Archivio per la categoria 'egobaricentro'



Qualcosa è cambiato (un po’ di tempo fa)

Quando avevo quindici anni ero innamorata nei seguenti modi: disperatamente, perdutamente e pazzamente. Pazzamente, perché facevo cose pazze tipo: scrivergli lettere-fiume a cui non ho mai avuto risposta, guardarlo con disprezzo quando lo incontravo nei corridoi della scuola sapendo che il sabato precedente si era “beccato” con (= aveva baciato) una . Perdutamente, perché per i 14 lunghissimi mesi successivi alla telefonata di inizio settembre in cui mi aveva scaricata senza troppi complimenti, ho continuato a sperare, contro ogni evidenza, che in realtà lui fosse ancora innamorato di me. Disperatamente, perché dopo i primi mesi in cui ogni sabato era una ragazza diversa a finire contro le sue labbra, venni a sapere e soprattutto vidi con i miei occhi che dopo un certo sabato la ragazza era, settimana dopo settimana, sempre e inequivocabilmente la stessa. Insomma: stavano insieme.

Quando avevo quindici anni i miei amici al solo sentire pronunciare il suo nome fingevano di avere impegni improrogabili dall’altra parte del globo. Poiché, dopo cinque mesi dalla fine di quella che mi ostinavo a definire la nostra storia e in realtà si era trattato semplicemente di uscire insieme per due settimane, non c’era verso alcuno che mi mettessi in testa che lui non soltanto stava “uscendo” con un’altra, ma ci stava proprio insieme e aveva tutta l’intenzione di continuare a stare con lei.

Colgo l’occasione, per inciso, e ringrazio tutti quelli che, nonostante tutti i fiumi di parole che uscivano dalla mia bocca e gli oceani di lacrime che sgorgavano dai miei occhi anche nelle occasioni più improbabili, non soltanto hanno continuato a sopportarmi, ma mi sopportano anche adesso, quindici anni dopo e alle prese con problemi molto diversi ma non meno tediosi, sotto tanti aspetti. Ringrazio quindi, in ordine puramente casuale: Candi perché mi trattava malissimo ogni volta in cui accennavo a parlarle di lui, Peggy perché mi ha addirittura organizzato una festa di compleanno a sorpresa nel tentativo di farmi uscire dalla depressione, Scassaritratti perché aveva (e a volte ha ancora) modo di darmi notizie su di lui, Mascalzone Latino perché comunque mi stava ad ascoltare anche se con quell’aria un po’ beffarda che fortunatamente ha ancora oggi, Galattica perché.. cavolo, perché se non fosse stato per lei non soltanto non l’avrei mai conosciuto, ma non saremmo mai, mai usciti insieme per la prima volta. E tanti altri, che però non hanno nessun ruolo in questo blog – quindi se non li nomino non si possono offendere ;)

E comunque. Si era fidanzato, e allora? Il fatto che, dopo tutte quelle settimane in cui mi ero sentita ripetere che non voleva impegnarsi in nessun modo, avesse finalmente deciso di “impegnarsi”, cosa voleva dire? Semplicemente, che non voleva impegnarsi con me. Questo, almeno, era quello che tutti avrebbero voluto dirmi se soltanto fossero stati del tutto privi di tatto. Ma non c’era bisogno che lo dicessero a voce alta: sapevo che lo pensavano e, ciononostante, io non ero assolutamente d’accordo con loro. Se lui aveva voluto mettersi insieme a lei, facesse pure. Per me era un complimento: se voleva stare insieme a una persona così… be’, era chiaro, allora, che non poteva voler stare con me. E per certi versi poteva anche andare bene così.

Nel mentre, ossia mentre lui si aggirava con lei per i corridoi della scuola cercando di evitare il mio sguardo giudicante e accusatore – come dargli torto? – sono, in ordine rigorosamente cronologico: uscita con un ragazzo adorabile, di un anno più giovane, per cui ero la prima ragazza che avesse baciato e che, pur tuttavia, accarezzandomi la mano mi faceva provare sensazioni che mi è capitato di ricordare con malinconia quando, anni dopo, mi sono ritrovata a fare “quel” sesso che soltanto sei ore a settimana di danza intensiva possono sostenere dal punto di vista atletico; uscita con un tizio che prima mi ha portato al cinema a vedere un film di Mel Brooks di cui, nonostante siamo rimasti dentro per due spettacoli di fila, ricordo soltanto i titoli di coda, e poi mi ha mollata dopo tre giorni perché era troppo impegnato con lo sport (e poi c’è chi si chiede perché anche soltanto a udire la parola sport mi venga voglia di scappare in Tanzania); finita una notte su una spiaggia con un parrucchiere francese di cui ricordo soltanto che era straordinariamente bello e altrettanto straordinariamente in grado di parlare la propria lingua madre peggio di come la parlassi io. Ero più sveglia a quindici anni che a trenta, lo so. Qualcosa da ridire?

