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La lotta contro l’inerzia

C’è un motivo se, ormai da qualche settimana, non riesco quasi più a scrivere niente di consono ai soliti temi, vagamente legati ai sentimenti: credo di trovarmi nel bel mezzo di una ragionevole depressione. O, forse, di una depressione ragionevole - il che sarebbe ben diverso. La prima infatti, implica uno stato depressivo ampiamente giustificato dalle circostanze esterne; la seconda, invece, una depressione caratterizzata dall’essere stata oggetto di ragionamenti e considerazioni di tipo logico - una depressione fatta di ipotesi, tesi e corredata di dimostrazione.

E, quale che sia, ho l’impressione che non ne uscirò mai. Perché come qualche tempo fa mi scriveva Andrea, “non si deve mai smettere di combattere l’inerzia“.

Quando siamo in una certa condizione, infatti, crediamo che essa perdurerà per sempre.

Se fossi fidanzata, sarei convinta di trascorrere tutto il resto della vita con quella persona. O questo è quello che mi auguro penserei, almeno. Penserò, se proprio voglio farmi rapire da uno slancio di ottimismo che non mi appartiene.

Dato che al contrario, volente o nolente, attualmente sono da sola, sono fermamente convinta che lo resterò per sempre.

Come se mi facesse paura il cambiamento - forse perché peggio dell’immobilismo c’è soltanto un cambiamento in peggio.

E, checché ne dicano, c’è ben di peggio che stare da soli: a parte alcolisti e maltrattatori fisici, ci sono persone che nel profondo non ci vogliono bene, o che pur credendo di volerci bene in realtà non vogliono il nostro bene - sono gli egocentrati, che vogliono soltanto il bene proprio e non sono in grado di anteporre a esso il bene altrui. Questo è peggio che stare da soli. Credo. Anzi, no: ne sono proprio convinta.

Ma la paura del cambiamento non è soltanto dovuta al timore che questo cambiamento sia in peggio. E’ colpa dell’inerzia, in un certo senso.

L’inerzia, in fisica, è un concetto stranamente non quantificabile. L’inerzia è “quella cosa” per cui un corpo rimane nel proprio stato di quiete o di moto (uniforme) finché su di esso non agisce una forza esterna.

La sto facendo semplice, in effetti; perché il concetto di inerzia, in realtà, causa un sacco di problemi da più di duemila anni. La definizione “più matematica” che si possa dare dell’inerzia non è infatti la definizione dell’inerzia, ma della massa inerziale di un corpo. E da qui ad arrivare a citare la relatività speciale di Einstein non ci vorrebbe molto, quindi meglio che mi fermi e ritorni al discorso principale.

Non mi verrebbe mai in mente di sbandierare la teoria della lotta contro l’inerzia se questo fosse il periodo più felice della mia vita, probabilmente: non avrei infatti alcun interesse a cercare di cambiare lo status quo, in quel quel caso.

Come scrivevo sopra, per potersi togliere da una situazione di inerzia - e prendere una direzione precisa - occorre una “forza esterna”. Occorre una motivazione, potrei scrivere per essere meno criptica per quanti non abbiano familiarità con le parole della scienza. Una motivazione in grado di contrastarla, dunque una motivazione-forza che deve essere più intensa di quella che “comanda” l’abulia-inerzia.

E se fossi felice, non vedo perché dovrei mettermi a cercare una motivazione per smettere di esserlo.

Anche se, a conti fatti, mi pare sia molto più facile e immediato trovare motivi per non essere felici che trovare motivi per smettere di essere infelici.

Chissà perché.

Be’, no: lo so il perché; o almeno ho delle idee in proposito. Ma proprio mentre questo post sta venendo alla luce io dovrei essere a Barcellona, a mangiare tortillas e a tapear fino a riprendere tutti i chili che ho più o meno faticosamente perso negli ultimi mesi. Pertanto, spero che al mio ritorno non soltanto tutte queste idee le avrò dimenticate, ma sarò talmente allegra e piena di joie de vivre da non ricordarmi neanche più che esiste, quella cosa chiamata inerzia.

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Il soggetto e il suo complemento

Qualche post fa, Sara scriveva in un commento di essere anche lei, come la sottoscritta, una grande sostenitrice della complementarietà nei rapporti umani.

A livello evolutivo, l’accoppiamento tra due partner con geni molto simili non è una strategia molto azzeccata; per convincersene, basta pensare alle comunità molto chiuse, in cui alto è il numero di matrimoni tra consanguinei e altrettanto alto è il numero di malattie genetiche (più o meno rare) nella relativa prole - la correlazione, che salta all’occhio anche soltanto intuitivamente, è stata provata su basi scientifiche ormai da parecchio tempo.

