Archivio per la categoria 'corpo corretto'

Inizia il quarto mese di dieta

Proprio mentre volge al termine il mio trentesimo anno di vita, sto entrando nel quarto mese di dieta.

E’ da una decina di giorni che non mi peso ma, complessivamente, credo di aver perso circa otto o nove chili. Un po’ meno di due taglie di vestiti, suvvia; e le due taglie esatte in meno sono il mio obiettivo – entrare di nuovo in un vestito comprato qualche anno fa giusto in tempo per entrare nel ruolo di testimone del matrimonio di Scassaritratti.

Chi mi avesse conosciuta tra ottobre 2007 e l’inizio di febbraio 2008, se mi vedesse di nuovo oggi, probabilmente, noterebbe nel mio corpo un grosso cambiamento: il viso è più affilato e meno tondeggiante, il giro vita più delineato, le gambe meno massicce e i polpacci più simili a quelli di una donna in carne che a quelli di un terzino della Nazionale.

Spesso – non sempre ma spesso, almeno quando non dovuto a cause organiche – un aumento di peso corporeo è un modo diverso di riempire uno spazio altrimenti vuoto.

In passato sono ingrassata nei periodi della mia vita in cui mancava qualcosa di essenziale e che, tuttavia, non volevo riconoscere come tale: la tensione, in un rapporto troppo dato per scontato; il lavoro, che sebbene ci fosse non era quello che volevo; l’emotività, soffocata dalle armatute che lentamente si sono inventate protesi a forma di imbuto in cui buttare dentro cibo e alcol senza criterio alcuno.

Conosco persone ingrassate a dismisura senza motivi apparenti; ma quando vai a scavare un po’ sotto la scorza scopri compagni affettivamente assenti o anche rinunce mai riconosciute come tali e mascherate invece da “cambiamenti di interessi o priorità”.

Decidere di mettersi a dieta è, innanzitutto, una richiesta di aiuto: un riconoscere di fronte a se stessi che esiste uno spazio mentale o affettivo o quant’altro che è desolantemente vuoto – e che nonostante tutti i nostri sforzi ingurgitativi non si è riempito affatto.

Incominciare una dieta non è poi tanto difficile, se la si inizia con questa consapevolezza – che può essere anche non del tutto consapevole, non importa: è importante che ci sia, altrimenti dopo un tempo più o meno breve i sacrifici che necessariamente un regime alimentare ipocalorico comporta non saranno più accettabili in mancanza di una visione che vada al di là della banale misura della circonferenza cosce.

Dopo un po’ di tempo, infatti, se tale consapevolezza è ben radicata, le rinunce diventano un’abitudine; non significa che costi meno fatica resistere alle tentazioni, questo no. Il ne faut pas rêver, come dicono i parigini. Significa, piuttosto, che l’abitudine a rinunciare al piacere immediato e gratificante del cibo superfluo rende la rinuncia meno dolorosa, meno faticosa da sopportare. La svuota di ogni valenza simbolica, in un certo senso - tanto per non dimenticarsi del ruolo dei vuoti e dei pieni.

Ma la parte più difficile di una dieta non è la dieta in sé, quando quel limbo oscuro che si chiama mantenimento. Il mantenimento indica quel periodo in cui continui a controllare ogni cosa che entra nella tua bocca o quasi e, a seconda delle oscillazioni del peso, stabilisci la quantità (e soprattutto la qualità) di ciò che devi ingerire perché l’ago della bilancia non subisca più variazioni.

Il mantenimento è il periodo più difficile perché privo di qualsivoglia gratificazione: nessuno che ti fa complimenti perché sei riuscito nell’intento di perdere quegli X chili; nessuno che ti guarda con invidia; nessuno che sibila che sei troppo magra e stavi molto meglio prima. Niente di niente. Perché il mantenimento è una supposta normalità. E’ la ricerca, per essere più precisi, di quella che vorresti diventasse la tua nuova normalità.