Quattordici mesi dopo il giorno in cui la nostra pseudorelazione era giunta al termine, tuttavia, qualcosa è cambiato. Impercettibilmente. Giorno dopo giorno, i miei sguardi erano sempre meno riprovevoli e i suoi, di rimando, erano sempre più tinti di una sfumatura che potrei definire dapprima carezzevole e, progressivamente, desiderosa di stabilire un contatto che andasse oltre quello non verbale. Finché…

E’ stato il mio primo fidanzato. Siamo stati insieme meno di sei mesi, ma è stato il primo in tantissime cose – non tutte, purtroppo o per fortuna, ma tantissime sì, questo sì. E non potrei essere più felice del fatto che sia stato proprio così.

Quando mi ha lasciato la seconda volta – recidivo, lo so – ho trascorso due settimane a non riuscire mai a trovare abbastanza fazzoletti; ricordo che le persone che mi incrociavano per strada me li offrivano, a volte. Poi la vita è andata avanti, ed è stato tutto bellissimo e tutto orribile - ma mai, mai con l’intensità di quando avevo sedici anni. Perché non era più la prima volta, purtroppo o per fortuna.

Anni dopo mi ha detto che se soltanto ci fossimo conosciuti più tardi io sarei stata la persona con cui avrebbe voluto trascorrere tutto il resto della sua vita. E finora è stato l’unico uomo a dirmi una cosa del genere – pur con questo grande “se” non del tutto trascurabile e che potrebbe farmi riflettere sul fatto che, più tardi, con la ferita cicatrizzata ma non per questo meno tangibile, ho volutamente e inconsapevolmente insieme perso una spontaneità che, quasi quindici anni più tardi, mi fa pensare avesse una parte non irrilevante nei tempi e nei modi in cui qualcuno mi può avvicinare davvero. Ci rifletterò – lo prometto; ma non oggi.

Perché oggi è il suo compleanno. Il giorno in cui mi ha lasciata definitivamente, ma anche il giorno in cui ci siamo conosciuti per la prima volta. Tanti auguri, quindi. Ovunque tu sia. E per inciso, sappi che a differenza di tante altre volte precedenti, adesso sono davvero completamente, assolutamente e consapevolmente libera, quindi…

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L’amore non passa mai. E se passa…

C’era questa canzone che mi cantava mia madre quand’ero bambina: “E’ già passato più di un anno da quando sei partito [...] Amore ritorna, le colline sono in fiore ed io amore sto morendo di dolore. Amore ritorna, non importa non fa niente se tu non sei diventato più importante perché sei importante per me.”

Ora. E’ già passato più di un anno da quando, il 1 giugno 2007, ho aperto questo blog.

Ho festeggiato in forma strettamente privata, come da più di vent’anni festeggio le ricorrenze: non facendo assolutamente nulla e compiacendomi in silenzio facendo finta di non pensarci neppure.

Quando ho iniziato non avevo la benché minima idea di quanto sarei andata avanti a scrivere, per quanto tempo, con quale cadenza, in quali forme; non sapevo cosa fosse twitter e non avevo idea di quale potesse essere l’utilità di un tumblr. Ho conosciuto persone reali e virtuali, ho imparato a riflettere sui significati che, dal social web, possono essere trasposti ad altri contesti (tipo la fruizione di un museo – “roba” di cui non scrivo perché un po’ fuori contesto, ma il silenzio sul blog non corrisponde all’inerzia neuronale, a volte).

Non penso di smettere, almeno nel prossimo futuro; a volte mi trastullo con l’idea di pubblicare il mio nome e cognome, magari una foto di quelle in cui io penso di essere venuta terribilmente male e gli altri invece mi dicono “ma se sei venuta benissimo” – e necessariamente mi trovo a riflettere sulla discrasia esistente tra come percepisco il mio volto e il mio corpo quando mi metto in posa davanti allo specchio e come corpo e viso sono visti dalle altre persone, tridimensionalmente e naturalmente. Se quello è il mio “venire bene” in foto, chissà come “vengo bene” nella vita quotidiana, mi chiedo.

E comunque. Per festeggiare un po’, anche se con qualche giorno di ritardo, vorrei omaggiare una delle due persone con cui ho iniziato questa avventura - che - mi - schifo - chiamare - avventura - ma - non - mi - viene - in - mente - un - nome - migliore: lamponcina.

