Si fa sempre un gran parlare di una supposta persona giusta e, probabilmente, io stessa ho speso in proposito molte parole; potrei aver dato l’impressione che è quello ciò che sto aspettando.
Come se il mio stare ritirata dal mondo, come se il mio sguardo distaccato sulla vita, come se il fatto che l’ultima volta che ho avuto un incontro con un esponente del sesso opposto (eterosessuale e non inequivocabilmente mio amico) sia stato qualcosa come un secolo fa fossero tutti segnali del fatto che, nell’attesa di incontrare il Principe Azzurro, mi conservo e mi riserbo soltanto per lui.
Be’, no. Le cose non stanno così. O almeno, non proprio così.
In effetti, non credo che esista una fantomatica persona giusta, un’altra metà della mela; non credo che da qualche parte, nel mondo, mi media naranja – come dicono gli ispanici – stia soltanto aspettando di incrociare la mia strada. Non lo credo affatto.
Penso piuttosto che, a seconda dei momenti della vita, ci siano diverse persone con le quali potenzialmente si potrebbe costruire un rapporto soddisfacente.
Mi sento di affermare che sinora, nel corso della mia esistenza non lunghissima ma neppure troppo breve, sono stata (quasi) sempre con persone giuste. Persone che, in quel momento, erano proprio ciò di cui avevo bisogno, ciò che volevo e ciò che poteva appagarmi – magari anche in senso distruttivo, perché no.
Come se ci fossero persone giuste per ogni fase della vita – almeno finché non si sceglie più o meno consapevolmente di impegnarsi perché la persona giusta del momento lo sia anche per tutto il resto della propria vita. Perché a un certo momento bisogna scegliere e impegnarsi, questo sì.
Sono dell’idea che i rapporti sentimentali siano come una treccia: ci sono io e c’è l’altro, e finché non vi è un terzo elemento a unirci siamo due individui, indivisibili di nome e di fatto. E, in quanto indivisibili, separati senza possibilità di un vero incontro. Finché non subentra questo terzo elemento.
Affetto, amore, complicità – lo si chiami come si vuole. Io, personalmente, non sono ancora riuscita a trovare un nome soddisfacente; ma il nome conta relativamente poco: ciò che importa è che è questo terzo elemento a tenere unite le persone.
E chiunque abbia provato a fare una treccia con soltanto due pezzi di corda (o di capelli, per le femminucce o i signorini che, almeno una volta, hanno deciso di farsi chiamare capelloni dalle rispettive nonne) sa di cosa sto parlando: è un’impresa improba e, soprattutto, l’intreccio ha vita decisamente breve. Una treccia, per essere bella e duratura, deve essere fatta di tre elementi: io, tu e quella cosa che ci tiene uniti.
In fisica, e più precisamente in quella branca della fisica che studia il microcosmo delle particelle elementari (e delle particelle non elementari ma comunque più piccole di quanto la nostra immaginazione sia in grado di arrivare – non voglio essere pignola, per questa volta) che prende il nome di meccanica quantistica, esiste una proprietà che rimanda a un concetto stupendamente adeguato al contesto: l’entanglement.
L’entanglement, termine che può essere reso in italiano con – per l’appunto – accoppiamento intrecciato, si riferisce a due particelle che sono qualcosa in più che indissolubilmente legate tra loro. Tipicamente, tali particelle sono prodotte insieme in conseguenza al decadimento di una particella di partenza; dopo la loro “nascita”, tali particelle tipicamente procedono lungo direzioni opposte per non incontrarsi mai più. Eppure, in linea di principio, se un milione di anni dopo il loro distacco arrivo io e misuro una proprietà della particella che si è diretta a destra, è inevitabile che, noto il risultato della misura su questa particella, io venga a conoscenza anche del valore che quella stessa proprietà ha per l’altra particella – quella che un milione di anni prima se ne è andata a sinistra per la sua strada. C’è una cosa che le tiene unite. E fa sì che non siano soltanto due particelle raminghe che vagolano qua e là per il cosmo sconfinato, ma i due elementi che, grazie a questa terza cosa, sono in grado di formare una treccia.
Affascinante, vero? Be’, io lo trovo molto affascinante – soprattutto considerando tutti i mesi che ho impiegato per appropriarmi davvero del concetto. Se qualcuno fosse tentato di approfondire mi scriva un’email che lo sommergo di parole e di bibliografia
E comunque. Già Platone, nel Simposio, sosteneva – con il mito delle due metà narrato da Aristofane – che uomini e donne non fossero altro che due “prodotti” del decadimento (forzato dall’invidioso Zeus) di un essere primigenio perfetto. Non è che stia dicendo niente di nuovo, dunque. Questa è un po’ la teoria dell’altra metà della mela – nella quale ho già affermato di non credere. Quindi non posso smentirmi proprio ora. O forse sì?
Sicuramente, nel caso dell’entanglement, conta la condizione che entrambe le particelle, nel loro vagolare per il cosmo, non siano mai state sottoposte ad alcuna forza esterna che ne alteri lo stato. Un po’ come un compagno di banco antipatico che, a forza di tirare la treccia, finisce per disfarla.
Ci vuole un accoppiamento intrecciato particolarmente resistente, o comunque impermeabile a tutta una serie di forze esterne. Quali siano esattamente queste forze esterne… Ehm.
E comunque, intanto che cerco di chiarirmi ancora di più le idee in proposito, potrei mettere un annuncio da qualche parte: cercasi uomo desideroso di costruire con me uno stato di accoppiamento intrecciato.
Ha un suo appeal, no?
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