Ed è il terrore puro di scoprire che quello spazio non più riempito dalle tue grazie generose adesso sarai costretto a riempirlo con ciò che, davvero, più ti manca. Non c’è (più) santo che tenga.

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Questo è un blog 4occhi

Ieri sera, finalmente, se ne sono accorti anche loro, che non mi vedevano da tempo: non soltanto, negli ultimi mesi, non ho più provato a mettere le lenti a contatto, ma ho addirittura osato investire quasi mezzo stipendio in una montatura nuova:

E comunque. Innanzitutto, dato che ultimamente lo stipendio non me lo pagano più - a fine febbraio ho ricevuto quello di gennaio, e quello di febbraio, di conseguenza, lo riceverò a fine marzo e via di seguito - non è assolutamente il caso che adesso spenda soldi in lenti a contatto usa e getta; quelle comprate dopo la visita dalla contattologa, infatti, sono più o meno scadute. Un po’ come la mia voglia di liberarmi della barriera che le ben visibili lenti degli occhiali assicurano permanere tra me e il resto dell’universo, in fondo in fondo.

In secondo luogo, sono talmente soddisfatta e addirittura fiera di portare gli occhiali da aver convinto il blog a fare altrettanto.

Tempo fa, (l’occhialuto) Sukukimaruti mi aveva suggerito di farmi creare da qualcuno un coso grafico - ma io ho difficoltà a chiedere alla gente di fare cose per me, quindi il coso grafico me lo sono fatto da sola. Non è una meraviglia; anzi: è semplice e probabilmente anche piuttosto bruttino. Però chissenefrega, dopo tutto: tra le poche cose che ho imparato, vi è la certezza che se non si è in grado di fare qualcosa veramente bene è meglio farla, se non altro, di modo che i risultati siano il più chiari e il più efficaci possibile.

Ecco perché ho inserito questo bottoncino buttonphp.png proprio in cima in cima a quella colonna che fiancheggia ogni cosa che scrivo - quasi a voler proteggere le mie parole dal mondo esterno - e che contiene roba di ogni sorta.

Se qualcuno lo vuole perché anche lui 4occhi (o perché dotato di dieci decimi ma autore, ciononostante, di un blog 4occhi)… niente mi farebbe più contenta di scoprire persone che se ne appropriano.

Beh, no. In effetti alcune cose che mi farebbero più contenta ci sono. Ma di questi tempi, l’apatia è tanta se non troppa - e soprattutto è malriposta.

Quindi il bottoncino disseminato in luoghi inaspettati sarebbe già qualcosa.
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Aggiungi un posto a tavola?

Vivendo da sola, sono ovviamente abituata a cenare da sola. Ogni tanto invito a cena Mascalzone Latino e, tutte le volte, sono terrorizzata dal suo giudizio perché è un ottimo cuoco e, soprattutto, è abbastanza nevrotico da essere fissato sulla qualità di alcuni prodotti. Devo ammettere che, da quando sono a dieta (e sono ormai più di quaranta giorni), è stato abbastanza carino e affettuoso da accettare i miei inviti nonostante il cibo si riduca a un piatto di pasta con sugo di verdure e tantissima insalata - alcolici banditi, anche perché l’alcol che tengo in casa di questi tempi è dell’orrenda birra comprata alla Lidl, del rum cubano che mal si sposa con il suddetto menu e del vino che riservo per tempi migliori.

Stasera, viceversa, mi va di lusso, perché ho invitato a cena Scassaritratti la quale - purtroppo per lei ma fortunatamente per me - deve mangiare “in bianco”: potrò dunque propinarle il mio cavallo di battaglia dietetico, composto di arrosto di tacchino, insalata mista e verdure bollite. Che fantastico venerdì, vero?

E comunque. Accetto l’invito di Fra a comporre “10 accoppiamenti di cibi che nella vostra mente, palato, stanno bene insieme, che si completano, che si esaltano, che si stimolano, che uno da solo sì, ma con l’altro rasenta la perfezione!”, in attesa di tempi migliori non soltanto da un punto di vista alimentare.

