Archivio per la categoria 'errori di parallasse'

Il soggetto e il suo complemento

Qualche post fa, Sara scriveva in un commento di essere anche lei, come la sottoscritta, una grande sostenitrice della complementarietà nei rapporti umani.

A livello evolutivo, l’accoppiamento tra due partner con geni molto simili non è una strategia molto azzeccata; per convincersene, basta pensare alle comunità molto chiuse, in cui alto è il numero di matrimoni tra consanguinei e altrettanto alto è il numero di malattie genetiche (più o meno rare) nella relativa prole - la correlazione, che salta all’occhio anche soltanto intuitivamente, è stata provata su basi scientifiche ormai da parecchio tempo.

Da un punto di vista evolutivo, pertanto, è chiaro che la frase di Catherine Earnshaw da me citata in quel post (”Lo amo perché è più me stesso di quanto non lo sia io; quale che sia la sostanza di cui sono fatte le nostre anime, la mia e la sua sono uguali.”) va contro il benessere dell’individuo e, più in generale, della specie. La saggia Catherine, infatti, genererà i propri figli non con l’amato Heathcliff, ma con Linton (”mentre la mia anima e quella di Linton sono diverse quanto il fulmine dalla luce della luna, o il ghiaccio dal fuoco”).

Bene: con buona pace della genetica, vorrei provare a spingermi oltre.

In linguistica (più propriamente, nella grammatica) un complemento indica principalmente un qualcosa (parola o gruppo di parole) necessario a una frase per completarne il significato: io sono stanca, la mia dietologa costa tanto, i miei colleghi bevono il caffè eccetera eccetera. Vaghe reminiscenze delle scuole medie - condite con un controllo incrociato della voce su Wikipedia in italiano, inglese e francese più una sbirciatina sul sito dell’Accademia della Crusca. Più in generale, un complemento è una parte che, aggiunta a un’altra, formerebbe un tutto.

Necessario per completarne il significato: il mio complemento è qualcosa che completa il mio significato, il mio senso.

Etimologicamente, infatti, il sostantivo complemento deriva da còmpiere, a sua volta proveniente dal latino complere (riempire interamente, colmare). Còmpiere, a sua volta, è composto da cum ed empìre (o èmpiere) - termine arcaico che originariamente copriva l’aria semantica oggi occupata soltanto più da riempìre (rièmpiere), con un re rafforzativo del quale non ci siamo più voluti liberare. Ed empìre - o èmpiere che dir si voglia - ha esattamente la stessa radice dell’aggettivo pieno.

Il mio complemento, pertanto, è qualcosa che mi rende piena quando è proprio lì con me.

Eppure. Eppure mi sto interrogando ripetutamente, negli ultimi tempi, su una questione che mi sta particolarmente a cuore e che mi chiedo se sia condivisa anche da altri esseri umani: quanto, nella persona “ideale” che vorremmo avere accanto, buttiamo dentro tutti quegli aspetti che noi vorremmo avere e che invece non ci appartengono?

Stamattina collegavo il discorso al rapporto genitore - figlio; non ne ho esperienza diretta se non come figlia, eppure trovo estremamente plausibile che un genitore, magari anche del tutto involontariamente - o anche volontariamente, ma senza alcuna cattiva intenzione (anzi, semmai il contrario, nonostante si sappia che la strada per l’inferno proprio di quelle è lastricata, delle buone intenzioni) -, voglia che il proprio figlio o la propria figlia realizzino le cose che lui non è riuscito a portare a termine - ossia che riescano là dove lui ha fallito.

Nelle cose eclatanti come il successo sociale, il benessere economico; ma anche nelle cose meno tangibili come il senso dell’umorismo, la passione per l’enogastronomia, una spiccata competenza riguardo le diverse tipologie di tessuti con cui è possibile confezionare un abito da uomo. Insomma: la qualsiasi.

A costo di essere tacciata di riduzionismo: perché non dovrebbe succede qualcosa di analogo nel momento in cui si sceglie il padre o la madre dei propri figli, allora? Cosa impedisce che, in realtà, la ricerca di un compagno o una compagna complementare possa essere semplicemente una strategia per andare a riempire i vuoti o le carenze che riteniamo di avere e che non vorremmo mai fossero trasmesse, pari pari, alla nostra prole? Perché cos’altro sarebbe, altrimenti, il tutto formato dalle due parti, in ultima analisi?

D’accordo, ho scritto “il momento in cui si sceglie il padre o la madre dei propri figli” anziché “la persona di cui ci invaghiamo“, mentre non sempre le scelte sentimentali (o anche più prettamente sessuali) sono strettamente correlate al desiderio di procreare.

