SOS Invadeteci!
Contravvenendo alla mia auto-regola di non parlare mai di attualità se non nel campo della ricerca scientifica, aderisco all’appello ironico e tragico di Mente Critica - ringraziando GG per avermelo fatto scoprire.
Difficile convivere con l’ambivalenza
SOS Invadeteci!
Contravvenendo alla mia auto-regola di non parlare mai di attualità se non nel campo della ricerca scientifica, aderisco all’appello ironico e tragico di Mente Critica - ringraziando GG per avermelo fatto scoprire.
Premetto che non farò riferimento alcuno alla canzone di Laura Pausini – sospendo il giudizio, al proposito, anche se come tante altre cose non posso negare che abbia fatto parte, volente o nolente, della colonna sonora della mia adolescenza.
Il fatto è che è proprio di quello che ho intenzione di scrivere: della solitudine. Anzi, di un tipo particolare di solitudine, che non saprei come definire se non come solitudine sentimentale.
Venerdì pomeriggio, in ufficio, stavo vivendo uno di quei momenti creativi che rendono il mio lavoro degno di portarmi via un tempo eccessivo per uno stipendio che mi sta facendo arrossare il conto in banca e che si è soliti chiamare brainstorming, quando sono stata contattata via Skype da uno sconosciutissimo Valerio.
Io utilizzo molto Skype per lavoro: ciò significa che compaio con il mio Nome e Cognome e ho una foto a figura intera con tanto di cappotto in cui sullo sfondo compare il Colosseo – e a cui tengo tantissimo perché mi ricorda un momento molto felice della mia vita. Niente di particolarmente ammiccante, quindi.
Le rare volte in cui ricevo un tentativo di contatto da sconosciuti mi limito a bloccarne la richiesta. In quel caso, però, davanti al mio computer c’era il mio collega Fotografo (perché è lui che mi ha fatto la foto di cui parlavo), il quale non soltanto ha accettato la richiesta ma ha iniziato a conversare con il suddetto Valerio. Fingendosi me, ça va sans dire.
Ora. E’ un periodo, questo, in cui la solitudine è la condizione che preferisco. Sono una persona molto socievole e, in genere, e una grande amante della socialità; una persona alla quale non mancano le occasioni per uscire e che anzi spesso si trova a dover scegliere tra più alternative. Da qualche settimana, invece, il mio telefono non squilla quasi mai in orario preserale e la cosa mi rende estremamente felice; almeno non mi trovo più, come qualche tempo fa, a dover inventare scuse improbabili per giustificare il mio continuo diniego a mettere il naso fuori dalla porta di casa.
Ormai mi telefonano soltanto più Candi (che soffre di periodici attacchi di misantropia ed esce soltanto con il proprio fidanzato), Scassaritratti (che vive in un’altra città) e Sole e Andrea (che vivono in un’altra nazione). Gli altri hanno avuto il buon gusto di desistere o di chiamarmi la sera alle dieci, quando sanno di trovarmi già in tenuta da notte (ché a scrivere pigiama passo da sfigata, invece così può restare il dubbio che sia languidamente avvolta da una vestaglia di seta e sorseggi champagne).
Per riassumere, dopo una giornata passata in un ufficio con decine di persone intorno e stimoli comunicativi di ogni genere, trascorro la maggior parte delle mie serate da sola leggendo o guardando film; se proprio ho voglia di parlare con qualcuno, in fondo, c’è sempre il telefono.
E sono – per adesso – estremamente soddisfatta della situazione; altrimenti farei qualcosa per cambiarla, no?
Dopotutto, nel corso degli ultimi quindici anni – e mi fa un grande effetto scriverlo, ma è proprio così – non ho mai saltato né un venerdì né un sabato sera se non per gravi motivi di salute (come per le assenze a scuola); per non parlare degli anni dell’università, in cui era un continuo litigio con i miei genitori perché erano più le serate che trascorrevo fuori di quelle passate all’interno delle mura di casa. Una volta, addirittura, mia madre se ne è venuta fuori nel bel mezzo di una furiosa litigata con la mitica frase “Questa casa non è un albergo!“; tempo tre secondi e, vista la mia espressione a metà tra lo sconcertato e l’esilarato, è scoppiata a ridere come una matta.
E, sempre nel corso degli ultimi quindici anni, non sono passati mai più di quaranta, cinquanta giorni senza che uscissi con un ragazzo in maniera più o meno seria e continuativa. Ciò considerato (e dalla sottoscritta assaporato in tutta la sua portata), forse risulta più chiaro perché abbia faticato tanto per liberarmi delle frequentazioni superflue, tenendo care soltanto le persone che davvero lo sono.
Tutto questo per sottolineare che la solitudine la conosco; la conosco molto bene e ne sto esplorando sfumature e sfaccettature.
Immagino, tornando al discorso iniziale, che un Valerio che il venerdì pomeriggio si mette in cerca di ragazze con cui dialogare via Skype sia una persona che si sente sola. Magari mi sbaglio e non lo è; magari è sposato, magari è pieno zeppo di amici e ha una vita sociale estremamente appagante. Sembrava un tipo simpatico, dopotutto, ed era anche piuttosto cortese - il che di questi tempi è una dote estremamente apprezzabile.
Pur tuttavia, almeno un po’ solo si sarà dovuto sentire, sant’uomo, se è stato per quaranta minuti a digitare sulla tastiera di un computer frasi che tra l’altro, a leggerne l’ortografia, doveva anche costargli una certa fatica comporre con la rapidità richiesta dal contesto. Sentimentalmente solo, se non altro.
Lo ammetto: essendo cresciuta a pane e Jane Austen, non sono particolarmente rappresentativa del campione “giovani sui trent’anni che cercano di fare nuovi incontri via internet”. La penso, al proposito, un po’ come Sherry Turkle, che nel suo The Second Self scriveva:
“Come Narciso e il suo riflesso, le persone che lavorano con i computer possono facilmente innamorarsi di mondi che loro stessi hanno costruito o, anche, di proprie azioni compiute in mondi che altri hanno creato per loro.”
Chissà cosa cercava, Valerio. Chissà di quali altri metodi dispone, oltre a Skype, per provare a riempire il suo baratro sentimentale.
