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La lotta contro l’inerzia

C’è un motivo se, ormai da qualche settimana, non riesco quasi più a scrivere niente di consono ai soliti temi, vagamente legati ai sentimenti: credo di trovarmi nel bel mezzo di una ragionevole depressione. O, forse, di una depressione ragionevole - il che sarebbe ben diverso. La prima infatti, implica uno stato depressivo ampiamente giustificato dalle circostanze esterne; la seconda, invece, una depressione caratterizzata dall’essere stata oggetto di ragionamenti e considerazioni di tipo logico - una depressione fatta di ipotesi, tesi e corredata di dimostrazione.

E, quale che sia, ho l’impressione che non ne uscirò mai. Perché come qualche tempo fa mi scriveva Andrea, “non si deve mai smettere di combattere l’inerzia“.

Quando siamo in una certa condizione, infatti, crediamo che essa perdurerà per sempre.

Se fossi fidanzata, sarei convinta di trascorrere tutto il resto della vita con quella persona. O questo è quello che mi auguro penserei, almeno. Penserò, se proprio voglio farmi rapire da uno slancio di ottimismo che non mi appartiene.

Dato che al contrario, volente o nolente, attualmente sono da sola, sono fermamente convinta che lo resterò per sempre.

Come se mi facesse paura il cambiamento - forse perché peggio dell’immobilismo c’è soltanto un cambiamento in peggio.

E, checché ne dicano, c’è ben di peggio che stare da soli: a parte alcolisti e maltrattatori fisici, ci sono persone che nel profondo non ci vogliono bene, o che pur credendo di volerci bene in realtà non vogliono il nostro bene - sono gli egocentrati, che vogliono soltanto il bene proprio e non sono in grado di anteporre a esso il bene altrui. Questo è peggio che stare da soli. Credo. Anzi, no: ne sono proprio convinta.

Ma la paura del cambiamento non è soltanto dovuta al timore che questo cambiamento sia in peggio. E’ colpa dell’inerzia, in un certo senso.

L’inerzia, in fisica, è un concetto stranamente non quantificabile. L’inerzia è “quella cosa” per cui un corpo rimane nel proprio stato di quiete o di moto (uniforme) finché su di esso non agisce una forza esterna.

La sto facendo semplice, in effetti; perché il concetto di inerzia, in realtà, causa un sacco di problemi da più di duemila anni. La definizione “più matematica” che si possa dare dell’inerzia non è infatti la definizione dell’inerzia, ma della massa inerziale di un corpo. E da qui ad arrivare a citare la relatività speciale di Einstein non ci vorrebbe molto, quindi meglio che mi fermi e ritorni al discorso principale.

Non mi verrebbe mai in mente di sbandierare la teoria della lotta contro l’inerzia se questo fosse il periodo più felice della mia vita, probabilmente: non avrei infatti alcun interesse a cercare di cambiare lo status quo, in quel quel caso.

Come scrivevo sopra, per potersi togliere da una situazione di inerzia - e prendere una direzione precisa - occorre una “forza esterna”. Occorre una motivazione, potrei scrivere per essere meno criptica per quanti non abbiano familiarità con le parole della scienza. Una motivazione in grado di contrastarla, dunque una motivazione-forza che deve essere più intensa di quella che “comanda” l’abulia-inerzia.

E se fossi felice, non vedo perché dovrei mettermi a cercare una motivazione per smettere di esserlo.

Anche se, a conti fatti, mi pare sia molto più facile e immediato trovare motivi per non essere felici che trovare motivi per smettere di essere infelici.

Chissà perché.

Be’, no: lo so il perché; o almeno ho delle idee in proposito. Ma proprio mentre questo post sta venendo alla luce io dovrei essere a Barcellona, a mangiare tortillas e a tapear fino a riprendere tutti i chili che ho più o meno faticosamente perso negli ultimi mesi. Pertanto, spero che al mio ritorno non soltanto tutte queste idee le avrò dimenticate, ma sarò talmente allegra e piena di joie de vivre da non ricordarmi neanche più che esiste, quella cosa chiamata inerzia.

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Il soggetto e il suo complemento

Qualche post fa, Sara scriveva in un commento di essere anche lei, come la sottoscritta, una grande sostenitrice della complementarietà nei rapporti umani.

A livello evolutivo, l’accoppiamento tra due partner con geni molto simili non è una strategia molto azzeccata; per convincersene, basta pensare alle comunità molto chiuse, in cui alto è il numero di matrimoni tra consanguinei e altrettanto alto è il numero di malattie genetiche (più o meno rare) nella relativa prole - la correlazione, che salta all’occhio anche soltanto intuitivamente, è stata provata su basi scientifiche ormai da parecchio tempo.

Da un punto di vista evolutivo, pertanto, è chiaro che la frase di Catherine Earnshaw da me citata in quel post (”Lo amo perché è più me stesso di quanto non lo sia io; quale che sia la sostanza di cui sono fatte le nostre anime, la mia e la sua sono uguali.”) va contro il benessere dell’individuo e, più in generale, della specie. La saggia Catherine, infatti, genererà i propri figli non con l’amato Heathcliff, ma con Linton (”mentre la mia anima e quella di Linton sono diverse quanto il fulmine dalla luce della luna, o il ghiaccio dal fuoco”).

Bene: con buona pace della genetica, vorrei provare a spingermi oltre.

In linguistica (più propriamente, nella grammatica) un complemento indica principalmente un qualcosa (parola o gruppo di parole) necessario a una frase per completarne il significato: io sono stanca, la mia dietologa costa tanto, i miei colleghi bevono il caffè eccetera eccetera. Vaghe reminiscenze delle scuole medie - condite con un controllo incrociato della voce su Wikipedia in italiano, inglese e francese più una sbirciatina sul sito dell’Accademia della Crusca. Più in generale, un complemento è una parte che, aggiunta a un’altra, formerebbe un tutto.

Necessario per completarne il significato: il mio complemento è qualcosa che completa il mio significato, il mio senso.

