Archivio per la categoria 'armatute'

Liquido apatico

L’apatia è la forma adulta dello stato prenatale. L’abulia, per usare un vocabolo un po’ più chic, è il liquido amniotico in cui sono immersa nei giorni del mio trentesimo compleanno.

Ora: io non ricordo consapevolmente come fosse la mia vita prima che venissi alla luce, prima che uno dei pochi medici non in sciopero il giorno della mia nascita tagliasse con un bisturi la pelle dell’addome di mia madre e mi facesse compiere il mio primo respiro.

Però me lo immagino così: un susseguirsi di operazioni primordiali, dormire-nutrirsi-dormire-nutrirsi eccetera eccetera eccetera, per tanti mesi consecutivi.

Per condurre questa vita (dormire - lavorare - mangiare - telefonare - scrivere - dormire eccetera) potrei anche essere altrove, non nella città in cui sono nata e cresciuta e di cui ormai conosco anche gli aneddoti storici più falsificati e ridicoli. Insomma, conosco tre lingue e mezza (il tedesco era più difficile del previsto): potrei andare quasi ovunque in Europa o nelle Americhe e cercare un lavoro lì. Cambierebbe la vista che ho dalla finestra, se non altro.

Chiaramente, l’apatia impedisce che io possa anche soltanto prendere in considerazione una possibilità del genere.

Ho preso in carico una traduzione perché ho bisogno di soldi. Chiaro: chi non ha bisogno di soldi, oggigiorno? Il fatto è che io, negli ultimi 24 mesi, non soltanto non ho messo da parte nulla, ma sono addirittura andata in perdita – e con la vita monacale che conduco, sinceramente, tutto questo non me lo spiego proprio.

Ho preso in carico questa traduzione, pertanto. Di solito amo tradurre, soprattutto se, come in questo caso, il libro parla di un argomento di cui so poco e che sempre avrei voluto conoscere meglio (la teoria dei giochi); il liquido apatico in cui vivo, tuttavia, mi annacqua la vista e mi intorpidisce le dita, tanto che a mala pena riesco a farmi abbastanza forza per lavorare su mezza pagina a giorni alterni.

E’ per questo che non scrivo più. E’ orrendo - per me lo è, almeno; anche se mi rendo conto che il mondo va avanti benissimo (o malissimo) lo stesso anche senza il mio contributo.

E comunque. Adesso va così. Chissà quando cambierà.

Il lavoro mi porta via

Nelle ultime settimane, il lavoro si è limitato a succhiarmi via la linfa vitale. Da lunedì, oltre a continuare in quella direzione, il lavoro mi porterà all’estero - a Barcellona, per la precisione - a seguire un corso di formazione.

Al solo pensiero sono eccitatissima, perché gli argomenti del corso mi piacciono da impazzire, perché Barcellona è una delle mie città predilette sotto innumerevoli aspetti, perché quando ci andai per la prima volta dovevo fermarmi soltanto due settimane e ci restai invece un mese intero; e perché ho bisogno, ho disperatamente bisogno di cambiare punto di vista.

Soltanto un esempio che, penso, chiarificherà cosa intendo quando scrivo che il lavoro (e, con esso, qualcos’altro che non so ancora come chiamare) mi sta succhiando la linfa vitale.

Ieri sono andata a farmi tagliare i capelli e il parrucchiere come prima cosa mi ha dato una spazzola e mi ha detto “questi li spazzoli tu, perché io non oso metterci le mani”. Come seconda cosa, dopo aver fatto talmente tanta fatica a districare i nodi da farmi venire il gomito della lavandaia, sono passata al lavaggio. E mi sono innamorata del ragazzo che mi lavava i capelli e che poi mi ha fatto la piega.

Sì, lo so: in primo luogo dopo tutte le parole usate per disquisire sull’amore, la complementarietà eccetera eccetera, non dovrei scrivere “mi sono innamorata”. Sono un fastello di contraddizioni, come si autodefiniva Anna Frank.

