Archivio per la categoria 'Amici'

E mi si scalda il cuore

Stavo aiutando mia madre ad apparecchiare la tavola e si affacciavano alla mente cupi pensieri, incoraggiati da Françoise Hardy. Il fatto che avrei trascorso la serata con Mascalzone Latino, tra l’altro, se da un lato mi rincuorava perché contentissima di vederlo e di andare a questo fantomatico spettacolo di etnotango (???), dall’altro mi faceva prefigurare discorsi sul tenore di “mois je vais seule” mentre “tous les garçons et les filles de mon age se promenent” eccetera eccetera. Poco da stare allegri, almeno per quanto riguarda il mio corrente atteggiamento nei confronti della possibilità di amare, essere amata o quantomeno incontrare qualcuno (abbassiamo sempre un po’ il tiro, ché non si sa mai).

E poi. Poi mia madre, colta dall’ispirazione, ha esclamato: “Ma te l’ho detto che c’è un nido sul balcone della sala?”. Un nido, proprio così. Un nido incassato tra le foglie d’edera e la ringhiera, un nido ubicato nella posizione più favorevole rispetto al moto (apparente, ok) del sole e ben riparato dal vento. Un nido su uno dei milioni di balconi di una città di quasi un milione di abitanti. Un nido.

Il nido contiene quattro uova di colore grigio pallido ed è bellissimo. Il nido, d’altra parte, era chiaramente, sconcertantemente abbandonato a se stesso nell’ora del crepuscolo.

Dieci minuti fa, finito di lavare i piatti, mia madre se ne è arrivata con l’aria di chi stava cospirando qualcosa di grosso. Nella mano, una minitorcia, e negli occhi uno sguardo curioso. “Chissà se il nido è davvero abbandonato oppure se, talvolta, i “genitori” delle uova se ne tornano a controllare. Anche perché mi chiedo cos’abbiano da fare gli uccellini tutto il giorno; insomma, mica devono timbrare il cartellino!”.

E così sono partita alla volta della scoperta del nido in situazione notturna: ho puntato la luce di sbieco tra le foglie d’edera, ed era lì. La mamma, tutta rannicchiata e con le ali spiegate a coprire la superficie lasciata scoperta dall’intreccio di rametti e foglie.

Ha ragione Jorge, il tizio che teneva il corso che ho seguito a Barcellona: “non le sue rappresentazioni, i discorsi su o le similitudini rispetto a. E’ l’oggetto, l’oggetto vero e proprio l’unica cosa che davvero emoziona noi esseri umani.” Jorge si riferiva a come allestire un museo, d’accordo.

Ma era da così tanto tempo che qualcosa non mi faceva scaldare il cuore così.

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Per una buona visione

Dopo la settimana a Barcellona sono stata - abbastanza ovviamente - oberata di lavoro. E, di conseguenza, ho poco tempo non tanto di scrivere, quanto per pensare.

Però ci sono alcuni film che ho visto ultimamente e che vorrei consigliare a chi passa di qua, per il semplice motivo che ho la presunzione di pensare che le o gli potrebbero piacere anche moltissimo. In alcuni casi ho addirittura pianto come una fontana, tanto per farvi capire.

Lars e una ragazza tutta sua. Un titolo brutto (un po’ alla “Se mi lasci ti cancello”, traduzione da taglio di un arto, se mi capite) per un film commovente, con una tematica su cui sto cercando di scrivere già da parecchie settimane, quella del fidanzato immaginario.

Lezioni di felicità. Un titolo un po’ sdolcinato, che tuttavia diventa bellissimo nel momento in cui si assapora la scena che ha ispirato i traduttori. In originale, infatti, il titolo di questo film franco-belga è Odette Toulemonde, dal nome della protagonista: un’Amélie Poullain con vent’anni in più, una casa più kitch ma altrettanta poesia. Consigliatomi da Sole in uno slancio incredibile del suo fantastico inconscio. E questa la può capire soltanto lei, temo.