Etimologicamente, infatti, il sostantivo complemento deriva da còmpiere, a sua volta proveniente dal latino complere (riempire interamente, colmare). Còmpiere, a sua volta, è composto da cum ed empìre (o èmpiere) - termine arcaico che originariamente copriva l’aria semantica oggi occupata soltanto più da riempìre (rièmpiere), con un re rafforzativo del quale non ci siamo più voluti liberare. Ed empìre - o èmpiere che dir si voglia - ha esattamente la stessa radice dell’aggettivo pieno.

Il mio complemento, pertanto, è qualcosa che mi rende piena quando è proprio lì con me.

Eppure. Eppure mi sto interrogando ripetutamente, negli ultimi tempi, su una questione che mi sta particolarmente a cuore e che mi chiedo se sia condivisa anche da altri esseri umani: quanto, nella persona “ideale” che vorremmo avere accanto, buttiamo dentro tutti quegli aspetti che noi vorremmo avere e che invece non ci appartengono?

Stamattina collegavo il discorso al rapporto genitore - figlio; non ne ho esperienza diretta se non come figlia, eppure trovo estremamente plausibile che un genitore, magari anche del tutto involontariamente - o anche volontariamente, ma senza alcuna cattiva intenzione (anzi, semmai il contrario, nonostante si sappia che la strada per l’inferno proprio di quelle è lastricata, delle buone intenzioni) -, voglia che il proprio figlio o la propria figlia realizzino le cose che lui non è riuscito a portare a termine - ossia che riescano là dove lui ha fallito.

Nelle cose eclatanti come il successo sociale, il benessere economico; ma anche nelle cose meno tangibili come il senso dell’umorismo, la passione per l’enogastronomia, una spiccata competenza riguardo le diverse tipologie di tessuti con cui è possibile confezionare un abito da uomo. Insomma: la qualsiasi.

A costo di essere tacciata di riduzionismo: perché non dovrebbe succede qualcosa di analogo nel momento in cui si sceglie il padre o la madre dei propri figli, allora? Cosa impedisce che, in realtà, la ricerca di un compagno o una compagna complementare possa essere semplicemente una strategia per andare a riempire i vuoti o le carenze che riteniamo di avere e che non vorremmo mai fossero trasmesse, pari pari, alla nostra prole? Perché cos’altro sarebbe, altrimenti, il tutto formato dalle due parti, in ultima analisi?

D’accordo, ho scritto “il momento in cui si sceglie il padre o la madre dei propri figli” anziché “la persona di cui ci invaghiamo“, mentre non sempre le scelte sentimentali (o anche più prettamente sessuali) sono strettamente correlate al desiderio di procreare.

Però. Però, nonostante la (meritoria) rivoluzione sessuale, nonostante la (straordinaria) invenzione di metodi anticoncezionali completamente affidabili, nonostante la mia condizione di donna lavoratrice - indipendente - economicamente autonoma, impensabile ai tempi di mia nonna novantenne (la quale ancora non sa che vivo da sola); nonostante questo e nonostante quello…

Io non riesco proprio a prescindere dal fatto che il sesso sia, di base, il modo in cui la nostra specie (così come molte altre) perpetua se stessa; non riesco proprio a dimenticarmi che tutti quei consigli su “come raggiungere l’orgasmo in 5 minuti”, “come fare miagolare di piacere il tuo lui / la tua lei” disseminati ormai non soltanto più nelle riviste femminili ma un po’ dappertutto altro non siano che il modo contemporaneo di mascherare il fatto che il piacere collegato al sesso è, prima di tutto, uno specchietto per le allodole “messo a punto” dalla Natura per tenere alto il tasso di natalità.

E probabilmente chi mi legge da un po’ l’aveva già capito ;-)

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Il ritorno dei primi 4 minuti

Ed eccoci arrivati finalmente alla terza e ultima puntata della serie dei 4 minuti, dedicata ad argomenti che variano dai pettegolezzi sulla vita sentimentale dei presidenti della repubblica (1) al ruolo dello speed date nella società contemporanea (2). Non l’avevo promesso, ma l’ho fatto comunque: sono andata a cercare la puntata dei Simpson in cui Marge partecipa a uno speed date e ho caricato la manciata di minuti “incriminata” su Vimeo.

Due brevi considerazioni a latere, anzi tre: in primis, parrebbe quasi che io sia in grado di mantenere soltanto le promesse che NON ho fatto. E comunque. E’ in inglese, lo so; chi non avesse la voglia o la possibilità di decifrare i testi ma fosse interessato a capire più in dettaglio mi mandi un’email a odiamore@gmail.com: spedirò a chi ne farà richiesta la trascrizione in italiano. E questo mi porta all’ultima considerazione: sono proprio alla frutta, se ho trascorso un’intera serata a tagliuzzare video (con MPEG Streamclip per Mac, se interessa) anziché finire di leggere un libro su materia ed energia oscura che sarà tradotto in italiano oppure no a seconda della valutazione espressa nella mia recensione.

Mmm. Forse già soltanto il fatto che le mie due alternative per la serata fossero “tagliuzza video dei Simpson e trascrivi i dialoghi fingendo con te stessa che sia un’utile esercizio linguistico” oppure “leggi altre trenta o quaranta pagine fitte fitte di termini come CBR, WIMP e altri acronimi dall’aspetto inquietante” è indice di essere non alla frutta, ma ben oltre l’ammazza caffè.

Ispirata da Marge e, in particolar modo, dalla battuta finale di una delle sue sorelle (un intraducibile “go suck a rat, arsanova“), ho fatto poi alcune riflessioni sorseggiando una tisana che avrei tanto voluto sostituire con del rum cubano – ma nell’ultima settimana non ho perso nemmeno mezz’etto, quindi niente di fatto.

In primo luogo, è, se non certo, quantomeno altamente probabile che un individuo sentimentalmente libero ogni volta in cui si trova in una situazione sociale ricca di persone dell’altro stesso sia, anche inconsapevolmente, attento a valutare chi lo attornia (anche) come possibile persona-con-cui-uscire. Se non altro.

