Archivio per la categoria 'dolore'

Ragione ed emozione

Ci sono aforismi che non so mai se siano stati ideati da un autore famoso, da un cantante pop oppure se, “semplicemente”, non siano invece frasi che si sono tramandate, generazione dopo generazione, da scritte sui muri, zainetti o diari di scuola.

Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce è una di queste. Forse lo dovrei chiedere a James Geary, autore di un libro che non vedo l’ora di leggere (The World in a Phrase, che sarà tradotto in italiano in autunno) e con il quale sono in contatto via mail per motivi di lavoro.

Il titolo del post, ovviamente, scimmiotta maldestramente un libro di Jane Austen: Sense and sensibility, reso in italiano come Ragione e sentimento. Per inciso, ho visto di recente un film ispirato alla vita della Austen: Becoming Jane, con una credibile Anne Hathaway (dopo il Diavolo veste Prada) e un bellissimo James MacAvoy (dopo Atonement, o forse prima, chissà); film a me particolarmente caro perché particolarmente cara mi è la scrittrice, e film contenente la dichiarazione d’amore più commovente che abbia mai visto rappresentata su uno schermo - mi riservo di lasciare una classifica a parte per quelle che sono state destinate a me nella vita reale, tuttavia.

E comunque. In tempi come questi, in cui le emozioni sono più un ricordo che un’esperienza quotidiana, la ragione tende a predominare. Incontrastata. E mi rende del tutto impotente davanti ai momenti anche più significativi della mia esistenza - nel bene e nel male.

Ieri ho trascorso la maggior parte della giornata in silenzio, a osservare ciò che avevo davanti a me nella stanza di una casa di riposo. Perché mia nonna sta morendo.

Ora: tutti noi stiamo morendo, dal primo all’ultimo. Non è che me lo sia dimenticato: la mia pelle, i miei neuroni, le mie sinapsi ma anche la mia carne e tutto il resto sono prossimi a ridursi a uno stato marcescente. Lo stesso dicasi per ogni essere vivente, definibile tale forse proprio in quanto soggetto alla tirannia della morte. Niente di nuovo, niente di strano, in questo. Nasciamo come polvere di stelle, ma in fondo non siamo altro che cibo per i vermi.

Il fatto è che nel caso di mia nonna il fatto è adesso particolarmente evidente: è talmente debole che sembra quasi non essere in grado di parlare nel momento in cui compie un atto talmente “normale” e involontario qual è la respirazione. Il braccio non paralizzato, quello che quindici anni fa l’ictus fece diventare da semplice braccio a IL BRACCIO, quello che funziona, quello con cui può afferrare la forchetta e appoggiarsi a me quando le infilo la giacca per portarla a pranzo al ristorante accanto, il braccio non paralizzato, per l’appunto, adesso è riverso sul letto ed è striato da vene bluastre. I capelli sono meno dell’ultima volta in cui l’ho vista, tre settimane fa; sono più radi e tutti spampanati sul cuscino che scopro essere intriso di sudore.

Mia nonna, da giovane nelle foto e da adulta nei ricordi, era una donna di una bellezza quasi impossibile a credersi. Un po’ come Alida Valli, ma con gli occhi dal colore mutevole a seconda del tempo: grigi - azzurri - verdi. Quanto glieli ho invidiati, in passato, quegli occhi che adesso sono acquosi e semichiusi, il destro ricoperto dallo spesso velo di una cataratta che non è mai stato possibile operare.

Mia nonna sta morendo ed è sotto gli occhi di tutti. Ieri era sotto i miei, di occhi; occhi che non ho ereditato da lei e che sono banalmente marroncini, senza neanche una microscopica striatura di verde o, che so, qualche pagliuzza dorata che risplenda sotto la luce del sole al tramonto.

Occhi che ieri vedevano chiaramente il deperimento del corpo e l’annebbiamento della mente. Orecchie dentro le quali onde sonore a bassa frequenza trasmettevano segnali che il cervello non poteva non interpretare come “vaneggiamenti”.

E il cuore? Il cuore c’era, il cuore c’è. Le emozioni ci sono, ma la ragione è troppo forte per riuscire a farle emergere. Restano sotto la pelle; restano ingabbiate all’altezza del pomo d’Adamo e ogni atto di deglutizione le rimanda giù, ritmicamente.