27 Weddings. Semplicemente perché ho l’età della protagonista, perché sta per iniziare anche per me l’epoca d’oro degli inviti ai matrimoni e perché anch’io, come lei e come moltissimi di noi, credo, faccio una fatica incredibile a dire “no“. Ancora con la sindrome della brava bambina che deve sempre dire sì dal momento in cui scopre che, anche se è frustrante, sentirsi “brava” dà anche un certo piacere. A discapito della propria integrità psico-fisica, magari. Ma si tratta di un concetto facile da capire ma quasi impossibile da agire. Almeno per me.

Buona visione, se vi capita :)

10 blog che

Gioia e ispirazione: leggere che xlthlx prova gioia e ispirazione leggendo il mio blog mi ha… No, anzi: la sensazione di piacere è privata ed esclusiva, pertanto non la descriverò.

Si tratta di un meme, già già.

Ci sono tanti blog che leggo e che mi guardo bene dall’inserire nel blogroll - aggiornato probabilmente all’estate scorsa, ora che ci penso. Ci sono tanti blog che, in questi giorni di lavoro frenetico e scadenze scadute ancora prima di iniziare, stanno vivendo senza che io ne possa essere partecipe. Post che mi dispiace di avere lì, nel lettore feed, tutti blu perché non letti e accavallati gli uni agli altri.

Ed è nell’ordine in cui compaiono nel lettore che elencherò i 10 che ho scelto. Alfabetico per nome del blog, immagino. E trascurerò quelli in lingue diverse dall’italiano e quelli che ho già citato nel blogroll qui a lato - un qualche criterio dovrò pur inventarmelo, se devo fare una selezione. O no?

C’è Isadora, che ultimamente però scrive molto poco - e allora mi consolo facendomi ispirare informaticamente dall’altro suo blog su come usare wordpress.com.

C’è blogdegradabile, scoperto grazie ad Anobii, dove trovo ispirazione per leggere e spesso mi capita di perdere un po’ le staffe - niente come i libri per tirare fuori il mio lato più appassionato.

Brezza di lago - tanto che, quando ho letto che era stata al BarCamp di Torino e io no, mi sono morsa un labbro dalla stizza. E il nome del blog è così bello ed evocativo che ogni volta in cui lo leggo sento una carezza comasca tra i capelli.

Casaizzo, perché l’autore scrive molto bene e riesce sempre a strapparmi un sorriso - anche se a volte è piuttosto intriso di malinconia.

Catepol: una miniera di informazioni e, di conseguenza, di ispirazione.

C’è Diario semistupido, e non soltanto per l’affinità di interessi.

Gli studenti di oggi, dove vivo una vita lavorativa che avrei potuto scegliere e dalla quale, invece, sono fuggita appena ne ho avuto l’occasione.

La mia isola che non c’è: basta il titolo, no? C’è davvero tanta gioia, qui.

Made in Italy: acuto, intelligente, stimolante, spiritoso - e dal vivo l’autore è mille volte meglio, fidatevi ;)

Il secondo piano di Catriona Potts, perché mi fa sbellicare dalle risate e, soprattutto, mi fa sentire meno sola in un mondo popolato (in gran parte) da pazzi scatenati.

E poi ci sono i soliti noti, quelli del blogroll: gli amici reali e gli amici virtuali, persone che probabilmente non conoscerò mai perché abitano dall’altra parte del mondo e altre che, ciononostante, ho conosciuto di persona come Peter Woit di Not even wrong - il mio piccolo oblò su una vita che ho scelto, un po’ per caso e un po’ per necessità, di non vivere più. Nemmeno nel mondo della fantasia.

“Quella” fase della mia vita

Lo sapevo.

Sto per compiere trent’anni - e sono contentissima, perché i 29, oltre a non essere un granché dal punto di vista numerico, non lo sono stati nemmeno sotto tutti gli altri aspetti. La mia esperienza insegna che i numeri primi non sono mai stati anni particolarmente felici dal punto di vista sentimentale - i quadrati perfetti sono andati alla grande, per contro; ma di aspettare sino ai 36 non è che abbia proprio tutta questa voglia!

