Archivio per la categoria 'egofarm'

E mi si scalda il cuore

Stavo aiutando mia madre ad apparecchiare la tavola e si affacciavano alla mente cupi pensieri, incoraggiati da Françoise Hardy. Il fatto che avrei trascorso la serata con Mascalzone Latino, tra l’altro, se da un lato mi rincuorava perché contentissima di vederlo e di andare a questo fantomatico spettacolo di etnotango (???), dall’altro mi faceva prefigurare discorsi sul tenore di “mois je vais seule” mentre “tous les garçons et les filles de mon age se promenent” eccetera eccetera. Poco da stare allegri, almeno per quanto riguarda il mio corrente atteggiamento nei confronti della possibilità di amare, essere amata o quantomeno incontrare qualcuno (abbassiamo sempre un po’ il tiro, ché non si sa mai).

E poi. Poi mia madre, colta dall’ispirazione, ha esclamato: “Ma te l’ho detto che c’è un nido sul balcone della sala?”. Un nido, proprio così. Un nido incassato tra le foglie d’edera e la ringhiera, un nido ubicato nella posizione più favorevole rispetto al moto (apparente, ok) del sole e ben riparato dal vento. Un nido su uno dei milioni di balconi di una città di quasi un milione di abitanti. Un nido.

Il nido contiene quattro uova di colore grigio pallido ed è bellissimo. Il nido, d’altra parte, era chiaramente, sconcertantemente abbandonato a se stesso nell’ora del crepuscolo.

Dieci minuti fa, finito di lavare i piatti, mia madre se ne è arrivata con l’aria di chi stava cospirando qualcosa di grosso. Nella mano, una minitorcia, e negli occhi uno sguardo curioso. “Chissà se il nido è davvero abbandonato oppure se, talvolta, i “genitori” delle uova se ne tornano a controllare. Anche perché mi chiedo cos’abbiano da fare gli uccellini tutto il giorno; insomma, mica devono timbrare il cartellino!”.

E così sono partita alla volta della scoperta del nido in situazione notturna: ho puntato la luce di sbieco tra le foglie d’edera, ed era lì. La mamma, tutta rannicchiata e con le ali spiegate a coprire la superficie lasciata scoperta dall’intreccio di rametti e foglie.

Ha ragione Jorge, il tizio che teneva il corso che ho seguito a Barcellona: “non le sue rappresentazioni, i discorsi su o le similitudini rispetto a. E’ l’oggetto, l’oggetto vero e proprio l’unica cosa che davvero emoziona noi esseri umani.” Jorge si riferiva a come allestire un museo, d’accordo.

Ma era da così tanto tempo che qualcosa non mi faceva scaldare il cuore così.

[diggita] [informazione] [OkNotizie] [Segnalo] [SEOTribu] [technotizie] [wikio] [YahooMyWeb] [Technorati]

Spedisci via mail »

Per una buona visione

Dopo la settimana a Barcellona sono stata - abbastanza ovviamente - oberata di lavoro. E, di conseguenza, ho poco tempo non tanto di scrivere, quanto per pensare.

Però ci sono alcuni film che ho visto ultimamente e che vorrei consigliare a chi passa di qua, per il semplice motivo che ho la presunzione di pensare che le o gli potrebbero piacere anche moltissimo. In alcuni casi ho addirittura pianto come una fontana, tanto per farvi capire.

Lars e una ragazza tutta sua. Un titolo brutto (un po’ alla “Se mi lasci ti cancello”, traduzione da taglio di un arto, se mi capite) per un film commovente, con una tematica su cui sto cercando di scrivere già da parecchie settimane, quella del fidanzato immaginario.

Lezioni di felicità. Un titolo un po’ sdolcinato, che tuttavia diventa bellissimo nel momento in cui si assapora la scena che ha ispirato i traduttori. In originale, infatti, il titolo di questo film franco-belga è Odette Toulemonde, dal nome della protagonista: un’Amélie Poullain con vent’anni in più, una casa più kitch ma altrettanta poesia. Consigliatomi da Sole in uno slancio incredibile del suo fantastico inconscio. E questa la può capire soltanto lei, temo.

