nel bene e nel male.

Ieri ho trascorso la maggior parte della giornata in silenzio, a osservare ciò che avevo davanti a me nella stanza di una casa di riposo. Perché mia nonna sta morendo.

Ora: tutti noi stiamo morendo, dal primo all’ultimo. Non è che me lo sia dimenticato: la mia pelle, i miei neuroni, le mie sinapsi ma anche la mia carne e tutto il resto sono prossimi a ridursi a uno stato marcescente. Lo stesso dicasi per ogni essere vivente, definibile tale forse proprio in quanto soggetto alla tirannia della morte. Niente di nuovo, niente di strano, in questo. Nasciamo come polvere di stelle, ma in fondo non siamo altro che cibo per i vermi.

Il fatto è che nel caso di mia nonna il fatto è adesso particolarmente evidente: è talmente debole che sembra quasi non essere in grado di parlare nel momento in cui compie un atto talmente “normale” e involontario qual è la respirazione. Il braccio non paralizzato, quello che quindici anni fa l’ictus fece diventare da semplice braccio a IL BRACCIO, quello che funziona, quello con cui può afferrare la forchetta e appoggiarsi a me quando le infilo la giacca per portarla a pranzo al ristorante accanto, il braccio non paralizzato, per l’appunto, adesso è riverso sul letto ed è striato da vene bluastre. I capelli sono meno dell’ultima volta in cui l’ho vista, tre settimane fa; sono più radi e tutti spampanati sul cuscino che scopro essere intriso di sudore.

Mia nonna, da giovane nelle foto e da adulta nei ricordi, era una donna di una bellezza quasi impossibile a credersi. Un po’ come Alida Valli, ma con gli occhi dal colore mutevole a seconda del tempo: grigi - azzurri - verdi. Quanto glieli ho invidiati, in passato, quegli occhi che adesso sono acquosi e semichiusi, il destro ricoperto dallo spesso velo di una cataratta che non è mai stato possibile operare.

Mia nonna sta morendo ed è sotto gli occhi di tutti. Ieri era sotto i miei, di occhi; occhi che non ho ereditato da lei e che sono banalmente marroncini, senza neanche una microscopica striatura di verde o, che so, qualche pagliuzza dorata che risplenda sotto la luce del sole al tramonto.

Occhi che ieri vedevano chiaramente il deperimento del corpo e l’annebbiamento della mente. Orecchie dentro le quali onde sonore a bassa frequenza trasmettevano segnali che il cervello non poteva non interpretare come “vaneggiamenti”.

E il cuore? Il cuore c’era, il cuore c’è. Le emozioni ci sono, ma la ragione è troppo forte per riuscire a farle emergere. Restano sotto la pelle; restano ingabbiate all’altezza del pomo d’Adamo e ogni atto di deglutizione le rimanda giù, ritmicamente.

Il liquido apatico di cui cercavo di scrivere qualche giorno fa è talmente vischioso da non riuscire a fare emergere neanche il dolore. E non va bene, questo; non va bene affatto. Come posso fare?

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Liquido apatico

L’apatia è la forma adulta dello stato prenatale. L’abulia, per usare un vocabolo un po’ più chic, è il liquido amniotico in cui sono immersa nei giorni del mio trentesimo compleanno.

Ora: io non ricordo consapevolmente come fosse la mia vita prima che venissi alla luce, prima che uno dei pochi medici non in sciopero il giorno della mia nascita tagliasse con un bisturi la pelle dell’addome di mia madre e mi facesse compiere il mio primo respiro.

Però me lo immagino così: un susseguirsi di operazioni primordiali, dormire-nutrirsi-dormire-nutrirsi eccetera eccetera eccetera, per tanti mesi consecutivi.

Per condurre questa vita (dormire - lavorare - mangiare - telefonare - scrivere - dormire eccetera) potrei anche essere altrove, non nella città in cui sono nata e cresciuta e di cui ormai conosco anche gli aneddoti storici più falsificati e ridicoli. Insomma, conosco tre lingue e mezza (il tedesco era più difficile del previsto): potrei andare quasi ovunque in Europa o nelle Americhe e cercare un lavoro lì. Cambierebbe la vista che ho dalla finestra, se non altro.

Chiaramente, l’apatia impedisce che io possa anche soltanto prendere in considerazione una possibilità del genere.