Il liquido apatico di cui cercavo di scrivere qualche giorno fa è talmente vischioso da non riuscire a fare emergere neanche il dolore. E non va bene, questo; non va bene affatto. Come posso fare?

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Liquido apatico

L’apatia è la forma adulta dello stato prenatale. L’abulia, per usare un vocabolo un po’ più chic, è il liquido amniotico in cui sono immersa nei giorni del mio trentesimo compleanno.

Ora: io non ricordo consapevolmente come fosse la mia vita prima che venissi alla luce, prima che uno dei pochi medici non in sciopero il giorno della mia nascita tagliasse con un bisturi la pelle dell’addome di mia madre e mi facesse compiere il mio primo respiro.

Però me lo immagino così: un susseguirsi di operazioni primordiali, dormire-nutrirsi-dormire-nutrirsi eccetera eccetera eccetera, per tanti mesi consecutivi.

Per condurre questa vita (dormire - lavorare - mangiare - telefonare - scrivere - dormire eccetera) potrei anche essere altrove, non nella città in cui sono nata e cresciuta e di cui ormai conosco anche gli aneddoti storici più falsificati e ridicoli. Insomma, conosco tre lingue e mezza (il tedesco era più difficile del previsto): potrei andare quasi ovunque in Europa o nelle Americhe e cercare un lavoro lì. Cambierebbe la vista che ho dalla finestra, se non altro.

Chiaramente, l’apatia impedisce che io possa anche soltanto prendere in considerazione una possibilità del genere.

Ho preso in carico una traduzione perché ho bisogno di soldi. Chiaro: chi non ha bisogno di soldi, oggigiorno? Il fatto è che io, negli ultimi 24 mesi, non soltanto non ho messo da parte nulla, ma sono addirittura andata in perdita – e con la vita monacale che conduco, sinceramente, tutto questo non me lo spiego proprio.

Ho preso in carico questa traduzione, pertanto. Di solito amo tradurre, soprattutto se, come in questo caso, il libro parla di un argomento di cui so poco e che sempre avrei voluto conoscere meglio (la teoria dei giochi); il liquido apatico in cui vivo, tuttavia, mi annacqua la vista e mi intorpidisce le dita, tanto che a mala pena riesco a farmi abbastanza forza per lavorare su mezza pagina a giorni alterni.

E’ per questo che non scrivo più. E’ orrendo - per me lo è, almeno; anche se mi rendo conto che il mondo va avanti benissimo (o malissimo) lo stesso anche senza il mio contributo.

E comunque. Adesso va così. Chissà quando cambierà.

La lotta contro l’inerzia

C’è un motivo se, ormai da qualche settimana, non riesco quasi più a scrivere niente di consono ai soliti temi, vagamente legati ai sentimenti: credo di trovarmi nel bel mezzo di una ragionevole depressione. O, forse, di una depressione ragionevole - il che sarebbe ben diverso. La prima infatti, implica uno stato depressivo ampiamente giustificato dalle circostanze esterne; la seconda, invece, una depressione caratterizzata dall’essere stata oggetto di ragionamenti e considerazioni di tipo logico - una depressione fatta di ipotesi, tesi e corredata di dimostrazione.

E, quale che sia, ho l’impressione che non ne uscirò mai. Perché come qualche tempo fa mi scriveva Andrea, “non si deve mai smettere di combattere l’inerzia“.

Quando siamo in una certa condizione, infatti, crediamo che essa perdurerà per sempre.

Se fossi fidanzata, sarei convinta di trascorrere tutto il resto della vita con quella persona. O questo è quello che mi auguro penserei, almeno. Penserò, se proprio voglio farmi rapire da uno slancio di ottimismo che non mi appartiene.

Dato che al contrario, volente o nolente, attualmente sono da sola, sono fermamente convinta che lo resterò per sempre.

Come se mi facesse paura il cambiamento - forse perché peggio dell’immobilismo c’è soltanto un cambiamento in peggio.

E, checché ne dicano, c’è ben di peggio che stare da soli: a parte alcolisti e maltrattatori fisici, ci sono persone che nel profondo non ci vogliono bene, o che pur credendo di volerci bene in realtà non vogliono il nostro bene - sono gli egocentrati, che vogliono soltanto il bene proprio e non sono in grado di anteporre a esso il bene altrui. Questo è peggio che stare da soli. Credo. Anzi, no: ne sono proprio convinta.

Ma la paura del cambiamento non è soltanto dovuta al timore che questo cambiamento sia in peggio. E’ colpa dell’inerzia, in un certo senso.