Da un punto di vista evolutivo, pertanto, è chiaro che la frase di Catherine Earnshaw da me citata in quel post (”Lo amo perché è più me stesso di quanto non lo sia io; quale che sia la sostanza di cui sono fatte le nostre anime, la mia e la sua sono uguali.”) va contro il benessere dell’individuo e, più in generale, della specie. La saggia Catherine, infatti, genererà i propri figli non con l’amato Heathcliff, ma con Linton (”mentre la mia anima e quella di Linton sono diverse quanto il fulmine dalla luce della luna, o il ghiaccio dal fuoco”).

Bene: con buona pace della genetica, vorrei provare a spingermi oltre.

In linguistica (più propriamente, nella grammatica) un complemento indica principalmente un qualcosa (parola o gruppo di parole) necessario a una frase per completarne il significato: io sono stanca, la mia dietologa costa tanto, i miei colleghi bevono il caffè eccetera eccetera. Vaghe reminiscenze delle scuole medie - condite con un controllo incrociato della voce su Wikipedia in italiano, inglese e francese più una sbirciatina sul sito dell’Accademia della Crusca. Più in generale, un complemento è una parte che, aggiunta a un’altra, formerebbe un tutto.

Necessario per completarne il significato: il mio complemento è qualcosa che completa il mio significato, il mio senso.

Etimologicamente, infatti, il sostantivo complemento deriva da còmpiere, a sua volta proveniente dal latino complere (riempire interamente, colmare). Còmpiere, a sua volta, è composto da cum ed empìre (o èmpiere) - termine arcaico che originariamente copriva l’aria semantica oggi occupata soltanto più da riempìre (rièmpiere), con un re rafforzativo del quale non ci siamo più voluti liberare. Ed empìre - o èmpiere che dir si voglia - ha esattamente la stessa radice dell’aggettivo pieno.

Il mio complemento, pertanto, è qualcosa che mi rende piena quando è proprio lì con me.

Eppure. Eppure mi sto interrogando ripetutamente, negli ultimi tempi, su una questione che mi sta particolarmente a cuore e che mi chiedo se sia condivisa anche da altri esseri umani: quanto, nella persona “ideale” che vorremmo avere accanto, buttiamo dentro tutti quegli aspetti che noi vorremmo avere e che invece non ci appartengono?

Stamattina collegavo il discorso al rapporto genitore - figlio; non ne ho esperienza diretta se non come figlia, eppure trovo estremamente plausibile che un genitore, magari anche del tutto involontariamente - o anche volontariamente, ma senza alcuna cattiva intenzione (anzi, semmai il contrario, nonostante si sappia che la strada per l’inferno proprio di quelle è lastricata, delle buone intenzioni) -, voglia che il proprio figlio o la propria figlia realizzino le cose che lui non è riuscito a portare a termine - ossia che riescano là dove lui ha fallito.

Nelle cose eclatanti come il successo sociale, il benessere economico; ma anche nelle cose meno tangibili come il senso dell’umorismo, la passione per l’enogastronomia, una spiccata competenza riguardo le diverse tipologie di tessuti con cui è possibile confezionare un abito da uomo. Insomma: la qualsiasi.

A costo di essere tacciata di riduzionismo: perché non dovrebbe succede qualcosa di analogo nel momento in cui si sceglie il padre o la madre dei propri figli, allora? Cosa impedisce che, in realtà, la ricerca di un compagno o una compagna complementare possa essere semplicemente una strategia per andare a riempire i vuoti o le carenze che riteniamo di avere e che non vorremmo mai fossero trasmesse, pari pari, alla nostra prole? Perché cos’altro sarebbe, altrimenti, il tutto formato dalle due parti, in ultima analisi?

D’accordo, ho scritto “il momento in cui si sceglie il padre o la madre dei propri figli” anziché “la persona di cui ci invaghiamo“, mentre non sempre le scelte sentimentali (o anche più prettamente sessuali) sono strettamente correlate al desiderio di procreare.

Però. Però, nonostante la (meritoria) rivoluzione sessuale, nonostante la (straordinaria) invenzione di metodi anticoncezionali completamente affidabili, nonostante la mia condizione di donna lavoratrice - indipendente - economicamente autonoma, impensabile ai tempi di mia nonna novantenne (la quale ancora non sa che vivo da sola); nonostante questo e nonostante quello…

Io non riesco proprio a prescindere dal fatto che il sesso sia, di base, il modo in cui la nostra specie (così come molte altre) perpetua se stessa; non riesco proprio a dimenticarmi che tutti quei consigli su “come raggiungere l’orgasmo in 5 minuti”, “come fare miagolare di piacere il tuo lui / la tua lei” disseminati ormai non soltanto più nelle riviste femminili ma un po’ dappertutto altro non siano che il modo contemporaneo di mascherare il fatto che il piacere collegato al sesso è, prima di tutto, uno specchietto per le allodole “messo a punto” dalla Natura per tenere alto il tasso di natalità.

E probabilmente chi mi legge da un po’ l’aveva già capito ;-)

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Il ritorno dei primi 4 minuti

Ed eccoci arrivati finalmente alla terza e ultima puntata della serie dei 4 minuti, dedicata ad argomenti che variano dai pettegolezzi sulla vita sentimentale dei presidenti della repubblica (1) al ruolo dello speed date nella società contemporanea (2). Non l’avevo promesso, ma l’ho fatto comunque: sono andata a cercare la puntata dei Simpson in cui Marge partecipa a uno speed date e ho caricato la manciata di minuti “incriminata” su Vimeo.