Ho preso in carico una traduzione perché ho bisogno di soldi. Chiaro: chi non ha bisogno di soldi, oggigiorno? Il fatto è che io, negli ultimi 24 mesi, non soltanto non ho messo da parte nulla, ma sono addirittura andata in perdita – e con la vita monacale che conduco, sinceramente, tutto questo non me lo spiego proprio.

Ho preso in carico questa traduzione, pertanto. Di solito amo tradurre, soprattutto se, come in questo caso, il libro parla di un argomento di cui so poco e che sempre avrei voluto conoscere meglio (la teoria dei giochi); il liquido apatico in cui vivo, tuttavia, mi annacqua la vista e mi intorpidisce le dita, tanto che a mala pena riesco a farmi abbastanza forza per lavorare su mezza pagina a giorni alterni.

E’ per questo che non scrivo più. E’ orrendo - per me lo è, almeno; anche se mi rendo conto che il mondo va avanti benissimo (o malissimo) lo stesso anche senza il mio contributo.

E comunque. Adesso va così. Chissà quando cambierà.

Il lavoro mi porta via

Nelle ultime settimane, il lavoro si è limitato a succhiarmi via la linfa vitale. Da lunedì, oltre a continuare in quella direzione, il lavoro mi porterà all’estero - a Barcellona, per la precisione - a seguire un corso di formazione.

Al solo pensiero sono eccitatissima, perché gli argomenti del corso mi piacciono da impazzire, perché Barcellona è una delle mie città predilette sotto innumerevoli aspetti, perché quando ci andai per la prima volta dovevo fermarmi soltanto due settimane e ci restai invece un mese intero; e perché ho bisogno, ho disperatamente bisogno di cambiare punto di vista.

Soltanto un esempio che, penso, chiarificherà cosa intendo quando scrivo che il lavoro (e, con esso, qualcos’altro che non so ancora come chiamare) mi sta succhiando la linfa vitale.

Ieri sono andata a farmi tagliare i capelli e il parrucchiere come prima cosa mi ha dato una spazzola e mi ha detto “questi li spazzoli tu, perché io non oso metterci le mani”. Come seconda cosa, dopo aver fatto talmente tanta fatica a districare i nodi da farmi venire il gomito della lavandaia, sono passata al lavaggio. E mi sono innamorata del ragazzo che mi lavava i capelli e che poi mi ha fatto la piega.

Sì, lo so: in primo luogo dopo tutte le parole usate per disquisire sull’amore, la complementarietà eccetera eccetera, non dovrei scrivere “mi sono innamorata”. Sono un fastello di contraddizioni, come si autodefiniva Anna Frank.

In secondo luogo, questo coup de foudre è scoccato ancora prima che il giovane (giovanissimo, quasi adolescente) aiuto-parrucchiere mi rivolgesse la parola. Ed è scoccato perché per la prima volta, dopo un tempo che mi pare infinito, un uomo si prendeva cura di me. D’accordo, perché era pagato per farlo - e da qui a reclutare un gigolo spero la strada non soltanto non sia breve, ma copra una distanza infinita! Era pagato per farlo, ma lo faceva bene e, soprattutto, lo faceva: mi ha messo lo shampoo, il balsamo, mi ha massaggiato a lungo la testa, mi ha pettinato delicatamente i pochi capelli rimasti dopo l’intervento con la spazzola di qualche minuto prima. Poi mi ha fatto mettere a testa in giù e mi ha asciugato con un phon accarezzandomi la testa. Finché, dulcis in fundo, non si è messo a definire tutti i riccioli, uno ad uno, con un ferretto dall’aria piuttosto inquietante. E abbiamo parlato del più e del meno, ho anche riso parecchio perché era piuttosto simpatico. Ma non è (sol)tanto questo. E’ stato il prendersi cura di me.

La solitudine gioca brutti scherzi, a volte.

Soprattutto quando lui, alla fine di tutto, mi ha porto il cappotto per infilarmelo e io, di rimando, gliel’ho strappato dalle mani: “no, grazie, faccio da sola”. Perché le armatute sono potenti e appiccicose; le armatute sono più comode delle armature ma, forse anche per questo, ti restano attaccate alla pelle come un’abbronzatura dannosa, terrosa e incartapecorita.

Pero ahora me voy. Hasta luego!

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Inizia il quarto mese di dieta

Proprio mentre volge al termine il mio trentesimo anno di vita, sto entrando nel quarto mese di dieta.

