Archivio per la categoria 'armatute'



E se diventassi un modo di dire?

Non ho mai desiderato né, di conseguenza, cercato di diventare famosa. Da quando nell’ultimo anno di liceo mi sono trovata a parlare di fronte a 500 persone, mi sono interrotta dopo cinque minuti scarsi, ho fatto finta di tossire e me ne sono uscita con un “scusate tanto, mi sono completamente dimenticata quello che dovevo dire”, ho capito che, semplicemente, certe cose non fanno per me.

E’ vero che parlare in pubblico può dare una certa soddisfazione: gratifica il proprio narcisismo e aiuta a nutrire l’autostima grazie all’utilità che ciò che si dice può avere per l’uditorio. In politica probabilmente non vale: nei politici, infatti, l’autostima è già talmente alta in partenza che anche se, per assurdo, si comunicassero dei veri e propri contenuti, anche un’utilità alta non potrebbe spingere l’autostima dell’oratore più in su di quanto non sia già.

La mia teoria, probabilmente, regge fintanto che il parlare in pubblico è limitato a un’assemblea di istituto in una scuola superiore o a un seminario di un paio d’ore davanti a quindici studenti che probabilmente (se sono venuti a sentire un seminario facoltativo fuori dall’orario di lezione) ne sanno più di te o, per lo meno, hanno talmente tanta sete di conoscenza che sono grati a chiunque gli racconti qualcosa che sia un po’ fuori dai canoni (e il fatto che la tua lezioncina non costituisca programma d’esame probabilmente aiuta).

Nonostante ciò, tuttavia, sto correndo seriamente il rischio di diventare un modo di dire - non diffuso a livello planetario, beninteso; e probabilmente neppure a livello nazionale. Nutro in verità forti dubbi sul fatto che la mia fama possa estendersi anche soltanto in tutto il quartiere; se non fosse che la città in cui sono nata e continuo a trascorrere la mia vita è nota per essere intessuta da una ragnatela di rapporti, conventicole e gruppetti poco interagenti ma molto comunicanti tra loro.

Qualche sera fa mi trovavo, complice una festa di compleanno, con tre mie compagne di classe del liceo: Candi, Peggy e Galattica - quest’ultima è stata una mia grandissima amica per anni, anche se già al tempo dell’università abbiamo smesso di frequentarci assiduamente.

Come spesso succede durante queste rimpatriate, abbiamo creato un simpatico capannello per sorseggiare una birra (lo so, non dovrei! ma almeno me le sono godute. Ehm. Sì. Erano tre o quattro, o forse addirittura cinque, hic!) e dedicarci a una delle attività migliori per il sabato sera: spettegolare come vecchie comari. Tra un “lo sai che tizia si è rifatta il naso” e un “ma davvero quel mostro odioso di caio si è sposato?”, la conversazione è scivolata su di noi.  Dopo pochi preamboli, più in particolare su di me: “E com’è che non esci con nessuno?”, “Ma ti ricordi quando ti aveva lasciato il-tuo-primo-fidanzato quanto piangevi?”. Finché Peggy non ha rinvangato storie vecchie e nuove in cui, come costante, emergeva la mia leggera titubanza e conseguente ansia nei confronti di telefonate (allora) e sms (ora) - chi non cogliesse il sarcasmo è pregato di leggere qui e, se non fosse sufficiente, anche qui.

E comunque. Proprio mentre stavo ridendo di gusto ascoltando le lamentele di Peggy su quanto nella mia vita l’abbia asfissiata con richieste tipo “ma secondo te se faccio / scrivo questo e quest’altro come reagirà, lui?” - il tutto a metà tra il faceto e il serio - è intervenuta Galattica per puntualizzare: “Odi, stai attenta, però, che così non va. L’altro giorno, la mia amica X era esattamente nella tua situazione: il ragazzo che le piace le ha scritto un sms e lei, dopo un’ora e mezza, ancora non sapeva se e tantomeno cosa rispondergli”. Si tenga presente, per inciso ma non troppo, che la suddetta amica X l’ho incontrata sì e no una decina di volte in vita mia; allo stesso modo, però, sono ben consapevole del fatto che Candi, assolutamente affidabile per il riserbo sulle cose importanti, è solita raccontare alle amiche aneddoti più o meno divertenti sulle conoscenze comuni.

“Io allora - continua Galattica - mi sono un po’ arrabbiata e ho detto a X di smetterla di essere sempre così indecisa quando si tratta di rispondere a un cavolo di sms. E a quel punto lei mi ha guardato disperata, e mi ha chiesto: Galattica, sii sincera. Non starò mica diventando come Odiamore??