Forse ha ragione il collega Fotografo, che mi incitava tra le risate a suon di “Dai, fallo anche tu, scrivigli, controbatti, dai corpo alla sua fantasia!” Non ci sarebbe niente di male, in fondo, a creare per uno sconosciuto un mondo nel quale si possa sentire desiderabile e desiderato.
O forse sì? Forse c’è qualcosa di male, o comunque di sbagliato, di storto, di estremamente fastidioso nell’accorgersi che chissà quante persone, proprio in questo momento, stanno cercando del tutto alla cieca qualcuno del sesso opposto (o medesimo, a seconda dei gusti) che creino per loro mondi in cui si possano specchiare e rimirare compiaciuti; mentre in un qualsiasi luogo pubblico mai nessun ragazzo mi avvicinerebbe anche soltanto per dirmi “bah”.
E questo non perché io soffra di qualche strana deformità fisica che mi rende ripugnante agli occhi dei più: statisticamente, credo di poter risultare anche soltanto vagamente attraente almeno per una persona su cento. Oddio, cosa ho scritto? Sarò punita per la mia ὐβρις (grazie
), la mia tracotanza.
E comunque. Fossi anche, facendo sfoggio di maggior modestia, vagamente attraente per una persona su mille, vigessero per strada le stesse regole che valgono in rete, almeno una volta al mese¹ qualcuno dovrebbe fermarmi per dirmi “Ehi, ciao, hai voglia di parlare un po’ con me?”. Invece non succede mai. I commenti di muratori / manovali et similia non contano, anche se sto notando che negli ultimi anni anche loro sono molto meno attivi in quel senso.
Non che lo voglia, anzi; ho già scritto che di questi tempi raggiungo la serenità completa soltanto quando avvolta nel mio bozzolo di 30 metri quadri che tutti si ostinano a chiamare “casa”.
Semplicemente, mi chiedo perché chi sente il bisogno di un contatto anche soltanto verbale con altri esseri umani, al contrario di me che alla solitudine anelo, se ne stia rintanato davanti a uno schermo invece di scendere in strada e cominciare a guardare in faccia chi gli passa accanto.
Chissà, Valerio: forse varrebbe la pena provare.
Sempre meglio che trascorrere quaranta minuti a conversare con un uomo alto quasi due metri credendo sia una ragazza con il cappotto grigio il cui viso appena si intravede contro lo sfondo del Colosseo. Almeno credo.
Le citazioni latine vanno bene praticamente per tutte le occasioni. Anche se il latino, in realtà, non l’hai mai studiato – oppure lo hai studiato per sette anni sudando le proverbiali sette camicie e, ciononostante, una mattina di gennaio ti trovi nella biblioteca Piccolomini del Duomo di Siena e stordita dalla meraviglia in cui sei immersa ti chiedi perché mai il Pinturicchio l’abbia dovuta scrivere proprio in latino, la storia di Papa Pio II rappresentata nei suoi affreschi, se nel ‘500 l’italiano era già lingua autonoma e ampiamente diffusa.
Tempo fa ho regalato a mia madre un grazioso libretto intitolato La saggezza degli antichi: lei ne è stata talmente entusiasta che l’ha perso nel giro di una settimana. E non sono sarcastica: era davvero così contenta di poter finalmente insultare la gente dicendo “perle ai porci” in greco antico che la sua connaturata bontà le ha impedito di avere il libro tra le mani per il tempo sufficiente a imparare a memoria tutta la frase.
Nomen omen è, tra le pochissime frasi fatte latine che ricordo a memoria, tra le mie preferite; di quelle in greco nemmeno a parlarne, se mi ricordo l’alfabeto è soltanto perché in fisica e in matematica si ha bisogno di talmente tante lettere per etichettare le grandezze che nemmeno il greco basta, a volte, e si deve ricorrere a lingue ancora meno note in Italia come ad esempio l’ebraico.
Nella top ten delle citazioni (più che altro una top five, se devo proporzionare la classifica al numero complessivo) ci sono anche homo homini lupus e mutatis mutandis – quest’ultima perché mia nonna, quand’ero bambina, la usava per insegnarmi che la biancheria intima va cambiata tutti i giorni. Non scherzo. Nonna a parte, anche la solita, affidabile alea iacta est non è malaccio, se devo proprio dirla tutta.
Nomen significa nome; e fin qui ci era facile. Omen, invece, significa presagio. Pertanto: un nome, un presagio.
E tutta questa saggezza compressa in nove lettere più uno spazio mi porta a pensare due cose.
In primo luogo, che ha ragione chi dà ai titoli l’importanza che meritano. Perché è vero che, come scriveva Fleur Jaeggy, “non basta dimenticare un nome per dimenticare l’essere”; e per certi versi posso addirittura essere d’accordo con chi, un po’ di tempo prima scriveva in un sonetto che “that which we call a rose, by any other name would smell as sweet” (“ciò a cui diamo il nome di rosa avrebbe lo stesso dolce profumo con qualsiasi altro nome”, più o meno – sto citando Shakespeare, non pretendo mica di tradurlo correttamente!).
Eppure un titolo, forse ancora più di un nome anche grazie alla sua maggiore estensione nello spazio, racchiude in sé l’essenza di ciò che verrà.
Facciamo alcuni esempi.
C’è un quadro di Magritte che non posso guardare senza provare un profondissimo senso di repulsione – e l’aggettivo superlativo non è stato messo lì a casaccio: il senso di repulsione è talmente profondo che, non tanti anni fa, mi ha portato a spendere un terzo di stipendio per sviscerarlo in tutte le sue sfumature più recondite con quello che era il mio psicologo. Più di tre ore (escluse quelle poi trascorse in solitudine, che si pagano con una moneta diversa dal denaro) per cercare di capire come mai la rappresentazione su tela del contorno di un volto di donna con, al posto dei lineamenti del viso, gli attributi del suo busto e del basso ventre mi provocassero un tale sconvolgimento interiore. Il segreto è nel titolo: l’avevo letto la prima volta in cui l’immagine mi era capitata sotto gli occhi e mi aveva talmente tanto scossa da “costringermi” a cancellarlo dalla memoria – azione che, purtroppo o per fortuna, non ero riuscita a ripetere con la declinazione del concetto in chiave figurativa. Il titolo di quel quadro è Le viole, ossia Lo stupro – e vi chiedo scusa se non metto il link ma nonostante tutto ancora non riesco a guardarlo senza esserne turbata. Se vi interessa vedere l’immagine, sono sicura che potrete trovarla autonomamente.