E’ da una decina di giorni che non mi peso ma, complessivamente, credo di aver perso circa otto o nove chili. Un po’ meno di due taglie di vestiti, suvvia; e le due taglie esatte in meno sono il mio obiettivo – entrare di nuovo in un vestito comprato qualche anno fa giusto in tempo per entrare nel ruolo di testimone del matrimonio di Scassaritratti.

Chi mi avesse conosciuta tra ottobre 2007 e l’inizio di febbraio 2008, se mi vedesse di nuovo oggi, probabilmente, noterebbe nel mio corpo un grosso cambiamento: il viso è più affilato e meno tondeggiante, il giro vita più delineato, le gambe meno massicce e i polpacci più simili a quelli di una donna in carne che a quelli di un terzino della Nazionale.

Spesso – non sempre ma spesso, almeno quando non dovuto a cause organiche – un aumento di peso corporeo è un modo diverso di riempire uno spazio altrimenti vuoto.

In passato sono ingrassata nei periodi della mia vita in cui mancava qualcosa di essenziale e che, tuttavia, non volevo riconoscere come tale: la tensione, in un rapporto troppo dato per scontato; il lavoro, che sebbene ci fosse non era quello che volevo; l’emotività, soffocata dalle armatute che lentamente si sono inventate protesi a forma di imbuto in cui buttare dentro cibo e alcol senza criterio alcuno.

Conosco persone ingrassate a dismisura senza motivi apparenti; ma quando vai a scavare un po’ sotto la scorza scopri compagni affettivamente assenti o anche rinunce mai riconosciute come tali e mascherate invece da “cambiamenti di interessi o priorità”.

Decidere di mettersi a dieta è, innanzitutto, una richiesta di aiuto: un riconoscere di fronte a se stessi che esiste uno spazio mentale o affettivo o quant’altro che è desolantemente vuoto – e che nonostante tutti i nostri sforzi ingurgitativi non si è riempito affatto.

Incominciare una dieta non è poi tanto difficile, se la si inizia con questa consapevolezza – che può essere anche non del tutto consapevole, non importa: è importante che ci sia, altrimenti dopo un tempo più o meno breve i sacrifici che necessariamente un regime alimentare ipocalorico comporta non saranno più accettabili in mancanza di una visione che vada al di là della banale misura della circonferenza cosce.

Dopo un po’ di tempo, infatti, se tale consapevolezza è ben radicata, le rinunce diventano un’abitudine; non significa che costi meno fatica resistere alle tentazioni, questo no. Il ne faut pas rêver, come dicono i parigini. Significa, piuttosto, che l’abitudine a rinunciare al piacere immediato e gratificante del cibo superfluo rende la rinuncia meno dolorosa, meno faticosa da sopportare. La svuota di ogni valenza simbolica, in un certo senso - tanto per non dimenticarsi del ruolo dei vuoti e dei pieni.

Ma la parte più difficile di una dieta non è la dieta in sé, quando quel limbo oscuro che si chiama mantenimento. Il mantenimento indica quel periodo in cui continui a controllare ogni cosa che entra nella tua bocca o quasi e, a seconda delle oscillazioni del peso, stabilisci la quantità (e soprattutto la qualità) di ciò che devi ingerire perché l’ago della bilancia non subisca più variazioni.

Il mantenimento è il periodo più difficile perché privo di qualsivoglia gratificazione: nessuno che ti fa complimenti perché sei riuscito nell’intento di perdere quegli X chili; nessuno che ti guarda con invidia; nessuno che sibila che sei troppo magra e stavi molto meglio prima. Niente di niente. Perché il mantenimento è una supposta normalità. E’ la ricerca, per essere più precisi, di quella che vorresti diventasse la tua nuova normalità.

Ed è il terrore puro di scoprire che quello spazio non più riempito dalle tue grazie generose adesso sarai costretto a riempirlo con ciò che, davvero, più ti manca. Non c’è (più) santo che tenga.

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Il ritorno dei primi 4 minuti

Ed eccoci arrivati finalmente alla terza e ultima puntata della serie dei 4 minuti, dedicata ad argomenti che variano dai pettegolezzi sulla vita sentimentale dei presidenti della repubblica (1) al ruolo dello speed date nella società contemporanea (2). Non l’avevo promesso, ma l’ho fatto comunque: sono andata a cercare la puntata dei Simpson in cui Marge partecipa a uno speed date e ho caricato la manciata di minuti “incriminata” su Vimeo.