In secondo luogo, questo coup de foudre è scoccato ancora prima che il giovane (giovanissimo, quasi adolescente) aiuto-parrucchiere mi rivolgesse la parola. Ed è scoccato perché per la prima volta, dopo un tempo che mi pare infinito, un uomo si prendeva cura di me. D’accordo, perché era pagato per farlo - e da qui a reclutare un gigolo spero la strada non soltanto non sia breve, ma copra una distanza infinita! Era pagato per farlo, ma lo faceva bene e, soprattutto, lo faceva: mi ha messo lo shampoo, il balsamo, mi ha massaggiato a lungo la testa, mi ha pettinato delicatamente i pochi capelli rimasti dopo l’intervento con la spazzola di qualche minuto prima. Poi mi ha fatto mettere a testa in giù e mi ha asciugato con un phon accarezzandomi la testa. Finché, dulcis in fundo, non si è messo a definire tutti i riccioli, uno ad uno, con un ferretto dall’aria piuttosto inquietante. E abbiamo parlato del più e del meno, ho anche riso parecchio perché era piuttosto simpatico. Ma non è (sol)tanto questo. E’ stato il prendersi cura di me.

La solitudine gioca brutti scherzi, a volte.

Soprattutto quando lui, alla fine di tutto, mi ha porto il cappotto per infilarmelo e io, di rimando, gliel’ho strappato dalle mani: “no, grazie, faccio da sola”. Perché le armatute sono potenti e appiccicose; le armatute sono più comode delle armature ma, forse anche per questo, ti restano attaccate alla pelle come un’abbronzatura dannosa, terrosa e incartapecorita.

Pero ahora me voy. Hasta luego!

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Inizia il quarto mese di dieta

Proprio mentre volge al termine il mio trentesimo anno di vita, sto entrando nel quarto mese di dieta.

E’ da una decina di giorni che non mi peso ma, complessivamente, credo di aver perso circa otto o nove chili. Un po’ meno di due taglie di vestiti, suvvia; e le due taglie esatte in meno sono il mio obiettivo – entrare di nuovo in un vestito comprato qualche anno fa giusto in tempo per entrare nel ruolo di testimone del matrimonio di Scassaritratti.

Chi mi avesse conosciuta tra ottobre 2007 e l’inizio di febbraio 2008, se mi vedesse di nuovo oggi, probabilmente, noterebbe nel mio corpo un grosso cambiamento: il viso è più affilato e meno tondeggiante, il giro vita più delineato, le gambe meno massicce e i polpacci più simili a quelli di una donna in carne che a quelli di un terzino della Nazionale.

Spesso – non sempre ma spesso, almeno quando non dovuto a cause organiche – un aumento di peso corporeo è un modo diverso di riempire uno spazio altrimenti vuoto.

In passato sono ingrassata nei periodi della mia vita in cui mancava qualcosa di essenziale e che, tuttavia, non volevo riconoscere come tale: la tensione, in un rapporto troppo dato per scontato; il lavoro, che sebbene ci fosse non era quello che volevo; l’emotività, soffocata dalle armatute che lentamente si sono inventate protesi a forma di imbuto in cui buttare dentro cibo e alcol senza criterio alcuno.

Conosco persone ingrassate a dismisura senza motivi apparenti; ma quando vai a scavare un po’ sotto la scorza scopri compagni affettivamente assenti o anche rinunce mai riconosciute come tali e mascherate invece da “cambiamenti di interessi o priorità”.

Decidere di mettersi a dieta è, innanzitutto, una richiesta di aiuto: un riconoscere di fronte a se stessi che esiste uno spazio mentale o affettivo o quant’altro che è desolantemente vuoto – e che nonostante tutti i nostri sforzi ingurgitativi non si è riempito affatto.

Incominciare una dieta non è poi tanto difficile, se la si inizia con questa consapevolezza – che può essere anche non del tutto consapevole, non importa: è importante che ci sia, altrimenti dopo un tempo più o meno breve i sacrifici che necessariamente un regime alimentare ipocalorico comporta non saranno più accettabili in mancanza di una visione che vada al di là della banale misura della circonferenza cosce.