“E’ già passato più di un anno da quando sei partito”: l’anno sarà anche passato, ma l’amore no, quello è rimasto. Da un concetto così semplice oggi lamponcina e io abbiamo tirato fuori un dialogo ricco di spunti che non saprei se ho il diritto di definire profondi - ma divertenti sì, questo sì. O comunque, giudicate voi.

*******************

Odiamore: ho appena trovato un mio ex fidanzato su Facebook. Muoio dalla voglia di scrivergli, ma sono passati dieci anni.

Lamponcina: ma che scema che sei, che problema c’è?

O: non ho più l’allure di quando avevo 20 anni…

L: neanche lui, immagino. Ma non vedi la foto?

O: ha messo questa foto piccolina piccolina in cui se ne sta rintanato sotto una palma con l’aria di volersela mangiare.

L: oddio, sei già un po’ innamorata.

O: hai ragione: mi è tornata tutta, come dieci anni fa. Mi sa che ci scrivo un post, su ’sta cosa. L’amore non passa mai.

L: e se passa, tu sei già uscito.

Odiamore, piegata in due dal troppo ridere, non riesce a parlare ma unicamente a emettere versi poco dignitosi.

L: scusa, sono nella fase acuta di realcinismo.

Odiamore, ripresasi dalle risate convulse, riempie di complimenti Lamponcina, che si schermisce ma in fondo in fondo si capisce essere piuttosto compiaciuta per lo straordinario gioco di parole.

L: beh… è tragicamente così comunque, mia cara. E’ come con l’omino del gas: tu lo aspetti perché ti hanno detto che arriva tra le 10 e le 17. Esci alle 16.45 e lui arriva alle 16.47.

O: ancora peggio. Tu esci alle 17.30 e lui arriva alle 18. E poi si arrabbia perché non l’hai aspettato. E ti fa la lettura sbagliata del contatore, se la inventa come se invece che in 35 metri quadri abitassi in un ristorante con 350 coperti e passassi tutto il santo giorno a cucinare.

L: nella migliore delle ipotesi tu sei uscita e sei andata a cercare una piastra elettrica - cogli il sottile parallelismo nell’ambito della vita sentimentale - per ovviare alla mancanza di gas.

O (perplessa): non colgo il sottile parallelismo sentimentale. La piastra elettrica come metafora di…?

L: allora. Tu a un certo punto ti stufi di aspettare l’omino del gas (ossia l’AMMORE)…

O: … e vai a cercare un sostituto.

L: esatto. Esci a cercare una piastra elettrica - il sostituto, che chiaramente copre solo una parte delle esigenze che il gas ti coprirebbe.

O: e poi scopri che la piastra elettrica funziona di merda, per di più. E ti fa spendere una maledizione in bolletta elettrica.

L: sì, e per di più costa carissima!

O (piena di pathos): tanto che non riesci più a pagarla e ti tagliano i fili della luce.

L: sì, sì, sì, è proprio così.

O: così sei senza gas e senza luce. Sola come un cane.

L: dai! Spero in un finale meno tragico…

O<: beh, d’accordo. Sei senza gas e senza luce e hai bisogno di andare dal nuovo vicino, che scopri essere una specie di uomo della tua vita.

L: sì, mi piace: viva i vicini!!!!! Anche come metafora, funziona: il vicino è il personaggio che ti è vicino, ma proprio per questo non hai mai considerato….

*******************

E a questo punto, posso soltanto concludere osservando che i miei vicini di casa quando non cucinano piatti speziatissimi con la porta d’ingresso aperta è perché se le stanno dando di santa ragione. Il vicino di casa di Lamponcina, in cambio, è un giovane maestro di nuoto.

Tanti auguri al blog - e tanti auguri a tutti, perché tanto sicuramente male non fa e magari a qualcuno porta pure fortuna. In particolare alla mia amica Scassaritratti, perché si è trasferita da una settimana nella casa nuova con il suo promesso sposo e ancora non le hanno attaccato la corrente elettrica. Quando ho provato a dirle che le candele potevano creare un’atmosfera romantica… Se avesse potuto mi avrebbe azzannato al collo. Ho evitato di consigliarle di rivolgersi ai vicini, sai mai - ché tanto si sa, “piove sempre sul bagnato”.

Per concludere, pertanto, non posso che scrivere, come dice sempre Sole, che davvero non siamo mai contenti. Ma va anche bene così - altrimenti è probabile che ci saremmo già estinti.