L’inerzia, in fisica, è un concetto stranamente non quantificabile. L’inerzia è “quella cosa” per cui un corpo rimane nel proprio stato di quiete o di moto (uniforme) finché su di esso non agisce una forza esterna.

La sto facendo semplice, in effetti; perché il concetto di inerzia, in realtà, causa un sacco di problemi da più di duemila anni. La definizione “più matematica” che si possa dare dell’inerzia non è infatti la definizione dell’inerzia, ma della massa inerziale di un corpo. E da qui ad arrivare a citare la relatività speciale di Einstein non ci vorrebbe molto, quindi meglio che mi fermi e ritorni al discorso principale.

Non mi verrebbe mai in mente di sbandierare la teoria della lotta contro l’inerzia se questo fosse il periodo più felice della mia vita, probabilmente: non avrei infatti alcun interesse a cercare di cambiare lo status quo, in quel quel caso.

Come scrivevo sopra, per potersi togliere da una situazione di inerzia - e prendere una direzione precisa - occorre una “forza esterna”. Occorre una motivazione, potrei scrivere per essere meno criptica per quanti non abbiano familiarità con le parole della scienza. Una motivazione in grado di contrastarla, dunque una motivazione-forza che deve essere più intensa di quella che “comanda” l’abulia-inerzia.

E se fossi felice, non vedo perché dovrei mettermi a cercare una motivazione per smettere di esserlo.

Anche se, a conti fatti, mi pare sia molto più facile e immediato trovare motivi per non essere felici che trovare motivi per smettere di essere infelici.

Chissà perché.

Be’, no: lo so il perché; o almeno ho delle idee in proposito. Ma proprio mentre questo post sta venendo alla luce io dovrei essere a Barcellona, a mangiare tortillas e a tapear fino a riprendere tutti i chili che ho più o meno faticosamente perso negli ultimi mesi. Pertanto, spero che al mio ritorno non soltanto tutte queste idee le avrò dimenticate, ma sarò talmente allegra e piena di joie de vivre da non ricordarmi neanche più che esiste, quella cosa chiamata inerzia.

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Il lavoro mi porta via

Nelle ultime settimane, il lavoro si è limitato a succhiarmi via la linfa vitale. Da lunedì, oltre a continuare in quella direzione, il lavoro mi porterà all’estero - a Barcellona, per la precisione - a seguire un corso di formazione.

Al solo pensiero sono eccitatissima, perché gli argomenti del corso mi piacciono da impazzire, perché Barcellona è una delle mie città predilette sotto innumerevoli aspetti, perché quando ci andai per la prima volta dovevo fermarmi soltanto due settimane e ci restai invece un mese intero; e perché ho bisogno, ho disperatamente bisogno di cambiare punto di vista.

Soltanto un esempio che, penso, chiarificherà cosa intendo quando scrivo che il lavoro (e, con esso, qualcos’altro che non so ancora come chiamare) mi sta succhiando la linfa vitale.

Ieri sono andata a farmi tagliare i capelli e il parrucchiere come prima cosa mi ha dato una spazzola e mi ha detto “questi li spazzoli tu, perché io non oso metterci le mani”. Come seconda cosa, dopo aver fatto talmente tanta fatica a districare i nodi da farmi venire il gomito della lavandaia, sono passata al lavaggio. E mi sono innamorata del ragazzo che mi lavava i capelli e che poi mi ha fatto la piega.

Sì, lo so: in primo luogo dopo tutte le parole usate per disquisire sull’amore, la complementarietà eccetera eccetera, non dovrei scrivere “mi sono innamorata”. Sono un fastello di contraddizioni, come si autodefiniva Anna Frank.

In secondo luogo, questo coup de foudre è scoccato ancora prima che il giovane (giovanissimo, quasi adolescente) aiuto-parrucchiere mi rivolgesse la parola. Ed è scoccato perché per la prima volta, dopo un tempo che mi pare infinito, un uomo si prendeva cura di me. D’accordo, perché era pagato per farlo - e da qui a reclutare un gigolo spero la strada non soltanto non sia breve, ma copra una distanza infinita! Era pagato per farlo, ma lo faceva bene e, soprattutto, lo faceva: mi ha messo lo shampoo, il balsamo, mi ha massaggiato a lungo la testa, mi ha pettinato delicatamente i pochi capelli rimasti dopo l’intervento con la spazzola di qualche minuto prima. Poi mi ha fatto mettere a testa in giù e mi ha asciugato con un phon accarezzandomi la testa. Finché, dulcis in fundo, non si è messo a definire tutti i riccioli, uno ad uno, con un ferretto dall’aria piuttosto inquietante. E abbiamo parlato del più e del meno, ho anche riso parecchio perché era piuttosto simpatico. Ma non è (sol)tanto questo. E’ stato il prendersi cura di me.

