Da qualche giorno ormai Candi non fa altro che chiedermi di scrivere, finalmente, un post “preso bene” – sottolineando tra l’altro il gioco di parole basato sul termine “post”… Come se non fosse più possibile, per me, ormai, essere presa bene.
Abbiamo cercato in ogni modo di delineare dei contenuti allegri e sbarazzini o, se non altro, che non fossero foschi e pieni di pessimismo cosmico. Fallendo miseramente.
Perché non è che non scriva più a causa di un attacco di pigrizia – o almeno, non è soltanto per quello. Il fatto è che, nelle ultime settimane, questo coinvolgimento emotivo forse corrisposto o forse no mi sta prosciugando le energie e, soprattutto, mi fa passare la voglia di mettermi in discussione più di quanto non faccia già nottetempo, quando il sonno tarda ad arrivare.
Però è successa una cosa, una cosa semplice nei gesti e complessa nella portata: ho trascorso una buona mezzora di un sabato pomeriggio con il mio viso completamente affidato alle mani – e ai pennelli – di un truccatore professionista.
C’è stata infatti una lunga fase, nella mia vita, in cui ogni mattina le abluzioni quotidiane davanti allo specchio erano costituite, come coronamento, dal cospargimento di fluidi e creme e polverine colorate su tutto il volto; e di riflesso, ogni giornata si concludeva con un’accurata asportazione di tutte queste sostanze chimiche il cui unico scopo era, si suppone, quello di farmi sembrare più bella.
Da una manciata di anni a questa parte, tuttavia, ho deciso che era diventato intollerabile non riuscire più a riconoscermi se non ero imbellettata di tutto punto; ho deciso del tutto arbitrariamente che il mio riflesso nello specchio – scioccata, probabilmente, dall’esperienza del True Mirror – doveva essere lo stesso al mattino appena sveglia e nel bel mezzo di un evento sociale.
Così ho lasciato che mascara, fondotinta, ombretti e rossetti allineati nel mobiletto del bagno si sgretolassero progressivamente fino a oltrepassare il “best before end”. Be’, no; il mascara no, a dire il vero. Perché ho le ciglia lunghe, che sbattono contro le lenti degli occhiali: e il rimmel incurvante è l’unica cosa che mi permette di piangere senza aver poi bisogno di un tergicristalli, ma soltanto di una buona dose di struccante se proprio non ho avuto l’accortezza di comprare un prodotto waterproof.
E comunque. Marc, il truccatore, mi ha fatto sedere su uno sgabello altissimo di fronte a tre specchi illuminati a giorno e ha iniziato a parlarmi con voce suadente e rassicurante – in francese, soprattutto per un uomo gay, la cosa in effetti avviene abbastanza naturalmente. E mi ha proposto, data la mia inveterata abitudine a rifiutare il trucco, un maquillage nu: il trucco c’è, ma non si vede.
Uscita dallo studio di Marc, effettivamente non sembravo truccata. Ero sempre “io”, ma più… Più bella? Non saprei. Più curata? Sicuramente sì, ma non soltanto quello. Mi sentivo anche un po’ una stupida, la sera, dopo aver cenato con i miei genitori ed essere tornata in hotel alle nove con tutti quei pasticci in faccia e senza uno straccio di prodotto adatto a toglierli.
Ma il fatto è che ieri sera ho avuto un secondo appuntamento, se lo vogliamo definire così – come in realtà è, perché c’è stato il primo appuntamento, e quello di ieri era il secondo. Solo che mi fa strano, definirlo così. E comunque. Ieri sera, mentre fingevo che l’orologio del cellulare fosse dieci minuti avanti e mi asciugavo i capelli con la mano che, delle due, non era quella impegnata a cercare di infilare i collant, ho avuto un attimo di esitazione. Ho lasciato vagare lo sguardo alla ricerca di un campione gratuito di fondotinta e, con studiata indifferenza, ho svuotato un po’ di liquido sulle dita. Con in sottofondo la voce di Marc che, scuotendo la testa per l’assenza dell’apposito pennello, ripeteva cadenzatamente parole come “sfumare”, “fondere”, “stendere”. E un po’ paradossalmente, forse, ho ripetuto coscienziosamente la sequenza classica fondotinta-polvere-mascara-blush-ritocchi con l’asciugacapelli pinzato tra le gambe, una delle quali con una calzamaglia penzolante, pensando che stavo facendo qualcosa per qualcuno.
Pensando che quel trucco non era una maschera che, una volta tolta, avrebbe rivelato il mio orribile vero sé, ma semplicemente un modo come un altro per far capire a qualcuno “guarda, ci tengo a farti vedere che ho impiegato del tempo a prepararmi per te. Perché tu sei importante e meriti tutto questo tempo, e molto di più.”
Ecco, forse è in questo senso che si tratta di un post preso bene. Non perché io stia saltellando di felicità – anzi, piuttosto sono in preda a crisi di pianto piuttosto ingiustificate se non alla luce del dolore che provoca lo sgretolamento delle armature. Quanto perché ho (ri?)scoperto che esistono dei gesti semplici, caricati di significati indicibili e pregnanti, che un giorno senza quasi nessuna ragione diventano qualcosa di diverso. E di bello.









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