Sono quasi due anni che non esco con nessuno - e mi sto godendo tutte le sfaccettature della libertà che questa condizione comporta, implica e sopporta: le limature degli effetti collaterali di ogni singola relazione imbastita (o non imbastita, perché anche quelle contano) da quando ancora non avevo l’età per bere alcolici, lo spaziotempo occupato e occupabile unicamente secondo la volontà della sottoscritta, la tristezza che a volte mi assale quando prendo atto di non essere unica e insostituibile per nessuno che non sia mio consanguineo.

E sto scivolando inesorabilmente, come una massa m lungo il piano inclinato che mi ossessionava nei primi mesi all’università, verso quella” fase della mia vita.

Quella in cui esco con coppie, coppie, coppie e soltanto coppie. E se non sono coppie sono mezze-coppie il cui complemento è rimasto a casa perché in preda all’influenza intestinale - l’unica cosa che, a quanto pare, sia in grado di separare i membri di una coppia di miei coetanei. Perché chiaramente le coppie tendono a selezionare, nel corso del tempo, le proprie frequentazioni riducendole ad altre coppie e a una manciata di amici non accoppiati - che solitamente incontrano in separata sede o comunque non coinvolgono mai nella stessa serata a meno che si tratti di soggetti chiaramente non suscettibili di diventare a loro volta una coppia. E perché questo succeda mi è più oscuro dei misteri di Fatima, per inciso.

Quella in cui quando vedo dei bambini per strada mi produco in sorrisi radiosi e gridolini di entusiasmo che neanche mi stesse passando accanto con sguardo invitante uno dei mie due Colin preferiti.

Quella in cui continuo a rimandare il momento in cui andare a far visita alla mia collega che ha appena avuto un bimbo e, nel momento in cui la vedo, in lontananza, spingere una carrozzina, mi viene voglia di fuggire via. E quando reprimo l’istino infantile (per l’appunto) e le vado incontro, capisco fino in fondo il perché di tutte quelle scuse accampate nel corso delle settimane.

Sole sostiene che quella fase sia in verità incominciata nel primo momento in cui mi sono accorta che altri avevano ciò che io avrei voluto ma non possedevo: il ciuccio con il sonaglietto, la villa di campagna di Barbie, il quaderno della Naj Oleari, qualcuno che mi chiedesse “Ti vuoi mettere con me?” - o, per essere più realisti, qualcuno che mi dicesse “Il mio amico vorrebbe sapere se ti vuoi mettere con lui”… E a ben pensare, ruolo invece nel quale mi sono trovata più di una volta nel corso delle scuole medie, un’amica che ti venisse a sussurrare con un misto di reverenza e invidia: “L’amico di Belloeimpossibile mi ha detto che lui gli ha chiesto di chiedermi di chiederti se ti vuoi mettere con lui”.

Non mi sento di darle torto; l’invidia, il desiderio di possesso, la nostalgia causata da un’assenza: sono tutte caratteristiche della condizione umana fin dal momento della nascita.

Il fatto è che non pensavo quella fase avrebbe mai avuto luogo. E invece, eccola lì: non è ancora iniziata, ma si intravede chiaramente di lontano, come un esercito che avanza, inesorabile.

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It wasn’t a date (was it?)

Lunedì scorso, per me, è stato un giorno di vacanza pura e semplice; al contrario di martedì e mercoledì, in cui ho avuto appuntamenti di lavoro incredibilmente faticosi ma non particolarmente coerenti rispetto a questo post, lunedì era libero di impegni di qualsiasi genere.

Proprio l’occasione giusta per trascorrere due ore a girovagare per una pinacoteca già visitata più e più volte, in passato, con in mano guide turistiche, con sulle orecchie cuffie di audioguide e con in testa brandelli di saggi di storia dell’arte. La libertà, pertanto, di passeggiare tra le sale fermandomi soltanto davanti ai quadri che attiravano la mia attenzione anche se di artisti ignoti ai più; la libertà di fermarmi circa quaranti minuti davanti a un olio di Van Eyck e, due sale dopo, snobbare dei girasoli di Van Gogh perché tanto dopo aver visto questo non c’è storia; la malinconia agrodolce suscitata da Vermeer, in omaggio alla scommessa fatta tanti anni fa con il mio ex fidanzato di riuscire a vedere, nell’arco della nostra vita, tutti i 34 o 35 dipinti di quello che è uno dei miei [dei nostri] pittori preferiti.