Capita addirittura a me, pertanto mi sento autorizzata a indurre valga per la maggior parte degli esseri umani.

La prossimità fisica è condizione necessaria per essere attratti da qualcuno – non sufficiente, è chiaro; e nemmeno mi sentirei di considerarla una regola ferrea (cfr. innamoramenti vari per star del cinema / musica / spettacolo ecc.). Pur tuttavia, è quantomeno plausibile affermare che, istintivamente, cerchiamo i possibili partner in ambienti fisicamente accessibili.

Di conseguenza, immagino che anche in un’atmosfera artefatta come potrebbe essere quella che avvolge uno speed date venga naturale, almeno alla maggior parte delle persone, compiere quell’azione che a volte si definisce eufemisticamente “guardarsi intorno”. Insomma, capita persino a quel modello di virtù che è Marge Simpson!

Nei paesi anglosassoni, infatti, lo speed date è diventato ormai da alcuni anni un modo come un altro per conoscere persone nuove, coinvolgendo anche persone che mai si sarebbero sognate di rivolgersi all’antenata agenzia matrimoniale (forse anche perché non è il matrimonio, ciò che cercano - non in prima battuta, se non altro).

In secondo luogo, ci perseguitano ormai da diversi lustri studi psicologici che asseriscono che le donne cercano un uomo ricco oppure, a seconda dell’età, con ottime prospettive di diventarlo; gli uomini, al contrario, cercano donne belle, ossia con un certo rapporto vita-fianchi e una pelle priva di difetti.

Una delle spiegazioni che di solito si danno a tale cliché è che dal punto di vista evolutivo le donne necessitino di un compagno in grado di garantire la sopravvivenza della prole, mentre gli uomini ricerchino, per la madre dei propri figli, caratteristiche che siano indice di ottima salute e, sostanzialmente, di geni buoni da trasmettere ai propri discendenti.

L’esperimento di Paul Eastwick ed Eli Finkel descritto nell’ormai famigerato articolo di Nature era strutturato in maniera molto semplice. Prima dello speed date, i partecipanti (studenti o ragazzi appena laureati, chiaramente privi di un compagno fisso) dovevano riempire un questionario in cui indicavano le proprie aspettative nei confronti di un potenziale partner: i requisiti sine qua non, le qualità più importanti, i gusti, l’aspetto fisico, il tipo di lavoro, il reddito e simili. Dopo l’incontro (monitorato dai ricercatori grazie a telecamere e registratori), come da prassi quanti si piacevano reciprocamente potevano ottenere i recapiti dell’altro e decidere di incontrarsi nuovamente; gli incontri successivi, riservati e non oggetto di osservazione, erano comunque “sorvegliati” da Easwick e Finkel grazie a interviste fatte, in forma privata, con i singoli soggetti coinvolti.

I questionari sottoposti prima che lo speed date avesse luogo hanno rispecchiato il cliché con una precisione sbalorditiva: la maggior(issima) parte delle donne indicava che, tra le caratteristiche più importanti del partner ideale, la ricchezza o la prospettiva di un buon guadagno futuro era al primo posto. La maggior(issima) parte degli uomini, parallelamente, sembrava dar ragione ai cosiddetti esperti di marketing convinti che, per vendere una rivista o un’automobile o un vasetto di yogurt con proprietà lassative sia necessario associare al prodotto una ragazza giovane, molto photoshoppata e pochissimo vestita.

Peccato che, già dopo il primo giro di speed-incontri, le coppie che si erano formate prescindessero da entrambi i supposti desiderata: ragazze non ancora liberatesi dell’acne adolescenziale e con un rapporto vita-fianchi pericolosamente vicino all’unità (leggasi: busto a forma di tronco) avevano riscosso notevole successo anche presso più di un giovanotto. Allo stesso modo, un trombonista in erba e con il conto perennemente in rosso era in più di un caso passato davanti, come preferenza, a un quartetto di promettenti avvocati.

E allora? Che conclusioni si possono trarre, anche alla luce dei risultati ottenuti da Nalin Ambadi con i video muti lunghi soltanto una manciata di secondi?

Da un certo punto di vista, per quanto possiamo pensare di avere ben chiare le nostre esigenze e aspettative nei confronti di un partner, la vita di tutti noi è costellata di controesempi; personalmente, resto convinta di aver vissuto la storia più bella della mia vita con una persona che non leggeva romanzi neanche sotto tortura mentre, a priori, sarei portata a dire che requisito essenziale per un ipotetico partner sia proprio l’essere un divoratore di libri.

Io la vedo così: le impressioni “a pelle” sono quelle che, alla lunga, costituiranno il modo in cui vediamo e, soprattutto sentiamo una persona dopo mesi o anni di frequentazione. Ci sono, nel corso del tempo, delle fluttuazioni intermedie, che incidono però soltanto minimamente sulla valutazione nel lungo periodo. La persona, per esempio, che ci colpisce fin da subito per la sua aria sfuggente e inarrivabile che fa tanto bello e impossibile, potrà essere un compagno affidabile per un certo lasso di tempo; arriverà però il giorno in cui, mentre laviamo i piatti, gli o le butteremo addosso il fatidico rimprovero: “Quando ho bisogno di te, tu non ci sei mai.”

Ci sono dei momenti in cui pensiamo “cambierà” o, addirittura, ci convinciamo del fatto che noi riusciremo “a farlo cambiare“. Peccato, però, che non succeda mai.

O forse invece è, rassicurantemente, una fortuna. Chissà.

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Azioni e reazioni emotive

Ho già scritto, provocando tra l’altro una serie di commenti più interessante del post in questione, di pregi e difetti degli sms nei rapporti umani; e ho già scritto di significati e implicazioni della distanza nei rapporti umani.