Due brevi considerazioni a latere, anzi tre: in primis, parrebbe quasi che io sia in grado di mantenere soltanto le promesse che NON ho fatto. E comunque. E’ in inglese, lo so; chi non avesse la voglia o la possibilità di decifrare i testi ma fosse interessato a capire più in dettaglio mi mandi un’email a odiamore@gmail.com: spedirò a chi ne farà richiesta la trascrizione in italiano. E questo mi porta all’ultima considerazione: sono proprio alla frutta, se ho trascorso un’intera serata a tagliuzzare video (con MPEG Streamclip per Mac, se interessa) anziché finire di leggere un libro su materia ed energia oscura che sarà tradotto in italiano oppure no a seconda della valutazione espressa nella mia recensione.

Mmm. Forse già soltanto il fatto che le mie due alternative per la serata fossero “tagliuzza video dei Simpson e trascrivi i dialoghi fingendo con te stessa che sia un’utile esercizio linguistico” oppure “leggi altre trenta o quaranta pagine fitte fitte di termini come CBR, WIMP e altri acronimi dall’aspetto inquietante” è indice di essere non alla frutta, ma ben oltre l’ammazza caffè.

Ispirata da Marge e, in particolar modo, dalla battuta finale di una delle sue sorelle (un intraducibile “go suck a rat, arsanova“), ho fatto poi alcune riflessioni sorseggiando una tisana che avrei tanto voluto sostituire con del rum cubano – ma nell’ultima settimana non ho perso nemmeno mezz’etto, quindi niente di fatto.

In primo luogo, è, se non certo, quantomeno altamente probabile che un individuo sentimentalmente libero ogni volta in cui si trova in una situazione sociale ricca di persone dell’altro stesso sia, anche inconsapevolmente, attento a valutare chi lo attornia (anche) come possibile persona-con-cui-uscire. Se non altro.

Capita addirittura a me, pertanto mi sento autorizzata a indurre valga per la maggior parte degli esseri umani.

La prossimità fisica è condizione necessaria per essere attratti da qualcuno – non sufficiente, è chiaro; e nemmeno mi sentirei di considerarla una regola ferrea (cfr. innamoramenti vari per star del cinema / musica / spettacolo ecc.). Pur tuttavia, è quantomeno plausibile affermare che, istintivamente, cerchiamo i possibili partner in ambienti fisicamente accessibili.

Di conseguenza, immagino che anche in un’atmosfera artefatta come potrebbe essere quella che avvolge uno speed date venga naturale, almeno alla maggior parte delle persone, compiere quell’azione che a volte si definisce eufemisticamente “guardarsi intorno”. Insomma, capita persino a quel modello di virtù che è Marge Simpson!

Nei paesi anglosassoni, infatti, lo speed date è diventato ormai da alcuni anni un modo come un altro per conoscere persone nuove, coinvolgendo anche persone che mai si sarebbero sognate di rivolgersi all’antenata agenzia matrimoniale (forse anche perché non è il matrimonio, ciò che cercano - non in prima battuta, se non altro).

In secondo luogo, ci perseguitano ormai da diversi lustri studi psicologici che asseriscono che le donne cercano un uomo ricco oppure, a seconda dell’età, con ottime prospettive di diventarlo; gli uomini, al contrario, cercano donne belle, ossia con un certo rapporto vita-fianchi e una pelle priva di difetti.

Una delle spiegazioni che di solito si danno a tale cliché è che dal punto di vista evolutivo le donne necessitino di un compagno in grado di garantire la sopravvivenza della prole, mentre gli uomini ricerchino, per la madre dei propri figli, caratteristiche che siano indice di ottima salute e, sostanzialmente, di geni buoni da trasmettere ai propri discendenti.

L’esperimento di Paul Eastwick ed Eli Finkel descritto nell’ormai famigerato articolo di Nature era strutturato in maniera molto semplice. Prima dello speed date, i partecipanti (studenti o ragazzi appena laureati, chiaramente privi di un compagno fisso) dovevano riempire un questionario in cui indicavano le proprie aspettative nei confronti di un potenziale partner: i requisiti sine qua non, le qualità più importanti, i gusti, l’aspetto fisico, il tipo di lavoro, il reddito e simili. Dopo l’incontro (monitorato dai ricercatori grazie a telecamere e registratori), come da prassi quanti si piacevano reciprocamente potevano ottenere i recapiti dell’altro e decidere di incontrarsi nuovamente; gli incontri successivi, riservati e non oggetto di osservazione, erano comunque “sorvegliati” da Easwick e Finkel grazie a interviste fatte, in forma privata, con i singoli soggetti coinvolti.