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It wasn’t a date (was it?)

Lunedì scorso, per me, è stato un giorno di vacanza pura e semplice; al contrario di martedì e mercoledì, in cui ho avuto appuntamenti di lavoro incredibilmente faticosi ma non particolarmente coerenti rispetto a questo post, lunedì era libero di impegni di qualsiasi genere.

Proprio l’occasione giusta per trascorrere due ore a girovagare per una pinacoteca già visitata più e più volte, in passato, con in mano guide turistiche, con sulle orecchie cuffie di audioguide e con in testa brandelli di saggi di storia dell’arte. La libertà, pertanto, di passeggiare tra le sale fermandomi soltanto davanti ai quadri che attiravano la mia attenzione anche se di artisti ignoti ai più; la libertà di fermarmi circa quaranti minuti davanti a un olio di Van Eyck e, due sale dopo, snobbare dei girasoli di Van Gogh perché tanto dopo aver visto questo non c’è storia; la malinconia agrodolce suscitata da Vermeer, in omaggio alla scommessa fatta tanti anni fa con il mio ex fidanzato di riuscire a vedere, nell’arco della nostra vita, tutti i 34 o 35 dipinti di quello che è uno dei miei [dei nostri] pittori preferiti.

L’occasione giusta per bighellonare in un negozio di vestiti tutto sommato più brutti di quelli che trovo in Italia oltre che decisamente più cari, soltanto per avere poi meno tempo da trascorrere in libreria - perché il conto in banca rosseggia ma nonostante ciò ci sono tentazioni alle quali non sono in grado di resistere.

E l’occasione giusta per incontrare un amico che conosco dagli anni delle scuole medie e che ho continuato a incrociare nei corridoi del liceo; una persona trasversale a più di metà della mia esistenza che, tuttavia, non ho mai frequentato se non in quelle rare occasioni in cui ci trovavamo a trascorrere qualche giorno di vacanza nello stesso periodo e nello stesso luogo.

Se però, da un lato, le pinacoteche non fanno altro che rispettare i propri orari di apertura e chiusura, le persone hanno una vita sociale, lavorativa e, a volte, anche segreta: tutte cose che richiedono comunicazioni preventive nel caso in cui tali persone si vogliano o possano incontrare in un lasso di tempo delimitato. Il giorno in cui sono atterrrata, pertanto, ho mandato a quest’amico un sms per fargli sapere che lo avrei incontrato volentieri il pomeriggio o la prima parte di serata di lunedì – prima, cioè, che Sole tornasse a casa dal lavoro intorno alle 23.

Le quattro sembrava a entrambi un orario ragionevole per incontrarsi e, proprio perché un lunedì non è normalmente un giorno di vacanza, ho lasciato decidere a lui il luogo e i tempi.

Quando, con ancora impressi sulla retina i rossi di Hans Memling, mi sono trovata a fronteggiare manufatti artistici della seconda metà del novecento con i capelli disastrati (raccolti in una treccia tenuta insieme da una matita Ikea recuperata miracolosamente in borsa) e un piumino più adatto a un’escursione al polo nord che a una galleria di arte contemporanea, tuttavia, mi sono sentita un po’ fuori tempo, fuori luogo e fuori contesto.

Avrei voluto aver almeno riletto una volta quel volumetto sul dadaismo, essermi fatta uno shampoo (e magari anche un impacco lucidante) venti minuti prima e, soprattutto, indossare un microscopico cappottino a delineare una silhouette già definitivamente approvata dalla mia dietologa. In assenza di tutte queste cose, superato il primo momento di frustrazione e liberatami del senso di inadeguatezza, mi sono limitata a godermi la mostra – apprezzando in particolare una scatola di sigari ricoperta di molle chiamata It’s Springtime.

Il fatto è che ci sono uomini che non hanno mai fatto parte del mio carnet sentimentale: quelli che al ristorante ti chiedono cosa vuoi mangiare per essere loro a comunicarlo al momento delle ordinazioni; quelli che sono sempre vestiti nel modo giusto per l’occasione giusta e che, non so se ciò nonostante oppure proprio di conseguenza, ti fanno sentire bene anche se sei conciata nel modo meno consono possibile; quelli che sanno sempre e comunque dove andare nel momento in cui ti viene voglia di bere un caffé, un te o addirittura un improbabile liquore di bacche giamaicane e, immancabilmente, il luogo in cui servono ciò che tu desideri è incredibilmente bello e accogliente, per non parlare del fatto che la lunghezza del percorso per raggiungerlo è direttamente proporzionale alla comodità delle tue scarpe e inversamente proporzionale al livello di stanchezza; quelli che, addirittura, ti consigliano la strada da fare per raggiungere un posto perché da quel tratto si gode di una vista mozzafiato sulla città o, in alternativa, c’è uno scorcio architettonico così incantevole che ti chiedi come sia possibile tu non l’abbia mai notato prima. Quelli che, maledizione a loro, si ricordano di tutte le minuzie che hai detto sette mesi prima e te le restituiscono per innescare una lite senza fine o, al contrario, per farti sentire la persona più ricca di spunti e contenuti interessanti che abbiano mai incontrato nella loro vita.