Due brevi considerazioni a latere, anzi tre: in primis, parrebbe quasi che io sia in grado di mantenere soltanto le promesse che NON ho fatto. E comunque. E’ in inglese, lo so; chi non avesse la voglia o la possibilità di decifrare i testi ma fosse interessato a capire più in dettaglio mi mandi un’email a odiamore@gmail.com: spedirò a chi ne farà richiesta la trascrizione in italiano. E questo mi porta all’ultima considerazione: sono proprio alla frutta, se ho trascorso un’intera serata a tagliuzzare video (con MPEG Streamclip per Mac, se interessa) anziché finire di leggere un libro su materia ed energia oscura che sarà tradotto in italiano oppure no a seconda della valutazione espressa nella mia recensione.

Mmm. Forse già soltanto il fatto che le mie due alternative per la serata fossero “tagliuzza video dei Simpson e trascrivi i dialoghi fingendo con te stessa che sia un’utile esercizio linguistico” oppure “leggi altre trenta o quaranta pagine fitte fitte di termini come CBR, WIMP e altri acronimi dall’aspetto inquietante” è indice di essere non alla frutta, ma ben oltre l’ammazza caffè.

Ispirata da Marge e, in particolar modo, dalla battuta finale di una delle sue sorelle (un intraducibile “go suck a rat, arsanova“), ho fatto poi alcune riflessioni sorseggiando una tisana che avrei tanto voluto sostituire con del rum cubano – ma nell’ultima settimana non ho perso nemmeno mezz’etto, quindi niente di fatto.

In primo luogo, è, se non certo, quantomeno altamente probabile che un individuo sentimentalmente libero ogni volta in cui si trova in una situazione sociale ricca di persone dell’altro stesso sia, anche inconsapevolmente, attento a valutare chi lo attornia (anche) come possibile persona-con-cui-uscire. Se non altro.

Capita addirittura a me, pertanto mi sento autorizzata a indurre valga per la maggior parte degli esseri umani.

La prossimità fisica è condizione necessaria per essere attratti da qualcuno – non sufficiente, è chiaro; e nemmeno mi sentirei di considerarla una regola ferrea (cfr. innamoramenti vari per star del cinema / musica / spettacolo ecc.). Pur tuttavia, è quantomeno plausibile affermare che, istintivamente, cerchiamo i possibili partner in ambienti fisicamente accessibili.

Di conseguenza, immagino che anche in un’atmosfera artefatta come potrebbe essere quella che avvolge uno speed date venga naturale, almeno alla maggior parte delle persone, compiere quell’azione che a volte si definisce eufemisticamente “guardarsi intorno”. Insomma, capita persino a quel modello di virtù che è Marge Simpson!

Nei paesi anglosassoni, infatti, lo speed date è diventato ormai da alcuni anni un modo come un altro per conoscere persone nuove, coinvolgendo anche persone che mai si sarebbero sognate di rivolgersi all’antenata agenzia matrimoniale (forse anche perché non è il matrimonio, ciò che cercano - non in prima battuta, se non altro).

In secondo luogo, ci perseguitano ormai da diversi lustri studi psicologici che asseriscono che le donne cercano un uomo ricco oppure, a seconda dell’età, con ottime prospettive di diventarlo; gli uomini, al contrario, cercano donne belle, ossia con un certo rapporto vita-fianchi e una pelle priva di difetti.

Una delle spiegazioni che di solito si danno a tale cliché è che dal punto di vista evolutivo le donne necessitino di un compagno in grado di garantire la sopravvivenza della prole, mentre gli uomini ricerchino, per la madre dei propri figli, caratteristiche che siano indice di ottima salute e, sostanzialmente, di geni buoni da trasmettere ai propri discendenti.

L’esperimento di Paul Eastwick ed Eli Finkel descritto nell’ormai famigerato articolo di Nature era strutturato in maniera molto semplice. Prima dello speed date, i partecipanti (studenti o ragazzi appena laureati, chiaramente privi di un compagno fisso) dovevano riempire un questionario in cui indicavano le proprie aspettative nei confronti di un potenziale partner: i requisiti sine qua non, le qualità più importanti, i gusti, l’aspetto fisico, il tipo di lavoro, il reddito e simili. Dopo l’incontro (monitorato dai ricercatori grazie a telecamere e registratori), come da prassi quanti si piacevano reciprocamente potevano ottenere i recapiti dell’altro e decidere di incontrarsi nuovamente; gli incontri successivi, riservati e non oggetto di osservazione, erano comunque “sorvegliati” da Easwick e Finkel grazie a interviste fatte, in forma privata, con i singoli soggetti coinvolti.