Dopo l’appuntamento galante-o-elegante? di un paio di settimane fa, tuttavia, ho continuato (un po’ ossessivamente, lo ammetto) a interrogarmi su entrambe le questioni: la difficoltà se non altro di avviare una storia a distanza colmando non soltanto la distanza fisica ma, soprattutto, quella interiore - che è inevitabile esista quando il rapporto è ancora soltanto una ragnatela di possibilità; e la difficoltà, nonostante tutti i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione con estrema generosità, di stabilire ex novo un canale di comunicazione privilegiato con qualcuno.

Per quanto riguarda la distanza, c’è ben poco da fare; come consiglia saggiamente Sole, si tratta soltanto di aspettare fatalisticamente una prossima occasione di incontro – che potrebbe anche non avvenire prima di molto tempo. Nessuno spunto di riflessione che possa interessare altri che la sottoscritta, pertanto.

Per quanto riguarda invece il ruolo degli sms, credo di poter provare ad astrarmi dal caso particolare (in cui, per la cronaca, circa una settimana dopo io ho spedito un sms privo di significato e mi è arrivata una risposta altrettanto priva di significato, e poi più nulla) e formulare una regola di portata più generale.

Nel caso degli sms, infatti, vale una sorta di terza legge di Newton: ad azione corrisponde una reazione, ma non necessariamente uguale e contraria.

Cercherò di spiegare meglio cosa intendo; fermo restando che, per chi non se lo ricordasse o non l’avesse mai capito davvero (perché molti insegnanti danno per scontato che la formulazione del principio sia di immediata comprensione, mentre per me, ad esempio, non è lo stato affatto), una reazione uguale e contraria significa una reazione uguale in intensità - stessa forza, quantitativamente parlando - e opposta in verso - se l’azione agisce dall’alto verso il basso, la reazione sarà dal basso verso l’alto. ovvio, certo, ma io ho dovuto aspettare il secondo anno di università per poter confessare a me stessa di averlo assimilato fino in fondo.

Tornando con la mente indietro nel tempo (e ripetendomi, lo so, rispetto a un post precedente) ricordo quando per mettermi in contatto con qualcuno non avevo che due alternative: la telefonata o la lettera.

La telefonata era dedicata agli amici vicini, la lettera agli amici lontani - semplicemente per una questione economica, dal momento che dopo quando, a tredici anni, feci lievitare la bolletta telefonica bimestrale sino a 400 mila lire (credo almeno 500 euro di oggi) i miei genitori reagirono - per l’appunto - di conseguenza e mi vietarono l’uso del telefono. La telefonata era l’agire d’impulso e sotto dosi incredibilmente alte di adrenalina; la lettera la possibilità di meditare su forma e contenuto sino a strappare la trentesima versione (ormai illeggibile per le troppe cancellature e riscritture lungo i margini) e ricominciare tutto daccapo.

Scrivere una lettera, oggi, è un gesto forte: proprio perché ci sono così tante alternative per comunicare, prendere in mano una penna, cercare un foglio di carta e una busta, comprare un francobollo e soprattutto attendere che la lettera arrivi tra le mille incertezze dei sistemi postali non soltanto è démodé ma richiede uno sforzo incredibile che sarà (anche inconsapevolmente) valutato dal destinatario proprio in quanto tale.

E’ un vero peccato sia così, perché io adoro ricevere lettere manoscritte - anche se non sono lettere d’amore. Perché “una lettera non dice quello che vuole solo con la scrittura. Si può leggere la lettera anche annusandola, toccandola, palpandola, proprio come un libro. Perché le persone intelligenti dicono, leggi, vediamo cosa dice la lettera. Le persone stupide invece dicono, leggi, vediamo cosa scrive. L’abilità sta nel leggere tutta la lettera, non solo il testo.” (Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi)

L’azione “scrivere una lettera (e spedirla)” comporta sì una reazione, nel destinatario, ma tale reazione è dilatata nel tempo e nello spazio. Una lettera non sempre richiede una risposta; e sono certa del fatto che, quand’anche la richieda esplicitamente, tale risposta è a lungo meditata: il tempo intercorso tra l’azione e la reazione diluisce ed enfatizza i sentimenti sino a stravolgerli completamente, almeno in alcuni casi.

Il discorso cambia radicalmente nel caso di una telefonata: i cellulari hanno fatto crescere esponenzialmente (o qualcosa del genere) il numero di telefonate che ogni individuo compie e riceve ogni giorno. La persona a cui telefono sa che sono io a cercarla ancora prima di rispondere; nel caso in cui io scelga l’opzione di non far comparire il mio numero di telefono sui display altrui, viceversa, mi protegge con l’anonimato ma a esso mi vincola: se non ricevo risposta ai miei squilli ansiosi sarà forse perché il destinatario non risponde alle chiamate provenienti da un “Numero privato”? E risponderebbe a una chiamata che il display certifica essere stata fatta dalla sottoscritta?

Sia quel che sia, nel momento in cui la connessione emotivo-elettromagnetica è stabilita tramite il Pronto? de rigueur, ha luogo una prima fase di rassicurazione: il mio interlocutore vuole parlare con me, se non altro. La mia azione ha provocato una reazione uguale e contraria: io ti telefono, tu rispondi alla telefonata e, pronunciando quel paio di sillabe, mi ributti la palla – tocca a me, sono legittimata ad agire di nuovo perché tu mi stai invitando a farlo. Certo da questo punto in poi i giochi sono aperti, mais il ne sont pas faits.

E poi, ecco arrivare l’sms. L’azione di spedire un sms è di per sé fonte di disequilibrio – quindi già si intravede una discrepanza con il principio newtoniano: nessuna certezza sull’avvenuta ricezione (o forse ci sono strumenti tali per cui, ma non vorrei entrare nel merito) – il che lo assimila alla lettera per lo stato d’ansia che genera l’attesa. In secondo luogo, la reazione di chi risponde a un sms non è uguale all’azione; nel caso della telefonata, il semplice fatto di rispondere proprio a me è garanzia di apertura nei miei confronti, di desiderio di parlarmi. Nel caso dell’sms, invece, la risposta può essere dettata da pura cortesia, così come la non-risposta può essere una risposta di per sé ma può anche essere un accidente, dovuto a ritardi nella ricezione, a un telefono tenuto spento per un tempo prolungato… O tutte le altre cose che mi vengono in mente (dal furto del cellulare a un’invasione degli alieni) quando aspetto un sms che non arriva.