L’occasione giusta per bighellonare in un negozio di vestiti tutto sommato più brutti di quelli che trovo in Italia oltre che decisamente più cari, soltanto per avere poi meno tempo da trascorrere in libreria - perché il conto in banca rosseggia ma nonostante ciò ci sono tentazioni alle quali non sono in grado di resistere.

E l’occasione giusta per incontrare un amico che conosco dagli anni delle scuole medie e che ho continuato a incrociare nei corridoi del liceo; una persona trasversale a più di metà della mia esistenza che, tuttavia, non ho mai frequentato se non in quelle rare occasioni in cui ci trovavamo a trascorrere qualche giorno di vacanza nello stesso periodo e nello stesso luogo.

Se però, da un lato, le pinacoteche non fanno altro che rispettare i propri orari di apertura e chiusura, le persone hanno una vita sociale, lavorativa e, a volte, anche segreta: tutte cose che richiedono comunicazioni preventive nel caso in cui tali persone si vogliano o possano incontrare in un lasso di tempo delimitato. Il giorno in cui sono atterrrata, pertanto, ho mandato a quest’amico un sms per fargli sapere che lo avrei incontrato volentieri il pomeriggio o la prima parte di serata di lunedì – prima, cioè, che Sole tornasse a casa dal lavoro intorno alle 23.

Le quattro sembrava a entrambi un orario ragionevole per incontrarsi e, proprio perché un lunedì non è normalmente un giorno di vacanza, ho lasciato decidere a lui il luogo e i tempi.

Quando, con ancora impressi sulla retina i rossi di Hans Memling, mi sono trovata a fronteggiare manufatti artistici della seconda metà del novecento con i capelli disastrati (raccolti in una treccia tenuta insieme da una matita Ikea recuperata miracolosamente in borsa) e un piumino più adatto a un’escursione al polo nord che a una galleria di arte contemporanea, tuttavia, mi sono sentita un po’ fuori tempo, fuori luogo e fuori contesto.

Avrei voluto aver almeno riletto una volta quel volumetto sul dadaismo, essermi fatta uno shampoo (e magari anche un impacco lucidante) venti minuti prima e, soprattutto, indossare un microscopico cappottino a delineare una silhouette già definitivamente approvata dalla mia dietologa. In assenza di tutte queste cose, superato il primo momento di frustrazione e liberatami del senso di inadeguatezza, mi sono limitata a godermi la mostra – apprezzando in particolare una scatola di sigari ricoperta di molle chiamata It’s Springtime.

Il fatto è che ci sono uomini che non hanno mai fatto parte del mio carnet sentimentale: quelli che al ristorante ti chiedono cosa vuoi mangiare per essere loro a comunicarlo al momento delle ordinazioni; quelli che sono sempre vestiti nel modo giusto per l’occasione giusta e che, non so se ciò nonostante oppure proprio di conseguenza, ti fanno sentire bene anche se sei conciata nel modo meno consono possibile; quelli che sanno sempre e comunque dove andare nel momento in cui ti viene voglia di bere un caffé, un te o addirittura un improbabile liquore di bacche giamaicane e, immancabilmente, il luogo in cui servono ciò che tu desideri è incredibilmente bello e accogliente, per non parlare del fatto che la lunghezza del percorso per raggiungerlo è direttamente proporzionale alla comodità delle tue scarpe e inversamente proporzionale al livello di stanchezza; quelli che, addirittura, ti consigliano la strada da fare per raggiungere un posto perché da quel tratto si gode di una vista mozzafiato sulla città o, in alternativa, c’è uno scorcio architettonico così incantevole che ti chiedi come sia possibile tu non l’abbia mai notato prima. Quelli che, maledizione a loro, si ricordano di tutte le minuzie che hai detto sette mesi prima e te le restituiscono per innescare una lite senza fine o, al contrario, per farti sentire la persona più ricca di spunti e contenuti interessanti che abbiano mai incontrato nella loro vita.