I questionari sottoposti prima che lo speed date avesse luogo hanno rispecchiato il cliché con una precisione sbalorditiva: la maggior(issima) parte delle donne indicava che, tra le caratteristiche più importanti del partner ideale, la ricchezza o la prospettiva di un buon guadagno futuro era al primo posto. La maggior(issima) parte degli uomini, parallelamente, sembrava dar ragione ai cosiddetti esperti di marketing convinti che, per vendere una rivista o un’automobile o un vasetto di yogurt con proprietà lassative sia necessario associare al prodotto una ragazza giovane, molto photoshoppata e pochissimo vestita.

Peccato che, già dopo il primo giro di speed-incontri, le coppie che si erano formate prescindessero da entrambi i supposti desiderata: ragazze non ancora liberatesi dell’acne adolescenziale e con un rapporto vita-fianchi pericolosamente vicino all’unità (leggasi: busto a forma di tronco) avevano riscosso notevole successo anche presso più di un giovanotto. Allo stesso modo, un trombonista in erba e con il conto perennemente in rosso era in più di un caso passato davanti, come preferenza, a un quartetto di promettenti avvocati.

E allora? Che conclusioni si possono trarre, anche alla luce dei risultati ottenuti da Nalin Ambadi con i video muti lunghi soltanto una manciata di secondi?

Da un certo punto di vista, per quanto possiamo pensare di avere ben chiare le nostre esigenze e aspettative nei confronti di un partner, la vita di tutti noi è costellata di controesempi; personalmente, resto convinta di aver vissuto la storia più bella della mia vita con una persona che non leggeva romanzi neanche sotto tortura mentre, a priori, sarei portata a dire che requisito essenziale per un ipotetico partner sia proprio l’essere un divoratore di libri.

Io la vedo così: le impressioni “a pelle” sono quelle che, alla lunga, costituiranno il modo in cui vediamo e, soprattutto sentiamo una persona dopo mesi o anni di frequentazione. Ci sono, nel corso del tempo, delle fluttuazioni intermedie, che incidono però soltanto minimamente sulla valutazione nel lungo periodo. La persona, per esempio, che ci colpisce fin da subito per la sua aria sfuggente e inarrivabile che fa tanto bello e impossibile, potrà essere un compagno affidabile per un certo lasso di tempo; arriverà però il giorno in cui, mentre laviamo i piatti, gli o le butteremo addosso il fatidico rimprovero: “Quando ho bisogno di te, tu non ci sei mai.”

Ci sono dei momenti in cui pensiamo “cambierà” o, addirittura, ci convinciamo del fatto che noi riusciremo “a farlo cambiare“. Peccato, però, che non succeda mai.

O forse invece è, rassicurantemente, una fortuna. Chissà.

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Azioni e reazioni emotive

Ho già scritto, provocando tra l’altro una serie di commenti più interessante del post in questione, di pregi e difetti degli sms nei rapporti umani; e ho già scritto di significati e implicazioni della distanza nei rapporti umani.

Dopo l’appuntamento galante-o-elegante? di un paio di settimane fa, tuttavia, ho continuato (un po’ ossessivamente, lo ammetto) a interrogarmi su entrambe le questioni: la difficoltà se non altro di avviare una storia a distanza colmando non soltanto la distanza fisica ma, soprattutto, quella interiore - che è inevitabile esista quando il rapporto è ancora soltanto una ragnatela di possibilità; e la difficoltà, nonostante tutti i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione con estrema generosità, di stabilire ex novo un canale di comunicazione privilegiato con qualcuno.

Per quanto riguarda la distanza, c’è ben poco da fare; come consiglia saggiamente Sole, si tratta soltanto di aspettare fatalisticamente una prossima occasione di incontro – che potrebbe anche non avvenire prima di molto tempo. Nessuno spunto di riflessione che possa interessare altri che la sottoscritta, pertanto.

Per quanto riguarda invece il ruolo degli sms, credo di poter provare ad astrarmi dal caso particolare (in cui, per la cronaca, circa una settimana dopo io ho spedito un sms privo di significato e mi è arrivata una risposta altrettanto priva di significato, e poi più nulla) e formulare una regola di portata più generale.

Nel caso degli sms, infatti, vale una sorta di terza legge di Newton: ad azione corrisponde una reazione, ma non necessariamente uguale e contraria.