E lo fanno con tutti e con tutte, e tu non soltanto lo intuisci, ma lo sai; ne sei perfettamente consapevole perché tali comportamenti sono frutto dell’educazione ricevuta e di abitudini acquisite con il tempo e l’esperienza: non possono essere semplicemente innati – non se presenti tutti insieme contemporaneamente nella stessa persona, per lo meno. Anche se, a voler proprio essere precisi, un assaggio di tutto questo era già presente quando la persona in questione ancora non aveva l’età per guidare un’automobile, ma tu eri forse troppo inesperta per renderti conto del fatto che nel resto della tua vita avresti sempre incontrato qualcos’altro, perché di qualcos’altro saresti sempre andata alla ricerca.

E ti chiedi come sia possibile che questi uomini, nonostante l’assoluta – se non addirittura esplicitamente dichiarata - assenza di esclusività, riescano a farti sentire un’eletta.

Ed è di questo che si tratta: accompagnarmi per una mostra che mi sarei pentita di non essere riuscita a vedere; portarmi a cena in un posto da cui per quasi tre ore ho ammirato il panorama che, da quando lo scoprii per la prima volta tanti anni fa (e da dieci piani più in basso), mi riempie il cuore di gioia più di qualsiasi altro; non riempirmi di complimenti, ma dosarli nella quantità, nel tono, nel modo e soprattutto nei contenuti giusti; farmi sentire investita dell’unica responsabilità di assaporare il cibo, il vino e la conversazione senza dovermi (pre)occupare di nient’altro se non di impostare la modalità comportamento da tenere in ristorante chic maneggiando posate e bicchieri; e ancora e ancora e ancora.

Ma, per quanto scrivevo prima, era in me sempre presente un sottofondo di consapevolezza relativa al fatto che io non ero necessariamente IO, quanto piuttosto la persona con la quale si accompagnava quella particolare sera (e, se proprio devo raccontarla tutta, anche il pomeriggio del giorno dopo e di quello dopo ancora, ma questa è un’altra storia in cui la parte del leone la fa la migliore torta di mele che abbia mangiato in vita mia. Però la prossima settimana io ho appuntamento con la dietologa, quindi faccio finta che non sia successo).

E poi, in fondo, non stavamo facendo altro che una simpatica rimpatriata tra compagni di scuola: pettegolezzi su antiche conoscenze comuni, una spruzzata di ricordi e qualche commento sulle coppie sedute nei tavoli accanto.

Checché ne pensi e ne dica Sole, non si trattava mica di un appuntamento galante.

Vero?

Aggiungi un posto a tavola?

Vivendo da sola, sono ovviamente abituata a cenare da sola. Ogni tanto invito a cena Mascalzone Latino e, tutte le volte, sono terrorizzata dal suo giudizio perché è un ottimo cuoco e, soprattutto, è abbastanza nevrotico da essere fissato sulla qualità di alcuni prodotti. Devo ammettere che, da quando sono a dieta (e sono ormai più di quaranta giorni), è stato abbastanza carino e affettuoso da accettare i miei inviti nonostante il cibo si riduca a un piatto di pasta con sugo di verdure e tantissima insalata - alcolici banditi, anche perché l’alcol che tengo in casa di questi tempi è dell’orrenda birra comprata alla Lidl, del rum cubano che mal si sposa con il suddetto menu e del vino che riservo per tempi migliori.

Stasera, viceversa, mi va di lusso, perché ho invitato a cena Scassaritratti la quale - purtroppo per lei ma fortunatamente per me - deve mangiare “in bianco”: potrò dunque propinarle il mio cavallo di battaglia dietetico, composto di arrosto di tacchino, insalata mista e verdure bollite. Che fantastico venerdì, vero?

E comunque. Accetto l’invito di Fra a comporre “10 accoppiamenti di cibi che nella vostra mente, palato, stanno bene insieme, che si completano, che si esaltano, che si stimolano, che uno da solo sì, ma con l’altro rasenta la perfezione!”, in attesa di tempi migliori non soltanto da un punto di vista alimentare.