La solitudine gioca brutti scherzi, a volte.

Soprattutto quando lui, alla fine di tutto, mi ha porto il cappotto per infilarmelo e io, di rimando, gliel’ho strappato dalle mani: “no, grazie, faccio da sola”. Perché le armatute sono potenti e appiccicose; le armatute sono più comode delle armature ma, forse anche per questo, ti restano attaccate alla pelle come un’abbronzatura dannosa, terrosa e incartapecorita.

Pero ahora me voy. Hasta luego!

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Inizia il quarto mese di dieta

Proprio mentre volge al termine il mio trentesimo anno di vita, sto entrando nel quarto mese di dieta.

E’ da una decina di giorni che non mi peso ma, complessivamente, credo di aver perso circa otto o nove chili. Un po’ meno di due taglie di vestiti, suvvia; e le due taglie esatte in meno sono il mio obiettivo – entrare di nuovo in un vestito comprato qualche anno fa giusto in tempo per entrare nel ruolo di testimone del matrimonio di Scassaritratti.

Chi mi avesse conosciuta tra ottobre 2007 e l’inizio di febbraio 2008, se mi vedesse di nuovo oggi, probabilmente, noterebbe nel mio corpo un grosso cambiamento: il viso è più affilato e meno tondeggiante, il giro vita più delineato, le gambe meno massicce e i polpacci più simili a quelli di una donna in carne che a quelli di un terzino della Nazionale.

Spesso – non sempre ma spesso, almeno quando non dovuto a cause organiche – un aumento di peso corporeo è un modo diverso di riempire uno spazio altrimenti vuoto.

In passato sono ingrassata nei periodi della mia vita in cui mancava qualcosa di essenziale e che, tuttavia, non volevo riconoscere come tale: la tensione, in un rapporto troppo dato per scontato; il lavoro, che sebbene ci fosse non era quello che volevo; l’emotività, soffocata dalle armatute che lentamente si sono inventate protesi a forma di imbuto in cui buttare dentro cibo e alcol senza criterio alcuno.

Conosco persone ingrassate a dismisura senza motivi apparenti; ma quando vai a scavare un po’ sotto la scorza scopri compagni affettivamente assenti o anche rinunce mai riconosciute come tali e mascherate invece da “cambiamenti di interessi o priorità”.

Decidere di mettersi a dieta è, innanzitutto, una richiesta di aiuto: un riconoscere di fronte a se stessi che esiste uno spazio mentale o affettivo o quant’altro che è desolantemente vuoto – e che nonostante tutti i nostri sforzi ingurgitativi non si è riempito affatto.

Incominciare una dieta non è poi tanto difficile, se la si inizia con questa consapevolezza – che può essere anche non del tutto consapevole, non importa: è importante che ci sia, altrimenti dopo un tempo più o meno breve i sacrifici che necessariamente un regime alimentare ipocalorico comporta non saranno più accettabili in mancanza di una visione che vada al di là della banale misura della circonferenza cosce.

Dopo un po’ di tempo, infatti, se tale consapevolezza è ben radicata, le rinunce diventano un’abitudine; non significa che costi meno fatica resistere alle tentazioni, questo no. Il ne faut pas rêver, come dicono i parigini. Significa, piuttosto, che l’abitudine a rinunciare al piacere immediato e gratificante del cibo superfluo rende la rinuncia meno dolorosa, meno faticosa da sopportare. La svuota di ogni valenza simbolica, in un certo senso - tanto per non dimenticarsi del ruolo dei vuoti e dei pieni.

Ma la parte più difficile di una dieta non è la dieta in sé, quando quel limbo oscuro che si chiama mantenimento. Il mantenimento indica quel periodo in cui continui a controllare ogni cosa che entra nella tua bocca o quasi e, a seconda delle oscillazioni del peso, stabilisci la quantità (e soprattutto la qualità) di ciò che devi ingerire perché l’ago della bilancia non subisca più variazioni.