I questionari sottoposti prima che lo speed date avesse luogo hanno rispecchiato il cliché con una precisione sbalorditiva: la maggior(issima) parte delle donne indicava che, tra le caratteristiche più importanti del partner ideale, la ricchezza o la prospettiva di un buon guadagno futuro era al primo posto. La maggior(issima) parte degli uomini, parallelamente, sembrava dar ragione ai cosiddetti esperti di marketing convinti che, per vendere una rivista o un’automobile o un vasetto di yogurt con proprietà lassative sia necessario associare al prodotto una ragazza giovane, molto photoshoppata e pochissimo vestita.

Peccato che, già dopo il primo giro di speed-incontri, le coppie che si erano formate prescindessero da entrambi i supposti desiderata: ragazze non ancora liberatesi dell’acne adolescenziale e con un rapporto vita-fianchi pericolosamente vicino all’unità (leggasi: busto a forma di tronco) avevano riscosso notevole successo anche presso più di un giovanotto. Allo stesso modo, un trombonista in erba e con il conto perennemente in rosso era in più di un caso passato davanti, come preferenza, a un quartetto di promettenti avvocati.

E allora? Che conclusioni si possono trarre, anche alla luce dei risultati ottenuti da Nalin Ambadi con i video muti lunghi soltanto una manciata di secondi?

Da un certo punto di vista, per quanto possiamo pensare di avere ben chiare le nostre esigenze e aspettative nei confronti di un partner, la vita di tutti noi è costellata di controesempi; personalmente, resto convinta di aver vissuto la storia più bella della mia vita con una persona che non leggeva romanzi neanche sotto tortura mentre, a priori, sarei portata a dire che requisito essenziale per un ipotetico partner sia proprio l’essere un divoratore di libri.

Io la vedo così: le impressioni “a pelle” sono quelle che, alla lunga, costituiranno il modo in cui vediamo e, soprattutto sentiamo una persona dopo mesi o anni di frequentazione. Ci sono, nel corso del tempo, delle fluttuazioni intermedie, che incidono però soltanto minimamente sulla valutazione nel lungo periodo. La persona, per esempio, che ci colpisce fin da subito per la sua aria sfuggente e inarrivabile che fa tanto bello e impossibile, potrà essere un compagno affidabile per un certo lasso di tempo; arriverà però il giorno in cui, mentre laviamo i piatti, gli o le butteremo addosso il fatidico rimprovero: “Quando ho bisogno di te, tu non ci sei mai.”

Ci sono dei momenti in cui pensiamo “cambierà” o, addirittura, ci convinciamo del fatto che noi riusciremo “a farlo cambiare“. Peccato, però, che non succeda mai.

O forse invece è, rassicurantemente, una fortuna. Chissà.

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Azioni e reazioni emotive

Ho già scritto, provocando tra l’altro una serie di commenti più interessante del post in questione, di pregi e difetti degli sms nei rapporti umani; e ho già scritto di significati e implicazioni della distanza nei rapporti umani.

Dopo l’appuntamento galante-o-elegante? di un paio di settimane fa, tuttavia, ho continuato (un po’ ossessivamente, lo ammetto) a interrogarmi su entrambe le questioni: la difficoltà se non altro di avviare una storia a distanza colmando non soltanto la distanza fisica ma, soprattutto, quella interiore - che è inevitabile esista quando il rapporto è ancora soltanto una ragnatela di possibilità; e la difficoltà, nonostante tutti i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione con estrema generosità, di stabilire ex novo un canale di comunicazione privilegiato con qualcuno.

Per quanto riguarda la distanza, c’è ben poco da fare; come consiglia saggiamente Sole, si tratta soltanto di aspettare fatalisticamente una prossima occasione di incontro – che potrebbe anche non avvenire prima di molto tempo. Nessuno spunto di riflessione che possa interessare altri che la sottoscritta, pertanto.

Per quanto riguarda invece il ruolo degli sms, credo di poter provare ad astrarmi dal caso particolare (in cui, per la cronaca, circa una settimana dopo io ho spedito un sms privo di significato e mi è arrivata una risposta altrettanto priva di significato, e poi più nulla) e formulare una regola di portata più generale.

Nel caso degli sms, infatti, vale una sorta di terza legge di Newton: ad azione corrisponde una reazione, ma non necessariamente uguale e contraria.

Cercherò di spiegare meglio cosa intendo; fermo restando che, per chi non se lo ricordasse o non l’avesse mai capito davvero (perché molti insegnanti danno per scontato che la formulazione del principio sia di immediata comprensione, mentre per me, ad esempio, non è lo stato affatto), una reazione uguale e contraria significa una reazione uguale in intensità - stessa forza, quantitativamente parlando - e opposta in verso - se l’azione agisce dall’alto verso il basso, la reazione sarà dal basso verso l’alto. ovvio, certo, ma io ho dovuto aspettare il secondo anno di università per poter confessare a me stessa di averlo assimilato fino in fondo.