Giusto perché siamo in tema e alcune coincidenze vanno perlomeno citate: la canzone che sto ascoltando adesso è di Tori Amos e si intitola Me and a gun. Non lascia presagire (per l’appunto) nulla di buono, vero? Infatti descrive, con parole così toccanti da non aver bisogno di essere accompagnate dalla musica, il giorno in cui la cantante fu violentata da un suo cosiddetto fan.
Avevo iniziato dichiarando che l’accostamento Nomen omen mi fa pensare due cose. La seconda idea, tuttavia, si sarebbe concretizzata uno sproloquio sul significato del nick che ho scelto, dal momento che in questi ultimi giorni me l’hanno chiesto in tanti. La domanda ha un senso, per carità; “What’s in a name?”, per l’appunto, era proprio la frase d’attacco del sonetto citato poc’anzi.
Poi però mi sono ricordata che ne ho già scritto e che in realtà mi piacerebbe piuttosto rivolgere la stessa domanda a chi passa di qua; se mi si perdona la blasfemia: “What’s in a nickname?”
Una scusa per rompere il ghiaccio e commentare per la prima volta, magari. Ma magari anche no ![]()
Ieri mattina sono stata dal parrucchiere - giocandomi così il primo hair-ticket del 2008. Da sempre, infatti, vado dal parrucchiere massimo due volte all’anno, se possibile addirittura nessuna; di questi tempi, in particolare, la mia situazione economica non mi consentirebbe di aumentare la frequenza neanche lo volessi.
E per inciso, pare che in futuro la situazione non migliorerà: mi spiegava un commercialista che, se io avessi avuto contratti a progetto del valore di 1000 euro al mese dal 1997 al 2007, avrei accumulato, per il mio futuro, una pensione di ben 145 euro al mese - o qualcosa del genere. Io lavoro (prima in nero, poi co.co.co. e, “finalmente”, a progetto) dal 2002 circa, quindi spero tanto che quel commercialista abbia preso una sonora cantonata.
E comunque. Di questi tempi, proprio perché la situazione economica non è particolarmente florida e il futuro è particolarmente incerto, è importante viziarsi un po’, almeno ogni tanto.
Innanzitutto, incominciare la giornata con qualcuno che ti accarezza la testa e si prende cura di te è un’esperienza stupenda - mi hanno addirittura portato il caffé mentre aspettavo che quest’uomo tinto di biondo dall’aria esperta prendesse in mano quattro tipi diversi di forbici. E poi arriva finalmente il momento magico: la piega.
Ora: io ho i capelli mediamente lunghi, tendenzialmente secchi e decisamente ricci. Se inavvertitamente uscissi di casa dopo averli spazzolati in libertà come faccio prima di entrare nella doccia potrei anche essere scambiata per una creatura mitologica con il corpo di donna e la criniera di un leone. Ciononostante, i miei capelli sanno anche essere piuttosto docili e, se stirati da un professionista, umidità dell’aria permettendo potrebbero anche sembrare naturalmente lisci. Ma sto divagando.
Il punto è che una pettinatura diversa - ma soltanto temporaneamente diversa - ha un effetto strano sul comportamento. Scritto così può forse sembrare un’esagerazione, immagino. Però i miei capelli sono probabilmente la cosa più bella che ho, sia per forma, sia per consistenza, sia per colore. Questo l’ho capito soltanto dopo aver passato anni a tingerli di nero corvino con delle ciocche blu; a lavarli con shampoo comprati al supermercato; ad asciugarli con il phon sparato al massimo della temperatura; a fare, insomma, tutte quelle cose che secondo le riviste femminili una ragazza come si deve dovrebbe evitare come la peste.
Quando tingevo i capelli… Non c’è nulla di temporaneo, in un colore diverso dal proprio; anche se si tratta di una tintura semipermanente, di quelle che vanno via dopo sei, sette lavaggi. I riflessi sull’incarnato cambiano, e con essi vira la tinta della pelle del viso. A poco a poco, sembra di non aver fatto altro, nella propria esistenza, che portare sulla testa una versione boccoluta della parrucca di Morticia Addams.
I capelli stirati a colpi di spazzola, invece, sono tutta un’altra cosa. La lisciatura dura soltanto tre, quattro, cinque giorni: finché non ti stufi di fare la doccia con la cuffia che tua nonna usava per fare il bagno al mare negli anni ‘50, per intenderci.
E sei diversa. Sei incredibilmente diversa. In primo luogo, trovo di avere, con i capelli lisci, un’aria decisamente più sofisticata e affidabile; dovessi fare un colloquio di lavoro in una multinazionale (non vedo perché, ma è soltanto un esempio) mi presenterei all’appuntamento con il tailleur pantalone nero di rigore e con i capelli perfettamente stirati. I capelli ricci, infatti, portano anche i meno prevenuti di noi a mormorare sommessamente il detto “ogni riccio un capriccio”, sottintendendo che una folta chioma di ciocche elicoidali si accompagna, quasi inevitabilmente, a un carattere instabile e sfuggente. Poi c’è il fatto che chiunque ti conosce non può non accorgersene: non è come cambiare la montatura degli occhiali (che per me, come ho scritto qui e ho ribadito qui, è costitutiva del mio modo di essere, oltre a quello di apparire), è macroscopico ed evidente da tutti gli angoli di osservazione - se ne accorge anche chi mi guarda dalla finestra del primo piano mentre cammino sul marciapiedi.
Entrambe le sensazioni - l’aumento di sofisticazione e affidabilità insieme all’evidenza del cambiamento - si riflettono sul comportamento: il modo in cui io percepisco me stessa, che in parte dipende da come ritengo mi percepiscano gli altri, influenza i modi di fare e di porsi nei confronti della gente. Con i capelli lisci, mi hanno fatto notare, assumo delle “pose” da donna in carriera che non mi sono connaturate. Con i capelli lisci, mi sento al centro dell’attenzione - mentre di solito, semmai, soffro del complesso da tappezzeria.