Dato che queste cose vanno rilanciate, scelgo per l’occasione persone di cui, in un modo o nell’altro,  ho già avuto modo di leggere post culinari: Elena, Catepol, Isa e Noemi. E aggiungo un ometto perché pare che oggi sia il suo compleanno :)

Inizierei con tzaziki (salsa di yogurt, aglio e cetrioli), baba ganoush (salsa di semi di sesamo con le melanzane) e pane di vario tipo.

Come prima portata, preferisco in realtà la versione piatto unico: couscous con carne tritata e un sugo di verdure piccante molto speziato. Di contorno, insalata di spinaci, arance e chicchi di melograno.

Anche in condizioni normali non mangerei molto più di così; tuttavia, voglio lanciarmi e aggiungere un plateau di formaggi locali e non: fontina valdostana, tome di capra, gorgonzola, camembert e chi più ne ha più ne metta. Come accompagnamento, pane alle noci, pane alle olive, pane alle verdure e grissini ricoperti di semi di sesamo; il tutto unito a gelatine di frutta, miele, cugnà (mosto di uva e frutta secca, mi pare) e noci da sgusciare al momento.

Dimenticavo: sulla tavola, sempre presente una bottiglia di vino rosso. Possibilmente, l’occasione giusta per stappare il barolo del ‘99 che mi regalarono per il mio compleanno.

Poi verrebbe il dessert. Ma il dessert, per me, non è semplicemente il dulcis che sta in fundo. E’ un modus vivendi, una ars amandi, un chi più ne ha più ne metta.

Il dessert lo porta a sorpresa l’ospite, pertanto. Con la speranza che la sua scelta mi faccia rimpiangere tutte le volte in cui ho scelto invece di mangiare da sola e di non aprirmi al mondo quel tanto che basta da farmi venir voglia di aggiungere un posto alla mia tavola.

Sesto giorno di dieta

In questi giorni sto toccando argomenti tipici di una rivista femminile: prima i capelli, ora la dieta. E non è neanche finito l’inverno! Di solito, infatti, di dieta si dovrebbe disquisire a partire dal mese di Aprile, per “prepararsi al bikini”, per “partire in tempo per essere in forma sulla spiaggia”, per (cito testualmente da femminili di cui non farò il nome) “conquistare un corpo da favola in dodici settimane”. Perché d’inverno il corpo è protetto dagli abiti, che lo possono – a scelta – mascherare, sottolineare, correggere.

Almeno a queste latitudini, a dire il vero, e, soprattutto, almeno di questi tempi: si racconta infatti (e se qualcuno di voi è a Roma potrebbe andarlo a sentire di persona; io, potessi, ci andrei) che sia sufficiente un innalzamento della temperatura di due, tre gradi, perché l’ecosistema italiano diventi una (brutta) copia della fascia sub-sahariana.

Ma non ho intenzione di dissertare sulle emergenze climatiche; non oggi, quantomeno.

Perché oggi è il mio sesto giorno di dieta, e se non lo vedo scritto nero su bianco non riesco a percepirne l’evidenza, né le implicazioni.

Mettersi a dieta a inizio gennaio è, da un lato, tipico di chi ritiene di aver esagerato con cibo e bevande durante le vacanze di Natale. Si tratta di un classico dei buoni propositi per l’anno nuovo, se non vado errata. Mettersi a dieta a inizio gennaio dopo aver come al solito trascorso le vacanze di Natale in una famiglia dove il Natale non si festeggia, d’altro canto, può risultare frustrante, dato che non hai neanche avuto la soddisfazione di ingozzarti di pandoro e cioccolato per due settimane – fortunatamente, d’altronde, i vini che bevo a casa dei miei non potrei permettermeli neanche se sposassi un produttore di champagne (in quel caso però pasteggerei ogni giorno a champagne, che è comunque un’ottima scelta).