27 Weddings. Semplicemente perché ho l’età della protagonista, perché sta per iniziare anche per me l’epoca d’oro degli inviti ai matrimoni e perché anch’io, come lei e come moltissimi di noi, credo, faccio una fatica incredibile a dire “no“. Ancora con la sindrome della brava bambina che deve sempre dire sì dal momento in cui scopre che, anche se è frustrante, sentirsi “brava” dà anche un certo piacere. A discapito della propria integrità psico-fisica, magari. Ma si tratta di un concetto facile da capire ma quasi impossibile da agire. Almeno per me.

Buona visione, se vi capita :)

E se diventassi un modo di dire?

Non ho mai desiderato né, di conseguenza, cercato di diventare famosa. Da quando nell’ultimo anno di liceo mi sono trovata a parlare di fronte a 500 persone, mi sono interrotta dopo cinque minuti scarsi, ho fatto finta di tossire e me ne sono uscita con un “scusate tanto, mi sono completamente dimenticata quello che dovevo dire”, ho capito che, semplicemente, certe cose non fanno per me.

E’ vero che parlare in pubblico può dare una certa soddisfazione: gratifica il proprio narcisismo e aiuta a nutrire l’autostima grazie all’utilità che ciò che si dice può avere per l’uditorio. In politica probabilmente non vale: nei politici, infatti, l’autostima è già talmente alta in partenza che anche se, per assurdo, si comunicassero dei veri e propri contenuti, anche un’utilità alta non potrebbe spingere l’autostima dell’oratore più in su di quanto non sia già.

La mia teoria, probabilmente, regge fintanto che il parlare in pubblico è limitato a un’assemblea di istituto in una scuola superiore o a un seminario di un paio d’ore davanti a quindici studenti che probabilmente (se sono venuti a sentire un seminario facoltativo fuori dall’orario di lezione) ne sanno più di te o, per lo meno, hanno talmente tanta sete di conoscenza che sono grati a chiunque gli racconti qualcosa che sia un po’ fuori dai canoni (e il fatto che la tua lezioncina non costituisca programma d’esame probabilmente aiuta).

Nonostante ciò, tuttavia, sto correndo seriamente il rischio di diventare un modo di dire - non diffuso a livello planetario, beninteso; e probabilmente neppure a livello nazionale. Nutro in verità forti dubbi sul fatto che la mia fama possa estendersi anche soltanto in tutto il quartiere; se non fosse che la città in cui sono nata e continuo a trascorrere la mia vita è nota per essere intessuta da una ragnatela di rapporti, conventicole e gruppetti poco interagenti ma molto comunicanti tra loro.

Qualche sera fa mi trovavo, complice una festa di compleanno, con tre mie compagne di classe del liceo: Candi, Peggy e Galattica - quest’ultima è stata una mia grandissima amica per anni, anche se già al tempo dell’università abbiamo smesso di frequentarci assiduamente.

Come spesso succede durante queste rimpatriate, abbiamo creato un simpatico capannello per sorseggiare una birra (lo so, non dovrei! ma almeno me le sono godute. Ehm. Sì. Erano tre o quattro, o forse addirittura cinque, hic!) e dedicarci a una delle attività migliori per il sabato sera: spettegolare come vecchie comari. Tra un “lo sai che tizia si è rifatta il naso” e un “ma davvero quel mostro odioso di caio si è sposato?”, la conversazione è scivolata su di noi.  Dopo pochi preamboli, più in particolare su di me: “E com’è che non esci con nessuno?”, “Ma ti ricordi quando ti aveva lasciato il-tuo-primo-fidanzato quanto piangevi?”. Finché Peggy non ha rinvangato storie vecchie e nuove in cui, come costante, emergeva la mia leggera titubanza e conseguente ansia nei confronti di telefonate (allora) e sms (ora) - chi non cogliesse il sarcasmo è pregato di leggere qui e, se non fosse sufficiente, anche qui.