Il mantenimento è il periodo più difficile perché privo di qualsivoglia gratificazione: nessuno che ti fa complimenti perché sei riuscito nell’intento di perdere quegli X chili; nessuno che ti guarda con invidia; nessuno che sibila che sei troppo magra e stavi molto meglio prima. Niente di niente. Perché il mantenimento è una supposta normalità. E’ la ricerca, per essere più precisi, di quella che vorresti diventasse la tua nuova normalità.

Ed è il terrore puro di scoprire che quello spazio non più riempito dalle tue grazie generose adesso sarai costretto a riempirlo con ciò che, davvero, più ti manca. Non c’è (più) santo che tenga.

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“Quella” fase della mia vita

Lo sapevo.

Sto per compiere trent’anni - e sono contentissima, perché i 29, oltre a non essere un granché dal punto di vista numerico, non lo sono stati nemmeno sotto tutti gli altri aspetti. La mia esperienza insegna che i numeri primi non sono mai stati anni particolarmente felici dal punto di vista sentimentale - i quadrati perfetti sono andati alla grande, per contro; ma di aspettare sino ai 36 non è che abbia proprio tutta questa voglia!

Sono quasi due anni che non esco con nessuno - e mi sto godendo tutte le sfaccettature della libertà che questa condizione comporta, implica e sopporta: le limature degli effetti collaterali di ogni singola relazione imbastita (o non imbastita, perché anche quelle contano) da quando ancora non avevo l’età per bere alcolici, lo spaziotempo occupato e occupabile unicamente secondo la volontà della sottoscritta, la tristezza che a volte mi assale quando prendo atto di non essere unica e insostituibile per nessuno che non sia mio consanguineo.

E sto scivolando inesorabilmente, come una massa m lungo il piano inclinato che mi ossessionava nei primi mesi all’università, verso quella” fase della mia vita.

Quella in cui esco con coppie, coppie, coppie e soltanto coppie. E se non sono coppie sono mezze-coppie il cui complemento è rimasto a casa perché in preda all’influenza intestinale - l’unica cosa che, a quanto pare, sia in grado di separare i membri di una coppia di miei coetanei. Perché chiaramente le coppie tendono a selezionare, nel corso del tempo, le proprie frequentazioni riducendole ad altre coppie e a una manciata di amici non accoppiati - che solitamente incontrano in separata sede o comunque non coinvolgono mai nella stessa serata a meno che si tratti di soggetti chiaramente non suscettibili di diventare a loro volta una coppia. E perché questo succeda mi è più oscuro dei misteri di Fatima, per inciso.

Quella in cui quando vedo dei bambini per strada mi produco in sorrisi radiosi e gridolini di entusiasmo che neanche mi stesse passando accanto con sguardo invitante uno dei mie due Colin preferiti.

Quella in cui continuo a rimandare il momento in cui andare a far visita alla mia collega che ha appena avuto un bimbo e, nel momento in cui la vedo, in lontananza, spingere una carrozzina, mi viene voglia di fuggire via. E quando reprimo l’istino infantile (per l’appunto) e le vado incontro, capisco fino in fondo il perché di tutte quelle scuse accampate nel corso delle settimane.

Sole sostiene che quella fase sia in verità incominciata nel primo momento in cui mi sono accorta che altri avevano ciò che io avrei voluto ma non possedevo: il ciuccio con il sonaglietto, la villa di campagna di Barbie, il quaderno della Naj Oleari, qualcuno che mi chiedesse “Ti vuoi mettere con me?” - o, per essere più realisti, qualcuno che mi dicesse “Il mio amico vorrebbe sapere se ti vuoi mettere con lui”… E a ben pensare, ruolo invece nel quale mi sono trovata più di una volta nel corso delle scuole medie, un’amica che ti venisse a sussurrare con un misto di reverenza e invidia: “L’amico di Belloeimpossibile mi ha detto che lui gli ha chiesto di chiedermi di chiederti se ti vuoi mettere con lui”.

Non mi sento di darle torto; l’invidia, il desiderio di possesso, la nostalgia causata da un’assenza: sono tutte caratteristiche della condizione umana fin dal momento della nascita.

Il fatto è che non pensavo quella fase avrebbe mai avuto luogo. E invece, eccola lì: non è ancora iniziata, ma si intravede chiaramente di lontano, come un esercito che avanza, inesorabile.

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Che invasione sia

Invadeteci

SOS Invadeteci!