E lo fanno con tutti e con tutte, e tu non soltanto lo intuisci, ma lo sai; ne sei perfettamente consapevole perché tali comportamenti sono frutto dell’educazione ricevuta e di abitudini acquisite con il tempo e l’esperienza: non possono essere semplicemente innati – non se presenti tutti insieme contemporaneamente nella stessa persona, per lo meno. Anche se, a voler proprio essere precisi, un assaggio di tutto questo era già presente quando la persona in questione ancora non aveva l’età per guidare un’automobile, ma tu eri forse troppo inesperta per renderti conto del fatto che nel resto della tua vita avresti sempre incontrato qualcos’altro, perché di qualcos’altro saresti sempre andata alla ricerca.

E ti chiedi come sia possibile che questi uomini, nonostante l’assoluta – se non addirittura esplicitamente dichiarata - assenza di esclusività, riescano a farti sentire un’eletta.

Ed è di questo che si tratta: accompagnarmi per una mostra che mi sarei pentita di non essere riuscita a vedere; portarmi a cena in un posto da cui per quasi tre ore ho ammirato il panorama che, da quando lo scoprii per la prima volta tanti anni fa (e da dieci piani più in basso), mi riempie il cuore di gioia più di qualsiasi altro; non riempirmi di complimenti, ma dosarli nella quantità, nel tono, nel modo e soprattutto nei contenuti giusti; farmi sentire investita dell’unica responsabilità di assaporare il cibo, il vino e la conversazione senza dovermi (pre)occupare di nient’altro se non di impostare la modalità comportamento da tenere in ristorante chic maneggiando posate e bicchieri; e ancora e ancora e ancora.

Ma, per quanto scrivevo prima, era in me sempre presente un sottofondo di consapevolezza relativa al fatto che io non ero necessariamente IO, quanto piuttosto la persona con la quale si accompagnava quella particolare sera (e, se proprio devo raccontarla tutta, anche il pomeriggio del giorno dopo e di quello dopo ancora, ma questa è un’altra storia in cui la parte del leone la fa la migliore torta di mele che abbia mangiato in vita mia. Però la prossima settimana io ho appuntamento con la dietologa, quindi faccio finta che non sia successo).

E poi, in fondo, non stavamo facendo altro che una simpatica rimpatriata tra compagni di scuola: pettegolezzi su antiche conoscenze comuni, una spruzzata di ricordi e qualche commento sulle coppie sedute nei tavoli accanto.

Checché ne pensi e ne dica Sole, non si trattava mica di un appuntamento galante.

Vero?

Aggiungi un posto a tavola?

Vivendo da sola, sono ovviamente abituata a cenare da sola. Ogni tanto invito a cena Mascalzone Latino e, tutte le volte, sono terrorizzata dal suo giudizio perché è un ottimo cuoco e, soprattutto, è abbastanza nevrotico da essere fissato sulla qualità di alcuni prodotti. Devo ammettere che, da quando sono a dieta (e sono ormai più di quaranta giorni), è stato abbastanza carino e affettuoso da accettare i miei inviti nonostante il cibo si riduca a un piatto di pasta con sugo di verdure e tantissima insalata - alcolici banditi, anche perché l’alcol che tengo in casa di questi tempi è dell’orrenda birra comprata alla Lidl, del rum cubano che mal si sposa con il suddetto menu e del vino che riservo per tempi migliori.

Stasera, viceversa, mi va di lusso, perché ho invitato a cena Scassaritratti la quale - purtroppo per lei ma fortunatamente per me - deve mangiare “in bianco”: potrò dunque propinarle il mio cavallo di battaglia dietetico, composto di arrosto di tacchino, insalata mista e verdure bollite. Che fantastico venerdì, vero?

E comunque. Accetto l’invito di Fra a comporre “10 accoppiamenti di cibi che nella vostra mente, palato, stanno bene insieme, che si completano, che si esaltano, che si stimolano, che uno da solo sì, ma con l’altro rasenta la perfezione!”, in attesa di tempi migliori non soltanto da un punto di vista alimentare.