Tornando con la mente indietro nel tempo (e ripetendomi, lo so, rispetto a un post precedente) ricordo quando per mettermi in contatto con qualcuno non avevo che due alternative: la telefonata o la lettera.

La telefonata era dedicata agli amici vicini, la lettera agli amici lontani - semplicemente per una questione economica, dal momento che dopo quando, a tredici anni, feci lievitare la bolletta telefonica bimestrale sino a 400 mila lire (credo almeno 500 euro di oggi) i miei genitori reagirono - per l’appunto - di conseguenza e mi vietarono l’uso del telefono. La telefonata era l’agire d’impulso e sotto dosi incredibilmente alte di adrenalina; la lettera la possibilità di meditare su forma e contenuto sino a strappare la trentesima versione (ormai illeggibile per le troppe cancellature e riscritture lungo i margini) e ricominciare tutto daccapo.

Scrivere una lettera, oggi, è un gesto forte: proprio perché ci sono così tante alternative per comunicare, prendere in mano una penna, cercare un foglio di carta e una busta, comprare un francobollo e soprattutto attendere che la lettera arrivi tra le mille incertezze dei sistemi postali non soltanto è démodé ma richiede uno sforzo incredibile che sarà (anche inconsapevolmente) valutato dal destinatario proprio in quanto tale.

E’ un vero peccato sia così, perché io adoro ricevere lettere manoscritte - anche se non sono lettere d’amore. Perché “una lettera non dice quello che vuole solo con la scrittura. Si può leggere la lettera anche annusandola, toccandola, palpandola, proprio come un libro. Perché le persone intelligenti dicono, leggi, vediamo cosa dice la lettera. Le persone stupide invece dicono, leggi, vediamo cosa scrive. L’abilità sta nel leggere tutta la lettera, non solo il testo.” (Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi)

L’azione “scrivere una lettera (e spedirla)” comporta sì una reazione, nel destinatario, ma tale reazione è dilatata nel tempo e nello spazio. Una lettera non sempre richiede una risposta; e sono certa del fatto che, quand’anche la richieda esplicitamente, tale risposta è a lungo meditata: il tempo intercorso tra l’azione e la reazione diluisce ed enfatizza i sentimenti sino a stravolgerli completamente, almeno in alcuni casi.

Il discorso cambia radicalmente nel caso di una telefonata: i cellulari hanno fatto crescere esponenzialmente (o qualcosa del genere) il numero di telefonate che ogni individuo compie e riceve ogni giorno. La persona a cui telefono sa che sono io a cercarla ancora prima di rispondere; nel caso in cui io scelga l’opzione di non far comparire il mio numero di telefono sui display altrui, viceversa, mi protegge con l’anonimato ma a esso mi vincola: se non ricevo risposta ai miei squilli ansiosi sarà forse perché il destinatario non risponde alle chiamate provenienti da un “Numero privato”? E risponderebbe a una chiamata che il display certifica essere stata fatta dalla sottoscritta?

Sia quel che sia, nel momento in cui la connessione emotivo-elettromagnetica è stabilita tramite il Pronto? de rigueur, ha luogo una prima fase di rassicurazione: il mio interlocutore vuole parlare con me, se non altro. La mia azione ha provocato una reazione uguale e contraria: io ti telefono, tu rispondi alla telefonata e, pronunciando quel paio di sillabe, mi ributti la palla – tocca a me, sono legittimata ad agire di nuovo perché tu mi stai invitando a farlo. Certo da questo punto in poi i giochi sono aperti, mais il ne sont pas faits.

E poi, ecco arrivare l’sms. L’azione di spedire un sms è di per sé fonte di disequilibrio – quindi già si intravede una discrepanza con il principio newtoniano: nessuna certezza sull’avvenuta ricezione (o forse ci sono strumenti tali per cui, ma non vorrei entrare nel merito) – il che lo assimila alla lettera per lo stato d’ansia che genera l’attesa. In secondo luogo, la reazione di chi risponde a un sms non è uguale all’azione; nel caso della telefonata, il semplice fatto di rispondere proprio a me è garanzia di apertura nei miei confronti, di desiderio di parlarmi. Nel caso dell’sms, invece, la risposta può essere dettata da pura cortesia, così come la non-risposta può essere una risposta di per sé ma può anche essere un accidente, dovuto a ritardi nella ricezione, a un telefono tenuto spento per un tempo prolungato… O tutte le altre cose che mi vengono in mente (dal furto del cellulare a un’invasione degli alieni) quando aspetto un sms che non arriva.

E poi: se io spedisco un sms e ricevo una risposta più o meno subito, cosa diavolo significa? E’ davvero, la risposta, una reazione uguale in intensità (emotiva) ma contraria in verso (ossia da-te-a-me anziché da-me-a-te)? La domanda è retorica, perché conosco già tutta la storia: non significa un accidenti di niente. Perché può significare tutto: cortesia, gentilezza, automatismo, interesse ma anche disinteresse (”rispondo subito così non ci devo più pensare”).