Però. Però, nonostante la (meritoria) rivoluzione sessuale, nonostante la (straordinaria) invenzione di metodi anticoncezionali completamente affidabili, nonostante la mia condizione di donna lavoratrice - indipendente - economicamente autonoma, impensabile ai tempi di mia nonna novantenne (la quale ancora non sa che vivo da sola); nonostante questo e nonostante quello…

Io non riesco proprio a prescindere dal fatto che il sesso sia, di base, il modo in cui la nostra specie (così come molte altre) perpetua se stessa; non riesco proprio a dimenticarmi che tutti quei consigli su “come raggiungere l’orgasmo in 5 minuti”, “come fare miagolare di piacere il tuo lui / la tua lei” disseminati ormai non soltanto più nelle riviste femminili ma un po’ dappertutto altro non siano che il modo contemporaneo di mascherare il fatto che il piacere collegato al sesso è, prima di tutto, uno specchietto per le allodole “messo a punto” dalla Natura per tenere alto il tasso di natalità.

E probabilmente chi mi legge da un po’ l’aveva già capito ;-)

[diggita] [informazione] [OkNotizie] [Segnalo] [SEOTribu] [technotizie] [wikio] [YahooMyWeb] [Technorati]

Spedisci via mail

It wasn’t a date (was it?)

Lunedì scorso, per me, è stato un giorno di vacanza pura e semplice; al contrario di martedì e mercoledì, in cui ho avuto appuntamenti di lavoro incredibilmente faticosi ma non particolarmente coerenti rispetto a questo post, lunedì era libero di impegni di qualsiasi genere.

Proprio l’occasione giusta per trascorrere due ore a girovagare per una pinacoteca già visitata più e più volte, in passato, con in mano guide turistiche, con sulle orecchie cuffie di audioguide e con in testa brandelli di saggi di storia dell’arte. La libertà, pertanto, di passeggiare tra le sale fermandomi soltanto davanti ai quadri che attiravano la mia attenzione anche se di artisti ignoti ai più; la libertà di fermarmi circa quaranti minuti davanti a un olio di Van Eyck e, due sale dopo, snobbare dei girasoli di Van Gogh perché tanto dopo aver visto questo non c’è storia; la malinconia agrodolce suscitata da Vermeer, in omaggio alla scommessa fatta tanti anni fa con il mio ex fidanzato di riuscire a vedere, nell’arco della nostra vita, tutti i 34 o 35 dipinti di quello che è uno dei miei [dei nostri] pittori preferiti.

L’occasione giusta per bighellonare in un negozio di vestiti tutto sommato più brutti di quelli che trovo in Italia oltre che decisamente più cari, soltanto per avere poi meno tempo da trascorrere in libreria - perché il conto in banca rosseggia ma nonostante ciò ci sono tentazioni alle quali non sono in grado di resistere.

E l’occasione giusta per incontrare un amico che conosco dagli anni delle scuole medie e che ho continuato a incrociare nei corridoi del liceo; una persona trasversale a più di metà della mia esistenza che, tuttavia, non ho mai frequentato se non in quelle rare occasioni in cui ci trovavamo a trascorrere qualche giorno di vacanza nello stesso periodo e nello stesso luogo.

Se però, da un lato, le pinacoteche non fanno altro che rispettare i propri orari di apertura e chiusura, le persone hanno una vita sociale, lavorativa e, a volte, anche segreta: tutte cose che richiedono comunicazioni preventive nel caso in cui tali persone si vogliano o possano incontrare in un lasso di tempo delimitato. Il giorno in cui sono atterrrata, pertanto, ho mandato a quest’amico un sms per fargli sapere che lo avrei incontrato volentieri il pomeriggio o la prima parte di serata di lunedì – prima, cioè, che Sole tornasse a casa dal lavoro intorno alle 23.

Le quattro sembrava a entrambi un orario ragionevole per incontrarsi e, proprio perché un lunedì non è normalmente un giorno di vacanza, ho lasciato decidere a lui il luogo e i tempi.

Quando, con ancora impressi sulla retina i rossi di Hans Memling, mi sono trovata a fronteggiare manufatti artistici della seconda metà del novecento con i capelli disastrati (raccolti in una treccia tenuta insieme da una matita Ikea recuperata miracolosamente in borsa) e un piumino più adatto a un’escursione al polo nord che a una galleria di arte contemporanea, tuttavia, mi sono sentita un po’ fuori tempo, fuori luogo e fuori contesto.

Avrei voluto aver almeno riletto una volta quel volumetto sul dadaismo, essermi fatta uno shampoo (e magari anche un impacco lucidante) venti minuti prima e, soprattutto, indossare un microscopico cappottino a delineare una silhouette già definitivamente approvata dalla mia dietologa. In assenza di tutte queste cose, superato il primo momento di frustrazione e liberatami del senso di inadeguatezza, mi sono limitata a godermi la mostra – apprezzando in particolare una scatola di sigari ricoperta di molle chiamata It’s Springtime.