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La dieta al contrario

Eccolo qui: il mio corpo. L’involucro di carne e sangue, a loro volta fatti di cellule, a loro volta fatte di altre cose che non so nominare perché quando a scuola si studiava fisiologia ero sempre distratta da altro che mi interessava di più e, lo ammetto, mi faceva meno impressione. Con sotto lo scheletro grazie al quale ho una forma e non sono un mucchietto ameboide da film di fantascienza americano di serie B.

Ho perso all’incirca otto chili negli ultimi cinque mesi ma soltanto questo pomeriggio, nel camerino di un grande magazzino, ho avuto davvero la percezione che qualsiasi cosa indossi, mi sta. Qualsiasi cosa indossi della mia taglia, ovviamente; taglia che si aggira tra la 42 e la 44 italiane e si accompagna alla qualifica di normopeso che ha fatto dire alla mia dietologa: “Ora, il mantenimento”. E non è detto che mi stia bene, però mi entra, mi avvolge, addirittura mette in risalto in supposti pregi, a volte.

Che il mio corpo sia il mio corpo, e non sia più ricoperto da uno strato di grasso che in altri animali potrebbe essere utile durante i mesi di letargo, ma che nell’homo sapiens è qualificato come sovrappeso ingiustificato… Che il mio corpo sia il mio corpo, insomma, mi fa un certo effetto, perché lo devo proprio riconoscere come tale. Nessun alibi, nessun “magari con otto chili in meno…” Con otto chili in meno rispetto a ora sarei sinistramente magra, e darei l’impressione di non godere dell’ottima salute che invece, incrociamo le dita, mi accompagna.

Ed è un corpo del tutto normale, vivaddio. Un corpo che non farà mai girare la gente per strada a meno che non vada in giro con addosso una tuta da Batman con tanto di mantello rosso (è rosso il mantello di Batman? mi pare). Un corpo normalmente asimmetrico, soprattutto per il fatto che sono riuscita a laurearmi grazie all’aver studiato mantenendo, alla scrivania, una posizione che soltanto per caso non mi ha fatto venire la scoliosi ma ha in compenso provocato un accumulo di cellulite sulla coscia sinistra che su quella destra è quasi del tutto assente. Un corpo che potrei cambiare ancora se ricominciassi a fare qualcosa che assomigli anche solo lontanamente a un’attività sportiva o se decidessi per qualche strano motivo di prendere appuntamento con un chirurgo plastico; ma la seconda alternativa è ancora più remota della prima, quindi mi sa che almeno finché non dovessi restare incinta oppure, caso più probabile in quanto assolutamente certo, finché non raggiungerò la menopausa, il mio corpo potrà anche restare più o meno uguale a quello che ho oggi.

Vorrei poter scrivere che provo un grande entusiasmo a riconoscere il mio corpo sia con il senso della vista, quando mi guardo nello specchio, sia con il senso del tatto, quando mi tocco la pancia ed è una vera e propria pancia, non più un rigonfiamento carnoso che sembra stare lì apposta per ricordare che mangio più di quanto avrei bisogno.

Invece, nonostante tutta la fatica che, seppure gioiosamente, ho fatto per seguire i dettami della dieta, sento il mio corpo come un parente che è sempre vissuto lontano, con cui so di avere legami di sangue ma che non conosco davvero.

Il mio corpo corretto è questo, allora? Quest’appendice che posso rivestire come voglio e non soltanto come posso - compatibilmente con il fatto che gli stilisti anche più sfigati pensano che sia opportuno mortificare il corpo di una donna il più possibile perché questa, perennemente insoddisfatta, sia spinta ad acquistare sempre più oggetti e ornamenti con la vana speranza di accettare la propria immagine riflessa nei camerini dei negozi?

Come temevo mesi fa, non è questo, il mio corpo corretto. Il corpo corretto è un corpo amato – ma non soltanto (per quanto sia fondamentale punto di partenza) amato dall’anima che ne è binomio indissolubile: amato da un’anima altra, e da un corpo altro.

Tante rinunce alimentari per niente, quindi; almeno così sembrerebbe – ma sto volutamente esagerando.

Il fatto è che ora mi tocca un’altro tipo di dieta, ben più faticosa di quella che ho appena portato a termine con un discreto successo. E soprattutto, questa volta, non dimagrante ma ingrassante: una bella, abbondante, lunga e carnosa dieta emozionale.