E se invece la risposta arriva con uno o due giorni di ritardo? Anche in questo caso, la reazione potrà anche essere opposta in verso, ma certamente non è garantito sia pari in intensità. Da un lato, infatti, la risposta ritardata potrebbe voler significare, semplicemente che la persona, cancellando o rileggendo vecchi messaggi, si è trovata sotto gli occhi il mio e si è presa la briga di rispondermi perché sul momento se ne era dimenticata (lampante segno di interesse, invero!); d’altro lato, potrebbe anche significare che, al contrario, il mio essere – sustanziatosi in 160 caratteri spazi inclusi, allegria! – ha continuato ad albergare nei pensieri del destinatario in tutte quelle ore in cui ha meditato sull’opportuna risposta. Mmm. Possibile, certo; ma tra il mondo della possibilità e il mondo della probabilità esistono infiniti universi che si premurano di mantenere i due mondi alla giusta distanza – infinita, per l’appunto.

E’ come scrivevo prima: dal furto del cellulare a un’invasione degli alieni, tutto è possibile quando si comunica per interposto strumento.

E anche vis à vis, ora che ci penso… Ora che sono proprio costretta a pensarci a fondo, non è mica che le cose siano poi così tanto più comprensibili.

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Scarpe da ginnastica per tacchi a spillo

Nonostante il gentile appello di Miti’, la questione sollevata nel post precedente e’ rimasta senza troppe risposte.

Eppure. Eppure, come mi ha appena ricordato Sole, la nostra serata di sabato e’ stata illuminata da una scena che neppure il primo bacio la cui vista abbiamo rubato un’ora fa sullo sfondo di Trafalgar Square e’ in grado di eguagliare in quanto a commozione + trasporto + (lo ammetto) profonda invidia.

Un uomo non piu’ nei trenta, e forse anche oltre i quaranta, passeggiava verso Piccadilly Circus con sulle spalle la compagna, all’incirca della stessa eta’ e non proprio definibile un’emule di Kate Moss.

Ridevano entrambi con gusto e con gioia, tanto da correre il rischio di precipitare lungo distesi per terra. Ridevano, e lei aveva i piedi scalzi.

I suoi sandali tacco quindici, presenza incombente non soltanto per la lunghezza dello stiletto, erano una macchia di colore contro l’abito chiaro di lui, che li teneva amorevolmente tra le mani.

I primi quattro minuti

L’ultimo anno di liceo, quando dal massimo dei voti in geografia astronomica passai a una sufficienza risicata nel primo compito in classe sulla composizione dei minerali, la mia professoressa di scienze non batté ciglio e si limitò a prestarmi un libro: I primi tre minuti, del premio Nobel per la fisica Stephen Weinberg. Il libro, che confesso non finii mai di leggere se non molti anni dopo, spiegava le più recenti scoperte e le più funamboliche teorie su cosa possa essere successo nei primi tre minuti di “vita” dell’universo – per essere più precisi, nei primi tre minuti dall’inizio del tempo, e dello spazio.

I primi quattro minuti di cui invece ho intenzione di scrivere oggi si riferiscono a tutt’altra faccenda.

Di questi tempi, parrebbe quasi che le alternative offerte a un essere umano per conoscere il proprio futuro partner siano:

- uomo: essere sindaco di una città e, celebrando un matrimonio, innamorarsi della sposa (peraltro ventiseienne e incinta di nove mesi); funziona però soltanto se si riesce a sposare la suddetta sposa (prima che abbia divorziato dal precedente marito, ovviamente) entro quattro anni;

- donna: essere fidanzata con un uomo ma lasciarlo per il di lui figlio, peraltro filosofo di grido e sposato – la moglie tradita, se abbastanza intraprendente da non limitarsi a chiudersi in casa ascoltando Celine Dion, può raccontare la propria storia in un libro e vendere più di centomila copie in un solo mese. Essere figlie di un (ennesimo) filosofo di grido in questi casi aiuta parecchio.

(Se non avete indovinato a chi mi riferisco… vi perdono. Potete colmare le vostre lacune qui, qui e qui - consiglio la versione in francese perché molto più ricca e succulenta. Sempre che vi piaccia questo genere di argomento - cosa su cui nutro forti dubbi, soprattutto se non avete indovinato chi sono i personaggi di cui sopra.)

Ma non tutti abbiamo la possibilità di essere sindaci o imparentati con filosofi di grido; fortunatamente, però, la speranza è l’ultima a morire. E le soluzioni a volte provengono da luoghi del tutto inaspettati, come potrebbe essere, in questo caso, una rivista scientifica tra le più accreditate al mondo: Nature.

Però adesso devo partire - questa volta per lavoro (almeno in parte). Il resto, pertanto, nella prossima puntata…

AGGIORNAMENTO: seconda e terza puntata.

La sindrome di Candy Candy

Quando mi interrogo sui motivi per cui sono fatta in un certo modo - il modo che, tra le altre cose, mi ha portato a scegliere proprio questo soprannome - mi vengono in mente almeno tre personaggi femminili (e relative vicende) che hanno segnato la mia infanzia. E capisco tante cose.