Il fatto è che per me il “problema” non era quello dei due chili guadagnati per l’eccesso di ore passate a tavola e l’azzeramento del tempo trascorso all’aria aperta. Questa è la mia quarta dieta da quando avevo quattordici anni. C’è di peggio in quanto a dipendenze, tuttavia; almeno credo.

E comunque. Da quando sono a dieta, non faccio altro che mangiare o, in alternativa, pensare a cosa mangerò al prossimo pasto. Ci vogliono determinazione e abilità nella programmazione, altro che organizzare manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica da cinquantamila visite in tredici giorni! Per inciso: manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica vuol dire poco o niente, lo so. Uno dei miei tanti problemi consiste infatti proprio nel non essere ancora riuscita a spiegare in cosa esattamente consiste il lavoro che faccio non dico a mia nonna novantunenne, ma neppure ai miei colleghi della stanza a fianco.

Che la determinazione sia necessaria è una verità incontestabile: il mio prossimo appuntamento con il medico è fissato al dieci marzo e, per quel giorno, dovrò aver raggiunto l’obiettivo di X chili persi - che potrebbero anche essere XX, ossia un numero di due cifre; al limite anche di tre, per quanto ne sapete voi. Ma non è questo il punto, vero?

L’aspetto della programmazione, al contrario, è meno evidente; pur tuttavia, seguire un regime alimentare bilanciato con l’obiettivo di perdere peso comporta una vera e propria pianificazione dei sei pasti giornalieri. Sì, sono proprio sei – per questo prima ho scritto che non faccio altro che mangiare: colazione, spuntino, pranzo, spuntino (FormerlyKnownAs merenda), cena, spuntino. Tre spuntini al giorno, dunque, che possono essere costituiti da, alternativamente, fette biscottate, cracker o biscotti secchi zerogì (l’ho scritto male apposta, qui non si fa pubblicità a nessuno ;) ). Il problema è che i biscotti secchi zerogì non si trovano da nessuna parte, se non in un piccolo negozio vicino a casa dei miei dove, finalmente, li ho scovati dopo tre giorni di ricerca determinata quanto disperata – va da sé che, con tutti quegli spuntini, una scelta limitata a due tipi di cibo soltanto risulta fortemente frustrante. Quando la cassiera mi ha visto arrivare con dieci pacchi di biscotti (e una confezione di filo interdentale, che per me è come una droga - a proposito di dipendenze) mi ha guardato con aria interrogativa: “Non sapevo fossero in offerta, a quanto li hanno messi?”

Quindi, riassumendo: sto riscoprendo doti che non ricordavo di avere, come la determinazione, l’abilità nel programmare e una grande faccia tosta di fronte alle domande impertinenti.

La prossima volta che dovrò scrivere un curriculum vitae potrei aggiungerlo:

Gentile mio prossimo [auspicabilmente!] datore di lavoro, sono dotata di grande determinazione eccetera grazie alla ripetuta messa in opera di diete dimagranti. Il fatto che tali diete sia stato necessario ripeterle, al contrario, non è indice del fatto che, come potrebbe essere portato a pensare, io non sappia, tra una dieta e l’altra, praticare l’arte della continenza, bensì che il desiderio di vincere le sfide che mi sono poste [questo fa sempre colpo] è talmente forte che sono disposta a reingrassare ogni volta di XX chili pur di potermi poi rimettere alla prova con una dieta.

…………………

Oddio, mi è venuta in mente una cosa: e se quella str—ta che ho scritto là sopra in realtà corrispondesse al vero?

Le ragioni della paura

Pare sia possibile eliminare la paura tramite la disattivazione o, più in generale, la manipolazione di uno o più geni.

Hitoshi Sakano e il suo gruppo di ricerca dell’Università di Tokyocatmousediplomatic.jpg sono riusciti nell’intento intervenendo su un gruppo di cellule olfattive. Risultato: un topo che non ha paura dei gatti.