Il fatto è che ci sono uomini che non hanno mai fatto parte del mio carnet sentimentale: quelli che al ristorante ti chiedono cosa vuoi mangiare per essere loro a comunicarlo al momento delle ordinazioni; quelli che sono sempre vestiti nel modo giusto per l’occasione giusta e che, non so se ciò nonostante oppure proprio di conseguenza, ti fanno sentire bene anche se sei conciata nel modo meno consono possibile; quelli che sanno sempre e comunque dove andare nel momento in cui ti viene voglia di bere un caffé, un te o addirittura un improbabile liquore di bacche giamaicane e, immancabilmente, il luogo in cui servono ciò che tu desideri è incredibilmente bello e accogliente, per non parlare del fatto che la lunghezza del percorso per raggiungerlo è direttamente proporzionale alla comodità delle tue scarpe e inversamente proporzionale al livello di stanchezza; quelli che, addirittura, ti consigliano la strada da fare per raggiungere un posto perché da quel tratto si gode di una vista mozzafiato sulla città o, in alternativa, c’è uno scorcio architettonico così incantevole che ti chiedi come sia possibile tu non l’abbia mai notato prima. Quelli che, maledizione a loro, si ricordano di tutte le minuzie che hai detto sette mesi prima e te le restituiscono per innescare una lite senza fine o, al contrario, per farti sentire la persona più ricca di spunti e contenuti interessanti che abbiano mai incontrato nella loro vita.

E lo fanno con tutti e con tutte, e tu non soltanto lo intuisci, ma lo sai; ne sei perfettamente consapevole perché tali comportamenti sono frutto dell’educazione ricevuta e di abitudini acquisite con il tempo e l’esperienza: non possono essere semplicemente innati – non se presenti tutti insieme contemporaneamente nella stessa persona, per lo meno. Anche se, a voler proprio essere precisi, un assaggio di tutto questo era già presente quando la persona in questione ancora non aveva l’età per guidare un’automobile, ma tu eri forse troppo inesperta per renderti conto del fatto che nel resto della tua vita avresti sempre incontrato qualcos’altro, perché di qualcos’altro saresti sempre andata alla ricerca.

E ti chiedi come sia possibile che questi uomini, nonostante l’assoluta – se non addirittura esplicitamente dichiarata - assenza di esclusività, riescano a farti sentire un’eletta.

Ed è di questo che si tratta: accompagnarmi per una mostra che mi sarei pentita di non essere riuscita a vedere; portarmi a cena in un posto da cui per quasi tre ore ho ammirato il panorama che, da quando lo scoprii per la prima volta tanti anni fa (e da dieci piani più in basso), mi riempie il cuore di gioia più di qualsiasi altro; non riempirmi di complimenti, ma dosarli nella quantità, nel tono, nel modo e soprattutto nei contenuti giusti; farmi sentire investita dell’unica responsabilità di assaporare il cibo, il vino e la conversazione senza dovermi (pre)occupare di nient’altro se non di impostare la modalità comportamento da tenere in ristorante chic maneggiando posate e bicchieri; e ancora e ancora e ancora.

Ma, per quanto scrivevo prima, era in me sempre presente un sottofondo di consapevolezza relativa al fatto che io non ero necessariamente IO, quanto piuttosto la persona con la quale si accompagnava quella particolare sera (e, se proprio devo raccontarla tutta, anche il pomeriggio del giorno dopo e di quello dopo ancora, ma questa è un’altra storia in cui la parte del leone la fa la migliore torta di mele che abbia mangiato in vita mia. Però la prossima settimana io ho appuntamento con la dietologa, quindi faccio finta che non sia successo).

E poi, in fondo, non stavamo facendo altro che una simpatica rimpatriata tra compagni di scuola: pettegolezzi su antiche conoscenze comuni, una spruzzata di ricordi e qualche commento sulle coppie sedute nei tavoli accanto.

Checché ne pensi e ne dica Sole, non si trattava mica di un appuntamento galante.

Vero?

Walk like an Egyptian

Quando avevo dodici, forse tredici anni smisi di andare in vacanza con i miei genitori. Appena cominciai a sentire il profumo dell’adolescenza; appena provai l’ebbrezza di andare in vacanza da sola, con persone che non avevo mai visto prima di partire; appena iniziai a rendermi conto che dividere una stanza da letto è bello se chi è intorno a te è propenso – o per lo meno disposto – a trascorrere metà della notte a parlare.

Mi si prospettano otto giorni con loro, adesso – ma in stanze separate. Otto giorni di vacanza in un periodo in cui solitamente lavoro sino a sfinirmi. Otto giorni di sole e riposo e immersioni – non nel mare, bensì nel passato remoto. Otto giorni di viaggio organizzato (unica nota dolente): volo charter più crociera più hotel – con – piscina più negozi – di – souvenir.

Viaggio organizzato: concetto neutro, all’apparenza, che nasconde le peggiori insidie mai concepite dall’umano ingegno. Già immagino un gruppo composto di coppie di mezza età e coppie giovani in viaggio di nozze. Un gruppo di persone che emetteranno striduli gridolini alla vista del tempio di Abu Simbel e non smetteranno di scattare foto alla loro dolce metà appena giunti in prossimità della Sfinge.