E poi: se io spedisco un sms e ricevo una risposta più o meno subito, cosa diavolo significa? E’ davvero, la risposta, una reazione uguale in intensità (emotiva) ma contraria in verso (ossia da-te-a-me anziché da-me-a-te)? La domanda è retorica, perché conosco già tutta la storia: non significa un accidenti di niente. Perché può significare tutto: cortesia, gentilezza, automatismo, interesse ma anche disinteresse (”rispondo subito così non ci devo più pensare”).

E se invece la risposta arriva con uno o due giorni di ritardo? Anche in questo caso, la reazione potrà anche essere opposta in verso, ma certamente non è garantito sia pari in intensità. Da un lato, infatti, la risposta ritardata potrebbe voler significare, semplicemente che la persona, cancellando o rileggendo vecchi messaggi, si è trovata sotto gli occhi il mio e si è presa la briga di rispondermi perché sul momento se ne era dimenticata (lampante segno di interesse, invero!); d’altro lato, potrebbe anche significare che, al contrario, il mio essere – sustanziatosi in 160 caratteri spazi inclusi, allegria! – ha continuato ad albergare nei pensieri del destinatario in tutte quelle ore in cui ha meditato sull’opportuna risposta. Mmm. Possibile, certo; ma tra il mondo della possibilità e il mondo della probabilità esistono infiniti universi che si premurano di mantenere i due mondi alla giusta distanza – infinita, per l’appunto.

E’ come scrivevo prima: dal furto del cellulare a un’invasione degli alieni, tutto è possibile quando si comunica per interposto strumento.

E anche vis à vis, ora che ci penso… Ora che sono proprio costretta a pensarci a fondo, non è mica che le cose siano poi così tanto più comprensibili.

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I primi 4 minuti II. La vendetta (dello speed date)

Qualche settimana fa avevo iniziato a scrivere un post su i primi 4 minuti ma, un po’ per pigrizia un po’ perché stava diventando di una lunghezza insopportabile, mi ero limitata a pubblicarne soltanto una parte. Tale incipit, me ne rendo conto soltanto adesso, non conteneva però nemmeno un riferimento a quali fossero i 4 minuti a cui facevo riferimento; ma è presto detto: come ho scritto, il post nasceva da uno spunto raccolto in uno degli ultimi numeri della rivista Nature, in cui si raccontano i risultati della ricerca che due scienziati americani hanno portato avanti sul fenomeno dello speed date.

Lo speed date, per chi non lo sapesse, si è diffuso inizialmente nel mondo anglosassone ma, da alcuni anni, è arrivato anche in Italia - tanto da diventare la scena iniziale del film del 2004 “L’amore eterno finché dura”, oltre che il pretesto da cui si diparte la narrazione. C’è addirittura un episodio dei Simpson, che purtroppo non ho mai visto (ma provvederò al più presto), in cui Marge, colpita da amnesia, è convinta dalle terribili sorelle a partecipare a uno speed date.

Dicasi speed date, o speed-date (o ancora, per i più anglofili, speed dating) un’occasione di incontro organizzata in un locale (pubblico o privato) di modo che vi sia un numero uguale di uomini e donne (caso etero, ovviamente) e un corrispondente numero di postazioni in cui ci si possa sedere uno davanti all’altra con una parvenza di riservatezza; le donne stanno sempre sedute e gli uomini cambiano postazione ogni 3 o 4 minuti, di modo che tutti, a fine serata, abbiano avuto a disposizione quella stessa manciata di minuti per parlare con tutti gli altri esponenti dell’altro sesso presenti nel locale. Ogni soggetto riempie poi un questionario in cui esprime le proprie preferenze rispetto ai potenziali partner incontrati nel corso della serata; ogni qualvolta la preferenza è reciproca, gli organizzatori sono autorizzati a comunicarlo alla “coppia in potenza” insieme ai rispettivi numeri di cellulare, di modo che i due possano incontrarsi altrove e, chissà, diventare a poco a poco una “coppia in atto” - usare, riadattandola, la terminologia aristotelica fa sempre fine, vero?

Ora. Prima di giudicare o anche soltanto di commentare le modalità dello speed date, vorrei per un attimo tornare alla cosiddetta vita sociale normale, fatta di feste, cene di lavoro o di piacere, serate in discoteca e compagnia bella.

Io sono una persona che rientra nel novero dei mediamente socievoli. Se inserita in un ambiente pieno di persone estranee è improbabile che nel giro di un quarto d’ora diventi l’anima della festa indipendentemente dalle quantità di alcol ingurgitate; è altrettanto improbabile, per contro, che trascorra tutta la serata contro un muro senza rivolgere la parola a nessuno nemmeno quando interpellata. Mi ritengo dunque nella media, tutto sommato; con un po’ di presunzione e un po’ di malinconia insieme.

La mia normalità, tipicamente, mi porta a pensare che se mi capitasse, in una situazione del genere, di essere colpita da qualcuno che reputo particolarmente attraente, non prenderei l’iniziativa di rompere il ghiaccio ma neppure, se per qualche strano motivo costui mi si avvicinasse, mi chiuderei nel mio mutismo.

Il problema è che, molto spesso anche se non sempre, i ragazzi che trovo attraenti possiedono caratteristiche tali da non passare inosservati presso altri membri della popolazione femminile – il che da un lato costringe il soggetto a destreggiarsi tra nugoli più o meno grandi di donne, dall’altro abbassa notevolmente le probabilità che costui sia abbastanza libero anche soltanto da discernere la mia tra la moltitudine di teste femminili che lo circondano. A volte infatti, addirittura, le donne circondano un uomo con aria vagamente minacciosa, come se davvero si trattasse di cacciatori in procinto di disputarsi la preda appena accerchiata.