Dopo un po’ di tempo, infatti, se tale consapevolezza è ben radicata, le rinunce diventano un’abitudine; non significa che costi meno fatica resistere alle tentazioni, questo no. Il ne faut pas rêver, come dicono i parigini. Significa, piuttosto, che l’abitudine a rinunciare al piacere immediato e gratificante del cibo superfluo rende la rinuncia meno dolorosa, meno faticosa da sopportare. La svuota di ogni valenza simbolica, in un certo senso - tanto per non dimenticarsi del ruolo dei vuoti e dei pieni.

Ma la parte più difficile di una dieta non è la dieta in sé, quando quel limbo oscuro che si chiama mantenimento. Il mantenimento indica quel periodo in cui continui a controllare ogni cosa che entra nella tua bocca o quasi e, a seconda delle oscillazioni del peso, stabilisci la quantità (e soprattutto la qualità) di ciò che devi ingerire perché l’ago della bilancia non subisca più variazioni.

Il mantenimento è il periodo più difficile perché privo di qualsivoglia gratificazione: nessuno che ti fa complimenti perché sei riuscito nell’intento di perdere quegli X chili; nessuno che ti guarda con invidia; nessuno che sibila che sei troppo magra e stavi molto meglio prima. Niente di niente. Perché il mantenimento è una supposta normalità. E’ la ricerca, per essere più precisi, di quella che vorresti diventasse la tua nuova normalità.

Ed è il terrore puro di scoprire che quello spazio non più riempito dalle tue grazie generose adesso sarai costretto a riempirlo con ciò che, davvero, più ti manca. Non c’è (più) santo che tenga.

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E se diventassi un modo di dire?

Non ho mai desiderato né, di conseguenza, cercato di diventare famosa. Da quando nell’ultimo anno di liceo mi sono trovata a parlare di fronte a 500 persone, mi sono interrotta dopo cinque minuti scarsi, ho fatto finta di tossire e me ne sono uscita con un “scusate tanto, mi sono completamente dimenticata quello che dovevo dire”, ho capito che, semplicemente, certe cose non fanno per me.

E’ vero che parlare in pubblico può dare una certa soddisfazione: gratifica il proprio narcisismo e aiuta a nutrire l’autostima grazie all’utilità che ciò che si dice può avere per l’uditorio. In politica probabilmente non vale: nei politici, infatti, l’autostima è già talmente alta in partenza che anche se, per assurdo, si comunicassero dei veri e propri contenuti, anche un’utilità alta non potrebbe spingere l’autostima dell’oratore più in su di quanto non sia già.

La mia teoria, probabilmente, regge fintanto che il parlare in pubblico è limitato a un’assemblea di istituto in una scuola superiore o a un seminario di un paio d’ore davanti a quindici studenti che probabilmente (se sono venuti a sentire un seminario facoltativo fuori dall’orario di lezione) ne sanno più di te o, per lo meno, hanno talmente tanta sete di conoscenza che sono grati a chiunque gli racconti qualcosa che sia un po’ fuori dai canoni (e il fatto che la tua lezioncina non costituisca programma d’esame probabilmente aiuta).

Nonostante ciò, tuttavia, sto correndo seriamente il rischio di diventare un modo di dire - non diffuso a livello planetario, beninteso; e probabilmente neppure a livello nazionale. Nutro in verità forti dubbi sul fatto che la mia fama possa estendersi anche soltanto in tutto il quartiere; se non fosse che la città in cui sono nata e continuo a trascorrere la mia vita è nota per essere intessuta da una ragnatela di rapporti, conventicole e gruppetti poco interagenti ma molto comunicanti tra loro.

Qualche sera fa mi trovavo, complice una festa di compleanno, con tre mie compagne di classe del liceo: Candi, Peggy e Galattica - quest’ultima è stata una mia grandissima amica per anni, anche se già al tempo dell’università abbiamo smesso di frequentarci assiduamente.