Cercherò di spiegare meglio cosa intendo; fermo restando che, per chi non se lo ricordasse o non l’avesse mai capito davvero (perché molti insegnanti danno per scontato che la formulazione del principio sia di immediata comprensione, mentre per me, ad esempio, non è lo stato affatto), una reazione uguale e contraria significa una reazione uguale in intensità - stessa forza, quantitativamente parlando - e opposta in verso - se l’azione agisce dall’alto verso il basso, la reazione sarà dal basso verso l’alto. ovvio, certo, ma io ho dovuto aspettare il secondo anno di università per poter confessare a me stessa di averlo assimilato fino in fondo.

Tornando con la mente indietro nel tempo (e ripetendomi, lo so, rispetto a un post precedente) ricordo quando per mettermi in contatto con qualcuno non avevo che due alternative: la telefonata o la lettera.

La telefonata era dedicata agli amici vicini, la lettera agli amici lontani - semplicemente per una questione economica, dal momento che dopo quando, a tredici anni, feci lievitare la bolletta telefonica bimestrale sino a 400 mila lire (credo almeno 500 euro di oggi) i miei genitori reagirono - per l’appunto - di conseguenza e mi vietarono l’uso del telefono. La telefonata era l’agire d’impulso e sotto dosi incredibilmente alte di adrenalina; la lettera la possibilità di meditare su forma e contenuto sino a strappare la trentesima versione (ormai illeggibile per le troppe cancellature e riscritture lungo i margini) e ricominciare tutto daccapo.

Scrivere una lettera, oggi, è un gesto forte: proprio perché ci sono così tante alternative per comunicare, prendere in mano una penna, cercare un foglio di carta e una busta, comprare un francobollo e soprattutto attendere che la lettera arrivi tra le mille incertezze dei sistemi postali non soltanto è démodé ma richiede uno sforzo incredibile che sarà (anche inconsapevolmente) valutato dal destinatario proprio in quanto tale.

E’ un vero peccato sia così, perché io adoro ricevere lettere manoscritte - anche se non sono lettere d’amore. Perché “una lettera non dice quello che vuole solo con la scrittura. Si può leggere la lettera anche annusandola, toccandola, palpandola, proprio come un libro. Perché le persone intelligenti dicono, leggi, vediamo cosa dice la lettera. Le persone stupide invece dicono, leggi, vediamo cosa scrive. L’abilità sta nel leggere tutta la lettera, non solo il testo.” (Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi)

L’azione “scrivere una lettera (e spedirla)” comporta sì una reazione, nel destinatario, ma tale reazione è dilatata nel tempo e nello spazio. Una lettera non sempre richiede una risposta; e sono certa del fatto che, quand’anche la richieda esplicitamente, tale risposta è a lungo meditata: il tempo intercorso tra l’azione e la reazione diluisce ed enfatizza i sentimenti sino a stravolgerli completamente, almeno in alcuni casi.

Il discorso cambia radicalmente nel caso di una telefonata: i cellulari hanno fatto crescere esponenzialmente (o qualcosa del genere) il numero di telefonate che ogni individuo compie e riceve ogni giorno. La persona a cui telefono sa che sono io a cercarla ancora prima di rispondere; nel caso in cui io scelga l’opzione di non far comparire il mio numero di telefono sui display altrui, viceversa, mi protegge con l’anonimato ma a esso mi vincola: se non ricevo risposta ai miei squilli ansiosi sarà forse perché il destinatario non risponde alle chiamate provenienti da un “Numero privato”? E risponderebbe a una chiamata che il display certifica essere stata fatta dalla sottoscritta?

Sia quel che sia, nel momento in cui la connessione emotivo-elettromagnetica è stabilita tramite il Pronto? de rigueur, ha luogo una prima fase di rassicurazione: il mio interlocutore vuole parlare con me, se non altro. La mia azione ha provocato una reazione uguale e contraria: io ti telefono, tu rispondi alla telefonata e, pronunciando quel paio di sillabe, mi ributti la palla – tocca a me, sono legittimata ad agire di nuovo perché tu mi stai invitando a farlo. Certo da questo punto in poi i giochi sono aperti, mais il ne sont pas faits.