Dato che queste cose vanno rilanciate, scelgo per l’occasione persone di cui, in un modo o nell’altro,  ho già avuto modo di leggere post culinari: Elena, Catepol, Isa e Noemi. E aggiungo un ometto perché pare che oggi sia il suo compleanno :)

Inizierei con tzaziki (salsa di yogurt, aglio e cetrioli), baba ganoush (salsa di semi di sesamo con le melanzane) e pane di vario tipo.

Come prima portata, preferisco in realtà la versione piatto unico: couscous con carne tritata e un sugo di verdure piccante molto speziato. Di contorno, insalata di spinaci, arance e chicchi di melograno.

Anche in condizioni normali non mangerei molto più di così; tuttavia, voglio lanciarmi e aggiungere un plateau di formaggi locali e non: fontina valdostana, tome di capra, gorgonzola, camembert e chi più ne ha più ne metta. Come accompagnamento, pane alle noci, pane alle olive, pane alle verdure e grissini ricoperti di semi di sesamo; il tutto unito a gelatine di frutta, miele, cugnà (mosto di uva e frutta secca, mi pare) e noci da sgusciare al momento.

Dimenticavo: sulla tavola, sempre presente una bottiglia di vino rosso. Possibilmente, l’occasione giusta per stappare il barolo del ‘99 che mi regalarono per il mio compleanno.

Poi verrebbe il dessert. Ma il dessert, per me, non è semplicemente il dulcis che sta in fundo. E’ un modus vivendi, una ars amandi, un chi più ne ha più ne metta.

Il dessert lo porta a sorpresa l’ospite, pertanto. Con la speranza che la sua scelta mi faccia rimpiangere tutte le volte in cui ho scelto invece di mangiare da sola e di non aprirmi al mondo quel tanto che basta da farmi venir voglia di aggiungere un posto alla mia tavola.

Ogni tanto ci vorrebbe proprio

Sarà un caso che, proprio la notte di San Valentino, mi sia venuta l’influenza? E non l’influenza con la febbre, ma quella ben più perniciosa che, pur facendoti sentire come se il tuo corpo fosse diventato una pista di prova per carrarmati, non ti impedisce di uscire di casa per venire in ufficio a far finta di lavorare.

Io non festeggio il Natale, non festeggio la Pasqua e, da qualche anno ormai, tendo a trascurare anche i compleanni - il mio, se non altro. Risulta quindi abbastanza ovvio che, almeno in teoria, festività comandate dal marketing globale dovrebbero essermi del tutto indifferenti.

Come se non bastasse, stamattina, dopo una notte insonne trascorsa tra il freddo e il caldo mettendo e togliendo calzettoni e maglioni di lana - sono diventata bravissima a vestirmi al buio sotto il piumone, in compenso - non appena entro in bagno e accendo la radio mi trovo costretta ad ascoltare un servizio su pregi e difetti della vita da single: single per scelta, single per forza, single che consumano e inquinano più delle coppie…

Io non lo so, perché non sto con nessuno né esco con nessuno né c’è qualcuno che mi interessa “in quel senso”. E non è che si tratti di una condizione che patisco, a dirla proprio tutta.

Però poi a volte capita che sono le tre di notte e non sai se hai freddo o caldo, ti fa male la schiena e hai i brividi alle gambe e alle braccia nonostante la fronte sia imperlata di un sudore appiccicaticcio. E ti investe un ricordo indistinto che probabilmente è una sovrapposizione di ricordi diversi (alcuni dei quali risalenti alla primissima infanzia, credo): la persona sdraiata accanto a te ti abbraccia, ti passa un fazzoletto bagnato sulla fronte, ti massaggia la schiena, ti porta una tisana calda.

Che dire? Ogni tanto ci vorrebbe proprio…

Sesto giorno di dieta

In questi giorni sto toccando argomenti tipici di una rivista femminile: prima i capelli, ora la dieta. E non è neanche finito l’inverno! Di solito, infatti, di dieta si dovrebbe disquisire a partire dal mese di Aprile, per “prepararsi al bikini”, per “partire in tempo per essere in forma sulla spiaggia”, per (cito testualmente da femminili di cui non farò il nome) “conquistare un corpo da favola in dodici settimane”. Perché d’inverno il corpo è protetto dagli abiti, che lo possono – a scelta – mascherare, sottolineare, correggere.