Come spesso succede durante queste rimpatriate, abbiamo creato un simpatico capannello per sorseggiare una birra (lo so, non dovrei! ma almeno me le sono godute. Ehm. Sì. Erano tre o quattro, o forse addirittura cinque, hic!) e dedicarci a una delle attività migliori per il sabato sera: spettegolare come vecchie comari. Tra un “lo sai che tizia si è rifatta il naso” e un “ma davvero quel mostro odioso di caio si è sposato?”, la conversazione è scivolata su di noi.  Dopo pochi preamboli, più in particolare su di me: “E com’è che non esci con nessuno?”, “Ma ti ricordi quando ti aveva lasciato il-tuo-primo-fidanzato quanto piangevi?”. Finché Peggy non ha rinvangato storie vecchie e nuove in cui, come costante, emergeva la mia leggera titubanza e conseguente ansia nei confronti di telefonate (allora) e sms (ora) - chi non cogliesse il sarcasmo è pregato di leggere qui e, se non fosse sufficiente, anche qui.

E comunque. Proprio mentre stavo ridendo di gusto ascoltando le lamentele di Peggy su quanto nella mia vita l’abbia asfissiata con richieste tipo “ma secondo te se faccio / scrivo questo e quest’altro come reagirà, lui?” - il tutto a metà tra il faceto e il serio - è intervenuta Galattica per puntualizzare: “Odi, stai attenta, però, che così non va. L’altro giorno, la mia amica X era esattamente nella tua situazione: il ragazzo che le piace le ha scritto un sms e lei, dopo un’ora e mezza, ancora non sapeva se e tantomeno cosa rispondergli”. Si tenga presente, per inciso ma non troppo, che la suddetta amica X l’ho incontrata sì e no una decina di volte in vita mia; allo stesso modo, però, sono ben consapevole del fatto che Candi, assolutamente affidabile per il riserbo sulle cose importanti, è solita raccontare alle amiche aneddoti più o meno divertenti sulle conoscenze comuni.

“Io allora - continua Galattica - mi sono un po’ arrabbiata e ho detto a X di smetterla di essere sempre così indecisa quando si tratta di rispondere a un cavolo di sms. E a quel punto lei mi ha guardato disperata, e mi ha chiesto: Galattica, sii sincera. Non starò mica diventando come Odiamore??

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It wasn’t a date (was it?)

Lunedì scorso, per me, è stato un giorno di vacanza pura e semplice; al contrario di martedì e mercoledì, in cui ho avuto appuntamenti di lavoro incredibilmente faticosi ma non particolarmente coerenti rispetto a questo post, lunedì era libero di impegni di qualsiasi genere.

Proprio l’occasione giusta per trascorrere due ore a girovagare per una pinacoteca già visitata più e più volte, in passato, con in mano guide turistiche, con sulle orecchie cuffie di audioguide e con in testa brandelli di saggi di storia dell’arte. La libertà, pertanto, di passeggiare tra le sale fermandomi soltanto davanti ai quadri che attiravano la mia attenzione anche se di artisti ignoti ai più; la libertà di fermarmi circa quaranti minuti davanti a un olio di Van Eyck e, due sale dopo, snobbare dei girasoli di Van Gogh perché tanto dopo aver visto questo non c’è storia; la malinconia agrodolce suscitata da Vermeer, in omaggio alla scommessa fatta tanti anni fa con il mio ex fidanzato di riuscire a vedere, nell’arco della nostra vita, tutti i 34 o 35 dipinti di quello che è uno dei miei [dei nostri] pittori preferiti.

L’occasione giusta per bighellonare in un negozio di vestiti tutto sommato più brutti di quelli che trovo in Italia oltre che decisamente più cari, soltanto per avere poi meno tempo da trascorrere in libreria - perché il conto in banca rosseggia ma nonostante ciò ci sono tentazioni alle quali non sono in grado di resistere.

E l’occasione giusta per incontrare un amico che conosco dagli anni delle scuole medie e che ho continuato a incrociare nei corridoi del liceo; una persona trasversale a più di metà della mia esistenza che, tuttavia, non ho mai frequentato se non in quelle rare occasioni in cui ci trovavamo a trascorrere qualche giorno di vacanza nello stesso periodo e nello stesso luogo.