Ecco nell’immagine a lato i due nuovi amici mentre passano il tempo libero giocando a scacchi - perché anche secondo me una partita si gioca con un compagno e non contro un avversario.

In realtà, hanno specificato i ricercatori, il gatto deve essere preventivamente nutrito - il semplice fatto che il topo non abbia più paura di lui non implica necessariamente che i gusti alimentari dell’altro subiscano variazioni ;-)

Più in generale, l’origine e il significato evolutivo delle personalità nel mondo animale sono ancora sconosciute; alcuni studi sottolineano però, tra le cause della paura, la scelta dei singoli individui di puntare su un successo riproduttivo presente o futuro. Una teoria citata sull’ultimo numero del Venerdì di Repubblica, in particolare, sostiene che:

- chi pensa di non riprodursi immediatamente - in genere perché le risorse ambientali non sono idonee ad allevare la prole - si dimostra più cauto nel correre rischi (in particolare correre rischi con i predatori) –> non ho intenzione di riprodurmi a breve = lascio più spazio alla paura e me la prendo con calma;

- chi invece conta di riprodursi subito, appare più spavaldo verso i predatori e più propenso all’esplorazione dell’ambiente circostante –> ho intenzione di riprodurmi = sono più disposto a rischiare il tutto e per tutto pur di perseguire il mio scopo.

Ora. In attesa di nuove ricerche sulla manipolazione genetica ai fini dell’eliminazione della paura, passiamo dal mondo animale al mondo dell’homo sapiens. Eliminazione, per inciso, che non saprei neanche se augurarmi, dal momento che spesso la paura ha un ruolo protettivo del quale non sono sicura di voler fare a meno anche quando avrò deciso che è per me giunto “il momento di riprodurmi”.

Io la mia personale interpretazione su chi siano i predatori adesso ce l’ho ben chiara in testa. E sotto questa nuova prospettiva è tutto, stranamente, molto più chiaro.

Le jour des enfants

Sarà che ho la faccia paffuta; sarà che, seguendo l’unico consiglio sensato dato da Cioè in tanti anni di onorata carriera, ho iniziato a mettere la crema antirughe per il contorno occhi a quattordici anni; sarà che mi vesto allo stesso modo da quando ho iniziato l’università. Non lo so. Fatto sta che, di solito, la gente mi attribuisce dai tre ai cinque anni in meno rispetto alla mia età reale. E se la cosa potrebbe essere utile e dilettevole intorno ai cinquant’anni, immagino, ora non sempre lo è; in particolar modo nell’ambiente di lavoro.

In uno dei variegati tentativi che, ciclicamente, mi punge vaghezza di fare per riportare la mia età apparente alla mia età anagrafica, oggi mi sono truccata: fondotinta (probabilmente un po’ troppo vecchio, ma si spalmava ancora), ombretto, eyeliner, matita sfumata sulla palpebra inferiore, mascara e addirittura una bella spolverata di fard sulle guance. Servizio completo.

Una volta mi truccavo tutti i santi giorni. Sempre servizio completo; sempre gli stessi gesti ripetuti nello stesso ordine. Poi una mattina, appena sveglia, mi sono guardata allo specchio: senza eyeliner non mi riconoscevo più. Non ero “io“. E questa consapevolezza mi ha sconvolta, e non mi è piaciuto per niente pensare che, per essere io, avessi bisogno di una riga sugli occhi. Così ho smesso di truccarmi.

Però. Però a volte mi torna in mente Laure, l’insegnante di francese che avevo quando abitavo a Parigi.