Almeno a queste latitudini, a dire il vero, e, soprattutto, almeno di questi tempi: si racconta infatti (e se qualcuno di voi è a Roma potrebbe andarlo a sentire di persona; io, potessi, ci andrei) che sia sufficiente un innalzamento della temperatura di due, tre gradi, perché l’ecosistema italiano diventi una (brutta) copia della fascia sub-sahariana.

Ma non ho intenzione di dissertare sulle emergenze climatiche; non oggi, quantomeno.

Perché oggi è il mio sesto giorno di dieta, e se non lo vedo scritto nero su bianco non riesco a percepirne l’evidenza, né le implicazioni.

Mettersi a dieta a inizio gennaio è, da un lato, tipico di chi ritiene di aver esagerato con cibo e bevande durante le vacanze di Natale. Si tratta di un classico dei buoni propositi per l’anno nuovo, se non vado errata. Mettersi a dieta a inizio gennaio dopo aver come al solito trascorso le vacanze di Natale in una famiglia dove il Natale non si festeggia, d’altro canto, può risultare frustrante, dato che non hai neanche avuto la soddisfazione di ingozzarti di pandoro e cioccolato per due settimane – fortunatamente, d’altronde, i vini che bevo a casa dei miei non potrei permettermeli neanche se sposassi un produttore di champagne (in quel caso però pasteggerei ogni giorno a champagne, che è comunque un’ottima scelta).

Il fatto è che per me il “problema” non era quello dei due chili guadagnati per l’eccesso di ore passate a tavola e l’azzeramento del tempo trascorso all’aria aperta. Questa è la mia quarta dieta da quando avevo quattordici anni. C’è di peggio in quanto a dipendenze, tuttavia; almeno credo.

E comunque. Da quando sono a dieta, non faccio altro che mangiare o, in alternativa, pensare a cosa mangerò al prossimo pasto. Ci vogliono determinazione e abilità nella programmazione, altro che organizzare manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica da cinquantamila visite in tredici giorni! Per inciso: manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica vuol dire poco o niente, lo so. Uno dei miei tanti problemi consiste infatti proprio nel non essere ancora riuscita a spiegare in cosa esattamente consiste il lavoro che faccio non dico a mia nonna novantunenne, ma neppure ai miei colleghi della stanza a fianco.

Che la determinazione sia necessaria è una verità incontestabile: il mio prossimo appuntamento con il medico è fissato al dieci marzo e, per quel giorno, dovrò aver raggiunto l’obiettivo di X chili persi - che potrebbero anche essere XX, ossia un numero di due cifre; al limite anche di tre, per quanto ne sapete voi. Ma non è questo il punto, vero?

L’aspetto della programmazione, al contrario, è meno evidente; pur tuttavia, seguire un regime alimentare bilanciato con l’obiettivo di perdere peso comporta una vera e propria pianificazione dei sei pasti giornalieri. Sì, sono proprio sei – per questo prima ho scritto che non faccio altro che mangiare: colazione, spuntino, pranzo, spuntino (FormerlyKnownAs merenda), cena, spuntino. Tre spuntini al giorno, dunque, che possono essere costituiti da, alternativamente, fette biscottate, cracker o biscotti secchi zerogì (l’ho scritto male apposta, qui non si fa pubblicità a nessuno ;) ). Il problema è che i biscotti secchi zerogì non si trovano da nessuna parte, se non in un piccolo negozio vicino a casa dei miei dove, finalmente, li ho scovati dopo tre giorni di ricerca determinata quanto disperata – va da sé che, con tutti quegli spuntini, una scelta limitata a due tipi di cibo soltanto risulta fortemente frustrante. Quando la cassiera mi ha visto arrivare con dieci pacchi di biscotti (e una confezione di filo interdentale, che per me è come una droga - a proposito di dipendenze) mi ha guardato con aria interrogativa: “Non sapevo fossero in offerta, a quanto li hanno messi?”

Quindi, riassumendo: sto riscoprendo doti che non ricordavo di avere, come la determinazione, l’abilità nel programmare e una grande faccia tosta di fronte alle domande impertinenti.

La prossima volta che dovrò scrivere un curriculum vitae potrei aggiungerlo:

Gentile mio prossimo [auspicabilmente!] datore di lavoro, sono dotata di grande determinazione eccetera grazie alla ripetuta messa in opera di diete dimagranti. Il fatto che tali diete sia stato necessario ripeterle, al contrario, non è indice del fatto che, come potrebbe essere portato a pensare, io non sappia, tra una dieta e l’altra, praticare l’arte della continenza, bensì che il desiderio di vincere le sfide che mi sono poste [questo fa sempre colpo] è talmente forte che sono disposta a reingrassare ogni volta di XX chili pur di potermi poi rimettere alla prova con una dieta.