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Se questo fosse un film

Ogni pomeriggio, poco dopo le cinque, Lei era solita interrompere quel che stava facendo, scendere le scale fino al piano terra dell’edificio finché, dopo una breve sosta al bar per quello che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essere l’ultimo caffé della giornata, non si recava nel parco a fumare una sigaretta.
Il parco, a differenza dell’apposita saletta fumatori, aveva il vantaggio - almeno nei tanti giorni piovosi che caratterizzavano quell’anno - di essere poco frequentato da tutte le persone che, proprio come Lei, sceglievano proprio le cinque come momento di pausa. E per Lei non era una vera e propria pausa, quella: a meno di incontrare qualcuno che conosceva, trascorreva oziosamente i minuti lasciando i pensieri rincorrere indisturbati tutto ciò che li teneva imbrigliati nel resto della giornata, passeggiando avanti e indietro lungo il sentiero alberato.

I primi tempi, quando incominciarono ad arrivare, Lei si stizzì profondamente: tutte quelle persone sconosciute e indesiderate, allegre e rumorose, stavano sgretolando a poco a poco la quiete che caratterizzava il sentiero e di cui, almeno per quei dieci minuti al giorno, sentiva di aver profondamente bisogno.

Non Lo notò subito; un po’ perché era troppo assorbita dalla convinzione che gli intrusi fossero portatori di negatività indipendentemente dal loro aspetto fisico, un po’ perché erano tempi, quelli, in cui qualunque essere umano sconosciuto di sesso maschile, semplicemente, era al di fuori del raggio dei suoi interessi.
Giorno dopo giorno, tuttavia, a mano a mano che la consuetudine smussava la rabbia e lo spirito d’osservazione nei confronti delle novità prendeva il sopravvento, cominciò ad accorgersi prima della statura sopra la media, e subito dopo del modo in cui portava se stesso: le gambe leggermente arcuate verso l’esterno, il peso del corpo bilanciato soltanto su parte della pianta del piede e un’andatura vagamente esitante, all’apparenza.

La puntualità con cui il momento della pausa si assestava intorno alle diciassette precise cresceva di settimana in settimana parallelamente al numero di dettagli osservati in Lui: i capelli, lo sguardo, le dita delle mani, il modo di tenere la sigaretta e di piegare la testa da un lato mentre espirava il fumo.
L’estrema attenzione che Lei riservava ogni pomeriggio alla scelta di un punto d’osservazione che Le consentisse di non essere notata le impedì, nei primi tempi, di accorgersi di un particolare non del tutto irrilevante: Lui la guardava. Di sfuggita, casualmente, da sopra le teste delle persone frapposte tra loro, nel mezzo di una conversazione con chi lo accompagnava; in ogni modo, Lui la guardava. Dopo un po’ la direzione del suo sguardo divenne inequivocabile e anche Lei, nonostante tutto, dovette ammetterlo con se stessa: si stavano guardando, squadrando, osservando e addirittura studiando, con una discrezione pari soltanto alla corrispettiva determinazione.

Ogni giorno, intorno alle cinque del pomeriggio e mai per più di sette, otto minuti consecutivi, Lei e Lui si trovavano ad avere i rispettivi corpi occupanti punti dello spazio non più distanti tra loro di cinque o sei metri. E ogni giorno, per dieci minuti al massimo, si ripeteva la danza degli sguardi, resa sempre più difficile dai maldestri tentativi di non farli incontrare.

Quando succedeva, quando le traiettorie per un istante giacevano lungo linee intersecantisi in un punto, Lei non era ben sicura se il bruciante imbarazzo superasse la gioiosa eccitazione, o viceversa. A volte, quando il caso voleva che proprio durante quei dieci minuti qualcuno che conosceva si affacciasse dal cancello, si sentiva talmente fortificata dalla presenza di uno schermo protettivo da tentare addirittura uno scontro verbale: la scusa di un accendino, di un fazzoletto o di un orologio dimenticato erano tutti pretesti equivalenti per metterlo – e mettersi – alla prova. Sempre sperando che la conversazione proseguisse in qualche modo e sempre, allo stesso tempo, impedendole di iniziare a formarsi ritornando immediatamente, con repentina fuga, al proprio angolo di sentiero.

Finché un giorno, molto semplicemente, Lei trovò un luogo del tutto diverso in cui trascorrere la pausa di metà pomeriggio. In perfetta solitudine.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Sono trascorsi diversi anni e Lei, proprio in questo momento, sta sfogliando un quotidiano per ingannare il tempo durante un lungo ed estenuante viaggio in treno. E’ domenica, e le pagine culturali sono fortunatamente ricche di articoli interessanti; in particolare, un anniversario di cui non aveva memoria è stato la causa scatenante del fiorire di una serie di recensioni di saggi usciti sull’argomento negli ultimi anni. Di solito, nonostante sappia di doverlo fare perché farebbe bene al suo lavoro e, soprattutto, perché la renderebbe una cittadina più consapevole, Lei non legge spesso i quotidiani: ascolta i radiogiornali, si informa sul web e cerca di spiare le conversazioni di amici e colleghi ma, nonostante tutto, sa che l’attualità, semplicemente, le interessa ben poco.