E comunque. Proprio mentre stavo ridendo di gusto ascoltando le lamentele di Peggy su quanto nella mia vita l’abbia asfissiata con richieste tipo “ma secondo te se faccio / scrivo questo e quest’altro come reagirà, lui?” - il tutto a metà tra il faceto e il serio - è intervenuta Galattica per puntualizzare: “Odi, stai attenta, però, che così non va. L’altro giorno, la mia amica X era esattamente nella tua situazione: il ragazzo che le piace le ha scritto un sms e lei, dopo un’ora e mezza, ancora non sapeva se e tantomeno cosa rispondergli”. Si tenga presente, per inciso ma non troppo, che la suddetta amica X l’ho incontrata sì e no una decina di volte in vita mia; allo stesso modo, però, sono ben consapevole del fatto che Candi, assolutamente affidabile per il riserbo sulle cose importanti, è solita raccontare alle amiche aneddoti più o meno divertenti sulle conoscenze comuni.

“Io allora - continua Galattica - mi sono un po’ arrabbiata e ho detto a X di smetterla di essere sempre così indecisa quando si tratta di rispondere a un cavolo di sms. E a quel punto lei mi ha guardato disperata, e mi ha chiesto: Galattica, sii sincera. Non starò mica diventando come Odiamore??

[diggita] [informazione] [OkNotizie] [Segnalo] [SEOTribu] [technotizie] [wikio] [YahooMyWeb] [Technorati]

Spedisci via mail »

Scarpe da ginnastica per tacchi a spillo

Nonostante il gentile appello di Miti’, la questione sollevata nel post precedente e’ rimasta senza troppe risposte.

Eppure. Eppure, come mi ha appena ricordato Sole, la nostra serata di sabato e’ stata illuminata da una scena che neppure il primo bacio la cui vista abbiamo rubato un’ora fa sullo sfondo di Trafalgar Square e’ in grado di eguagliare in quanto a commozione + trasporto + (lo ammetto) profonda invidia.

Un uomo non piu’ nei trenta, e forse anche oltre i quaranta, passeggiava verso Piccadilly Circus con sulle spalle la compagna, all’incirca della stessa eta’ e non proprio definibile un’emule di Kate Moss.

Ridevano entrambi con gusto e con gioia, tanto da correre il rischio di precipitare lungo distesi per terra. Ridevano, e lei aveva i piedi scalzi.

I suoi sandali tacco quindici, presenza incombente non soltanto per la lunghezza dello stiletto, erano una macchia di colore contro l’abito chiaro di lui, che li teneva amorevolmente tra le mani.

Che bello che è

 Quando ti svegli al mattino dopo undici ore di sonno continuativo e la gioia di non sentire più le ossa rotte compensa la necessità oggettiva di un fazzoletto formato lenzuolo a due piazze per accompagnare il raffreddore di più vasta portata della storia.

Quando incroci per strada un cameriere che si destreggia tra i passanti con un vassoio pieno di tazzine e, mentre canta ad alta voce, ti sorride proprio mentre ti stai soffiando il naso.

Aggiornamento (un po’ cattivello). Incontrare il bello del liceo e scoprire che tu non sei più la sedicenne grassa con gli occhiali, mentre lui ha preso quindici chili, è stempiato per usare un eufemismo e mentre tu gli fai vedere le foto delle tue ultime vacanze al sole dei Caraibi lui tira fuori dal portafogli quelle del figlio… di suo fratello.

Quando annoiata leggi le statistiche del blog e, dal vertiginoso aumento degli accessi a un singolo post tutti con la medesima provenienza, ti rendi conto che un neologismo di cui vai particolarmente fiera ha una qualche raison d’être.

Quando, cercando tutt’altro, capiti serendipitamente su un test che dovrebbe rispondere alla domanda “Cual es tu capacidad de amar?” e viene fuori il seguente risultato:

In generale, sei una persona in grado di stabilire vincoli affettivi stabili e solidi; non ti spaventa l’impegno e provi piacere nel relazionarti con gli altri; mantieni o sei capace di mantenere una relazione di coppia matura, basata sul rispetto, la comprensione, l’impegno e la passione. Non arretri di fronte alle difficoltà e quando cadi ti rialzi senza guardare indietro.