L’ultimo – nonché unico – viaggio organizzato a cui abbia mai partecipato risale a quando ancora avevo i denti da latte; anzi, i due incisivi erano appena caduti, facendo sì che nelle foto compaia con un fantastico sorriso caratterizzato da due bei buchi proprio al centro della bocca.

Mio padre era in Australia per lavoro durante tutto il mese di Agosto e mia madre, con un coraggio che non le avrei mai attribuito, si caricò me e una montagna di valigie sulla Motonave Achille Lauro proprio poche settimane prima del famoso dirottamento - o sequestro che dir si voglia.

Tra una festa in maschera e uno spettacolo di cabaret, tra i faraglioni di Capri e l’approdo a Cipro (pun intended), ricordo vagamente quest’uomo dall’aria sospetta (sono lombrosiana, lo so) che si aggirava negli anfratti più bui della nave – probabilmente, a posteriori, si trattava di qualcuno coinvolto nel sequestro impegnato nei sopralluoghi.

Ricordo inoltre con estremo rammarico e con rabbia acuta la sensazione di trascorrere, durante le escursioni, molto più tempo all’interno dei negozi di souvenir rispetto a quello passato a visitare i monumenti che lì vendevano in scala ridotta per pochi soldi (si fa per dire).

Chissà se le cose sono cambiate, dopo più di vent’anni. Me lo auguro – soprattutto, toccando ferro, per quanto riguarda uomini dall’aspetto losco che si aggirano per la nave con l’aria di chi sta prendendo nota di spazi e vie di fuga.

Farò come gli artisti dell’Antico Regno: guarderò la natura che mi circonda e ne rappresenterò ogni aspetto secondo il lato più esplicativo. Volto di profilo ma occhio di fronte, braccia viste di lato ma il busto da davanti. E soprattutto – chissà se mai ve ne eravate accorti – al fondo del corpo, là dove l’uomo si fonde con la terra che lo sorregge, due piedi uguali, sinistri o destri, con l’alluce sempre in primo piano. E farò come gli artisti del Nuovo Regno che, centinaia di anni dopo, nulla cambiarono rispetto ai loro maestri.

Oppure, in un impeto di voglia di vivere, avrò lo slancio di Akhenaton: unico, in migliaia di anni, a voler provare a cambiare le cose facendo rappresentare il dio Aton non in forma antropomorfa, ma come un sole i cui raggi terminano con delle mani, alcune delle quali reggono un simbolo della vita.

Perché l’immobilismo nell’arte può anche andare bene, ma nella vita no: si riproducono le cose belle, eppure allo stesso modo si portano avanti gli errori più marchiani, come nel caso dei piedi. Senza contare poi che anche le cose belle, in fondo, se ripetute sempre uguali a se stesse dopo un po’ perdono lo smalto che le caratterizzava inizialmente.

E subentra la noia, che non ci piace nemmeno un po’.

Buona settimana a tutti, e a presto ma non troppo :)

Sesto giorno di dieta

In questi giorni sto toccando argomenti tipici di una rivista femminile: prima i capelli, ora la dieta. E non è neanche finito l’inverno! Di solito, infatti, di dieta si dovrebbe disquisire a partire dal mese di Aprile, per “prepararsi al bikini”, per “partire in tempo per essere in forma sulla spiaggia”, per (cito testualmente da femminili di cui non farò il nome) “conquistare un corpo da favola in dodici settimane”. Perché d’inverno il corpo è protetto dagli abiti, che lo possono – a scelta – mascherare, sottolineare, correggere.

Almeno a queste latitudini, a dire il vero, e, soprattutto, almeno di questi tempi: si racconta infatti (e se qualcuno di voi è a Roma potrebbe andarlo a sentire di persona; io, potessi, ci andrei) che sia sufficiente un innalzamento della temperatura di due, tre gradi, perché l’ecosistema italiano diventi una (brutta) copia della fascia sub-sahariana.

Ma non ho intenzione di dissertare sulle emergenze climatiche; non oggi, quantomeno.

Perché oggi è il mio sesto giorno di dieta, e se non lo vedo scritto nero su bianco non riesco a percepirne l’evidenza, né le implicazioni.

Mettersi a dieta a inizio gennaio è, da un lato, tipico di chi ritiene di aver esagerato con cibo e bevande durante le vacanze di Natale. Si tratta di un classico dei buoni propositi per l’anno nuovo, se non vado errata. Mettersi a dieta a inizio gennaio dopo aver come al solito trascorso le vacanze di Natale in una famiglia dove il Natale non si festeggia, d’altro canto, può risultare frustrante, dato che non hai neanche avuto la soddisfazione di ingozzarti di pandoro e cioccolato per due settimane – fortunatamente, d’altronde, i vini che bevo a casa dei miei non potrei permettermeli neanche se sposassi un produttore di champagne (in quel caso però pasteggerei ogni giorno a champagne, che è comunque un’ottima scelta).