…………………

Oddio, mi è venuta in mente una cosa: e se quella str—ta che ho scritto là sopra in realtà corrispondesse al vero?

La distanza nelle storie a distanza

Si fa sempre un gran parlare delle cosiddette storie a distanza. Oserei definirlo un classico delle conversazioni tra amici, conoscenti, colleghi; forse il discorso potrebbe anche diventare un metodo istituzionalizzato per far passare il tempo alle persone in coda alla Posta per pagare le bollette. Almeno la smetterei di fare origami con gli scontrini. Ok, magari qui esagero, ma fino a un certo punto.

E comunque. Ieri sera ne abbiamo discusso a lungo: io ne ho avuta più d’una, lui non ha avuto che quelle, lei ne ha una tuttora, l’altro ne ha contemporaneamente una a distanza e una in loco… Ognuno ha qualcosa da dire, al proposito. Ognuno - o quasi - ha avuto un’esperienza che rientra nella categoria; anche se l’ultima volta è stato quando a quattordici anni eravamo in vacanza con i nonni, e la nostra vicina o vicino di stanza nella Pensione Miramare ci ha strappato il cuore due volte: quando ci ha fatto sentire il sapore del primo bacio e, pochi giorni dopo, quando abbiamo scoperto che per dare il secondo avremmo dovuto percorrere duemila chilometri.

Tutti abbiamo una storia-a-distanza da raccontare.

La mia esperienza personale (anche e soprattutto come curiosa ascoltatrice delle esperienze altrui) mi porta a pensare che è molto più difficile porre fine a una storia-a-distanza che a una relazione in cui ci si vede tutti i santi giorni, o addirittura in cui si vive insieme. Perché Marjan, una ragazza iraniana di Vienna che è stata una delle mie più care amiche per anni, a un certo punto ho smesso di sentirla; non abbiamo litigato, semplicemente da un’email al giorno e un biglietto per l’Austria ogni volta in cui avevo abbastanza soldi si è passate a una telefonata al mese, agli auguri per le feste comandate e poi più nulla, o quasi. E mi dispiace, a ripensarci; so anche, tuttavia, che potrei riscriverle oggi stesso e lei mi risponderebbe, e riprenderemmo a sentirci regolarmente. Ma quando stai insieme a qualcuno non funziona così. Non dovrebbe funzionare così.

Conosco un ragazzo che vive in una nazione diversa dall’Italia, eppure torna a casa tre, quattro volte al mese - regalando a Trenitalia circa metà dello stipendio, per inciso. Perché dopo alcuni mesi da quando si era trasferito, lei ha incominciato ad avere i classici “dubbi”, a sentirsi sola, a “guardarsi intorno”. Che orribile espressione, “guardarsi intorno“: indica quel momento in cui il cuore comincia ad annoiarsi e la testa cerca un diversivo. Pare ci sia il modo di tornare indietro, eppure. Pare che spendere metà dello stipendio in modo intelligente serva a far ribattere il cuore dell’altro all’unisono con il tuo. Certo, in questo modo annulli il vantaggio economico acquistato andando a lavorare fuori Italia, e ci perdi pure perché paghi un affitto per una casa che non utilizzi quasi - ma si sa che gli innamorati sono famosi per compiere reiteratamente le peggiori idiozie, no?

Conosco un altro ragazzo che da tre o quattro anni sta con una sua coetanea conosciuta all’università; entrambi vivono in Italia, ma in due città raggiungibili con un viaggio di sei ore di treno - che come tutti sappiamo se va bene in realtà sono sette o otto, scioperi permettendo. Ma l’amore vince su tutto - così si dice, no? Questi due innamorati si incontrano meno di una volta al mese, tuttavia. Certo, si sentono ogni giorno al telefono. Si scrivono email. Credo chattino - non ne sono sicura, ma conoscendo le sue manie informatiche avrà uno di quei programmi con cui puoi chattare con tre o quattro protocolli diversi contemporaneamente. Però si incontrano meno di una volta al mese. “Circa ogni sei settimane”, mi ha risposto l’ultima volta in cui gliel’ho chiesto quasi per caso. E ho pensato che potrebbero anche lasciarsi, a questo punto: perché spendere tutti quei soldi in telefonate? Perché insistere se tanto né lui né lei ha mai manifestato non dico la decisione, ma neanche l’intenzione di trasferirsi?