Ma tutta questa diversità è a tempo determinato: alla fine dell’esperienza, infatti, tornerai esattamente come prima, senza quasi nessuna ripercussione psicofisica come nel caso di un taglio netto di venti centimetri, e senza aver dovuto inserire nel tuo corpo oggetti estranei come le lenti a contatto. Anzi, l’espressione “tempo determinato” comporta troppa continuità, per questo caso.
I capelli lisci sono capelli precari. Proprio come il mio lavoro.
Dal che potrei dedurre che il mio contratto a progetto, apparentemente rinnovato ancora per tutto il 2008, altro non sia che un cambiamento temporaneo nella mia esistenza, e non ne costituisca parte essenziale né componente identificante. Che il mio lavoro precario non faccia davvero parte di me, ma sia soltanto un modo in cui la “vera” me stessa può compiacersi, per un tempo dotato intrinsecamente di data di scadenza, di cambiare un po’ agli occhi degli altri. Per essere percepita dagli altri come affidabile, sofisticata ed essere al centro dell’attenzione. E, di rimando, sentirmi tale anch’io; almeno un po’.
Peccato che con il lavoro ci debba pagare cibo, affitto, luce e gas - e vizi come il parrucchiere due volte l’anno. Peccato che dopo quasi vent’anni passati a studiare e formarmi per il mio futuro, come non si stancavano mai di ripeterci i professori, vorrei davvero poter costruire un progetto di vita, e non avere una vita a progetto.
Scusate lo sfogo.
Io amo l’italiano. E’ una lingua stupendamente ricca e versatile e, soprattutto, è la mia lingua. E mi accingo a usarla come un’arma contro chi invece sembra non amarla affatto - o se non altro la tratta molto male.
Adoro anche, nell’ordine, l’inglese, il francese e lo spagnolo - e vorrei tanto adorare anche il giapponese, ma ancora non sono riuscita a impararlo. Ogni volta in cui parlo, leggo o traduco da una lingua che non è la mia sento un brivido di felicità e un senso di quasi-onnipotenza: il potere delle lingue è enorme, perché è il potere di comunicare con altri esseri umani sia qui e ora (grazie al turismo di massa
) sia altrove e in un’altra epoca (grazie, oltre che al web, ad altri “oggetti” come i libri).
Ma niente è paragonabile alla mia lingua, perché è mia. Che mi piaccia oppure no - e fortunatamente, lo ripeto, mi piace tantissimo. A parte quando devo tradurre testi specialistici scritti in inglese: in quei casi la odio cordialmente, ma si tratta di circostanze lavorative che esulano un po’ dal contesto generale della mia vita, in cui l’italiano è tra le cose che amo di più. Anzi. Amo talmente tanto la lingua italiana da provare un vero e proprio spasmo di sofferenza fisica ogni volta in cui vedo errori che non sono refusi, frasi prive di coerenza logica che non sono anacoluti. O per lo meno sono anacoluti - non - voluti.
Non ho idea del motivo per cui persone con una formazione universitaria e in grado di scrivere concetti anche estremamente interessanti, ben strutturati e stimolanti scivolino sull’ortografia. Sì, proprio sull’ortografia: come scrivevo, non si tratta di refusi, quando sono così spesso reiterati - si tratta di ignoranza. Ah, dimenticavo una precisazione: non vale il viceversa, ossia scivolare sull’ortografia non è indice del fatto che i contenuti siano estremamente interessanti eccetera. E con questo, lo so, mi sono resa definitivamente odiosa
E comunque: non conosco le ragioni di tale appiattimento linguistico, di tale imbarbarimento (ho le esigenze di purezza linguistica di un accademico della Crusca di inizio settecento, si era intuito?); alcuni esperti sostengono sia colpa della scuola, altri dell’uso del computer e di strumenti come i correttori automatici, altri ancora di “oggetti” come i blog. Mah. Tempo fa ho letto un bel post sugli errori in cui è più frequente imbattersi sulla rete; più recentemente, mi è capitato di partecipare su Facebook a un forum sull’argomento “quante lingue conoscete?” e mi ha rallegrato leggere molte repliche che insistevano sull’importanza di conoscere la propria lingua madre, prima di impararne altre.
Non sono così sicura che la “colpa” sia del mezzo di comunicazione (blog, chat ecc.); mi piacerebbe, tuttavia, conoscere al riguardo anche altri pareri da parte di persone che sono solite scrivere per piacere, e non soltanto per lavoro.
Premettendo che la mia formazione ortografica è tuttora in corso (spesso mi capita di interpellare un amico che di mestiere fa il redattore), le questioni più “scottanti”, per quanto mi riguarda, sono le seguenti.
1. la confusione tra accenti gravi e acuti
Anche se quando facevate francese alle scuole medie, come la sottoscritta, non ci pavete capito niente, in realtà ci sono delle regole ben precise anche in italiano: perché, giacché, né, sé, finché eccetera. Già che siamo in argomento, “se stesso” e varianti (stessa, medesimo, medesima) l’accento non lo vogliono (anche se l’Accademia della Crusca qui sostiene che entrambe le forme sono accettabili). Allo stesso modo, ventitré, trentatré e tutti gli altri composti di tre lo vogliono acuto, così come le terze persone singolare del passato remoto - come batté o rifletté. L’accento grave è invece da utilizzare esclusivamente per la terza persona singolare del verbo essere, per il suo composto cioè e per sostantivi come tè, caffè, narghilè e alcuni nomi biblici come Noè, Giosuè e Salomè.
2. la confusione tra accenti e apostrofi e i casi in cui “non ci vuole nulla”
L’unica voce verbale tra le terze persone singolari dell’indicativo a volere l’accento (vado a memoria) è dà. Pertanto, mi fa soffrire leggere abomini (chi sa dirmi come mettere l’accento circonflesso in wordpress?) tipo: “ti stà bene”, “mi fà male”. Forse è perché ci si confonde con l’imperativo? Eppure no, non è possibile: l’imperativo vuole l’apostrofo, semmai: fa’ questo, fa’ quello, sta’ qui vicino a me - si tratta di un’elisione. Anche qui e qua si scrivono senza segnetti, proprio come i nomi dei nipotini di Paperino. Là, invece, no: l’accento lo vuole. Problemi analoghi con la prima persona: sto bene, lo so (in quest’ultimo caso, gli errori sono fortunatamente molto infrequenti). E per ultimo: qual è. Qual-spazio-è. Niente apostrofi. Mai. La Crusca (e Suzukimaruti) sono d’accordo con me.