Le recensioni di libri di saggistica, tuttavia, le catturano sempre lo sguardo nonostante, di solito, preferisca comprarli sotto l’impulso del momento oppure, al limite, su consiglio di una tra le poche persone con cui, sull’argomento, ritiene opportuno scambiare opinioni. Soprattutto quando, come in questa circostanza, si tratta del ramo di una disciplina che pur conoscendo poco la appassiona particolarmente.
Quella domenica, eppure, tutti e tre i giornali che le sono capitati sotto mano, facendo riferimento a questo anniversario, citano uno stesso libro che, fin da subito, la colpisce senza sapere perché. Sarà che è stato appena tradotto in italiano dopo qualche anno dalla pubblicazione, sarà il parere concorde di opinionisti e cosiddetti esperti di solito in forte disaccordo tra loro, sarà il tedio soporoso dell’interregionale: la mattina dopo, prima ancora di andare sul luogo di lavoro, passa da un negozio specializzato e, d’impulso, compie l’acquisto cercando di non pensare alle decine di volumi che giacciono sul comodino in attesa di essere presi in considerazione.

Quando vede per la prima volta la foto nel risvolto di copertina quasi non se ne accorge. Quando la rivede per la seconda volta un dubbio la assale. Quando, finalmente, la esamina con attenzione, sente un tuffo al cuore come se avesse di nuovo undici anni e avesse appena incontrato, nel corridoio della scuola, il cantante americano di cui era disperatamente innamorata.

Le foto sono oggetti inanimati; le foto, stampate a migliaia su carta patinata, non è possibile ricambino il nostro sguardo. Accade a volte, tuttavia, che lo sguardo impresso sulla pellicola abbia incontrato il nostro talmente tante volte e sempre, ogni singola volta, talmente carico di significati inespressi, da causare in noi l’impressione che ci sia uno scambio vero e proprio anche quando l’azione di guardare non può che essere unilaterale.

Inizia a leggere il libro: le scotta tra le dita ed è pesante come una montagna. L’istante precedente alla lettura della prima parola si augura con tutto il cuore che non le piaccia, che la disgusti, che dimostri superficialità e approssimazione nel modo in cui le tematiche sono trattate, che si tratti della solita operazione commerciale di taglia e cuci soltanto per guadagnare soldi facili in occasione di un anniversario. Che la traduzione faccia letteralmente schifo, per lo meno.

L’istante successivo sa che non è così, che il libro merita di essere letto e, addirittura, di essere consigliato e possibilmente regalato a quante più persone possibile. E quando, meno di cinque ore dopo, si ritrova ad aver esaurito ogni singola lettera stampata su quei fogli e, di nuovo, ha lo sguardo posato sulla quarta di copertina, si pone finalmente una domanda.

Se questo fosse un film, Lei e Lui si incontrerebbero in una assolata città mitteleuropea del tutto casualmente, magari in un ascensore opportunamente guasto che li costringerebbe a trascorrere insieme un tempo sufficiente da essere costretti a rompere il muro del silenzio.

Ma se questo non fosse un film, adesso cosa dovrebbe succedere?

Ragione ed emozione

Ci sono aforismi che non so mai se siano stati ideati da un autore famoso, da un cantante pop oppure se, “semplicemente”, non siano invece frasi che si sono tramandate, generazione dopo generazione, da scritte sui muri, zainetti o diari di scuola.

Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce è una di queste. Forse lo dovrei chiedere a James Geary, autore di un libro che non vedo l’ora di leggere (The World in a Phrase, che sarà tradotto in italiano in autunno) e con il quale sono in contatto via mail per motivi di lavoro.

Il titolo del post, ovviamente, scimmiotta maldestramente un libro di Jane Austen: Sense and sensibility, reso in italiano come Ragione e sentimento. Per inciso, ho visto di recente un film ispirato alla vita della Austen: Becoming Jane, con una credibile Anne Hathaway (dopo il Diavolo veste Prada) e un bellissimo James MacAvoy (dopo Atonement, o forse prima, chissà); film a me particolarmente caro perché particolarmente cara mi è la scrittrice, e film contenente la dichiarazione d’amore più commovente che abbia mai visto rappresentata su uno schermo - mi riservo di lasciare una classifica a parte per quelle che sono state destinate a me nella vita reale, tuttavia.