Contravvenendo alla mia auto-regola di non parlare mai di attualità se non nel campo della ricerca scientifica, aderisco all’appello ironico e tragico di Mente Critica - ringraziando GG per avermelo fatto scoprire.

La solitudine sentimentale

Premetto che non farò riferimento alcuno alla canzone di Laura Pausini – sospendo il giudizio, al proposito, anche se come tante altre cose non posso negare che abbia fatto parte, volente o nolente, della colonna sonora della mia adolescenza.

Il fatto è che è proprio di quello che ho intenzione di scrivere: della solitudine. Anzi, di un tipo particolare di solitudine, che non saprei come definire se non come solitudine sentimentale.

Venerdì pomeriggio, in ufficio, stavo vivendo uno di quei momenti creativi che rendono il mio lavoro degno di portarmi via un tempo eccessivo per uno stipendio che mi sta facendo arrossare il conto in banca e che si è soliti chiamare brainstorming, quando sono stata contattata via Skype da uno sconosciutissimo Valerio.

Io utilizzo molto Skype per lavoro: ciò significa che compaio con il mio Nome e Cognome e ho una foto a figura intera con tanto di cappotto in cui sullo sfondo compare il Colosseo – e a cui tengo tantissimo perché mi ricorda un momento molto felice della mia vita. Niente di particolarmente ammiccante, quindi.

Le rare volte in cui ricevo un tentativo di contatto da sconosciuti mi limito a bloccarne la richiesta. In quel caso, però, davanti al mio computer c’era il mio collega Fotografo (perché è lui che mi ha fatto la foto di cui parlavo), il quale non soltanto ha accettato la richiesta ma ha iniziato a conversare con il suddetto Valerio. Fingendosi me, ça va sans dire.

Ora. E’ un periodo, questo, in cui la solitudine è la condizione che preferisco. Sono una persona molto socievole e, in genere, e una grande amante della socialità; una persona alla quale non mancano le occasioni per uscire e che anzi spesso si trova a dover scegliere tra più alternative. Da qualche settimana, invece, il mio telefono non squilla quasi mai in orario preserale e la cosa mi rende estremamente felice; almeno non mi trovo più, come qualche tempo fa, a dover inventare scuse improbabili per giustificare il mio continuo diniego a mettere il naso fuori dalla porta di casa.

Ormai mi telefonano soltanto più Candi (che soffre di periodici attacchi di misantropia ed esce soltanto con il proprio fidanzato), Scassaritratti (che vive in un’altra città) e Sole e Andrea (che vivono in un’altra nazione). Gli altri hanno avuto il buon gusto di desistere o di chiamarmi la sera alle dieci, quando sanno di trovarmi già in tenuta da notte (ché a scrivere pigiama passo da sfigata, invece così può restare il dubbio che sia languidamente avvolta da una vestaglia di seta e sorseggi champagne).

Per riassumere, dopo una giornata passata in un ufficio con decine di persone intorno e stimoli comunicativi di ogni genere, trascorro la maggior parte delle mie serate da sola leggendo o guardando film; se proprio ho voglia di parlare con qualcuno, in fondo, c’è sempre il telefono.

E sono – per adesso – estremamente soddisfatta della situazione; altrimenti farei qualcosa per cambiarla, no?

Dopotutto, nel corso degli ultimi quindici anni – e mi fa un grande effetto scriverlo, ma è proprio così – non ho mai saltato né un venerdì né un sabato sera se non per gravi motivi di salute (come per le assenze a scuola); per non parlare degli anni dell’università, in cui era un continuo litigio con i miei genitori perché erano più le serate che trascorrevo fuori di quelle passate all’interno delle mura di casa. Una volta, addirittura, mia madre se ne è venuta fuori nel bel mezzo di una furiosa litigata con la mitica frase “Questa casa non è un albergo!“; tempo tre secondi e, vista la mia espressione a metà tra lo sconcertato e l’esilarato, è scoppiata a ridere come una matta.

E, sempre nel corso degli ultimi quindici anni, non sono passati mai più di quaranta, cinquanta giorni senza che uscissi con un ragazzo in maniera più o meno seria e continuativa. Ciò considerato (e dalla sottoscritta assaporato in tutta la sua portata), forse risulta più chiaro perché abbia faticato tanto per liberarmi delle frequentazioni superflue, tenendo care soltanto le persone che davvero lo sono.