Sai che quasi tutto, nella vita, ha un lato positivo, il che non necessariamente significa che la vita ti sorride ma che tu, questo sì, sorridi alla vita.

Sei un individuo intellettualmente curioso, con senso dell’umorismo e con un’autostima ben radicata; sai valorizzarti e, in effetti, sei valorizzato senza che questo ti porti a essere concentrato soltanto su te stesso: al contrario, sei sensibile ai problemi e alle difficoltà di chi ti circonda.

In effetti, sei il compagno e l’amico che tutti vorrebbero avere.

Perché è come per gli oroscopi: basta crederci. E quando succede, è bellissimo.

Ogni tanto ci vorrebbe proprio

Sarà un caso che, proprio la notte di San Valentino, mi sia venuta l’influenza? E non l’influenza con la febbre, ma quella ben più perniciosa che, pur facendoti sentire come se il tuo corpo fosse diventato una pista di prova per carrarmati, non ti impedisce di uscire di casa per venire in ufficio a far finta di lavorare.

Io non festeggio il Natale, non festeggio la Pasqua e, da qualche anno ormai, tendo a trascurare anche i compleanni - il mio, se non altro. Risulta quindi abbastanza ovvio che, almeno in teoria, festività comandate dal marketing globale dovrebbero essermi del tutto indifferenti.

Come se non bastasse, stamattina, dopo una notte insonne trascorsa tra il freddo e il caldo mettendo e togliendo calzettoni e maglioni di lana - sono diventata bravissima a vestirmi al buio sotto il piumone, in compenso - non appena entro in bagno e accendo la radio mi trovo costretta ad ascoltare un servizio su pregi e difetti della vita da single: single per scelta, single per forza, single che consumano e inquinano più delle coppie…

Io non lo so, perché non sto con nessuno né esco con nessuno né c’è qualcuno che mi interessa “in quel senso”. E non è che si tratti di una condizione che patisco, a dirla proprio tutta.

Però poi a volte capita che sono le tre di notte e non sai se hai freddo o caldo, ti fa male la schiena e hai i brividi alle gambe e alle braccia nonostante la fronte sia imperlata di un sudore appiccicaticcio. E ti investe un ricordo indistinto che probabilmente è una sovrapposizione di ricordi diversi (alcuni dei quali risalenti alla primissima infanzia, credo): la persona sdraiata accanto a te ti abbraccia, ti passa un fazzoletto bagnato sulla fronte, ti massaggia la schiena, ti porta una tisana calda.

Che dire? Ogni tanto ci vorrebbe proprio…

La precarietà sta tutta in uno shampoo

Ieri mattina sono stata dal parrucchiere - giocandomi così il primo hair-ticket del 2008. Da sempre, infatti, vado dal parrucchiere massimo due volte all’anno, se possibile addirittura nessuna; di questi tempi, in particolare, la mia situazione economica non mi consentirebbe di aumentare la frequenza neanche lo volessi.

E per inciso, pare che in futuro la situazione non migliorerà: mi spiegava un commercialista che, se io avessi avuto contratti a progetto del valore di 1000 euro al mese dal 1997 al 2007, avrei accumulato, per il mio futuro, una pensione di ben 145 euro al mese - o qualcosa del genere. Io lavoro (prima in nero, poi co.co.co. e, “finalmente”, a progetto) dal 2002 circa, quindi spero tanto che quel commercialista abbia preso una sonora cantonata.

E comunque. Di questi tempi, proprio perché la situazione economica non è particolarmente florida e il futuro è particolarmente incerto, è importante viziarsi un po’, almeno ogni tanto.

Innanzitutto, incominciare la giornata con qualcuno che ti accarezza la testa e si prende cura di te è un’esperienza stupenda - mi hanno addirittura portato il caffé mentre aspettavo che quest’uomo tinto di biondo dall’aria esperta prendesse in mano quattro tipi diversi di forbici. E poi arriva finalmente il momento magico: la piega.