E comunque. In tempi come questi, in cui le emozioni sono più un ricordo che un’esperienza quotidiana, la ragione tende a predominare. Incontrastata. E mi rende del tutto impotente davanti ai momenti anche più significativi della mia esistenza - nel bene e nel male.

Ieri ho trascorso la maggior parte della giornata in silenzio, a osservare ciò che avevo davanti a me nella stanza di una casa di riposo. Perché mia nonna sta morendo.

Ora: tutti noi stiamo morendo, dal primo all’ultimo. Non è che me lo sia dimenticato: la mia pelle, i miei neuroni, le mie sinapsi ma anche la mia carne e tutto il resto sono prossimi a ridursi a uno stato marcescente. Lo stesso dicasi per ogni essere vivente, definibile tale forse proprio in quanto soggetto alla tirannia della morte. Niente di nuovo, niente di strano, in questo. Nasciamo come polvere di stelle, ma in fondo non siamo altro che cibo per i vermi.

Il fatto è che nel caso di mia nonna il fatto è adesso particolarmente evidente: è talmente debole che sembra quasi non essere in grado di parlare nel momento in cui compie un atto talmente “normale” e involontario qual è la respirazione. Il braccio non paralizzato, quello che quindici anni fa l’ictus fece diventare da semplice braccio a IL BRACCIO, quello che funziona, quello con cui può afferrare la forchetta e appoggiarsi a me quando le infilo la giacca per portarla a pranzo al ristorante accanto, il braccio non paralizzato, per l’appunto, adesso è riverso sul letto ed è striato da vene bluastre. I capelli sono meno dell’ultima volta in cui l’ho vista, tre settimane fa; sono più radi e tutti spampanati sul cuscino che scopro essere intriso di sudore.

Mia nonna, da giovane nelle foto e da adulta nei ricordi, era una donna di una bellezza quasi impossibile a credersi. Un po’ come Alida Valli, ma con gli occhi dal colore mutevole a seconda del tempo: grigi - azzurri - verdi. Quanto glieli ho invidiati, in passato, quegli occhi che adesso sono acquosi e semichiusi, il destro ricoperto dallo spesso velo di una cataratta che non è mai stato possibile operare.

Mia nonna sta morendo ed è sotto gli occhi di tutti. Ieri era sotto i miei, di occhi; occhi che non ho ereditato da lei e che sono banalmente marroncini, senza neanche una microscopica striatura di verde o, che so, qualche pagliuzza dorata che risplenda sotto la luce del sole al tramonto.

Occhi che ieri vedevano chiaramente il deperimento del corpo e l’annebbiamento della mente. Orecchie dentro le quali onde sonore a bassa frequenza trasmettevano segnali che il cervello non poteva non interpretare come “vaneggiamenti”.

E il cuore? Il cuore c’era, il cuore c’è. Le emozioni ci sono, ma la ragione è troppo forte per riuscire a farle emergere. Restano sotto la pelle; restano ingabbiate all’altezza del pomo d’Adamo e ogni atto di deglutizione le rimanda giù, ritmicamente.

Il liquido apatico di cui cercavo di scrivere qualche giorno fa è talmente vischioso da non riuscire a fare emergere neanche il dolore. E non va bene, questo; non va bene affatto. Come posso fare?

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E mi si scalda il cuore

Stavo aiutando mia madre ad apparecchiare la tavola e si affacciavano alla mente cupi pensieri, incoraggiati da Françoise Hardy. Il fatto che avrei trascorso la serata con Mascalzone Latino, tra l’altro, se da un lato mi rincuorava perché contentissima di vederlo e di andare a questo fantomatico spettacolo di etnotango (???), dall’altro mi faceva prefigurare discorsi sul tenore di “mois je vais seule” mentre “tous les garçons et les filles de mon age se promenent” eccetera eccetera. Poco da stare allegri, almeno per quanto riguarda il mio corrente atteggiamento nei confronti della possibilità di amare, essere amata o quantomeno incontrare qualcuno (abbassiamo sempre un po’ il tiro, ché non si sa mai).

E poi. Poi mia madre, colta dall’ispirazione, ha esclamato: “Ma te l’ho detto che c’è un nido sul balcone della sala?”. Un nido, proprio così. Un nido incassato tra le foglie d’edera e la ringhiera, un nido ubicato nella posizione più favorevole rispetto al moto (apparente, ok) del sole e ben riparato dal vento. Un nido su uno dei milioni di balconi di una città di quasi un milione di abitanti. Un nido.

Il nido contiene quattro uova di colore grigio pallido ed è bellissimo. Il nido, d’altra parte, era chiaramente, sconcertantemente abbandonato a se stesso nell’ora del crepuscolo.