Perché quando stai insieme a qualcuno, e questa persona vive lontana da te, hai tutti quei vantaggi che, quando sei “impegnato”, rimpiangi dello status di single. E che quando sei single, d’altra parte, dopo un po’ cominciano a sembrarti vere e proprie condanne all’infelicità perenne. Puoi uscire con “gli amici” senza dover decidere gli amici di chi; puoi abbandonarti a passare il fine settimana guardando dieci volte di fila “Via col Vento” (o “Tutto Chuck Norris minuto per minuto e cazzotto dopo cazzotto”, come si vuole) senza che ti interrompano perché c’è la finale della Coppa dei Campioni (cfr l’ultima puntata di “Sex and the City”).

Puoi andare a una festa dopo aver passato quattro ore a prepararti senza che nessuno bussasse reclamando il bagno e, una volta arrivato in medias res, lasciarti corteggiare - perché è un classico: soltanto quando sei fidanzato o fidanzata (e, auspicabilmente, senza il fidanzato o fidanzata presenti) tutti si mettono a corteggiarti insistentemente. Quando il fidanzato o la fidanzata non ce li hai proprio, al contrario, ben che ti vada diventi il candidato al premio “migliore spalla su cui piangere per le proprie pene d’amore”. E questa è la migliore occasione per capire se una donna è o meno una purittana, tra l’altro: una donna innamorata si lascerà corteggiare per meno di cinque minuti prima di lasciarsi sfuggire un indizio sull’esistenza del fidanzato, dandosi poi fintamente dell’idiota con il sorriso sulle labbra (perché un po’ di coccole all’ego fanno piacere a tutti, ma se sei innamorato di un altro soltanto un po’); una purittana, al contrario, lascerà che il corteggiatore si spinga sino ad avances piuttosto esplicite prima di tirarsi indietro con l’aria oltraggiata - riuscendo pure a fargli il lavaggio del cervello e convincerlo che lei glielo aveva detto fin dall’inizio di essere fidanzata, che diavolo si è messo in testa?

Oddio. Il discorso è così complesso e pieno di sfaccettature che mi sto perdendo. D’altronde avevo proprio iniziato sostenendo che l’argomento è vasto e si potrebbe andare avanti per ore. Ma il punto a cui vorrei arrivare credo di averlo ancora chiaro: c’è un solo tipo di distanza che, davvero, strangola i rapporti. E non conta tanto - o comunque non soltanto - il luogo di residenza.

C’è la scena di un film con Uma Thurman, di cui purtroppo non ricordo il titolo (potrebbe essere Prime, ma non ne sono sicura) in cui a un certo punto lui e lei sono distesi sul letto a parlare, anzi: a discutere. Si capisce che la storia sta finendo, e adesso spiegherò come, a mio avviso, il regista è riuscito a farlo capire senza bisogno di tante parole.

A un certo punto, la scena si divide in due - come in “Harry ti presento Sally” quando lui e lei si sentono al telefono prima di dormire, per intendersi [vorrei scrivere un cosiddetto corrispettivo maschile di film, ma d'altronde un uomo che non ha mai visto "Harry ti presento Sally" non credo proprio sarà arrivato a leggere fino a qui ;)]. Soltanto che in questo caso i protagonisti non sono in due case diverse, ma sono sdraiati uno accanto all’altro. C’è, in questo film, un geniale accorgimento di montaggio che definirei shift spaziotemporale (se qualcuno conosce il nome tecnico lo segnali pure!): quando lui allunga il braccio per posarlo sulla spalla di lei - e lo vedi alla destra dello schermo, che il suo braccio si sta muovendo per toccare quello di lei - sul lato sinistro, dove c’è lei, il braccio di lui compare con un po’ di ritardo, ed è leggermente più in alto rispetto alla parte destra: c’è uno spostamento, un distacco nel tempo e nello spazio.

Ecco, è questa: è la distanza interiore.

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Le ragioni della paura

Pare sia possibile eliminare la paura tramite la disattivazione o, più in generale, la manipolazione di uno o più geni.

Hitoshi Sakano e il suo gruppo di ricerca dell’Università di Tokyocatmousediplomatic.jpg sono riusciti nell’intento intervenendo su un gruppo di cellule olfattive. Risultato: un topo che non ha paura dei gatti.

Ecco nell’immagine a lato i due nuovi amici mentre passano il tempo libero giocando a scacchi - perché anche secondo me una partita si gioca con un compagno e non contro un avversario.