Tutto questo per sottolineare che la solitudine la conosco; la conosco molto bene e ne sto esplorando sfumature e sfaccettature.

Immagino, tornando al discorso iniziale, che un Valerio che il venerdì pomeriggio si mette in cerca di ragazze con cui dialogare via Skype sia una persona che si sente sola. Magari mi sbaglio e non lo è; magari è sposato, magari è pieno zeppo di amici e ha una vita sociale estremamente appagante. Sembrava un tipo simpatico, dopotutto, ed era anche piuttosto cortese - il che di questi tempi è una dote estremamente apprezzabile.

Pur tuttavia, almeno un po’ solo si sarà dovuto sentire, sant’uomo, se è stato per quaranta minuti a digitare sulla tastiera di un computer frasi che tra l’altro, a leggerne l’ortografia, doveva anche costargli una certa fatica comporre con la rapidità richiesta dal contesto. Sentimentalmente solo, se non altro.

Lo ammetto: essendo cresciuta a pane e Jane Austen, non sono particolarmente rappresentativa del campione “giovani sui trent’anni che cercano di fare nuovi incontri via internet”. La penso, al proposito, un po’ come Sherry Turkle, che nel suo The Second Self scriveva:

“Come Narciso e il suo riflesso, le persone che lavorano con i computer possono facilmente innamorarsi di mondi che loro stessi hanno costruito o, anche, di proprie azioni compiute in mondi che altri hanno creato per loro.”

Chissà cosa cercava, Valerio. Chissà di quali altri metodi dispone, oltre a Skype, per provare a riempire il suo baratro sentimentale.

Forse ha ragione il collega Fotografo, che mi incitava tra le risate a suon di “Dai, fallo anche tu, scrivigli, controbatti, dai corpo alla sua fantasia!” Non ci sarebbe niente di male, in fondo, a creare per uno sconosciuto un mondo nel quale si possa sentire desiderabile e desiderato.

O forse sì? Forse c’è qualcosa di male, o comunque di sbagliato, di storto, di estremamente fastidioso nell’accorgersi che chissà quante persone, proprio in questo momento, stanno cercando del tutto alla cieca qualcuno del sesso opposto (o medesimo, a seconda dei gusti) che creino per loro mondi in cui si possano specchiare e rimirare compiaciuti; mentre in un qualsiasi luogo pubblico mai nessun ragazzo mi avvicinerebbe anche soltanto per dirmi “bah”.

E questo non perché io soffra di qualche strana deformità fisica che mi rende ripugnante agli occhi dei più: statisticamente, credo di poter risultare anche soltanto vagamente attraente almeno per una persona su cento. Oddio, cosa ho scritto? Sarò punita per la mia ὐβρις (grazie :) ), la mia tracotanza.

E comunque. Fossi anche, facendo sfoggio di maggior modestia, vagamente attraente per una persona su mille, vigessero per strada le stesse regole che valgono in rete, almeno una volta al mese¹ qualcuno dovrebbe fermarmi per dirmi “Ehi, ciao, hai voglia di parlare un po’ con me?”. Invece non succede mai. I commenti di muratori / manovali et similia non contano, anche se sto notando che negli ultimi anni anche loro sono molto meno attivi in quel senso.

Non che lo voglia, anzi; ho già scritto che di questi tempi raggiungo la serenità completa soltanto quando avvolta nel mio bozzolo di 30 metri quadri che tutti si ostinano a chiamare “casa”.

Semplicemente, mi chiedo perché chi sente il bisogno di un contatto anche soltanto verbale con altri esseri umani, al contrario di me che alla solitudine anelo, se ne stia rintanato davanti a uno schermo invece di scendere in strada e cominciare a guardare in faccia chi gli passa accanto.

Chissà, Valerio: forse varrebbe la pena provare.

Sempre meglio che trascorrere quaranta minuti a conversare con un uomo alto quasi due metri credendo sia una ragazza con il cappotto grigio il cui viso appena si intravede contro lo sfondo del Colosseo. Almeno credo.

1. Nell’ipotesi, del tutto ragionevole, che ogni giorno incontri per strada una trentina di sconosciuti del sesso opposto, ogni mese “incontro” circa 1000 persone nuove. Ho fatto un’ipotesi ulteriore, forse non condivisibile da tutti: che ogni persona che mi trova vagamente attraente decida di farmelo sapere e di “farsi avanti”. Ma ho come l’impressione che in rete succeda proprio questo.

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