Dieci minuti fa, finito di lavare i piatti, mia madre se ne è arrivata con l’aria di chi stava cospirando qualcosa di grosso. Nella mano, una minitorcia, e negli occhi uno sguardo curioso. “Chissà se il nido è davvero abbandonato oppure se, talvolta, i “genitori” delle uova se ne tornano a controllare. Anche perché mi chiedo cos’abbiano da fare gli uccellini tutto il giorno; insomma, mica devono timbrare il cartellino!”.

E così sono partita alla volta della scoperta del nido in situazione notturna: ho puntato la luce di sbieco tra le foglie d’edera, ed era lì. La mamma, tutta rannicchiata e con le ali spiegate a coprire la superficie lasciata scoperta dall’intreccio di rametti e foglie.

Ha ragione Jorge, il tizio che teneva il corso che ho seguito a Barcellona: “non le sue rappresentazioni, i discorsi su o le similitudini rispetto a. E’ l’oggetto, l’oggetto vero e proprio l’unica cosa che davvero emoziona noi esseri umani.” Jorge si riferiva a come allestire un museo, d’accordo.

Ma era da così tanto tempo che qualcosa non mi faceva scaldare il cuore così.

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Per una buona visione

Dopo la settimana a Barcellona sono stata - abbastanza ovviamente - oberata di lavoro. E, di conseguenza, ho poco tempo non tanto di scrivere, quanto per pensare.

Però ci sono alcuni film che ho visto ultimamente e che vorrei consigliare a chi passa di qua, per il semplice motivo che ho la presunzione di pensare che le o gli potrebbero piacere anche moltissimo. In alcuni casi ho addirittura pianto come una fontana, tanto per farvi capire.

Lars e una ragazza tutta sua. Un titolo brutto (un po’ alla “Se mi lasci ti cancello”, traduzione da taglio di un arto, se mi capite) per un film commovente, con una tematica su cui sto cercando di scrivere già da parecchie settimane, quella del fidanzato immaginario.

Lezioni di felicità. Un titolo un po’ sdolcinato, che tuttavia diventa bellissimo nel momento in cui si assapora la scena che ha ispirato i traduttori. In originale, infatti, il titolo di questo film franco-belga è Odette Toulemonde, dal nome della protagonista: un’Amélie Poullain con vent’anni in più, una casa più kitch ma altrettanta poesia. Consigliatomi da Sole in uno slancio incredibile del suo fantastico inconscio. E questa la può capire soltanto lei, temo.

27 Weddings. Semplicemente perché ho l’età della protagonista, perché sta per iniziare anche per me l’epoca d’oro degli inviti ai matrimoni e perché anch’io, come lei e come moltissimi di noi, credo, faccio una fatica incredibile a dire “no“. Ancora con la sindrome della brava bambina che deve sempre dire sì dal momento in cui scopre che, anche se è frustrante, sentirsi “brava” dà anche un certo piacere. A discapito della propria integrità psico-fisica, magari. Ma si tratta di un concetto facile da capire ma quasi impossibile da agire. Almeno per me.

Buona visione, se vi capita :)

Il trentesimo anno

Solo qualche riga, tanto per omaggiare Barcellona e il sole meraviglioso che mi ha accolta quando pochi minuti fa sono scesa in strada a fumare la prima sigaretta della giornata.

E’ stata una settimana intensa e faticosa e stimolante e gratificante. Era dai tempi dell’università che non mi trovavo più nella condizione di seguire otto ore di lezione praticamente consecutive - con il tempo per caffè / toilette /sigaretta rubato tra un respiro e l’altro delle persone che ci parlavano.

Oggi però è domenica: pur non volendo necessariamente rifarmi a paragoni biblici, ritengo tuttavia di essermi meritata un pomeriggio sulla spiaggia. Pensavamo di andare a Sitges, ma probabilmente ci limiteremo a prendere la metropolitana fino a Poble Nou, passeggiare nel parco di Jean Nouvel e dirigerci infine sulla sabbia.

Anche perché domani compio trent’anni - e festeggerò il mio compleanno svegliandomi alle sei per non rischiare di perdere il volo di ritorno. Cosa che potrei anche essere portata inconsapevolmente a fare, dal momento che tornare è sempre difficile, per me.

Mi rendo conto adesso che il titolo che ho scelto di dare al post sembrerebbe indicare l’intenzione di fare almeno qualche piccolo bilancio… e lo farò, lo farò proprio, un piccolo bilancio: andrò in spiaggia a prendere il sole, e quando si avvicina l’ora del tramonto ordinerò una cerveza e mi godrò il panorama.

Buona domenica a tutti :)

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