Il fatto è che per me il “problema” non era quello dei due chili guadagnati per l’eccesso di ore passate a tavola e l’azzeramento del tempo trascorso all’aria aperta. Questa è la mia quarta dieta da quando avevo quattordici anni. C’è di peggio in quanto a dipendenze, tuttavia; almeno credo.

E comunque. Da quando sono a dieta, non faccio altro che mangiare o, in alternativa, pensare a cosa mangerò al prossimo pasto. Ci vogliono determinazione e abilità nella programmazione, altro che organizzare manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica da cinquantamila visite in tredici giorni! Per inciso: manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica vuol dire poco o niente, lo so. Uno dei miei tanti problemi consiste infatti proprio nel non essere ancora riuscita a spiegare in cosa esattamente consiste il lavoro che faccio non dico a mia nonna novantunenne, ma neppure ai miei colleghi della stanza a fianco.

Che la determinazione sia necessaria è una verità incontestabile: il mio prossimo appuntamento con il medico è fissato al dieci marzo e, per quel giorno, dovrò aver raggiunto l’obiettivo di X chili persi - che potrebbero anche essere XX, ossia un numero di due cifre; al limite anche di tre, per quanto ne sapete voi. Ma non è questo il punto, vero?

L’aspetto della programmazione, al contrario, è meno evidente; pur tuttavia, seguire un regime alimentare bilanciato con l’obiettivo di perdere peso comporta una vera e propria pianificazione dei sei pasti giornalieri. Sì, sono proprio sei – per questo prima ho scritto che non faccio altro che mangiare: colazione, spuntino, pranzo, spuntino (FormerlyKnownAs merenda), cena, spuntino. Tre spuntini al giorno, dunque, che possono essere costituiti da, alternativamente, fette biscottate, cracker o biscotti secchi zerogì (l’ho scritto male apposta, qui non si fa pubblicità a nessuno ;) ). Il problema è che i biscotti secchi zerogì non si trovano da nessuna parte, se non in un piccolo negozio vicino a casa dei miei dove, finalmente, li ho scovati dopo tre giorni di ricerca determinata quanto disperata – va da sé che, con tutti quegli spuntini, una scelta limitata a due tipi di cibo soltanto risulta fortemente frustrante. Quando la cassiera mi ha visto arrivare con dieci pacchi di biscotti (e una confezione di filo interdentale, che per me è come una droga - a proposito di dipendenze) mi ha guardato con aria interrogativa: “Non sapevo fossero in offerta, a quanto li hanno messi?”

Quindi, riassumendo: sto riscoprendo doti che non ricordavo di avere, come la determinazione, l’abilità nel programmare e una grande faccia tosta di fronte alle domande impertinenti.

La prossima volta che dovrò scrivere un curriculum vitae potrei aggiungerlo:

Gentile mio prossimo [auspicabilmente!] datore di lavoro, sono dotata di grande determinazione eccetera grazie alla ripetuta messa in opera di diete dimagranti. Il fatto che tali diete sia stato necessario ripeterle, al contrario, non è indice del fatto che, come potrebbe essere portato a pensare, io non sappia, tra una dieta e l’altra, praticare l’arte della continenza, bensì che il desiderio di vincere le sfide che mi sono poste [questo fa sempre colpo] è talmente forte che sono disposta a reingrassare ogni volta di XX chili pur di potermi poi rimettere alla prova con una dieta.

…………………

Oddio, mi è venuta in mente una cosa: e se quella str—ta che ho scritto là sopra in realtà corrispondesse al vero?

Il Newton Day - ma siamo davvero sicuri?

Ero entusiasta, dopo aver letto la proposta di Richard Dawkins di celebrare il 25 dicembre come il Newton Day (via).

Mi sembrava un’idea semplicemente geniale e stavo per mandare sms di sensibilizzazione a tutti i nomi della rubrica del cellulare di lavoro e addirittura di quello privato. Sarebbe arrivato anche al mio elettricista, ora che ci penso; ma in fondo perché escluderlo? Finalmente una valida alternativa al Natale. Finalmente un nome degno di rispetto - e un faccione da fare invidia al Santa Claus della cocacola. E poi.

Poi ho scelto di passare un 24 dicembre con i miei compagni di università. Che sono miei amici, ci tengo a sottolinearlo: perché se li chiamo i miei compagni di università, i miei compagni di università si arrabbiano - e in effetti con la maggior parte di loro non ho mai seguito neanche un corso; anche i miei colleghi a volte fanno delle facce brutte quando uso in loro presenza fuori dal contesto lavorativo l’espressione i miei colleghi: sono a prendere un aperitivo con i miei colleghi; ti richiamo più tardi, sono con una mia collega; vieni anche tu stasera a cena da un mio collega?

Probabilmente non è bello che io inserisca le persone in categorie. Capisco che si arrabbino, o comunque ci rimangano male. Un anno e mezzo fa c’erano anche i miei amici del ballo (con cui facevo lezioni di salsa), e prima ancora, durante l’università, i miei compagni di liceo.