Se però, da un lato, le pinacoteche non fanno altro che rispettare i propri orari di apertura e chiusura, le persone hanno una vita sociale, lavorativa e, a volte, anche segreta: tutte cose che richiedono comunicazioni preventive nel caso in cui tali persone si vogliano o possano incontrare in un lasso di tempo delimitato. Il giorno in cui sono atterrrata, pertanto, ho mandato a quest’amico un sms per fargli sapere che lo avrei incontrato volentieri il pomeriggio o la prima parte di serata di lunedì – prima, cioè, che Sole tornasse a casa dal lavoro intorno alle 23.

Le quattro sembrava a entrambi un orario ragionevole per incontrarsi e, proprio perché un lunedì non è normalmente un giorno di vacanza, ho lasciato decidere a lui il luogo e i tempi.

Quando, con ancora impressi sulla retina i rossi di Hans Memling, mi sono trovata a fronteggiare manufatti artistici della seconda metà del novecento con i capelli disastrati (raccolti in una treccia tenuta insieme da una matita Ikea recuperata miracolosamente in borsa) e un piumino più adatto a un’escursione al polo nord che a una galleria di arte contemporanea, tuttavia, mi sono sentita un po’ fuori tempo, fuori luogo e fuori contesto.

Avrei voluto aver almeno riletto una volta quel volumetto sul dadaismo, essermi fatta uno shampoo (e magari anche un impacco lucidante) venti minuti prima e, soprattutto, indossare un microscopico cappottino a delineare una silhouette già definitivamente approvata dalla mia dietologa. In assenza di tutte queste cose, superato il primo momento di frustrazione e liberatami del senso di inadeguatezza, mi sono limitata a godermi la mostra – apprezzando in particolare una scatola di sigari ricoperta di molle chiamata It’s Springtime.

Il fatto è che ci sono uomini che non hanno mai fatto parte del mio carnet sentimentale: quelli che al ristorante ti chiedono cosa vuoi mangiare per essere loro a comunicarlo al momento delle ordinazioni; quelli che sono sempre vestiti nel modo giusto per l’occasione giusta e che, non so se ciò nonostante oppure proprio di conseguenza, ti fanno sentire bene anche se sei conciata nel modo meno consono possibile; quelli che sanno sempre e comunque dove andare nel momento in cui ti viene voglia di bere un caffé, un te o addirittura un improbabile liquore di bacche giamaicane e, immancabilmente, il luogo in cui servono ciò che tu desideri è incredibilmente bello e accogliente, per non parlare del fatto che la lunghezza del percorso per raggiungerlo è direttamente proporzionale alla comodità delle tue scarpe e inversamente proporzionale al livello di stanchezza; quelli che, addirittura, ti consigliano la strada da fare per raggiungere un posto perché da quel tratto si gode di una vista mozzafiato sulla città o, in alternativa, c’è uno scorcio architettonico così incantevole che ti chiedi come sia possibile tu non l’abbia mai notato prima. Quelli che, maledizione a loro, si ricordano di tutte le minuzie che hai detto sette mesi prima e te le restituiscono per innescare una lite senza fine o, al contrario, per farti sentire la persona più ricca di spunti e contenuti interessanti che abbiano mai incontrato nella loro vita.

E lo fanno con tutti e con tutte, e tu non soltanto lo intuisci, ma lo sai; ne sei perfettamente consapevole perché tali comportamenti sono frutto dell’educazione ricevuta e di abitudini acquisite con il tempo e l’esperienza: non possono essere semplicemente innati – non se presenti tutti insieme contemporaneamente nella stessa persona, per lo meno. Anche se, a voler proprio essere precisi, un assaggio di tutto questo era già presente quando la persona in questione ancora non aveva l’età per guidare un’automobile, ma tu eri forse troppo inesperta per renderti conto del fatto che nel resto della tua vita avresti sempre incontrato qualcos’altro, perché di qualcos’altro saresti sempre andata alla ricerca.

E ti chiedi come sia possibile che questi uomini, nonostante l’assoluta – se non addirittura esplicitamente dichiarata - assenza di esclusività, riescano a farti sentire un’eletta.