Laure era molto bella, ma non nel senso usuale che si dà al termine. Era incinta - e già questo la rendeva ai miei occhi di ventiduenne un essere alieno, un modello e una meraviglia, tutto insieme. Si vestiva da vera parigina, con abiti dalla foggia semplice ma esplicitamente di sartoria; accessori di lusso come borse Vuitton e sciarpe Sonia Rykiel. Abitava nel sedicesimo - e questa informazione era sufficiente per farci capire quanto la sua scelta di essere insegnante di lingua per stranieri fosse proprio una scelta, non certo una necessità. Il suo viso regolare, sormontato da capelli biondo platino tagliati cortissimi, era sempre truccato con estrema cura. Aveva addirittura il contorno delle labbra disegnato con una matita color carne - stessa tinta del rossetto - come sino ad allora avevo visto soltanto nelle foto delle riviste di moda o sui volti delle commesse di profumeria (ma in quel secondo caso il colore era rosso o arancione, e il segno della matita era fin troppo evidente). Era truccata molto e molto bene, e allo stesso tempo riusciva a essere non appariscente e l’antitesi della volgarità. Tranne il mercoledì.

Ogni mercoledì, nei due mesi in cui ho seguito il suo corso di stile della lingua francese nel linguaggio scritto e orale, lei si presentava vestita di tutto punto con la consueta eleganza un po’ snob. Ma senza una traccia di trucco.

Laure è stata una delle migliori insegnanti che io abbia mai avuto. In un periodo in cui ero innamorata dell’inglese - e di un ragazzo inglese che si chiamava Justin - è riuscita, nonostante tutto, a farmi perdere la testa per la lingua francese. Capitava che la sera, anziché uscire e perdermi per i locali di Parigi, scegliessi di stare a casa ad approfondire i contenuti delle sue lezioni. Ho addirittura letto un po’ di Proust - poco, per la verità, però non credo che mai più nella vita farò qualcosa di simile ;-)

La mia passione non le sfuggiva, e sono ben presto diventata la sua preferita. Per l’unica volta, nella mia vita da prima della classe fallita (perché, come ho già scritto non ricordo in quale post, non sono mai stata la prima della classe, neanche alle elementari), sono stata l’allieva preferita di un insegnante. Un amore perfettamente corrisposto, pertanto. Spesso fumavamo insieme dopo il caffé dell’intervallo, e siamo entrate in quella confidenza consentita dalle circostanze che una mattina - non un mercoledì, questo lo ricordo con precisione - mi ha fatto sentire autorizzata a chiederle come mai ogni settimana, sempre lo stesso giorno, non si truccasse per nulla. Lei mi ha sorriso, e ha replicato sibillina: “Le mercredi est le jour des enfants.

Non ho mai capito cosa significasse, quella risposta; né se avesse un vero e proprio significato, se è per questo.

Però ogni tanto ci ripenso, e mi chiedo se non volesse dire che, a volte, è necessario contrastare l’inerzia - temibile, ennesimo fico strangolatore che ci opprime senza che ce ne rendiamo conto. Fare come i bambini (o piuttosto come noi adulti crediamo facciano i bambini?) e venire meno alle abitudini, almeno una volta ogni tanto.

Ma adesso sono molto stanca, perché dopo undici ore in quest’ufficio, e dopo aver rinunciato per la seconda settimana di fila ad andare alla lezione di prova di espressione corporea o quello che era, e dopo aver trascorso la mia giornata tra una riunione e l’altra… sono le otto e un quarto, e voglio andare a casa. Quindi il discorso sull’inerzia iniziato con Andrea (ex Api) via Skype lo farò un’altra volta :-)

Io continuerò a portare gli occhiali

A volte mi sembra di avere il fascino travolgente del libretto di istruzioni di un trapano a percussione. Altre volte, mi convinco piuttosto di essere altrettanto seducente di un bel piatto di zucchine bollite - e scondite!

Un po’ come il puffo quattrocchi, che è un tipo molto serioso, noiosetto e puffamente saccente.

Ci sono alcuni casi, invece, in cui mi stringerei la mano in segno di approvazione per quanto mi piace l’immagine che, attraverso le lenti degli occhiali e grazie al riflesso di uno specchio, mi ritorna indietro. Puffamente vanitosa, insomma. Puffamente corretta.