Se però, anziché a una festa, fossi a uno speed date, avrei la certezza di trascorrere con l’oggetto del mio desiderio almeno 4 minuti. Lo stesso tempo, per inciso ma neanche poi troppo, a disposizione di tutte le mie rivali. Un bel vantaggio, nevvero? Non soltanto la certezza di avere una chance, ma la consapevolezza di giocare ad armi pari rispetto alla concorrenza.

Il tempo è tiranno, come dicevano gli antichi; il tempo, tuttavia, può anche esserti amico se lo sai piegare ai tuoi desideri. E, soprattutto, quattro minuti potrebbero essere addirittura troppi se, davvero, l’idea che soggiace allo speed date è quella del colpo di fulmine ragionato - quindi ragionevole, se non addirittura razionalizzato.

Nalini Ambady, della Tuft University, nel 1993 condusse un esperimento in cui mostrava a un gruppo di persone un video muto, lungo trenta secondi, di un professore che teneva una lezione; ai soggetti fu poi chiesto di dare una valutazione sulla qualità dell’insegnante. Le risposte furono sbalorditive: l’accuratezza delle valutazioni era sostanzialmente pari a quella riscontrata presso gli studenti che, di quel professore, avevano seguito tutto il corso lungo l’arco di un intero semestre. In altri termini, seguire il corso di un docente per settanta, ottanta ore, porta a esprimere valutazioni sulla bontà del suo insegnamento sostanzialmente uguali a quelle espresse, di getto, dopo aver guardato un video muto di trenta secondi.

La Ambady ripetè poi l’esperimento con stralci di video (sempre muti) della durata di sei secondi: l’accuratezza delle valutazioni era praticamente la stessa riscontrata con i video lunghi cinque volte tanto - e sempre fortemente correlata alle valutazioni degli studenti del professore; non si trascuri infine il fatto che, come ho scritto, sia i video di trenta sia i video di sei secondi erano completamente muti.

Ripetendo l’esperimento con un video sensibilmente più lungo di trenta secondi, tuttavia, l’accuratezza diminuisce sensibilmente. E per di più, con un esperimento condotto nel 2002, la Ambady ha ottenuto risultati tali per cui parrebbe che l’accuratezza delle valutazioni sia fortemente correlata all’umore del soggetto valutante: gruppi ai quali, prima di mostrare i video, era stato proposto di vedere un film allegro e divertente erano tendenzialmente più corretti nelle loro valutazioni (ossia esprimevano valutazioni più simili a quelle date dagli studenti del corso) rispetto a quelli che si erano dovuti sorbire un drammone tragicamente privo di happy end.

Come se fossimo più bravi a valutare “a pelle” che dopo aver avuto un maggior lasso di tempo per riflettere - dove con “più bravi” intendo “traendo conclusioni più simili a quelle che avremmo presumibilmente tratto dopo mesi e mesi di frequentazione assidua”.

Come se fossimo, inoltre, più bravi a valutare “a pelle” quando il nostro stato d’animo è tale per cui, essendo più felici e più portati all’ottimismo, abbiamo più fiducia in noi stessi e, di conseguenza, anche nelle nostre capacità di valutazione dell’altro-da-sé.

Ci sono alcuni punti che vorrei sottolineare, e allo stesso tempo mi rendo conto del fatto che ancora non ho scritto nulla sui contenuti dell’articolo ormai incriminato. Ma anche questa volta ho scritto troppo; sto tornando la grafomane che faceva impazzire i professori costringendoli a leggere i temi rigorosamente in brutta copia (addirittura alla Maturità ho scritto talmente tanto da non riuscire a copiare tutto). E sicuramente il tema mi appassiona: mi sa tanto che ci vorrà una parte III - qualcosa tipo “Il ritorno dei primi 4 minuti (e dello speed date)“…

AGGIORNAMENTO: terza (e ultima) puntata.
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I primi quattro minuti

L’ultimo anno di liceo, quando dal massimo dei voti in geografia astronomica passai a una sufficienza risicata nel primo compito in classe sulla composizione dei minerali, la mia professoressa di scienze non batté ciglio e si limitò a prestarmi un libro: I primi tre minuti, del premio Nobel per la fisica Stephen Weinberg. Il libro, che confesso non finii mai di leggere se non molti anni dopo, spiegava le più recenti scoperte e le più funamboliche teorie su cosa possa essere successo nei primi tre minuti di “vita” dell’universo – per essere più precisi, nei primi tre minuti dall’inizio del tempo, e dello spazio.

I primi quattro minuti di cui invece ho intenzione di scrivere oggi si riferiscono a tutt’altra faccenda.

Di questi tempi, parrebbe quasi che le alternative offerte a un essere umano per conoscere il proprio futuro partner siano:

- uomo: essere sindaco di una città e, celebrando un matrimonio, innamorarsi della sposa (peraltro ventiseienne e incinta di nove mesi); funziona però soltanto se si riesce a sposare la suddetta sposa (prima che abbia divorziato dal precedente marito, ovviamente) entro quattro anni;

- donna: essere fidanzata con un uomo ma lasciarlo per il di lui figlio, peraltro filosofo di grido e sposato – la moglie tradita, se abbastanza intraprendente da non limitarsi a chiudersi in casa ascoltando Celine Dion, può raccontare la propria storia in un libro e vendere più di centomila copie in un solo mese. Essere figlie di un (ennesimo) filosofo di grido in questi casi aiuta parecchio.

(Se non avete indovinato a chi mi riferisco… vi perdono. Potete colmare le vostre lacune qui, qui e qui - consiglio la versione in francese perché molto più ricca e succulenta. Sempre che vi piaccia questo genere di argomento - cosa su cui nutro forti dubbi, soprattutto se non avete indovinato chi sono i personaggi di cui sopra.)