3. punti e puntini
I tre puntini, noti anche come puntini di sospensione, sono oggetto di abuso continuo e costante. Soprattutto negli sms, ma non soltanto. Il troppo stroppia, come diceva mia nonna: i non detti, i sottintesi, i vorrei-ma-non-posso li si rende nella scrittura anche in altri modi. E dopo il punto fermo ci vuole uno spazio. Sempre…
4. incomprensibile e involuto è diverso da “bello”
Le proposizioni subordinate sono molto importanti; relative, concessive, ipotetiche: aiutano a strutturare le idee in maniera complessa e accompagnano chi legge lungo i nostri percorsi mentali. Dato che esistono, è quasi doveroso usarle e sarebbe sciocco non approfittarne - ma senza esagerare. Tre relative in uno stesso periodo sono, nella maggior parte dei casi, semplicemente eccessive; una volta io pensavo dessero “personalità” al mio modo di scrivere, ma in seguito ho finalmente capito che risultano estremamente fastidiose, in quanto appesantiscono le frasi senza che ve ne sia necessità.
Le proposizioni relative che usavo nelle cose che scrivevo, o a cui ricorrevo parlando di ciò che mi interessava, erano, per le persone che mi leggevano, un ostacolo che faceva loro passare la voglia di seguirmi.
Wow. Ne abuso ancora, che gran sollievo ![]()
Questa mattina ho comprato On Chesil Beach quasi controvoglia. Perché ho sul comodino una ventina di libri che mi aspettano da parecchie settimane; perché Saturday mi ha riempito di angoscia; perché va bene leggere in inglese, ma così va a finire che non leggo più niente in italiano, e non va bene.
Questo pomeriggio, arrivata a circa trenta pagine dalla fine, ho dovuto farmi forza per strapparmelo dalle mani: perché non volevo smettere di assaporare il piacere amaro dei ricordi che faceva riaffiorare ma, d’altra parte, neppure volevo che quel piacere sottilmente lesivo si esaurisse troppo in fretta. Poi stasera, dopo cena, non ce l’ho più fatta a trattenermi, e l’ho finito.
Non ho assolutamente in mente di “recensire” Mc Ewan - né ho intenzione di addentrarmi nei dettagli della trama; già dalle primissime righe, tuttavia, emerge il fil rouge del romanzo:
“Erano giovani, avevano studiato ed erano entrambi vergini, nella loro prima notte di nozze, e vivevano in un’epoca in cui una conversazione sulle difficoltà relative al sesso era semplicemente impossibile. Facile, d’altronde, non lo è mai.“
[NdR La traduzione è mia, è una interpretazione più che una traduzione, "tradurre è tradire" eccetera; sono comunque sicura che, se non volete leggerlo in inglese, Susanna Basso abbia fatto un ottimo lavoro :)]
E comunque. Quando avevo circa tredici anni ho scritto un racconto - molto apprezzato da Candi e Peggy, all’epoca le mie lettrici più entusiaste nonché le uniche - sull’esperienza del primo bacio. Esperienza, per inciso, che ancora non avevo provato. Il racconto si concludeva con la frase che ho usato come titolo del post, il che dovrebbe far intuire come, pur non avendo ricevuto un’educazione cattolica, non riponessi nell’esperienza speranze particolarmente rosee. Colpa di tutti i romanzi vittoriani divorati prima dei dodici anni, forse. O forse no - ma ci ritornerò più avanti.
Ero in quarta ginnasio, tuttavia, ed ero quasi l’unica, nella classe, a non aver ancora baciato nessuno. E se da un lato mi giustificava il fatto di avere genitori convinti che mandarmi alle elementari a cinque anni fosse stata una scelta opportuna, dall’altro le uniche ragazze nella mia situazione (a parte un paio di eccezioni) erano… come dire… ma sì, sarò esplicita: delle sfigate - ai tempi si usava questo termine, ora non saprei
- o come tale erano percepite, al di là di baci che, per quanto ne so, potevano aver dato e ricevuto a destra e a manca all’insaputa di tutti [una di queste, in particolare, si rivelò essere una purittana calzata e vestita, soprattutto per quanto riguardava il provarci con il mio fidanzato].
All’epoca, lo confesso, in matematica ero un vero disastro, né ancora mi ero avvicinata alla logica grazie a un illuminato professore di filosofia; ciò nonostante, sui sillogismi a tema sentimentale avevo le idee ben chiare:
a. quelle che non han mai baciato nessuno sono le più sfigate della mia classe;
b. io non ho mai baciato nessuno;
ergo: io sono una sfigata.
Argh. Gulp. Gasp. Sob. [Poi ne sono uscita egregiamente, un po' ammaccata e senza grandi ricordi, ma sono riuscita perlomeno a non essere l'unica sfigata della classe a non avere ancora baciato nessuno. Grande conquista, vero?]
Non so come sia, per gli uomini. Né a dire il vero posso affermare di sapere come sia per le donne, a parte quel microcosmo femminile costituito da me, le mie compagne di allora e le mie amiche di sempre. Nella mia esperienza, tra donne se ne parla molto, anzi moltissimo - di sesso, intendo. E a quattordici anni, nel mio ambiente di liceo prestigioso nel centro città, tutto il sesso a cui potevi pensare era lì, in un bacio - o al limite qualche… come si diceva? pomiciata? palpatina? non ricordo, comunque il concetto è chiaro a tutti, credo. E se ne parlava davvero molto.
Parlarne prima che sia successo, tuttavia, non serve ad altro che ad alimentare le aspettative e ingigantire le paure. E a farti sentire una sfigata.
Tremendo, anche perché il primo bacio è soltanto l’inizio: non è che la prima di innumerevoli prime volte nei rapporti fisici con l’altro sesso (o lo stesso sesso, per alcuni. Insomma, i rapporti fisici con le persone che ci piacciono può andare bene??). Se non lo fai, sei una sfigata. Quando lo fai ti senti, per un motivo o per l’altro, del tutto inadeguata - ed è perfettamente “normale”, all’inizio. Nei ricordi di dieci, quindici anni dopo è anzi proprio quell’impaccio, quell’inadeguatezza di entrambi a farti traboccare il cuore di tenerezza.