Il primo, Candy Candy, è entrato nella mia vita prima ancora che iniziassi ad andare a scuola; Rossella O’Hara, se non ricordo male, l’ho conosciuta invece tra la prima e la seconda elementare e, poco dopo aver compiuto otto anni, ho finalmente incontrato Catherine Earnshaw e le sue amate e odiate (odiamate?) Cime tempestose. Già che ci sono, colgo l’occasione per liberarmi di un senso di colpa che mi perseguita ormai da troppo tempo: quando avevo 14 anni e sono andata in vacanza studio in Inghilterra, ho rubato una copia di Wuthering Heights dalla biblioteca del college che mi ospitava. Ecco: l’ho confessato. E mi sento molto meglio.

In effetti, credo che dopo la sindrome di Stoccolma, la sindrome di Stendhal e chi più ne ha più ne metta, il mio problema potrebbe addirittura avere un nome clinico: ecco a voi la sindrome di Candy Candy*.

Come probabilmente la maggior parte di voi sa, la storia di Candy Candy è caratterizzata dall’altalenarsi dell’amore per due uomini: il biondo Anthony, noto anche come il principe della collina e gran suonatore di cornamusa, e il bruno Terence, attore consumato che per molto tempo è anche consumato dal dolore per dover scegliere tra Candy e la fidanzata Susanna (che per salvargli la vita ha perso una gamba).

Dal momento che il biondo Anthony, passato alla storia per aver pronunciato la mitica frase che ogni donna avrebbe il diritto di sentirsi rivolgere almeno una volta nella vita (”Sei più bella quando ridi che quando piangi” - mi spiace ma il video l’ho trovato soltanto in francese), passa ben presto a miglior vita, Terence regnerà incontrastato per quasi tutto il resto della serie; la serie, tuttavia, si concluderà con un “recupero” di Anthony tramite la figura di Albert, che per inciso è anche il vero principe della collina.

Anthony/Albert, nell’immaginario collettivo, è l’archetipo del bravo ragazzo: buono, generoso, affidabile, affettuoso, ricco di valori; è il vero e unico marito ideale, il compagno di vita che tutte vorrebbero avere - almeno in teoria, come spiegherò meglio tra poco.

Terence, per contro, racchiude in sé tutte le caratteristiche del bel tenebroso: sfuggente, ombroso, inquieto, problematico. Non necessariamente amorale o cattivo; Terence stesso è, in fondo in fondo, una bravissima persona. Ma tenebroso lo è, questo sì. E fa soffrire Candy da morire, e così facendo si rende indimenticabile - se non siete convinti, guardate qui; attenzione, però, se siete emotivamente instabili come la sottoscritta, potrebbero venirvi le lacrime agli occhi ;)

La sindrome di Candy Candy affligge quelle donne che, consapevoli del fatto che il bravo ragazzo è il compagno di vita ideale, fuggono dal bel tenebroso che fa battere loro il cuore. Le stesse donne, tipicamente, dopo un tempo più o meno breve cominciano a interrogarsi ossessivamente sul perché non soltanto non abbiano dimenticato il bel tenebroso, ma siano perseguitate dal suo ricordo e, soprattutto, da quello che potrebbe essere stato.

Ma veniamo agli altri esempi, che potrebbero aiutare a chiarire le idee anche a quanti di cartoni animati non vogliono neppure sentir parlare.

Per gli appassionati di film, come spiegavo all’inizio, c’è Rossella O’Hara in Via col Vento, con Ashley versus Rett (Butler). A differenza di Candy, la volubile Rossella troppo tardi si rende conto di aver sempre creduto di amare l’uomo sbagliato: sposata al bel tenebroso, infatti, ha votato il suo cuore al (supposto) bravo ragazzo senza riuscire mai ad averlo tutto per sé; quando si accorge che, in realtà, il bel tenebroso Rett era l’unico uomo che davvero contasse qualcosa per lei, lui le dà la risposta che nessuna donna, nella propria vita, vorrebbe mai sentire pronunciare dalla voce dell’uomo che ama (e, più in generale, da nessuno): “Francamente, cara, me ne infischio” - che nell’originale “Frankly, my dear, I don’t give a damn” ferisce se possibile ancora più in profondità.

Nel caso di Rossella, la sindrome di Candy Candy agisce mischiando le carte in tavola: è Rett l’ideale compagno di strada, l’uomo che appoggia le tue scelte e ti sta vicino nel momento del bisogno, l’amante appassionato e quello che ti-capisce-davvero. Ashley non è altro che un bel tenebroso sotto mentite spoglie: sotto la parvenza dell’uomo perfetto, infatti, si nasconde un carattere debole e una personalità sfuggente. Forse è proprio l’essere sfuggente e inafferrabile a caratterizzare l’opposto dell’uomo ideale, a ben pensarci. L’arte del non concedersi - che pare proprio gli uomini, copiando le purittane, siano in grado di fare propria con notevole maestria.

