Premetto che non farò riferimento alcuno alla canzone di Laura Pausini – sospendo il giudizio, al proposito, anche se come tante altre cose non posso negare che abbia fatto parte, volente o nolente, della colonna sonora della mia adolescenza.
Il fatto è che è proprio di quello che ho intenzione di scrivere: della solitudine. Anzi, di un tipo particolare di solitudine, che non saprei come definire se non come solitudine sentimentale.
Venerdì pomeriggio, in ufficio, stavo vivendo uno di quei momenti creativi che rendono il mio lavoro degno di portarmi via un tempo eccessivo per uno stipendio che mi sta facendo arrossare il conto in banca e che si è soliti chiamare brainstorming, quando sono stata contattata via Skype da uno sconosciutissimo Valerio.
Io utilizzo molto Skype per lavoro: ciò significa che compaio con il mio Nome e Cognome e ho una foto a figura intera con tanto di cappotto in cui sullo sfondo compare il Colosseo – e a cui tengo tantissimo perché mi ricorda un momento molto felice della mia vita. Niente di particolarmente ammiccante, quindi.
Le rare volte in cui ricevo un tentativo di contatto da sconosciuti mi limito a bloccarne la richiesta. In quel caso, però, davanti al mio computer c’era il mio collega Fotografo (perché è lui che mi ha fatto la foto di cui parlavo), il quale non soltanto ha accettato la richiesta ma ha iniziato a conversare con il suddetto Valerio. Fingendosi me, ça va sans dire.
Ora. E’ un periodo, questo, in cui la solitudine è la condizione che preferisco. Sono una persona molto socievole e, in genere, e una grande amante della socialità; una persona alla quale non mancano le occasioni per uscire e che anzi spesso si trova a dover scegliere tra più alternative. Da qualche settimana, invece, il mio telefono non squilla quasi mai in orario preserale e la cosa mi rende estremamente felice; almeno non mi trovo più, come qualche tempo fa, a dover inventare scuse improbabili per giustificare il mio continuo diniego a mettere il naso fuori dalla porta di casa.
Ormai mi telefonano soltanto più Candi (che soffre di periodici attacchi di misantropia ed esce soltanto con il proprio fidanzato), Scassaritratti (che vive in un’altra città) e Sole e Andrea (che vivono in un’altra nazione). Gli altri hanno avuto il buon gusto di desistere o di chiamarmi la sera alle dieci, quando sanno di trovarmi già in tenuta da notte (ché a scrivere pigiama passo da sfigata, invece così può restare il dubbio che sia languidamente avvolta da una vestaglia di seta e sorseggi champagne).
Per riassumere, dopo una giornata passata in un ufficio con decine di persone intorno e stimoli comunicativi di ogni genere, trascorro la maggior parte delle mie serate da sola leggendo o guardando film; se proprio ho voglia di parlare con qualcuno, in fondo, c’è sempre il telefono.
E sono – per adesso – estremamente soddisfatta della situazione; altrimenti farei qualcosa per cambiarla, no?
Dopotutto, nel corso degli ultimi quindici anni – e mi fa un grande effetto scriverlo, ma è proprio così – non ho mai saltato né un venerdì né un sabato sera se non per gravi motivi di salute (come per le assenze a scuola); per non parlare degli anni dell’università, in cui era un continuo litigio con i miei genitori perché erano più le serate che trascorrevo fuori di quelle passate all’interno delle mura di casa. Una volta, addirittura, mia madre se ne è venuta fuori nel bel mezzo di una furiosa litigata con la mitica frase “Questa casa non è un albergo!“; tempo tre secondi e, vista la mia espressione a metà tra lo sconcertato e l’esilarato, è scoppiata a ridere come una matta.
E, sempre nel corso degli ultimi quindici anni, non sono passati mai più di quaranta, cinquanta giorni senza che uscissi con un ragazzo in maniera più o meno seria e continuativa. Ciò considerato (e dalla sottoscritta assaporato in tutta la sua portata), forse risulta più chiaro perché abbia faticato tanto per liberarmi delle frequentazioni superflue, tenendo care soltanto le persone che davvero lo sono.
Tutto questo per sottolineare che la solitudine la conosco; la conosco molto bene e ne sto esplorando sfumature e sfaccettature.