Ed è di questo che si tratta: accompagnarmi per una mostra che mi sarei pentita di non essere riuscita a vedere; portarmi a cena in un posto da cui per quasi tre ore ho ammirato il panorama che, da quando lo scoprii per la prima volta tanti anni fa (e da dieci piani più in basso), mi riempie il cuore di gioia più di qualsiasi altro; non riempirmi di complimenti, ma dosarli nella quantità, nel tono, nel modo e soprattutto nei contenuti giusti; farmi sentire investita dell’unica responsabilità di assaporare il cibo, il vino e la conversazione senza dovermi (pre)occupare di nient’altro se non di impostare la modalità comportamento da tenere in ristorante chic maneggiando posate e bicchieri; e ancora e ancora e ancora.

Ma, per quanto scrivevo prima, era in me sempre presente un sottofondo di consapevolezza relativa al fatto che io non ero necessariamente IO, quanto piuttosto la persona con la quale si accompagnava quella particolare sera (e, se proprio devo raccontarla tutta, anche il pomeriggio del giorno dopo e di quello dopo ancora, ma questa è un’altra storia in cui la parte del leone la fa la migliore torta di mele che abbia mangiato in vita mia. Però la prossima settimana io ho appuntamento con la dietologa, quindi faccio finta che non sia successo).

E poi, in fondo, non stavamo facendo altro che una simpatica rimpatriata tra compagni di scuola: pettegolezzi su antiche conoscenze comuni, una spruzzata di ricordi e qualche commento sulle coppie sedute nei tavoli accanto.

Checché ne pensi e ne dica Sole, non si trattava mica di un appuntamento galante.

Vero?

Aggiungi un posto a tavola?

Vivendo da sola, sono ovviamente abituata a cenare da sola. Ogni tanto invito a cena Mascalzone Latino e, tutte le volte, sono terrorizzata dal suo giudizio perché è un ottimo cuoco e, soprattutto, è abbastanza nevrotico da essere fissato sulla qualità di alcuni prodotti. Devo ammettere che, da quando sono a dieta (e sono ormai più di quaranta giorni), è stato abbastanza carino e affettuoso da accettare i miei inviti nonostante il cibo si riduca a un piatto di pasta con sugo di verdure e tantissima insalata - alcolici banditi, anche perché l’alcol che tengo in casa di questi tempi è dell’orrenda birra comprata alla Lidl, del rum cubano che mal si sposa con il suddetto menu e del vino che riservo per tempi migliori.

Stasera, viceversa, mi va di lusso, perché ho invitato a cena Scassaritratti la quale - purtroppo per lei ma fortunatamente per me - deve mangiare “in bianco”: potrò dunque propinarle il mio cavallo di battaglia dietetico, composto di arrosto di tacchino, insalata mista e verdure bollite. Che fantastico venerdì, vero?

E comunque. Accetto l’invito di Fra a comporre “10 accoppiamenti di cibi che nella vostra mente, palato, stanno bene insieme, che si completano, che si esaltano, che si stimolano, che uno da solo sì, ma con l’altro rasenta la perfezione!”, in attesa di tempi migliori non soltanto da un punto di vista alimentare.

Dato che queste cose vanno rilanciate, scelgo per l’occasione persone di cui, in un modo o nell’altro,  ho già avuto modo di leggere post culinari: Elena, Catepol, Isa e Noemi. E aggiungo un ometto perché pare che oggi sia il suo compleanno :)

Inizierei con tzaziki (salsa di yogurt, aglio e cetrioli), baba ganoush (salsa di semi di sesamo con le melanzane) e pane di vario tipo.

Come prima portata, preferisco in realtà la versione piatto unico: couscous con carne tritata e un sugo di verdure piccante molto speziato. Di contorno, insalata di spinaci, arance e chicchi di melograno.

Anche in condizioni normali non mangerei molto più di così; tuttavia, voglio lanciarmi e aggiungere un plateau di formaggi locali e non: fontina valdostana, tome di capra, gorgonzola, camembert e chi più ne ha più ne metta. Come accompagnamento, pane alle noci, pane alle olive, pane alle verdure e grissini ricoperti di semi di sesamo; il tutto unito a gelatine di frutta, miele, cugnà (mosto di uva e frutta secca, mi pare) e noci da sgusciare al momento.