E infine: Catherine Earnshaw in Cime Tempestose, il matrimonio con Edgar Linton e la passione totale e totalizzante per Heathcliff. Per inciso Heathcliff, in questo caso, non è esattamente un esempio di indiscussa moralità; la geniale Emily Bronte, tuttavia, provvede a un suo parziale riscatto che, non a caso, passa attraverso la perdita dell’oggetto d’amore.

Vorrei concludere, rendendomi conto di non aver poi espresso chissà quali concetti ma infischiandomene altamente, con una delle mie frasi preferite di ogni libro e di ogni tempo. E questo nonostante continui a essere convinta del fatto che, nei rapporti umani, l’elemento davvero essenziale non sia la somiglianza, ma la complementarietà. E’ colpa del fatto che a otto anni conosci soltanto la vita raccontata nei libri o nei film o nei cartoni animati ma, allo stesso tempo, è proprio allora che cominci a formarti un’idea su ciò che è importante e ciò che non lo è.

[Heathcliff] shall never know how I love him, and that, not because he’s handsome, Nelly, but because he’s more myself than I am. Whatever our souls are made of, his and mine are the same; and Linton’s and mine are as different as a moonbeam from lightening, or frost from fire.

Ora che ci penso, in fondo, probabilmente tutto questo post altro non era che uno stupido preambolo alla frase citata. E che - mi dispiace per i non anglomasticanti - non oserò tradurre. Ma potrete consolarvi con la colonna sonora:

* Il nome è mio, ma l’idea nasce da lunghe e ripetute conversazioni fatte proprio con Candi - d’altronde non l’avrei soprannominata così se non fosse una massima esperta di anime, manga e annessi e connessi.

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Vivendo da sola, sono ovviamente abituata a cenare da sola. Ogni tanto invito a cena Mascalzone Latino e, tutte le volte, sono terrorizzata dal suo giudizio perché è un ottimo cuoco e, soprattutto, è abbastanza nevrotico da essere fissato sulla qualità di alcuni prodotti. Devo ammettere che, da quando sono a dieta (e sono ormai più di quaranta giorni), è stato abbastanza carino e affettuoso da accettare i miei inviti nonostante il cibo si riduca a un piatto di pasta con sugo di verdure e tantissima insalata - alcolici banditi, anche perché l’alcol che tengo in casa di questi tempi è dell’orrenda birra comprata alla Lidl, del rum cubano che mal si sposa con il suddetto menu e del vino che riservo per tempi migliori.

Stasera, viceversa, mi va di lusso, perché ho invitato a cena Scassaritratti la quale - purtroppo per lei ma fortunatamente per me - deve mangiare “in bianco”: potrò dunque propinarle il mio cavallo di battaglia dietetico, composto di arrosto di tacchino, insalata mista e verdure bollite. Che fantastico venerdì, vero?

E comunque. Accetto l’invito di Fra a comporre “10 accoppiamenti di cibi che nella vostra mente, palato, stanno bene insieme, che si completano, che si esaltano, che si stimolano, che uno da solo sì, ma con l’altro rasenta la perfezione!”, in attesa di tempi migliori non soltanto da un punto di vista alimentare.

Dato che queste cose vanno rilanciate, scelgo per l’occasione persone di cui, in un modo o nell’altro,  ho già avuto modo di leggere post culinari: Elena, Catepol, Isa e Noemi. E aggiungo un ometto perché pare che oggi sia il suo compleanno :)

Inizierei con tzaziki (salsa di yogurt, aglio e cetrioli), baba ganoush (salsa di semi di sesamo con le melanzane) e pane di vario tipo.

Come prima portata, preferisco in realtà la versione piatto unico: couscous con carne tritata e un sugo di verdure piccante molto speziato. Di contorno, insalata di spinaci, arance e chicchi di melograno.

Anche in condizioni normali non mangerei molto più di così; tuttavia, voglio lanciarmi e aggiungere un plateau di formaggi locali e non: fontina valdostana, tome di capra, gorgonzola, camembert e chi più ne ha più ne metta. Come accompagnamento, pane alle noci, pane alle olive, pane alle verdure e grissini ricoperti di semi di sesamo; il tutto unito a gelatine di frutta, miele, cugnà (mosto di uva e frutta secca, mi pare) e noci da sgusciare al momento.

Dimenticavo: sulla tavola, sempre presente una bottiglia di vino rosso. Possibilmente, l’occasione giusta per stappare il barolo del ‘99 che mi regalarono per il mio compleanno.

Poi verrebbe il dessert. Ma il dessert, per me, non è semplicemente il dulcis che sta in fundo. E’ un modus vivendi, una ars amandi, un chi più ne ha più ne metta.

Il dessert lo porta a sorpresa l’ospite, pertanto. Con la speranza che la sua scelta mi faccia rimpiangere tutte le volte in cui ho scelto invece di mangiare da sola e di non aprirmi al mondo quel tanto che basta da farmi venir voglia di aggiungere un posto alla mia tavola.

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