Ora che ci rifletto, probabilmente è dovuto al fatto che ho sempre frequentato gruppi di persone che in comune avevano ben poco oltre al fatto di conoscere me. Ma non era di questo che volevo scrivere, oggi.

Era la vigilia di Natale: sono uscita da casa dei miei e sono entrata nella nebbia, che la mattina dopo si poteva ancora respirare. L’unico locale aperto in tutta la città era un posto con la sala fumatori - peccato che il raffreddore tremendo sopraggiunto giusto il primo giorno di vacanza rendesse fumare un’attività piuttosto dolorosa e ben poco gratificante. E comunque.

Ho aspettato che l’atmosfera si scaldasse un po’: che tutti raccontassero le torture a cui i vari parenti li avrebbero sottoposti l’indomani; che ci fosse il tempo per lamentarsi dell’assenza di significato della corsa ai regali per il figlio del fratello del convivente della madre di cui a mala pena si conosce il nome; che Andrea rischiasse di farmi slogare la mandibola a forza di ridere durante il racconto del pranzo con i parenti della fidanzata; che eccetera eccetera eccetera. E ho preso un bel respiro, che con ’sto raffreddore non è stato affatto facile: “Ragazzi, ma io ho la soluzione! Anzi, non ce l’ho io, ce l’ha Richard Dawkins. Basta con il Natale e tutta la frenesia consumistica che ci rende depressi. Dedichiamo questo giorno a un personaggio veramente importante che ci ricordi davvero cose belle e importanti per la storia degli esseri umani. Il 25 dicembre è il compleanno di Isaac Newton: facciamolo diventare il Newton Day!”

Mi aspettavo non dico urla di giubilo (sarebbe eccessivo) ma un po’ di entusiasmo… be’, un po’ di entusiasmo sì, se non me lo aspettavo almeno ci speravo. Invece ho fatto una (ri)scoperta terribile: Newton era un uomo tremendo.

Per la serie Forse non tutti sanno che, la prima grande lite della sua carriera accademica fu con l’astronomo John Flamsteed, il quale gli aveva fornito una gran mole di dati necessari per la pubblicazione dei Principia Mathematica ma, in un secondo tempo, si era rifiutato di comunicargliene altri. Isaac cercò di costringerlo a pubblicarli, coinvolgendo nella lite addirittura Edmond Halley (lo stesso della cometa) e, avendo perso la causa legale poi intentata dall’astronomo, si “limitò” a cancellare dalla successiva edizione dei Principia ogni riferimento al lavoro di Flamsteed - comunque passato agli onori della storia come autore di un celeberrimo catalogo stellare.

Probabilmente più famosa è invece la “disputa Leibniz-Newton” sulla paternità della scoperta del calcolo infinitesimale: il filosofo tedesco aveva infatti pubblicato i propri risultati molto tempo prima dell’inglese - scatenandone l’ira funesta (da fare invidia al Pelide Achille!).

Quello che non conoscevo prima che me lo raccontasse un Andrea schifatissimo dalla mia proposta, però, era il seguente aneddoto. Si racconta che, alla morte di Leibniz (avvenuta a causa di un attacco di cuore), Newton confessò al proprio medico: “mi dispiace di non essere riuscito a distruggere la sua reputazione, ma almeno sono riuscito a spaccargli il cuore”.

No comment… Mi sa che alla fin fine Babbo Natale non è poi così brutto come lo dipingono.

E tutto questo mi fa ricordare che non dovremmo mai dimenticare di separare nettamente gli esseri umani dalle loro opere: il cuore e la testa infatti, anche in questo come in migliaia di altri casi, sembrano quasi appartenere a due persone distinte e molto, molto diverse tra loro.

This Christmas

E’ ormai da diversi anni che non faccio più i regali di Natale - né, per contro, ne ricevo.

A dire il vero, è stato necessario un po’ di tempo prima che gli amici (anzi, chiedo scusa: i conoscenti) capissero che le dichiarazioni più o meno esplicite iniziate a fine novembre non erano una boutade: non li avrei ricambiati e quindi era inutile continuare a farmi recapitare l’ennesimo portaritratti a forma di animale.

Sarà che sono tirchia, come sostengono (tra gli altri) mia madre, awhile e sht - Mascalzone Latino no, lui no; credo che lui mi definirebbe “oculata”, per empatia. Ma allora com’è che non mi perdo un compleanno? E che addirittura, a volte, mi invento delle ricorrenze à la Cappellaio Matto pur di poter fare un regalo?

Forse è dovuto al fatto che per tre anni consecutivi ho trascorso l’intero mese di Dicembre lavorando in una libreria; giornate trascorse facendo centinaia di pacchetti e nutrendo a poco a poco un disgusto sempre maggiore per il concetto stesso di regalo-di-Natale.