E poi, ecco arrivare l’sms. L’azione di spedire un sms è di per sé fonte di disequilibrio – quindi già si intravede una discrepanza con il principio newtoniano: nessuna certezza sull’avvenuta ricezione (o forse ci sono strumenti tali per cui, ma non vorrei entrare nel merito) – il che lo assimila alla lettera per lo stato d’ansia che genera l’attesa. In secondo luogo, la reazione di chi risponde a un sms non è uguale all’azione; nel caso della telefonata, il semplice fatto di rispondere proprio a me è garanzia di apertura nei miei confronti, di desiderio di parlarmi. Nel caso dell’sms, invece, la risposta può essere dettata da pura cortesia, così come la non-risposta può essere una risposta di per sé ma può anche essere un accidente, dovuto a ritardi nella ricezione, a un telefono tenuto spento per un tempo prolungato… O tutte le altre cose che mi vengono in mente (dal furto del cellulare a un’invasione degli alieni) quando aspetto un sms che non arriva.

E poi: se io spedisco un sms e ricevo una risposta più o meno subito, cosa diavolo significa? E’ davvero, la risposta, una reazione uguale in intensità (emotiva) ma contraria in verso (ossia da-te-a-me anziché da-me-a-te)? La domanda è retorica, perché conosco già tutta la storia: non significa un accidenti di niente. Perché può significare tutto: cortesia, gentilezza, automatismo, interesse ma anche disinteresse (”rispondo subito così non ci devo più pensare”).

E se invece la risposta arriva con uno o due giorni di ritardo? Anche in questo caso, la reazione potrà anche essere opposta in verso, ma certamente non è garantito sia pari in intensità. Da un lato, infatti, la risposta ritardata potrebbe voler significare, semplicemente che la persona, cancellando o rileggendo vecchi messaggi, si è trovata sotto gli occhi il mio e si è presa la briga di rispondermi perché sul momento se ne era dimenticata (lampante segno di interesse, invero!); d’altro lato, potrebbe anche significare che, al contrario, il mio essere – sustanziatosi in 160 caratteri spazi inclusi, allegria! – ha continuato ad albergare nei pensieri del destinatario in tutte quelle ore in cui ha meditato sull’opportuna risposta. Mmm. Possibile, certo; ma tra il mondo della possibilità e il mondo della probabilità esistono infiniti universi che si premurano di mantenere i due mondi alla giusta distanza – infinita, per l’appunto.

E’ come scrivevo prima: dal furto del cellulare a un’invasione degli alieni, tutto è possibile quando si comunica per interposto strumento.

E anche vis à vis, ora che ci penso… Ora che sono proprio costretta a pensarci a fondo, non è mica che le cose siano poi così tanto più comprensibili.

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La giornata del mi-rendo-odiosa

Sabato pomeriggio l’ho trascorso quasi interamente barricata in casa, con il termostato fisso sui venti gradi centigradi e qualche occhiata sporadica in direzione della finestra gettata nella vana speranza che il grigiore del cielo si fosse almeno lievemente attenuato rispetto a venti minuti prima.

Quando era ormai sufficientemente buio da non poter più distinguere i colori mi sono finalmente decisa a uscire: una breve passeggiata per scongiurare il mal di schiena, una visita dall’ottico per farmi registrare le stanghette degli occhiali e una spesa veloce che tanto la domenica avrei pranzato fuori. Il programma sembrava innocuo, gelo e umidità permettendo. Invece stavo andando incontro a un’incontrollata esplosione di acidità e sarcasmo - inespressa, per fortuna. O purtroppo?

Mi sono attenuta a quanto avevo previsto di fare, allungando rispetto alle intenzioni iniziali il percorso della passeggiata non appena mi sono accorta che il freddo era più sopportabile del previsto.

Non ero di cattivo umore, anzi: la sera prima ero uscita divertendomi molto pur avendo bevuto soltanto acqua gassata, ero riuscita a dormire quasi otto ore di fila e dopo pranzo avevo rivisto, su consiglio di Sole, un film con Russel Crowe (cosa che non può che mettermi di ottimo umore, semmai).

Dopo aver incrociato per la terza o quarta volta qualcuno che rideva rumorosamente, tuttavia, ho preso atto di una cosa: ogni scoppio di risa aveva provocato in me la stessa, perturbante reazione. La voglia di replicare con un “ma non c’è mica tanto da ridere, sai?”

E mi è tornato in mente che qualche giorno fa, scherzando durante un pranzo con colleghi, avevo proposto di inaugurare una “giornata dell’odiosità”: ventiquattro ore in cui avere come scopo quello di rendersi il più odioso possibile per chiunque venga a contatto con noi.