Dimenticavo: sulla tavola, sempre presente una bottiglia di vino rosso. Possibilmente, l’occasione giusta per stappare il barolo del ‘99 che mi regalarono per il mio compleanno.

Poi verrebbe il dessert. Ma il dessert, per me, non è semplicemente il dulcis che sta in fundo. E’ un modus vivendi, una ars amandi, un chi più ne ha più ne metta.

Il dessert lo porta a sorpresa l’ospite, pertanto. Con la speranza che la sua scelta mi faccia rimpiangere tutte le volte in cui ho scelto invece di mangiare da sola e di non aprirmi al mondo quel tanto che basta da farmi venir voglia di aggiungere un posto alla mia tavola.

Ogni tanto ci vorrebbe proprio

Sarà un caso che, proprio la notte di San Valentino, mi sia venuta l’influenza? E non l’influenza con la febbre, ma quella ben più perniciosa che, pur facendoti sentire come se il tuo corpo fosse diventato una pista di prova per carrarmati, non ti impedisce di uscire di casa per venire in ufficio a far finta di lavorare.

Io non festeggio il Natale, non festeggio la Pasqua e, da qualche anno ormai, tendo a trascurare anche i compleanni - il mio, se non altro. Risulta quindi abbastanza ovvio che, almeno in teoria, festività comandate dal marketing globale dovrebbero essermi del tutto indifferenti.

Come se non bastasse, stamattina, dopo una notte insonne trascorsa tra il freddo e il caldo mettendo e togliendo calzettoni e maglioni di lana - sono diventata bravissima a vestirmi al buio sotto il piumone, in compenso - non appena entro in bagno e accendo la radio mi trovo costretta ad ascoltare un servizio su pregi e difetti della vita da single: single per scelta, single per forza, single che consumano e inquinano più delle coppie…

Io non lo so, perché non sto con nessuno né esco con nessuno né c’è qualcuno che mi interessa “in quel senso”. E non è che si tratti di una condizione che patisco, a dirla proprio tutta.

Però poi a volte capita che sono le tre di notte e non sai se hai freddo o caldo, ti fa male la schiena e hai i brividi alle gambe e alle braccia nonostante la fronte sia imperlata di un sudore appiccicaticcio. E ti investe un ricordo indistinto che probabilmente è una sovrapposizione di ricordi diversi (alcuni dei quali risalenti alla primissima infanzia, credo): la persona sdraiata accanto a te ti abbraccia, ti passa un fazzoletto bagnato sulla fronte, ti massaggia la schiena, ti porta una tisana calda.

Che dire? Ogni tanto ci vorrebbe proprio…

Sesto giorno di dieta

In questi giorni sto toccando argomenti tipici di una rivista femminile: prima i capelli, ora la dieta. E non è neanche finito l’inverno! Di solito, infatti, di dieta si dovrebbe disquisire a partire dal mese di Aprile, per “prepararsi al bikini”, per “partire in tempo per essere in forma sulla spiaggia”, per (cito testualmente da femminili di cui non farò il nome) “conquistare un corpo da favola in dodici settimane”. Perché d’inverno il corpo è protetto dagli abiti, che lo possono – a scelta – mascherare, sottolineare, correggere.

Almeno a queste latitudini, a dire il vero, e, soprattutto, almeno di questi tempi: si racconta infatti (e se qualcuno di voi è a Roma potrebbe andarlo a sentire di persona; io, potessi, ci andrei) che sia sufficiente un innalzamento della temperatura di due, tre gradi, perché l’ecosistema italiano diventi una (brutta) copia della fascia sub-sahariana.

Ma non ho intenzione di dissertare sulle emergenze climatiche; non oggi, quantomeno.

Perché oggi è il mio sesto giorno di dieta, e se non lo vedo scritto nero su bianco non riesco a percepirne l’evidenza, né le implicazioni.