Dato che queste cose vanno rilanciate, scelgo per l’occasione persone di cui, in un modo o nell’altro,  ho già avuto modo di leggere post culinari: Elena, Catepol, Isa e Noemi. E aggiungo un ometto perché pare che oggi sia il suo compleanno :)

Inizierei con tzaziki (salsa di yogurt, aglio e cetrioli), baba ganoush (salsa di semi di sesamo con le melanzane) e pane di vario tipo.

Come prima portata, preferisco in realtà la versione piatto unico: couscous con carne tritata e un sugo di verdure piccante molto speziato. Di contorno, insalata di spinaci, arance e chicchi di melograno.

Anche in condizioni normali non mangerei molto più di così; tuttavia, voglio lanciarmi e aggiungere un plateau di formaggi locali e non: fontina valdostana, tome di capra, gorgonzola, camembert e chi più ne ha più ne metta. Come accompagnamento, pane alle noci, pane alle olive, pane alle verdure e grissini ricoperti di semi di sesamo; il tutto unito a gelatine di frutta, miele, cugnà (mosto di uva e frutta secca, mi pare) e noci da sgusciare al momento.

Dimenticavo: sulla tavola, sempre presente una bottiglia di vino rosso. Possibilmente, l’occasione giusta per stappare il barolo del ‘99 che mi regalarono per il mio compleanno.

Poi verrebbe il dessert. Ma il dessert, per me, non è semplicemente il dulcis che sta in fundo. E’ un modus vivendi, una ars amandi, un chi più ne ha più ne metta.

Il dessert lo porta a sorpresa l’ospite, pertanto. Con la speranza che la sua scelta mi faccia rimpiangere tutte le volte in cui ho scelto invece di mangiare da sola e di non aprirmi al mondo quel tanto che basta da farmi venir voglia di aggiungere un posto alla mia tavola.

Buoni propositi per il 2008 - e per tutti gli anni a venire

Mi metterò a dieta. Non (credo che) smetterò di fumare. Lavorerò meno ore ma meglio. …… Ma a voi, tuttosommato, che ve ne frega?

Ecco: ho deciso che il primo buon proposito deve essere proprio quello di stilare una lista che vorrei fosse di pubblica utilità - o quantomeno di pubblica ispirazione. L’ho divisa in due, perché così è più facile: il discrimine è tra un passato che si vorrebbe non si ripetesse più e un passato (anche soltanto immaginato) che invece è auspicabile si ripeta con sempre maggior frequenza. Superfluo sottolineare che è tutto vero - ossia gli episodi riportati mi sono stati riferiti da fonti attendibili oppure li ho vissuti in prima persona (se è superfluo, perché l’ho sottolineato? Mah, astuzia retorica, credo). Chiunque abbia qualcosa da aggiungere, è caldamente invitato a farlo.

Buona lettura e buon anno a tutti :)

Cose che non devono più succedere

Incontrare, in una città straniera, un ragazzo italiano nel nuovo posto di lavoro, trovarlo carino e simpatico e provare il desiderio di conoscerlo meglio; capitata “per caso” accanto a lui durante una pausa, chiedergli da quanto tempo si trova lì e sentirlo pronunciare le seguenti parole: “Da sei anni; ero venuto qui per farmi prete ma poi ho cambiato idea.” Come se non bastasse, appena ci si è ripresi dallo shock, scoprire che fortunatamente il celibato non gli interessa, ma che sfortunatamente sta insieme a una donna che ha 15, intendo proprio quindici anni più di lui. Game over.

Essere reduce da un’operazione ai denti talmente dolorosa che ti impedisce di parlare, trovare un amico compiacente che nonostante il tuo mutismo e il volto tumefatto ti accompagna al cinema e, una volta entrata in sala, incontrare il tuo ex fidanzato che non rivedi da anni se non con accanto una specie di fotomodella estone e, nonostante questa volta sia da solo e stranamente desideroso di fare conversazione con te, non poter pronunciare una parola.