Ora: io ho i capelli mediamente lunghi, tendenzialmente secchi e decisamente ricci. Se inavvertitamente uscissi di casa dopo averli spazzolati in libertà come faccio prima di entrare nella doccia potrei anche essere scambiata per una creatura mitologica con il corpo di donna e la criniera di un leone. Ciononostante, i miei capelli sanno anche essere piuttosto docili e, se stirati da un professionista, umidità dell’aria permettendo potrebbero anche sembrare naturalmente lisci. Ma sto divagando.

Il punto è che una pettinatura diversa - ma soltanto temporaneamente diversa - ha un effetto strano sul comportamento. Scritto così può forse sembrare un’esagerazione, immagino. Però i miei capelli sono probabilmente la cosa più bella che ho, sia per forma, sia per consistenza, sia per colore. Questo l’ho capito soltanto dopo aver passato anni a tingerli di nero corvino con delle ciocche blu; a lavarli con shampoo comprati al supermercato; ad asciugarli con il phon sparato al massimo della temperatura; a fare, insomma, tutte quelle cose che secondo le riviste femminili una ragazza come si deve dovrebbe evitare come la peste.

Quando tingevo i capelli… Non c’è nulla di temporaneo, in un colore diverso dal proprio; anche se si tratta di una tintura semipermanente, di quelle che vanno via dopo sei, sette lavaggi. I riflessi sull’incarnato cambiano, e con essi vira la tinta della pelle del viso. A poco a poco, sembra di non aver fatto altro, nella propria esistenza, che portare sulla testa una versione boccoluta della parrucca di Morticia Addams.

I capelli stirati a colpi di spazzola, invece, sono tutta un’altra cosa. La lisciatura dura soltanto tre, quattro, cinque giorni: finché non ti stufi di fare la doccia con la cuffia che tua nonna usava per fare il bagno al mare negli anni ‘50, per intenderci.

E sei diversa. Sei incredibilmente diversa. In primo luogo, trovo di avere, con i capelli lisci, un’aria decisamente più sofisticata e affidabile; dovessi fare un colloquio di lavoro in una multinazionale (non vedo perché, ma è soltanto un esempio) mi presenterei all’appuntamento con il tailleur pantalone nero di rigore e con i capelli perfettamente stirati. I capelli ricci, infatti, portano anche i meno prevenuti di noi a mormorare sommessamente il detto “ogni riccio un capriccio”, sottintendendo che una folta chioma di ciocche elicoidali si accompagna, quasi inevitabilmente, a un carattere instabile e sfuggente. Poi c’è il fatto che chiunque ti conosce non può non accorgersene: non è come cambiare la montatura degli occhiali (che per me, come ho scritto qui e ho ribadito qui, è costitutiva del mio modo di essere, oltre a quello di apparire), è macroscopico ed evidente da tutti gli angoli di osservazione - se ne accorge anche chi mi guarda dalla finestra del primo piano mentre cammino sul marciapiedi.

Entrambe le sensazioni - l’aumento di sofisticazione e affidabilità insieme all’evidenza del cambiamento - si riflettono sul comportamento: il modo in cui io percepisco me stessa, che in parte dipende da come ritengo mi percepiscano gli altri, influenza i modi di fare e di porsi nei confronti della gente. Con i capelli lisci, mi hanno fatto notare, assumo delle “pose” da donna in carriera che non mi sono connaturate. Con i capelli lisci, mi sento al centro dell’attenzione - mentre di solito, semmai, soffro del complesso da tappezzeria.

Ma tutta questa diversità è a tempo determinato: alla fine dell’esperienza, infatti, tornerai esattamente come prima, senza quasi nessuna ripercussione psicofisica come nel caso di un taglio netto di venti centimetri, e senza aver dovuto inserire nel tuo corpo oggetti estranei come le lenti a contatto. Anzi, l’espressione “tempo determinato” comporta troppa continuità, per questo caso.

I capelli lisci sono capelli precari. Proprio come il mio lavoro.