Mettersi a dieta a inizio gennaio è, da un lato, tipico di chi ritiene di aver esagerato con cibo e bevande durante le vacanze di Natale. Si tratta di un classico dei buoni propositi per l’anno nuovo, se non vado errata. Mettersi a dieta a inizio gennaio dopo aver come al solito trascorso le vacanze di Natale in una famiglia dove il Natale non si festeggia, d’altro canto, può risultare frustrante, dato che non hai neanche avuto la soddisfazione di ingozzarti di pandoro e cioccolato per due settimane – fortunatamente, d’altronde, i vini che bevo a casa dei miei non potrei permettermeli neanche se sposassi un produttore di champagne (in quel caso però pasteggerei ogni giorno a champagne, che è comunque un’ottima scelta).

Il fatto è che per me il “problema” non era quello dei due chili guadagnati per l’eccesso di ore passate a tavola e l’azzeramento del tempo trascorso all’aria aperta. Questa è la mia quarta dieta da quando avevo quattordici anni. C’è di peggio in quanto a dipendenze, tuttavia; almeno credo.

E comunque. Da quando sono a dieta, non faccio altro che mangiare o, in alternativa, pensare a cosa mangerò al prossimo pasto. Ci vogliono determinazione e abilità nella programmazione, altro che organizzare manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica da cinquantamila visite in tredici giorni! Per inciso: manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica vuol dire poco o niente, lo so. Uno dei miei tanti problemi consiste infatti proprio nel non essere ancora riuscita a spiegare in cosa esattamente consiste il lavoro che faccio non dico a mia nonna novantunenne, ma neppure ai miei colleghi della stanza a fianco.

Che la determinazione sia necessaria è una verità incontestabile: il mio prossimo appuntamento con il medico è fissato al dieci marzo e, per quel giorno, dovrò aver raggiunto l’obiettivo di X chili persi - che potrebbero anche essere XX, ossia un numero di due cifre; al limite anche di tre, per quanto ne sapete voi. Ma non è questo il punto, vero?

L’aspetto della programmazione, al contrario, è meno evidente; pur tuttavia, seguire un regime alimentare bilanciato con l’obiettivo di perdere peso comporta una vera e propria pianificazione dei sei pasti giornalieri. Sì, sono proprio sei – per questo prima ho scritto che non faccio altro che mangiare: colazione, spuntino, pranzo, spuntino (FormerlyKnownAs merenda), cena, spuntino. Tre spuntini al giorno, dunque, che possono essere costituiti da, alternativamente, fette biscottate, cracker o biscotti secchi zerogì (l’ho scritto male apposta, qui non si fa pubblicità a nessuno ;) ). Il problema è che i biscotti secchi zerogì non si trovano da nessuna parte, se non in un piccolo negozio vicino a casa dei miei dove, finalmente, li ho scovati dopo tre giorni di ricerca determinata quanto disperata – va da sé che, con tutti quegli spuntini, una scelta limitata a due tipi di cibo soltanto risulta fortemente frustrante. Quando la cassiera mi ha visto arrivare con dieci pacchi di biscotti (e una confezione di filo interdentale, che per me è come una droga - a proposito di dipendenze) mi ha guardato con aria interrogativa: “Non sapevo fossero in offerta, a quanto li hanno messi?”

Quindi, riassumendo: sto riscoprendo doti che non ricordavo di avere, come la determinazione, l’abilità nel programmare e una grande faccia tosta di fronte alle domande impertinenti.

La prossima volta che dovrò scrivere un curriculum vitae potrei aggiungerlo:

Gentile mio prossimo [auspicabilmente!] datore di lavoro, sono dotata di grande determinazione eccetera grazie alla ripetuta messa in opera di diete dimagranti. Il fatto che tali diete sia stato necessario ripeterle, al contrario, non è indice del fatto che, come potrebbe essere portato a pensare, io non sappia, tra una dieta e l’altra, praticare l’arte della continenza, bensì che il desiderio di vincere le sfide che mi sono poste [questo fa sempre colpo] è talmente forte che sono disposta a reingrassare ogni volta di XX chili pur di potermi poi rimettere alla prova con una dieta.

…………………

Oddio, mi è venuta in mente una cosa: e se quella str—ta che ho scritto là sopra in realtà corrispondesse al vero?

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