Invitare una persona a cena e sentirsi rispondere, dopo un attimo di esitazione e dopo che un velo di terrore le ha coperto lo sguardo: “No, mi dispiace, stasera proprio non posso. Devo leggere”. Giuro, è successo davvero.

Essere a letto con il proprio partner, fargli o farle inequivocabili avances erotiche e ricevere, come unica replica monotòna: “Dai, aspetta almeno che abbia finito il capitolo”. PS Confesso che questa scusa io, in passato, l’ho usata più di una volta; giunta però all’età della ragione mi sono resa conto che un classico “No, dai, ho mal di testa” è molto più dignitoso. Per entrambi.

Pare che in un certo ambiente pseudo intellettuale (quello che, a quanto pare, frequento io) quello della lettura sia un tema quasi abusato nei contesti sentimental-improbabili; una ragazza incontrata per caso l’altra sera mi ha infatti raccontato che il suo ultimo ragazzo l’ha scaricata pronunciando le seguenti parole: “Mi dispiace, ma la nostra storia deve finire. Non ho più il tempo di leggere come facevo una volta.”

E’ un’occasione speciale per te e per il tuo fidanzato; non un partner occasionale, dunque, ma proprio la persona che sostiene di amarti. Potrebbe essere l’anniversario, oppure il suo compleanno. E comunque. Dopo ore di tentennamenti e un discreto esborso economico, ti presenti nel momento topico con una guepiére nera e le calze - non le autoreggenti, quelle oramai le portano tutti anche quando vanno in visita ai parenti anziani: proprio le calze-calze, quelle che necessitano di una giarrettiera per stare su. Passano pochi secondi intrisi di imbarazzo e di attesa speranzosa, finché non senti la voce della tua dolce metà pronunciare la frase che nessuna donna vorrebbe mai sentire rivolgersi, men che meno in un’occasione anche soltanto vagamente simile a questa: “Ma cosa diavolo ti sei messa?”

Il ragazzo con cui stai da circa sei anni, finalmente, comincia a dare segni di voler concretizzare il vostro rapporto: si ferma a dormire da te anche dopo la partita di calcio/tennis/briscola con gli amici, non trovi più la sua biancheria che misteriosamente occhieggia dal cesto dei panni sporchi, quando siete insieme a estranei (per te, ma non per lui) non ti presenta più con il semplice nome, ma proprio come la sua fidanzata. Finché non arriva il grande momento: ti chiede di andare a convivere. Ma te lo chiede via sms.

Cose che invece dovrebbero succedere più spesso

Un ragazzo che, dopo aver finito di sparecchiare la tavola avendoti impedito di aiutarlo, ti bacia, ti solleva tra le sue braccia e ti porta su per una scala ripida nella sua stanza da letto al primo piano. Il seguito della scena può variare a seconda dei gusti personali. E’ più facile, credo, se lui ha ventidue anni e tu pesi meno di sessanta chili; forse con lui ultra-trentenne e lei… leggermente formosetta :) è un po’ più complicato, ma personalmente mi acconterei, nel medesimo contesto, anche di un brevissimo percorso in piano tra il tavolo e la poltrona - tanto per scongiurare eventuali colpi della strega ;)

Qualcuno che ti porta la colazione a letto - anche se, lo confesso, io detesto fare colazione a letto perché sono una grande pasticciona e sbriciolo dappertutto anche se mangio soltanto uno yogurt. Ora che ci penso, va benissimo anche qualcuno che a letto si limita a portarti il caffé. Mmm. No, il caffé lo preferisco dopo aver mangiato qualcosa. Come la mettiamo? Ah, ecco: qualcuno che a letto porta se stesso, ma soltanto dopo aver preparato una colazione da hotel a cinque stelle - da consumarsi quando e dove si preferisce. Insomma, una persona gentile, generosa e a cui piace cucinare può essere più che sufficiente ;)

Essere a casa un venerdì sera di inizio estate, ripetendosi che, se non siamo usciti, non è perché non avessimo nessuno con cui farlo, ma perché avevamo davvero una grandissima voglia di trascorrere una serata da soli a riordinare la libreria. Proprio mentre siamo immersi nell’appassionante lettura di Artusi, Pellegrino; “Le ricette” di, sentire il citofono che suona e scoprire che l’unica persona che nel pomeriggio ci eravamo dimenticati di chiamare per elemosinare una birra inseme dopo cena (ops!) è passata inaspettatamente a farci visita con una bottiglia del nostro liquore preferito.