Dal che potrei dedurre che il mio contratto a progetto, apparentemente rinnovato ancora per tutto il 2008, altro non sia che un cambiamento temporaneo nella mia esistenza, e non ne costituisca parte essenziale né componente identificante. Che il mio lavoro precario non faccia davvero parte di me, ma sia soltanto un modo in cui la “vera” me stessa può compiacersi, per un tempo dotato intrinsecamente di data di scadenza, di cambiare un po’ agli occhi degli altri. Per essere percepita dagli altri come affidabile, sofisticata ed essere al centro dell’attenzione. E, di rimando, sentirmi tale anch’io; almeno un po’.

Peccato che con il lavoro ci debba pagare cibo, affitto, luce e gas - e vizi come il parrucchiere due volte l’anno. Peccato che dopo quasi vent’anni passati a studiare e formarmi per il mio futuro, come non si stancavano mai di ripeterci i professori, vorrei davvero poter costruire un progetto di vita, e non avere una vita a progetto

Scusate lo sfogo.

Forse non lo sai ma pure questo è amore

Finalmente è arrivato. Se ne era parlato talmente tanto tempo fa che quasi me ne ero dimenticata, e invece: oggi finalmente è qui, accanto a me. E’ un libro, ovviamente; di questi tempi, poche cose riescono a farmi battere il cuore forte quanto un libro – mentre per deludermi ci vuole davvero poco, ora che ci penso. E comunque.

Ho la grande fortuna di fare parte di un comitato di lettura di una casa editrice: significa che posso leggere libri gratis e spesso, addirittura, posso scegliere quale farmi mandare. Oltre al fatto, non privo di importanza per quanto riguarda il livello della mia gratificazione professionale, che esistono persone che prendono in considerazione anche la mia opinione quando si tratta di decidere se farlo tradurre o meno.

L’appartenenza a un comitato di lettura è la mia egofarm preferita: lusso allo stato puro. Lo scrivo perché si tratta di un sogno che è diventato realtà – e di questi tempi è raro che i sogni si avverino, quindi vale la pena che lo urli ai quattro venti. Certe cose accadono ancora. La mia fata madrina, per inciso, si chiama… no, non lo scrivo come si chiama, però è una fata madrina un po’ particolare, perché colei la quale mi ha dato accesso al privé dell’egofarm della lettura è stata, allo stesso tempo, la persona con cui, in terza media, tagliai scuola per la prima volta.

(Si dice ancora “tagliare scuola”? Lo chiedo perché tempo fa ho sentito mio padre, ultra-sessantenne, utilizzare il termine “schissare da scuola” e mi è sembrato vetusto. Quanto ci vorrà perché anche il termine che utilizzo io divenga vetusto? Lo è già? Mi legge qualcuno sotto i vent’anni? O forse ventiquattro sono sufficienti perché ci sia un gap generazionale? Yuhuu, ci siete ancora?)

Image of Love and Sex with Robots

Il libro che aspettavo si intitola, come potete vedere dall’immagine a fianco, Love and Sex with Robots. Non l’ho ancora neanche aperto, a dire il vero; preferisco aspettare di aver finito il romanzo e i tre saggi che ho sparsi tra comodino e altrove, tanto per gustarmelo al meglio. Scusate, mentivo: non è vero che non lo ho aperto; l’ho sfogliato un po’ distrattamente, fermandomi a leggere qua e là come faccio sempre quando ho un nuovo libro tra le mani.

Questo mio procastinare, a dire il vero, è parzialmente dovuto al timore di dover alla fine dare ragione a quel mio collega che l’aveva denigrato, sottolineando che tutti i libri che contengono nel titolo parole come “sesso” e “amore” sono noiosi o quanto meno assai banali. Sarà. Intanto, mi interrogo su quello che scoprirò leggendolo; in parte i contenuti li posso immaginare sulla base del comune buonsenso, in parte li posso desumere dal brillante articolo di Regina Lynn da cui mi è venuta l’idea di farmelo spedire. In parte, ancora, mi chiedo cosa davvero il futuro ci stia per portare, come la tecnologia ci stia per plasmare e in quale modo la genetica ci stia per cambiare sotto un aspetto che i mezzi di comunicazione non prendono in grande considerazione in modo esplicito: il fronte emotivo.