Ma non tutti abbiamo la possibilità di essere sindaci o imparentati con filosofi di grido; fortunatamente, però, la speranza è l’ultima a morire. E le soluzioni a volte provengono da luoghi del tutto inaspettati, come potrebbe essere, in questo caso, una rivista scientifica tra le più accreditate al mondo: Nature.

Però adesso devo partire - questa volta per lavoro (almeno in parte). Il resto, pertanto, nella prossima puntata…

AGGIORNAMENTO: seconda e terza puntata.

Incredibile ma vero. O quasi

Ho letto qui (e, lo ammetto, a corto di idee ho scopiazzato il titolo del post) il racconto della comparsata “virtuale” del principe Carlo d’Inghilterra al World Future Energy Summit ad Abu Dhabi. Nuovo, ma non troppo, il trucchetto della videoconferenza evoluta, in cui si ha una proiezione della persona che parla a distanza con una definizione sufficientemente alta da risultare quasi ingannevole: sembra che la persona sia lì, davanti a te, invece è seduta chissà dove - e magari, dato che si vede soltanto il mezzobusto, sotto la giacca porta ancora i pantaloni del pigiama.

Come Suzukimaruti sa fin troppo bene - perché praticamente tutto il macchinario l’ha montato lui insieme a lei - noi avevamo portato in Italia una cosa del genere già nel 2006, a Pisa: trattavasi in quel caso del Teleportec. Ho trovato addirittura una foto sul Flickr di Suz che rende benissimo l’idea ed è ricca di commenti basati su nostre illazioni riguardo il funzionamento dell’apparecchiatura - sostanzialmente, uno specchio semiriflettente situato a 45° rispetto a una TV posizionata all’interno di tutto il macchinario. Più varie ed eventuali - d’altronde, anche avessimo scoperto proprio tutto, non svelerei certo il segreto a chiunque passi di qua ;)

La cosa divertente, che da una breve indagine mi sembra lui non abbia raccontato, sono i retroscena che la messa in opera di una macchina del genere comportano - almeno a volte, almeno quando la responsabilità del fatto che tutto fili liscio è principalmente mia.

Lene, la ragazza nella foto, era la donna di fatica arrivata fresca fresca dagli Stati Uniti per montare il Teleportec. Quando mi avevano scritto “our qualified technician” non mi sarei mai aspettata un’ olandese di un mentro e ottanta per novanta chili, che tra l’altro aveva fatto una scelta di albergo, rispetto al luogo in cui il Teleportec doveva essere installato, quanto meno discutibile: cinque o sei chilometri di distanza, senza mezzi pubblici - il che l’aveva portata ad affittarsi un’automobile tramite un’amica che lavorava per la sede centrale dell’Avis. Peccato che detta automobile dovesse essere ritirata all’aeroporto di Pisa in un giorno feriale nell’ora di punta grazie alla gentile solerzia di Suzukimaruti in veste di autista. Il tutto con l’ansia di non riuscire ad allestire il Teleportec in tempo per le prove generali da fare con i nostri (particolarmente ansiosi e ansiogeni) referenti negli Stati Uniti.

E comunque. Il giorno di queste prove era lo stesso in cui il Giro d’Italia passava per Pisa; traduzione: chiusura del traffico totale (= in tutto il centro città) di cui vengo a conoscenza con un preavviso di circa un’ora (cretina io a non seguire avidamente il ciclismo?). Lene non riesce ad arrivare e mi telefona ogni tre minuti circa presa dal panico. Io sono in preda a una crisi isterica. Suzukimaruti cerca di tranquillizzarmi, pur avendo la schiena rotta a furia di spostare pezzi di Teleportec del peso di circa duemila tonnellate l’uno. Lene, finalmente raccattata da Suz, la sottoscritta e il co-inventore del web Robert Caillau accodatosi non ricordo più perché, si rivela del tutto insoddisfatta dell’allestimento - dal momento che, contrariamente a quanto specificato nel contratto, era necessario per il realismo della proiezione una tenda ondulata e di tessuto pesante che garantisse l’impressione di tridimensionalità dell’immagine proiettata.

Alla fine, bene o male, la conferenza ha inizio: a parlare, Ray Kurzweil - ad ascoltare, sì e no cinquanta persone più o meno sbalordite dall’effetto della sua “apparizione” in sala. Io, piuttosto, ero talmente angosciata per la paura che non funzionasse il collegamento (via linea ISDN, che già nel 2006 faceva tanto vintage) con l’ufficio in cui Kurzweil sedeva dall’altra parte dell’Oceano, che non ho ascoltato una singola parola.

Ecco uno dei motivi per cui, quando mi trovo a dover raccontare a qualcuno che mi guadagno da vivere progettando e organizzando manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica (puff pant!), la gente mi guarda un po’ di sbieco chiedendosi se in realtà non passi tutto il tempo davanti a un computer a riempire e svuotare tabelle piene di elenchi e calendari preimpostati. E lo faccio, altroché se lo faccio: una noia mortale - che infatti mi ha portato all’esigenza quasi fisica di iniziare a scrivere un blog.

Però, poi, ci sono delle volte in cui il mio lavoro consiste nello spostare cassoni di legno contenenti apparecchiature futuristiche per poi andare a cercare parcheggio in compagnia dell’inventore del Web.

D’accordo, la chiusura autoriferita me la potevo anche evitare :D

Forse non lo sai ma pure questo è amore

Finalmente è arrivato. Se ne era parlato talmente tanto tempo fa che quasi me ne ero dimenticata, e invece: oggi finalmente è qui, accanto a me. E’ un libro, ovviamente; di questi tempi, poche cose riescono a farmi battere il cuore forte quanto un libro – mentre per deludermi ci vuole davvero poco, ora che ci penso. E comunque.

Ho la grande fortuna di fare parte di un comitato di lettura di una casa editrice: significa che posso leggere libri gratis e spesso, addirittura, posso scegliere quale farmi mandare. Oltre al fatto, non privo di importanza per quanto riguarda il livello della mia gratificazione professionale, che esistono persone che prendono in considerazione anche la mia opinione quando si tratta di decidere se farlo tradurre o meno.