Anche un “pomeriggio del mi-rendo-odiosa” sarebbe più che sufficiente, a ben pensarci – magari con cadenza mensile o bimestrale a seconda delle necessità e del tempo di guarigione da lesioni fisiche eventualmente riportate in conseguenza a parole o azioni.

Trovo che consacrare ufficialmente parte della propria vita al rendersi odiosi avrebbe un notevole effetto catartico, almeno per la sottoscritta.

Innanzitutto, rendersi odiosi non è affatto facile: occorrono sagacia, conoscenza dei punti deboli dell’altro, ottimi tempi di reazione e, last but not least, una notevole faccia tosta.

Mi ricordava Gerry che, non troppo tempo fa, un tizio che avevo appena conosciuto se ne era uscito con una considerazione tipo “non ho niente contro i gay, ma… non è che di base mi siano molto simpatici.” Proprio il tipo di generalizzazioni che mi fanno andare in bestia. Io l’avevo squadrato dall’alto in basso (almeno metaforicamente, dato che non raggiungo il metro e sessantacinque nemmeno se salgo su una sedia) e avevo replicato con l’aria innocente di chi sta per fare un gran complimento: “Sai, in effetti ho molti amici gay. Anzi, ora che ci penso: tutti i miei migliori amici sono gay.”

Cosa peraltro vera soltanto fino a un certo punto: ho grandi amici che sono gay ma ne ho anche tanti che non lo sono - ma chissenefrega! La giornata del “mi rendo odioso” non è mica la giornata del “dico soltanto la verità”: pur di raggiungere lo scopo, è consentito anche distorcere un po’ la realtà a proprio gradimento. A la haine comme à la haine, pertanto.

Inoltre, rendersi odiosi agli altri immagino comporti in se stessi strane reazioni: se scopro di essere davvero brava a risultare insopportabile e, per contro, a sopportarne io stessa le conseguenze, cosa imparerò su me stessa? Che ho un lato oscuro a cui non sempre do ascolto, magari? Che tante volte a essere fintamente buoni non si guadagna nulla? Che le energie impiegate per farsi accettare acriticamente da chiunque forse potrebbero essere incanalate diversamente?

E’ che a volte sono stufa di essere spinta a riconoscermi nello stereotipo della zitella inacidita; ancora di più, mi infastidisce tremendamente che gli altri me lo facciano notare.

Almeno una volta ogni tanto, quindi, mi si consenta di dichiarare apertamente le intenzioni: quanto riusciamo a essere detestabili, se davvero ci mettiamo d’impegno?

Ogni tanto ci vorrebbe proprio

Sarà un caso che, proprio la notte di San Valentino, mi sia venuta l’influenza? E non l’influenza con la febbre, ma quella ben più perniciosa che, pur facendoti sentire come se il tuo corpo fosse diventato una pista di prova per carrarmati, non ti impedisce di uscire di casa per venire in ufficio a far finta di lavorare.

Io non festeggio il Natale, non festeggio la Pasqua e, da qualche anno ormai, tendo a trascurare anche i compleanni - il mio, se non altro. Risulta quindi abbastanza ovvio che, almeno in teoria, festività comandate dal marketing globale dovrebbero essermi del tutto indifferenti.

Come se non bastasse, stamattina, dopo una notte insonne trascorsa tra il freddo e il caldo mettendo e togliendo calzettoni e maglioni di lana - sono diventata bravissima a vestirmi al buio sotto il piumone, in compenso - non appena entro in bagno e accendo la radio mi trovo costretta ad ascoltare un servizio su pregi e difetti della vita da single: single per scelta, single per forza, single che consumano e inquinano più delle coppie…

Io non lo so, perché non sto con nessuno né esco con nessuno né c’è qualcuno che mi interessa “in quel senso”. E non è che si tratti di una condizione che patisco, a dirla proprio tutta.

Però poi a volte capita che sono le tre di notte e non sai se hai freddo o caldo, ti fa male la schiena e hai i brividi alle gambe e alle braccia nonostante la fronte sia imperlata di un sudore appiccicaticcio. E ti investe un ricordo indistinto che probabilmente è una sovrapposizione di ricordi diversi (alcuni dei quali risalenti alla primissima infanzia, credo): la persona sdraiata accanto a te ti abbraccia, ti passa un fazzoletto bagnato sulla fronte, ti massaggia la schiena, ti porta una tisana calda.

Che dire? Ogni tanto ci vorrebbe proprio…

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