Però una conversazione sulle difficoltà relative al sesso non è mai facile - soprattutto quando l’interlocutore è la persona con cui dovresti “fare” e non “parlare”. E’ importante, fondamentale, basilare nella costruzione di un rapporto, eccetera eccetera eccetera. Può essere anche molto bello e arricchente e addirittura eccitante, in alcuni casi. Però non è, mai, facile.
Secondo me gran parte della colpa si può fare cadere sui corsi di educazione sessuale che ci furono impartiti in terza media. Con il “ci” intendo: noi che abbiamo fatto le scuole medie in Italia tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90. Porterò tre testimonianze di vita vissuta:
Scuola media in un convitto di preti gesuiti: sequela di immagini degne di un congresso di ginecologia, accompagnate da discorsi di natura medica in un ambiente talmente asettico che nessuno osava pronunciare una parola. E per far sì che seicento tredicenni maschi se ne stiano in silenzio davanti a una donna nuda… insomma, ci siamo capiti.
Scuola media in un convitto di suore: il sesso non si fa. Quindi non c’è alcun bisogno di parlarne. All’obiezione: “E dopo il matrimonio?”, una risposta chiara e concisa: ne parlerete a tempo debito con il vostro confessore o durante il corso prematrimoniale. Ecco tutto.
Scuola media laica: diapositive con la storia fotografica di un ragazzo e una ragazza (un po’ stile fotoromanzo, ma a tinte beige e marroncine) e un commento a latere da parte di una psicologa del tutto insignificante. La storia è questa. Da bambini i due protagonisti giocano con amici dello stesso sesso e non si degnano di uno sguardo; da adolescenti si guardano e, al limite, camminano mano nella mano in strade particolarmente affollate; da adulti giacciono nello stesso letto (sempre a tinte beige e marroncine) coperti da una specie di lenzuolino triste e probabilmente bucherellato e con entrambe le braccia rigorosamente allo scoperto. Il letto, per inciso, era sormontato da un bel crocifisso. E le mani di entrambi i ragazzi, sempre per inciso, erano caratterizzate dalla presenza di anelli d’oro proprio sull’anulare.
No comment, almeno da parte mia. Per i commenti, sotto a chi tocca…
Mi metterò a dieta. Non (credo che) smetterò di fumare. Lavorerò meno ore ma meglio. …… Ma a voi, tuttosommato, che ve ne frega?
Ecco: ho deciso che il primo buon proposito deve essere proprio quello di stilare una lista che vorrei fosse di pubblica utilità - o quantomeno di pubblica ispirazione. L’ho divisa in due, perché così è più facile: il discrimine è tra un passato che si vorrebbe non si ripetesse più e un passato (anche soltanto immaginato) che invece è auspicabile si ripeta con sempre maggior frequenza. Superfluo sottolineare che è tutto vero - ossia gli episodi riportati mi sono stati riferiti da fonti attendibili oppure li ho vissuti in prima persona (se è superfluo, perché l’ho sottolineato? Mah, astuzia retorica, credo). Chiunque abbia qualcosa da aggiungere, è caldamente invitato a farlo.
Buona lettura e buon anno a tutti
Cose che non devono più succedere
Incontrare, in una città straniera, un ragazzo italiano nel nuovo posto di lavoro, trovarlo carino e simpatico e provare il desiderio di conoscerlo meglio; capitata “per caso” accanto a lui durante una pausa, chiedergli da quanto tempo si trova lì e sentirlo pronunciare le seguenti parole: “Da sei anni; ero venuto qui per farmi prete ma poi ho cambiato idea.” Come se non bastasse, appena ci si è ripresi dallo shock, scoprire che fortunatamente il celibato non gli interessa, ma che sfortunatamente sta insieme a una donna che ha 15, intendo proprio quindici anni più di lui. Game over.
Essere reduce da un’operazione ai denti talmente dolorosa che ti impedisce di parlare, trovare un amico compiacente che nonostante il tuo mutismo e il volto tumefatto ti accompagna al cinema e, una volta entrata in sala, incontrare il tuo ex fidanzato che non rivedi da anni se non con accanto una specie di fotomodella estone e, nonostante questa volta sia da solo e stranamente desideroso di fare conversazione con te, non poter pronunciare una parola.
Invitare una persona a cena e sentirsi rispondere, dopo un attimo di esitazione e dopo che un velo di terrore le ha coperto lo sguardo: “No, mi dispiace, stasera proprio non posso. Devo leggere”. Giuro, è successo davvero.
Essere a letto con il proprio partner, fargli o farle inequivocabili avances erotiche e ricevere, come unica replica monotòna: “Dai, aspetta almeno che abbia finito il capitolo”. PS Confesso che questa scusa io, in passato, l’ho usata più di una volta; giunta però all’età della ragione mi sono resa conto che un classico “No, dai, ho mal di testa” è molto più dignitoso. Per entrambi.
Pare che in un certo ambiente pseudo intellettuale (quello che, a quanto pare, frequento io) quello della lettura sia un tema quasi abusato nei contesti sentimental-improbabili; una ragazza incontrata per caso l’altra sera mi ha infatti raccontato che il suo ultimo ragazzo l’ha scaricata pronunciando le seguenti parole: “Mi dispiace, ma la nostra storia deve finire. Non ho più il tempo di leggere come facevo una volta.”
E’ un’occasione speciale per te e per il tuo fidanzato; non un partner occasionale, dunque, ma proprio la persona che sostiene di amarti. Potrebbe essere l’anniversario, oppure il suo compleanno. E comunque. Dopo ore di tentennamenti e un discreto esborso economico, ti presenti nel momento topico con una guepiére nera e le calze - non le autoreggenti, quelle oramai le portano tutti anche quando vanno in visita ai parenti anziani: proprio le calze-calze, quelle che necessitano di una giarrettiera per stare su. Passano pochi secondi intrisi di imbarazzo e di attesa speranzosa, finché non senti la voce della tua dolce metà pronunciare la frase che nessuna donna vorrebbe mai sentire rivolgersi, men che meno in un’occasione anche soltanto vagamente simile a questa: “Ma cosa diavolo ti sei messa?”