In realtà, hanno specificato i ricercatori, il gatto deve essere preventivamente nutrito - il semplice fatto che il topo non abbia più paura di lui non implica necessariamente che i gusti alimentari dell’altro subiscano variazioni ;-)

Più in generale, l’origine e il significato evolutivo delle personalità nel mondo animale sono ancora sconosciute; alcuni studi sottolineano però, tra le cause della paura, la scelta dei singoli individui di puntare su un successo riproduttivo presente o futuro. Una teoria citata sull’ultimo numero del Venerdì di Repubblica, in particolare, sostiene che:

- chi pensa di non riprodursi immediatamente - in genere perché le risorse ambientali non sono idonee ad allevare la prole - si dimostra più cauto nel correre rischi (in particolare correre rischi con i predatori) –> non ho intenzione di riprodurmi a breve = lascio più spazio alla paura e me la prendo con calma;

- chi invece conta di riprodursi subito, appare più spavaldo verso i predatori e più propenso all’esplorazione dell’ambiente circostante –> ho intenzione di riprodurmi = sono più disposto a rischiare il tutto e per tutto pur di perseguire il mio scopo.

Ora. In attesa di nuove ricerche sulla manipolazione genetica ai fini dell’eliminazione della paura, passiamo dal mondo animale al mondo dell’homo sapiens. Eliminazione, per inciso, che non saprei neanche se augurarmi, dal momento che spesso la paura ha un ruolo protettivo del quale non sono sicura di voler fare a meno anche quando avrò deciso che è per me giunto “il momento di riprodurmi”.

Io la mia personale interpretazione su chi siano i predatori adesso ce l’ho ben chiara in testa. E sotto questa nuova prospettiva è tutto, stranamente, molto più chiaro.

L’inquadratura mancante

Sabato notte, nonostante fossero le tre e una lunga conversazione mi avesse in qualche modo stremata, ho puntato la sveglia alle dieci della mattina dopo. Così fu che, per la prima volta dopo tantissimo tempo, alle undici meno un quarto di domenica ero per strada – tutto per andare a sentire la presentazione di un libro.

Si consideri che parte del mio lavoro consiste anche nell’organizzare cose di questo tipo – e fino a quel momento avevo pensato che le undici di domenica mattina fosse tutto sommato un buon orario per chi vuole sedersi in una sala e ascoltare persone dire cose che si presume, o quanto meno si spera siano interessanti. Forse è così – fatto sta che avevo sonno e, intirizzita dal freddo, ero anche un po’ sulla difensiva.

Il mio brandello di conversazione con chi conoscevo nella libreria, pertanto, è stato imbarazzante per me stessa e (ottimisticamente) noioso per gli interlocutori. E mi ha fatto ricordare che negli ultimi giorni in ben tre occasioni mi era capitato di incontrare persone inaspettate – e in tutte e tre le occasioni non ero stata in grado di portare avanti i discorsi per più di uno, due minuti prima di accampare improbabili scuse di ritardi per impegni improrogabili: esaurite le domande sullo stato di salute, non sapevo assolutamente cosa dire.

Però i libri sono libri – soprattutto quando chi li ha scritti del tutto inconsapevolmente ha avuto un ruolo talmente decisivo nella mia vita che, non fosse stato per lui, non sarei mai entrata in possesso del computer sul quale sto scrivendo; con tutto ciò che questo significa e comporta.

L’autore, a un certo punto, ha raccontato che un regista italiano di sua conoscenza, esaurito il budget per girare un documento sull’Albania, si era comunque trovato a ripartire per Tirana con tutta la troupe, viaggiando sul ponte di una nave cargo o qualcosa di simile. Perché, ritornato in Italia, si era accorto che gli mancava un’inquadratura.

A volte capita proprio così: manca un pezzo per completare l’insieme. Come in un puzzle. E chi si è mai dilettato con i puzzle (come è successo a me l’ultima volta che ho passato più di due mesi senza un fidanzato ma con una gamba ingessata), conosce il senso di frustrazione che si accompagna quando manca un pezzo. Indipendentemente dalla sua posizione e dal suo ruolo. Può essere il punto di incontro tra gli indici di Adamo e di Dio nel Giudizio Universale, oppure un pezzettino di cielo proprio lì nell’angolo di una foto del Colosseo in un pomeriggio estivo, dove non se ne accorgerà mai nessuno.

Il fatto è che a un certo punto capisci che manca qualcosa. Io oggi l’ho capito. Non so ancora bene cosa, però. Ma neanche il regista lo sapeva, quando è partito per Tirana sulla nave cargo - però deve averlo scoperto, perché poi il documentario l’ha finito; quindi sono piena di speranza e di giacche pesanti, dal momento che sull’Adriatico, d’inverno e di notte, fa un freddo cane.

Però quante stelle…

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