Il tema dei sentimenti dei robot(s) (in italiano credo si possa omettere la s, nel plurale ;) ) è stato oggetto di indagine in libri e film fin dall’avvento del concetto stesso di robot – che, per inciso, viene dal ceco robota ed è stato usato per la prima volta nel 1920 (qui, se vi interessa tutta la storia). Niente di nuovo sotto il sole, dunque; o almeno così pare.

D’altronde, dalla lettura di questo placido (splendido) post risulta evidente che molte persone - compresa la sottoscritta - ogni giorno si innamorano di qualcosa di molto meno tangibile di un robot.

Eppure, stavo pensando a una cosa. Pensavo a quando ero all’università e, al secondo anno, c’era una ragazzo che mi piaceva molto e che conoscevo poco. All’epoca ero molto più sfacciata di quanto non lo sia adesso: ogni mattina, a lezione, mi sedevo programmaticamente nella fila davanti alla sua, in una posizione in cui non avrebbe potuto fare a meno di vedere il mio profilo (o per lo meno i miei capelli) ogni volta in cui avesse voluto guardare in direzione del professore che parlava.

Ogni mattina, conclusasi la lezione, andavo nell’aula informatica a controllare la posta e fare le altre cose che all’epoca si facevano su internet (i blog cominciavano appena a prendere forma, e neppure noi studenti della facoltà di Scienze ne avevamo mai sentito parlare). Con altrettanta determinazione, facevo in modo di sedermi sempre allo stesso posto, giungendo a litigare se lo stesso era occupato da qualcun altro, addirittura; non a causa del ragazzo che mi piaceva, però: mentre io avevo un’ora libera lui aveva un altro corso. Era per poter usare sempre lo stesso computer. Perché era il mio computer – o almeno io lo sentivo come tale.

Alla fine, io e quel ragazzo siamo usciti insieme per qualche mese, ed è stata una storia bella ancorché un po’ troppo sofferta, almeno da parte mia; quando lui, una calda mattina d’estate, mi ha lasciata, tuttavia, mi sono limitata a piangere per mezza giornata: alle quattro del pomeriggio, infatti, ero già di ritorno dall’agenzia di viaggi, dove mi ero prenotata una vacanza a Londra di quattro settimane in cui ho avuto modo di perdere la testa per un fumettista svizzero che si chiamava Philipp e si vestiva come se vivesse nella copertina di un disco degli anni ‘70.

Sul mio computer, invece, ho continuato fedelmente a lavorare (e a litigare per averne l’esclusiva) durante tutti gli anni dell’università, sino a scriverci la tesi. Lasciarlo è stato traumatico – e se sono riuscita a farlo è stato soltanto perché, una volta laureata, non avevo più accesso all’account studenti grazie al quale si poteva accedere alla rete dell’aula informatica. Ho continuato a rimpiangerlo anche quando sono ascesa all’empireo della rete per studenti laureati e professori, composta da computer infinitamente più potenti e con dieci volte lo spazio di memoria. E ancora adesso, con il mio Mac non ultimissimo modello ma comunque abbastanza performante (o mio dio, ma cosa scrivo?) da consentirmi di guardare e riguardare i miei film preferiti, ogni tanto sento la mancanza di quel macchinone lentissimo che, nonostante Linux e compagnia bella, si impiantava ogni dieci minuti.

E poi ditemi che questo non è amore

Pagina Successiva »


Feed RSS         


Tumblelog

Cosa ho scritto fino a ieri

Quanti sono passati di qui

  • 32,339 hits

Creative Commons License
Se avessi voluto tenermi tutto per me avrei continuato a scrivere un diario segreto chiudendolo con un lucchetto. Quanto scritto nel blog, tuttavia, è protetto da una Licenza Creative Commons.

click analytics

Click here to read my rating!