L’appartenenza a un comitato di lettura è la mia egofarm preferita: lusso allo stato puro. Lo scrivo perché si tratta di un sogno che è diventato realtà – e di questi tempi è raro che i sogni si avverino, quindi vale la pena che lo urli ai quattro venti. Certe cose accadono ancora. La mia fata madrina, per inciso, si chiama… no, non lo scrivo come si chiama, però è una fata madrina un po’ particolare, perché colei la quale mi ha dato accesso al privé dell’egofarm della lettura è stata, allo stesso tempo, la persona con cui, in terza media, tagliai scuola per la prima volta.

(Si dice ancora “tagliare scuola”? Lo chiedo perché tempo fa ho sentito mio padre, ultra-sessantenne, utilizzare il termine “schissare da scuola” e mi è sembrato vetusto. Quanto ci vorrà perché anche il termine che utilizzo io divenga vetusto? Lo è già? Mi legge qualcuno sotto i vent’anni? O forse ventiquattro sono sufficienti perché ci sia un gap generazionale? Yuhuu, ci siete ancora?)

Image of Love and Sex with Robots

Il libro che aspettavo si intitola, come potete vedere dall’immagine a fianco, Love and Sex with Robots. Non l’ho ancora neanche aperto, a dire il vero; preferisco aspettare di aver finito il romanzo e i tre saggi che ho sparsi tra comodino e altrove, tanto per gustarmelo al meglio. Scusate, mentivo: non è vero che non lo ho aperto; l’ho sfogliato un po’ distrattamente, fermandomi a leggere qua e là come faccio sempre quando ho un nuovo libro tra le mani.

Questo mio procastinare, a dire il vero, è parzialmente dovuto al timore di dover alla fine dare ragione a quel mio collega che l’aveva denigrato, sottolineando che tutti i libri che contengono nel titolo parole come “sesso” e “amore” sono noiosi o quanto meno assai banali. Sarà. Intanto, mi interrogo su quello che scoprirò leggendolo; in parte i contenuti li posso immaginare sulla base del comune buonsenso, in parte li posso desumere dal brillante articolo di Regina Lynn da cui mi è venuta l’idea di farmelo spedire. In parte, ancora, mi chiedo cosa davvero il futuro ci stia per portare, come la tecnologia ci stia per plasmare e in quale modo la genetica ci stia per cambiare sotto un aspetto che i mezzi di comunicazione non prendono in grande considerazione in modo esplicito: il fronte emotivo.

Il tema dei sentimenti dei robot(s) (in italiano credo si possa omettere la s, nel plurale ;) ) è stato oggetto di indagine in libri e film fin dall’avvento del concetto stesso di robot – che, per inciso, viene dal ceco robota ed è stato usato per la prima volta nel 1920 (qui, se vi interessa tutta la storia). Niente di nuovo sotto il sole, dunque; o almeno così pare.

D’altronde, dalla lettura di questo placido (splendido) post risulta evidente che molte persone - compresa la sottoscritta - ogni giorno si innamorano di qualcosa di molto meno tangibile di un robot.

Eppure, stavo pensando a una cosa. Pensavo a quando ero all’università e, al secondo anno, c’era una ragazzo che mi piaceva molto e che conoscevo poco. All’epoca ero molto più sfacciata di quanto non lo sia adesso: ogni mattina, a lezione, mi sedevo programmaticamente nella fila davanti alla sua, in una posizione in cui non avrebbe potuto fare a meno di vedere il mio profilo (o per lo meno i miei capelli) ogni volta in cui avesse voluto guardare in direzione del professore che parlava.

Ogni mattina, conclusasi la lezione, andavo nell’aula informatica a controllare la posta e fare le altre cose che all’epoca si facevano su internet (i blog cominciavano appena a prendere forma, e neppure noi studenti della facoltà di Scienze ne avevamo mai sentito parlare). Con altrettanta determinazione, facevo in modo di sedermi sempre allo stesso posto, giungendo a litigare se lo stesso era occupato da qualcun altro, addirittura; non a causa del ragazzo che mi piaceva, però: mentre io avevo un’ora libera lui aveva un altro corso. Era per poter usare sempre lo stesso computer. Perché era il mio computer – o almeno io lo sentivo come tale.

Alla fine, io e quel ragazzo siamo usciti insieme per qualche mese, ed è stata una storia bella ancorché un po’ troppo sofferta, almeno da parte mia; quando lui, una calda mattina d’estate, mi ha lasciata, tuttavia, mi sono limitata a piangere per mezza giornata: alle quattro del pomeriggio, infatti, ero già di ritorno dall’agenzia di viaggi, dove mi ero prenotata una vacanza a Londra di quattro settimane in cui ho avuto modo di perdere la testa per un fumettista svizzero che si chiamava Philipp e si vestiva come se vivesse nella copertina di un disco degli anni ‘70.

Sul mio computer, invece, ho continuato fedelmente a lavorare (e a litigare per averne l’esclusiva) durante tutti gli anni dell’università, sino a scriverci la tesi. Lasciarlo è stato traumatico – e se sono riuscita a farlo è stato soltanto perché, una volta laureata, non avevo più accesso all’account studenti grazie al quale si poteva accedere alla rete dell’aula informatica. Ho continuato a rimpiangerlo anche quando sono ascesa all’empireo della rete per studenti laureati e professori, composta da computer infinitamente più potenti e con dieci volte lo spazio di memoria. E ancora adesso, con il mio Mac non ultimissimo modello ma comunque abbastanza performante (o mio dio, ma cosa scrivo?) da consentirmi di guardare e riguardare i miei film preferiti, ogni tanto sento la mancanza di quel macchinone lentissimo che, nonostante Linux e compagnia bella, si impiantava ogni dieci minuti.

E poi ditemi che questo non è amore

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