Perché trovandomi a chiedere all’acquirente di una decina di libri - praticamente indistinguibili una volta incartati e infiocchettati - se voleva che attaccassi un post-it con il nome del destinatario (oh, benemerite librerie indipendenti!), troppe volte mi sono sentita rispondere “ma no, tanto li ho presi così, è lo stesso a chi va cosa”. Perché ho visto uomini spossati entrare nel negozio alle 19.35 del 24 dicembre - quando persino la titolare era pronta a chiudere bottega e svenire sul bancone - e implorarmi di aiutarli a trovare un libro, “un libro qualsiasi“, da regalare alla moglie.

Poi, alla fine, anche Scrooge si intenerisce. E mi capita di vedere cose come questa, che immagino richieda un certo impegno per essere realizzata - e anche una certa attenzione - e sorrido.

E colgo l’occasione per dedicare a me e a tutti quelli che la vogliono (ri)ascoltare una canzone un po’ kitch ma che a me piace sempre un sacco - anche se il video non è che lo capisca proprio fino in fondo: perché George, This christmas, non se ne è andato al mare invece di infognarsi in quella baita male arredata?

L’inquadratura mancante

Sabato notte, nonostante fossero le tre e una lunga conversazione mi avesse in qualche modo stremata, ho puntato la sveglia alle dieci della mattina dopo. Così fu che, per la prima volta dopo tantissimo tempo, alle undici meno un quarto di domenica ero per strada – tutto per andare a sentire la presentazione di un libro.

Si consideri che parte del mio lavoro consiste anche nell’organizzare cose di questo tipo – e fino a quel momento avevo pensato che le undici di domenica mattina fosse tutto sommato un buon orario per chi vuole sedersi in una sala e ascoltare persone dire cose che si presume, o quanto meno si spera siano interessanti. Forse è così – fatto sta che avevo sonno e, intirizzita dal freddo, ero anche un po’ sulla difensiva.

Il mio brandello di conversazione con chi conoscevo nella libreria, pertanto, è stato imbarazzante per me stessa e (ottimisticamente) noioso per gli interlocutori. E mi ha fatto ricordare che negli ultimi giorni in ben tre occasioni mi era capitato di incontrare persone inaspettate – e in tutte e tre le occasioni non ero stata in grado di portare avanti i discorsi per più di uno, due minuti prima di accampare improbabili scuse di ritardi per impegni improrogabili: esaurite le domande sullo stato di salute, non sapevo assolutamente cosa dire.

Però i libri sono libri – soprattutto quando chi li ha scritti del tutto inconsapevolmente ha avuto un ruolo talmente decisivo nella mia vita che, non fosse stato per lui, non sarei mai entrata in possesso del computer sul quale sto scrivendo; con tutto ciò che questo significa e comporta.

L’autore, a un certo punto, ha raccontato che un regista italiano di sua conoscenza, esaurito il budget per girare un documento sull’Albania, si era comunque trovato a ripartire per Tirana con tutta la troupe, viaggiando sul ponte di una nave cargo o qualcosa di simile. Perché, ritornato in Italia, si era accorto che gli mancava un’inquadratura.

A volte capita proprio così: manca un pezzo per completare l’insieme. Come in un puzzle. E chi si è mai dilettato con i puzzle (come è successo a me l’ultima volta che ho passato più di due mesi senza un fidanzato ma con una gamba ingessata), conosce il senso di frustrazione che si accompagna quando manca un pezzo. Indipendentemente dalla sua posizione e dal suo ruolo. Può essere il punto di incontro tra gli indici di Adamo e di Dio nel Giudizio Universale, oppure un pezzettino di cielo proprio lì nell’angolo di una foto del Colosseo in un pomeriggio estivo, dove non se ne accorgerà mai nessuno.

Il fatto è che a un certo punto capisci che manca qualcosa. Io oggi l’ho capito. Non so ancora bene cosa, però. Ma neanche il regista lo sapeva, quando è partito per Tirana sulla nave cargo - però deve averlo scoperto, perché poi il documentario l’ha finito; quindi sono piena di speranza e di giacche pesanti, dal momento che sull’Adriatico, d’inverno e di notte, fa un freddo cane.

Però quante stelle…

milkyway_hi.jpg

Il viaggio verso Sole

Ho passato l’intera giornata a prepararmi: bucati frettolosi e asciugature con il phon per avere i vestiti puliti e in ordine; rocamboleschi passaggi di file .avi dalla mia memoria esterna a quella comprata per portarla in dono a Sole; pensieri ossessivi sul lavoro scacciati grazie a una dose imbarazzante di coca cola light; avvolgimenti di confezioni di biscotti in maglioni di lana perché gli addetti aeroportuali, lanciando la mia valigia, non li riducessero (troppo) in frantumi; cinque piani di scale con valigia da temo più di 15 kg (tre kg di biscotti e mezzo kg di Lacie con cavetti e tutto contano pure qualcosa!!), computer e borsetta nuova; incontro casuale con amico da cui sono riuscita a farmi trascinare i pacchi sino alla fermata della navetta; 50 minuti di autobus in mezzo al nulla della periferia con la trepidazione del pre-partenza. E, finalmente, l’arrivo in aeroporto.