Il ragazzo con cui stai da circa sei anni, finalmente, comincia a dare segni di voler concretizzare il vostro rapporto: si ferma a dormire da te anche dopo la partita di calcio/tennis/briscola con gli amici, non trovi più la sua biancheria che misteriosamente occhieggia dal cesto dei panni sporchi, quando siete insieme a estranei (per te, ma non per lui) non ti presenta più con il semplice nome, ma proprio come la sua fidanzata. Finché non arriva il grande momento: ti chiede di andare a convivere. Ma te lo chiede via sms.
Cose che invece dovrebbero succedere più spesso
Un ragazzo che, dopo aver finito di sparecchiare la tavola avendoti impedito di aiutarlo, ti bacia, ti solleva tra le sue braccia e ti porta su per una scala ripida nella sua stanza da letto al primo piano. Il seguito della scena può variare a seconda dei gusti personali. E’ più facile, credo, se lui ha ventidue anni e tu pesi meno di sessanta chili; forse con lui ultra-trentenne e lei… leggermente formosetta
è un po’ più complicato, ma personalmente mi acconterei, nel medesimo contesto, anche di un brevissimo percorso in piano tra il tavolo e la poltrona - tanto per scongiurare eventuali colpi della strega
Qualcuno che ti porta la colazione a letto - anche se, lo confesso, io detesto fare colazione a letto perché sono una grande pasticciona e sbriciolo dappertutto anche se mangio soltanto uno yogurt. Ora che ci penso, va benissimo anche qualcuno che a letto si limita a portarti il caffé. Mmm. No, il caffé lo preferisco dopo aver mangiato qualcosa. Come la mettiamo? Ah, ecco: qualcuno che a letto porta se stesso, ma soltanto dopo aver preparato una colazione da hotel a cinque stelle - da consumarsi quando e dove si preferisce. Insomma, una persona gentile, generosa e a cui piace cucinare può essere più che sufficiente
Essere a casa un venerdì sera di inizio estate, ripetendosi che, se non siamo usciti, non è perché non avessimo nessuno con cui farlo, ma perché avevamo davvero una grandissima voglia di trascorrere una serata da soli a riordinare la libreria. Proprio mentre siamo immersi nell’appassionante lettura di Artusi, Pellegrino; “Le ricette” di, sentire il citofono che suona e scoprire che l’unica persona che nel pomeriggio ci eravamo dimenticati di chiamare per elemosinare una birra inseme dopo cena (ops!) è passata inaspettatamente a farci visita con una bottiglia del nostro liquore preferito.
Un “primo bacio” in cui si evita la sequenza: prima ti prendo la mano, poi te la accarezzo nervosamente con il pollice tanto per essere sicuro che se anche mi vuoi schiaffeggiare almeno un braccio ce l’hai bloccato, infine mi avvicino quel tanto che basta per farti capire che se vuoi che un primo bacio ci sia l’iniziativa la devi prendere tu. Anche perché se un braccio è bloccato la fisica ci insegna che l’altro può agire con forza ancora maggiore, per non menzionare il fatto che se mi lascio prendere la mano (sospirando tra me e me, d’accordo) è perché in realtà sto metaforicamente urlando a gran voce: “cosa diavolo stai aspettando? un invito stampato con tanto di R.S.V.P.???”. E comunque. Cosa che dovrebbe succedere: un “primo bacio” in cui lui ti prenda il viso tra le mani e ti guardi con intensità (possibilmente!) prima di agire con slancio e decisione. Variante sul tema, preferita dalla mia amica Sole: “primo bacio” in cui lui le metta una mano dietro la nuca e agisca poi con slancio e decisione; evitare nervosi accarezzamenti di mano preliminari anche in quel caso, pliiiiiiz.
Scoprire che si è ancora in grado di scrivere qualcosa che va oltre il riassunto dell’ultima riunione per il progetto “Festival della polenta concia tra tradizione e rinnovamento”; qualcosa che non richiede l’uso di Mathematica o di estensioni di Latex dai nomi astrusi per essere redatto; qualcosa che non dovrà poi essere trasformato in un succinto ed efficace powerpoint; qualcosa in cui nessuno che legge ti suggerirà di “condire il tutto” con termini finto-inglesi come assertivo, proattivo, fundraising, management o peggio ancora brandizzazione. Scoprire che questo qualcosa che scrivi, come se non bastasse, riceve le attenzioni di altre persone e ti permette di conoscerle un poco. Ah, ma che scema sono: questo è già successo, è questo blog.
D’accordo, la cosa che deve succedere allora è la seguente: riscoprirlo ogni giorno, e stupirsene sempre con la stessa meraviglia della prima volta.
Si fa sempre un gran parlare delle cosiddette storie a distanza. Oserei definirlo un classico delle conversazioni tra amici, conoscenti, colleghi; forse il discorso potrebbe anche diventare un metodo istituzionalizzato per far passare il tempo alle persone in coda alla Posta per pagare le bollette. Almeno la smetterei di fare origami con gli scontrini. Ok, magari qui esagero, ma fino a un certo punto.
E comunque. Ieri sera ne abbiamo discusso a lungo: io ne ho avuta più d’una, lui non ha avuto che quelle, lei ne ha una tuttora, l’altro ne ha contemporaneamente una a distanza e una in loco… Ognuno ha qualcosa da dire, al proposito. Ognuno - o quasi - ha avuto un’esperienza che rientra nella categoria; anche se l’ultima volta è stato quando a quattordici anni eravamo in vacanza con i nonni, e la nostra vicina o vicino di stanza nella Pensione Miramare ci ha strappato il cuore due volte: quando ci ha fatto sentire il sapore del primo bacio e, pochi giorni dopo, quando abbiamo scoperto che per dare il secondo avremmo dovuto percorrere duemila chilometri.
Tutti abbiamo una storia-a-distanza da raccontare.
La mia esperienza personale (anche e soprattutto come curiosa ascoltatrice delle esperienze altrui) mi porta a pensare che è molto più difficile porre fine a una storia-a-distanza che a una relazione in cui ci si vede tutti i santi giorni, o addirittura in cui si vive insieme. Perché Marjan, una ragazza iraniana di Vienna che è stata una delle mie più care amiche per anni, a un certo punto ho smesso di sentirla; non abbiamo litigato, semplicemente da un’email al giorno e un biglietto per l’Austria ogni volta in cui avevo abbastanza soldi si è passate a una telefonata al mese, agli auguri per le feste comandate e poi più nulla, o quasi. E mi dispiace, a ripensarci; so anche, tuttavia, che potrei riscriverle oggi stesso e lei mi risponderebbe, e riprenderemmo a sentirci regolarmente. Ma quando stai insieme a qualcuno non funziona così. Non dovrebbe funzionare così.