Quando indosso le lenti a contatto nelle sei ore quotidiane che mi sono state prescritte, invece, so di avere esattamente lo stesso sguardo di una talpa che si trova all’improvviso nel mezzo di una radura assolata.

Non potrei mai avere un’appassionata storia d’amore con il mio contattologo; di questo sono sicura. In primo luogo, perché è una donna. In secondo luogo, l’altro giorno ho davvero dato sfogo, davanti a lei (e davanti agli attoniti clienti del negozio di ottica), alle mie parti peggiori.

Inserimento delle lenti nel luogo a esse deputato: minuti 25.

Nel mentre, ho pronunciato, nell’ordine, le seguenti frasi:

  • Lo sapevo! Non ci riesco, non ci riesco proprio!” = sono tendenzialmente rinunciataria, insicura e soffro di scarsa fiducia in me stessa;
  • No! Non voglio che me le metta lei [la contattologa]! ce la voglio fare da sola!” = cocciuta, testarda e addirittura svalutante rispetto all’altrui professionalità;
  • Non ce la farò mai…” = arrendevole, lamentosa e, al ventiquattresimo minuto, per giunta fastidiosamente insopportabile.

Tempo di permanenza delle lenti nel luogo a esse deputato: ore 2.

La contattologa, fortunatamente per lei, non è stata costretta a seguirmi mentre sono tornata in ufficio durante l’attesa prima della visita a posteriori. In ufficio le cose non sono andate molto diversamente - a questo punto non potrò più lamentarmi se i miei colleghi mi tratteranno con l’accondiscendenza riservata ai bambini in età prescolare.

  • Secondo te sto meglio con gli occhiali o senza?” = vanitosa, egoriferita e, come in un altro caso, anche un po’ insicura;
  • Tanto so già che toglierle sarà una vera e propria tragedia.” = un po’ pessimista, forse, ma del tutto realista.

Estrazione delle lenti dal luogo a esse deputato: minuti 35.

No comment.

Quando la contattologa ha capito che le lacrime non erano causate dall’irritazione all’occhio ma dallo sconforto prima e dalla rabbia poi (credo di aver addirittura pestato i piedi per terra, a un certo punto), poco ci mancava mi facesse una carezza sulla testa a metà tra lo sconsolato, il rassegnato e l’impietosito. Tuttavia, quando le ho chiesto perché non si potesse usare una micro ventosa, poco ci mancava che le lenti me le facesse saltare via a suon di schiaffi.

E comunque. Si è trattato di un’esperienza formativa, senza alcun dubbio.

Persevero con le sei ore al giorno per una settimana di fila, nonostante tutto. Perché voglio avere la capacità di scegliere come mostrarmi al mondo, io.

Fintanto che anticipo la sveglia mattutina di un’oretta e le lenti me le infilo (e me le tolgo) senza che nessuno mi possa vedere né sentire, per lo meno. Altrimenti mi sa che la prospettiva dell’appassionata storia d’amore sfuma con chiunque abiti nel raggio di tre chilometri da casa mia.

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Io porto gli occhiali

Qualche sera fa sono andata a casa dei miei, un po’ per caso e un po’ perché sentivo il bisogno di farmi un po’ coccolare l’ego; dal momento che l’ego-farm, a quanto mi risulta, ancora non l’hanno inventata, uno si arrangia come può. E anche se non c’entra, ora che ci penso, con tutti questi link a post miei, non faccio che dare ragione a chi mi dice che sono egocentrica. Ma posso anche replicare: “e allora?” ;-)

Essendo a casa dei miei, ed essendo i miei piuttosto propensi a non andare a dormire dopo le dieci di sera, mi sono messa a rovistare tra le vecchie foto. Niente di strano; se non fosse che album dopo album e, conseguentemente, anno dopo anno, ho avuto una specie di rivelazione: ci sono i volti e i corpi miei e dei miei amici che crescono, diventano adulti, in alcuni casi invecchiano - bisogna usare le parole corrette, almeno quando esistono. E ci sono i miei occhiali che cambiano, cambiano, cambiano sempre: le montature in plastica trasparente a forma di farfalla si sono fatte tartarughe marroncine; il viso, nascosto da una maschera nera, è stato poi ricoperto - e al contempo riscoperto - da una sottilissima ellisse di metallo semitrasparente.