Il banco del check-in era proprio lì, cinque o sei metri davanti a me e alle mie masserizie. Ne vedevo i contorni stagliarsi contro il grigio anonimo dell’area partenze. Pregustavo il momento in cui avrei fatto il controllo ai raggi X completamente priva di sostanze liquide o affini a parte quel 60% di acqua che serve al mio corpo per sopravvivere.

Quando è squillato il telefono pensavo fosse Sole, chissà perché. Temevo volesse dirmi che non sarebbe riuscita a venire a prendermi come concordato e che avrei dovuto prendermi un taxi. Poco male, ho pensato mentre rovistavo nella borsetta (maledizione, Martin: perché l’hai fatta senza tasche?): con tutta la valuta estera che mi sono fatta cambiare stamattina potrei quasi comprarlo, un taxi. Pensavo volesse salutarmi prima della mia partenza e ricordarmi come arrivare al luogo in cui ci eravamo date appuntamento intorno all’una di notte insieme al suo amico che, tanti anni fa, conobbi mentre faceva uno spogliarello in occasione della festa della donna. Speravo fosse Sole pur senza sapere ancora che si trattava di una speranza.

Invece era il telegiornale. Il telegiornale di Rai1, per la precisione, che si palesava tramite la voce di mia madre. C’era stato un incendio, nella zona est della città verso la quale mi accingevo a volare. Un incendio che, secondo l’annunciatrice, aveva sparso una nube nera sul cielo della metropoli. Una nube che, sempre secondo l’annunciatrice, era portatrice di sostanze tossiche – in una parola: amianto.

Ma facciamo un passo indietro.

Io ho due nonne: una brava e una cattiva. La nonna brava è la mamma di mio papà, proviene da una famiglia piuttosto benestante e ha un’intelligenza tanto acuta e profonda da compensare la poca avvenenza. La nonna cattiva, invece, di estrazione contadina, era talmente bella prima che un ictus la rendesse invalida da richiamare ancora, a settant’anni suonati, i complimenti per la strada da parte di uomini di ogni età.

La nonna cattiva, una settimana fa, è stata ricoverata in ospedale. La sua stanza è al quarto piano e si affaccia sulle montagne. La sua camicia da notte mette in risalto le braccia pallide che non vedevo più da anni, perché di solito vive in alta montagna e nonostante le oggettive difficoltà a vestirla le suore, ogni mattina, le fanno indossare i maglioni di lana che era solita intrecciare quando ancora le sue dita funzionavano come bacchette magiche. La sua lucidità è ormai intermittente, ma la salute è tornata buona e, soprattutto, non soffre: questo lo dice lei e lo confermano le cartelle cliniche – insieme ai medici che, con le sue parole, “sono proprio due bei ragazzi”.

Quando ho avuto dal medico l’annuncio del ricovero, ho pensato che il viaggio verso Sole poteva dover essere annullato. Quando, qualche giorno dopo, ho visto la mia nonna cattiva sorridere e ingurgitarsi senza quasi fiatare una pasta alla panna montata, ho riflettuto che forse partire per un luogo distante da casa meno di due ore di aereo poteva non essere un problema. Quando mia madre, nonostante la mia insistenza, si è raccomandata di non rinunciare a una settimana di vacanza insieme a una persona che poteva aver bisogno, e non soltanto voglia, di avere qualcuno accanto, ho deciso che valeva la pena rischiare.

Invece è arrivato il telegiornale. E, con lui, il dover scegliere tra il senso di colpa e il dispiacere. Sapendo che tanto qualsiasi scelta sarebbe stata quella sbagliata.

Fortunatamente, almeno, l’autista dell’autobus che mi ha riportato a casa non era lo stesso dell’andata. Il fatto che la macchinetta dei biglietti facesse le bizze mi ha, se non altro, salvato dall’imbarazzo di essere fissata da un uomo che, un’ora prima, non soltanto mi aveva vista in procinto di partire con valigie, borsette e borsoni, ma si era sorbito un mio quarto d’ora al telefono in cui raccontavo tutte le cose che avrei fatto e non fatto durante la permanenza all’estero.

Un viaggio, il mio, durato giusto il tempo di un paio di pause per riflettere e trenta minuti di sigarette in attesa della navetta per il centro città. Una traslazione limitata al percorso dallo spazio partenze allo spazio arrivi – dove si ferma l’autobus – per poi riuscire dall’aeroporto insieme a quanti scendevano dallo stesso volo che, ironia della sorte, avrei dovuto prendere io mercoledì prossimo per ritornare :-)

Essere figli unici, d’altronde, comporterà pure qualche svantaggio, no?

Pagina Successiva »


Feed RSS         


Tumblelog

Cosa ho scritto fino a ieri

Quanti sono passati di qui

  • 32,338 hits

Creative Commons License
Se avessi voluto tenermi tutto per me avrei continuato a scrivere un diario segreto chiudendolo con un lucchetto. Quanto scritto nel blog, tuttavia, è protetto da una Licenza Creative Commons.

click analytics

Click here to read my rating!