Conosco un ragazzo che vive in una nazione diversa dall’Italia, eppure torna a casa tre, quattro volte al mese - regalando a Trenitalia circa metà dello stipendio, per inciso. Perché dopo alcuni mesi da quando si era trasferito, lei ha incominciato ad avere i classici “dubbi”, a sentirsi sola, a “guardarsi intorno”. Che orribile espressione, “guardarsi intorno“: indica quel momento in cui il cuore comincia ad annoiarsi e la testa cerca un diversivo. Pare ci sia il modo di tornare indietro, eppure. Pare che spendere metà dello stipendio in modo intelligente serva a far ribattere il cuore dell’altro all’unisono con il tuo. Certo, in questo modo annulli il vantaggio economico acquistato andando a lavorare fuori Italia, e ci perdi pure perché paghi un affitto per una casa che non utilizzi quasi - ma si sa che gli innamorati sono famosi per compiere reiteratamente le peggiori idiozie, no?
Conosco un altro ragazzo che da tre o quattro anni sta con una sua coetanea conosciuta all’università; entrambi vivono in Italia, ma in due città raggiungibili con un viaggio di sei ore di treno - che come tutti sappiamo se va bene in realtà sono sette o otto, scioperi permettendo. Ma l’amore vince su tutto - così si dice, no? Questi due innamorati si incontrano meno di una volta al mese, tuttavia. Certo, si sentono ogni giorno al telefono. Si scrivono email. Credo chattino - non ne sono sicura, ma conoscendo le sue manie informatiche avrà uno di quei programmi con cui puoi chattare con tre o quattro protocolli diversi contemporaneamente. Però si incontrano meno di una volta al mese. “Circa ogni sei settimane”, mi ha risposto l’ultima volta in cui gliel’ho chiesto quasi per caso. E ho pensato che potrebbero anche lasciarsi, a questo punto: perché spendere tutti quei soldi in telefonate? Perché insistere se tanto né lui né lei ha mai manifestato non dico la decisione, ma neanche l’intenzione di trasferirsi?
Perché quando stai insieme a qualcuno, e questa persona vive lontana da te, hai tutti quei vantaggi che, quando sei “impegnato”, rimpiangi dello status di single. E che quando sei single, d’altra parte, dopo un po’ cominciano a sembrarti vere e proprie condanne all’infelicità perenne. Puoi uscire con “gli amici” senza dover decidere gli amici di chi; puoi abbandonarti a passare il fine settimana guardando dieci volte di fila “Via col Vento” (o “Tutto Chuck Norris minuto per minuto e cazzotto dopo cazzotto”, come si vuole) senza che ti interrompano perché c’è la finale della Coppa dei Campioni (cfr l’ultima puntata di “Sex and the City”).
Puoi andare a una festa dopo aver passato quattro ore a prepararti senza che nessuno bussasse reclamando il bagno e, una volta arrivato in medias res, lasciarti corteggiare - perché è un classico: soltanto quando sei fidanzato o fidanzata (e, auspicabilmente, senza il fidanzato o fidanzata presenti) tutti si mettono a corteggiarti insistentemente. Quando il fidanzato o la fidanzata non ce li hai proprio, al contrario, ben che ti vada diventi il candidato al premio “migliore spalla su cui piangere per le proprie pene d’amore”. E questa è la migliore occasione per capire se una donna è o meno una purittana, tra l’altro: una donna innamorata si lascerà corteggiare per meno di cinque minuti prima di lasciarsi sfuggire un indizio sull’esistenza del fidanzato, dandosi poi fintamente dell’idiota con il sorriso sulle labbra (perché un po’ di coccole all’ego fanno piacere a tutti, ma se sei innamorato di un altro soltanto un po’); una purittana, al contrario, lascerà che il corteggiatore si spinga sino ad avances piuttosto esplicite prima di tirarsi indietro con l’aria oltraggiata - riuscendo pure a fargli il lavaggio del cervello e convincerlo che lei glielo aveva detto fin dall’inizio di essere fidanzata, che diavolo si è messo in testa?
Oddio. Il discorso è così complesso e pieno di sfaccettature che mi sto perdendo. D’altronde avevo proprio iniziato sostenendo che l’argomento è vasto e si potrebbe andare avanti per ore. Ma il punto a cui vorrei arrivare credo di averlo ancora chiaro: c’è un solo tipo di distanza che, davvero, strangola i rapporti. E non conta tanto - o comunque non soltanto - il luogo di residenza.
C’è la scena di un film con Uma Thurman, di cui purtroppo non ricordo il titolo (potrebbe essere Prime, ma non ne sono sicura) in cui a un certo punto lui e lei sono distesi sul letto a parlare, anzi: a discutere. Si capisce che la storia sta finendo, e adesso spiegherò come, a mio avviso, il regista è riuscito a farlo capire senza bisogno di tante parole.
A un certo punto, la scena si divide in due - come in “Harry ti presento Sally” quando lui e lei si sentono al telefono prima di dormire, per intendersi [vorrei scrivere un cosiddetto corrispettivo maschile di film, ma d'altronde un uomo che non ha mai visto "Harry ti presento Sally" non credo proprio sarà arrivato a leggere fino a qui ;)]. Soltanto che in questo caso i protagonisti non sono in due case diverse, ma sono sdraiati uno accanto all’altro. C’è, in questo film, un geniale accorgimento di montaggio che definirei shift spaziotemporale (se qualcuno conosce il nome tecnico lo segnali pure!): quando lui allunga il braccio per posarlo sulla spalla di lei - e lo vedi alla destra dello schermo, che il suo braccio si sta muovendo per toccare quello di lei - sul lato sinistro, dove c’è lei, il braccio di lui compare con un po’ di ritardo, ed è leggermente più in alto rispetto alla parte destra: c’è uno spostamento, un distacco nel tempo e nello spazio.
Ecco, è questa: è la distanza interiore.
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