Perché è così: io porto gli occhiali. Sono miope, e anche un po’ astigmatica da quando avevo 12 anni. E quando mi devo descrivere a qualcuno perché mi riconosca a un appuntamento non avendomi mai incontrata prima, esordisco sempre con: “Porto gli occhiali, sono alta tot eccetera.”

Questi a lato sono i immagine-3.pngmiei occhi. E io non li potrò mai vedere con la nitidezza di una fotografia, perché quando mi guardo allo specchio senza occhiali devo avvicinarmi talmente tanto da perdere completamente la visione d’insieme. Si nota che lo sguardo è, come succede ai miopi, un po’ perso nel vuoto - ora che ci faccio caso si nota anche una certa asimmetria. Pazienza :-)

Gli occhiali definiscono un volto - ma non si limitano all’aspetto esteriore.

Chi non porta gli occhiali, infatti, non lo sa. Non può saperlo.

Chi vede bene non conosce quel sottile piacere che si prova, a volte, a estraniarsi completamente dalla realtà perché, semplicemente, non la si distingue più. Si perdono i contorni. Le luci, da puntiformi, diventano ampi circoli sfocati. Le persone sono riconoscibili, a distanza, soltanto dalle loro voci o, se proprio si vuole usare il filtro del senso visivo, dal modo in cui portano se stesse; dai gesti più o meno ampi che compiono con le braccia; da come i contorni - sfumati - del corpo si mescolano con il mondo circostante.

Chi va incontro al mondo senza bisogno di un paio di lenti graduate non conosce il brivido di terrore che, a volte, ti sorprende mentre stai nuotando in mare aperto, quando la lingua di terra non riesci a vederla neanche con la fantasia pur trovandoti a meno di 100 metri da riva. O forse sì, forse lo prova anche chi ha una vista perfetta. Però, sicuramente, non può neanche immaginare che quella paura, spesso, è mitigata dall’azzurro del cielo che è un tutt’uno con l’azzurro in cui sei immerso - non perché sei in vena romantica, ma perché è davvero un mondo completamente blu quello che ti circonda.

Chi gli occhiali li deve portare, invece, può permettersi di non vedere ciò che non vuole vedere nonostante stia rivolgendo lo sguardo proprio in quella direzione. Al liceo questo mi era molto utile quando dovevo passare davanti alla classe del mio primo fidanzato appena diventato il mio primo ex fidanzato - il quale, solitamente, sostava in mezzo al corridoio parlottando in modo seduttivo con la ragazzina di turno. E io potevo non vedere un’immagine che non avrebbe fatto altro che acuire, sterilmente, la mia sofferenza. Dandogli però l’impressione, allo stesso tempo, che il mio sguardo si stesse posando sulla scena che - come scoprii tempo dopo - era almeno in parte costruita apposta per me.

Gli occhiali li puoi mettere e togliere quando e come vuoi. E’ vero che non puoi guardare la TV sdraiato di lato perché altrimenti ti si conficcano le stanghette nella guancia; e che li devi pulire praticamente ogni ora se vuoi effettivamente vedere qualcosa; e che costano maledettamente cari a prescindere dalla montatura più o meno trendy. Nonostante ciò, gli occhiali non mascherano soltanto le imperfezioni estetiche tipo occhiaie, anzi.

Ciò assodato, qualcuno mi spiegherebbe gentilmente come ha fatto mia madre a convincermi a prendere per questo pomeriggio un appuntamento con il contattologo?

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