Immagino, tornando al discorso iniziale, che un Valerio che il venerdì pomeriggio si mette in cerca di ragazze con cui dialogare via Skype sia una persona che si sente sola. Magari mi sbaglio e non lo è; magari è sposato, magari è pieno zeppo di amici e ha una vita sociale estremamente appagante. Sembrava un tipo simpatico, dopotutto, ed era anche piuttosto cortese - il che di questi tempi è una dote estremamente apprezzabile.
Pur tuttavia, almeno un po’ solo si sarà dovuto sentire, sant’uomo, se è stato per quaranta minuti a digitare sulla tastiera di un computer frasi che tra l’altro, a leggerne l’ortografia, doveva anche costargli una certa fatica comporre con la rapidità richiesta dal contesto. Sentimentalmente solo, se non altro.
Lo ammetto: essendo cresciuta a pane e Jane Austen, non sono particolarmente rappresentativa del campione “giovani sui trent’anni che cercano di fare nuovi incontri via internet”. La penso, al proposito, un po’ come Sherry Turkle, che nel suo The Second Self scriveva:
“Come Narciso e il suo riflesso, le persone che lavorano con i computer possono facilmente innamorarsi di mondi che loro stessi hanno costruito o, anche, di proprie azioni compiute in mondi che altri hanno creato per loro.”
Chissà cosa cercava, Valerio. Chissà di quali altri metodi dispone, oltre a Skype, per provare a riempire il suo baratro sentimentale.
Forse ha ragione il collega Fotografo, che mi incitava tra le risate a suon di “Dai, fallo anche tu, scrivigli, controbatti, dai corpo alla sua fantasia!” Non ci sarebbe niente di male, in fondo, a creare per uno sconosciuto un mondo nel quale si possa sentire desiderabile e desiderato.
O forse sì? Forse c’è qualcosa di male, o comunque di sbagliato, di storto, di estremamente fastidioso nell’accorgersi che chissà quante persone, proprio in questo momento, stanno cercando del tutto alla cieca qualcuno del sesso opposto (o medesimo, a seconda dei gusti) che creino per loro mondi in cui si possano specchiare e rimirare compiaciuti; mentre in un qualsiasi luogo pubblico mai nessun ragazzo mi avvicinerebbe anche soltanto per dirmi “bah”.
E questo non perché io soffra di qualche strana deformità fisica che mi rende ripugnante agli occhi dei più: statisticamente, credo di poter risultare anche soltanto vagamente attraente almeno per una persona su cento. Oddio, cosa ho scritto? Sarò punita per la mia ὐβρις (grazie
), la mia tracotanza.
E comunque. Fossi anche, facendo sfoggio di maggior modestia, vagamente attraente per una persona su mille, vigessero per strada le stesse regole che valgono in rete, almeno una volta al mese¹ qualcuno dovrebbe fermarmi per dirmi “Ehi, ciao, hai voglia di parlare un po’ con me?”. Invece non succede mai. I commenti di muratori / manovali et similia non contano, anche se sto notando che negli ultimi anni anche loro sono molto meno attivi in quel senso.
Non che lo voglia, anzi; ho già scritto che di questi tempi raggiungo la serenità completa soltanto quando avvolta nel mio bozzolo di 30 metri quadri che tutti si ostinano a chiamare “casa”.
Semplicemente, mi chiedo perché chi sente il bisogno di un contatto anche soltanto verbale con altri esseri umani, al contrario di me che alla solitudine anelo, se ne stia rintanato davanti a uno schermo invece di scendere in strada e cominciare a guardare in faccia chi gli passa accanto.
Chissà, Valerio: forse varrebbe la pena provare.
Sempre meglio che trascorrere quaranta minuti a conversare con un uomo alto quasi due metri credendo sia una ragazza con il cappotto grigio il cui viso appena si intravede contro lo sfondo del Colosseo. Almeno credo.
1. Nell’ipotesi, del tutto ragionevole, che ogni giorno incontri per strada una trentina di sconosciuti del sesso opposto, ogni mese “incontro” circa 1000 persone nuove. Ho fatto un’ipotesi ulteriore, forse non condivisibile da tutti: che ogni persona che mi trova vagamente attraente decida di farmelo sapere e di “farsi avanti”. Ma ho come l’impressione che in rete succeda proprio questo.
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