Un “primo bacio” in cui si evita la sequenza: prima ti prendo la mano, poi te la accarezzo nervosamente con il pollice tanto per essere sicuro che se anche mi vuoi schiaffeggiare almeno un braccio ce l’hai bloccato, infine mi avvicino quel tanto che basta per farti capire che se vuoi che un primo bacio ci sia l’iniziativa la devi prendere tu. Anche perché se un braccio è bloccato la fisica ci insegna che l’altro può agire con forza ancora maggiore, per non menzionare il fatto che se mi lascio prendere la mano (sospirando tra me e me, d’accordo) è perché in realtà sto metaforicamente urlando a gran voce: “cosa diavolo stai aspettando? un invito stampato con tanto di R.S.V.P.???”. E comunque. Cosa che dovrebbe succedere: un “primo bacio” in cui lui ti prenda il viso tra le mani e ti guardi con intensità (possibilmente!) prima di agire con slancio e decisione. Variante sul tema, preferita dalla mia amica Sole: “primo bacio” in cui lui le metta una mano dietro la nuca e agisca poi con slancio e decisione; evitare nervosi accarezzamenti di mano preliminari anche in quel caso, pliiiiiiz.

Scoprire che si è ancora in grado di scrivere qualcosa che va oltre il riassunto dell’ultima riunione per il progetto “Festival della polenta concia tra tradizione e rinnovamento”; qualcosa che non richiede l’uso di Mathematica o di estensioni di Latex dai nomi astrusi per essere redatto; qualcosa che non dovrà poi essere trasformato in un succinto ed efficace powerpoint; qualcosa in cui nessuno che legge ti suggerirà di “condire il tutto” con termini finto-inglesi come assertivo, proattivo, fundraising, management o peggio ancora brandizzazione. Scoprire che questo qualcosa che scrivi, come se non bastasse, riceve le attenzioni di altre persone e ti permette di conoscerle un poco. Ah, ma che scema sono: questo è già successo, è questo blog.

D’accordo, la cosa che deve succedere allora è la seguente: riscoprirlo ogni giorno, e stupirsene sempre con la stessa meraviglia della prima volta.

Il Newton Day - ma siamo davvero sicuri?

Ero entusiasta, dopo aver letto la proposta di Richard Dawkins di celebrare il 25 dicembre come il Newton Day (via).

Mi sembrava un’idea semplicemente geniale e stavo per mandare sms di sensibilizzazione a tutti i nomi della rubrica del cellulare di lavoro e addirittura di quello privato. Sarebbe arrivato anche al mio elettricista, ora che ci penso; ma in fondo perché escluderlo? Finalmente una valida alternativa al Natale. Finalmente un nome degno di rispetto - e un faccione da fare invidia al Santa Claus della cocacola. E poi.

Poi ho scelto di passare un 24 dicembre con i miei compagni di università. Che sono miei amici, ci tengo a sottolinearlo: perché se li chiamo i miei compagni di università, i miei compagni di università si arrabbiano - e in effetti con la maggior parte di loro non ho mai seguito neanche un corso; anche i miei colleghi a volte fanno delle facce brutte quando uso in loro presenza fuori dal contesto lavorativo l’espressione i miei colleghi: sono a prendere un aperitivo con i miei colleghi; ti richiamo più tardi, sono con una mia collega; vieni anche tu stasera a cena da un mio collega?

Probabilmente non è bello che io inserisca le persone in categorie. Capisco che si arrabbino, o comunque ci rimangano male. Un anno e mezzo fa c’erano anche i miei amici del ballo (con cui facevo lezioni di salsa), e prima ancora, durante l’università, i miei compagni di liceo.

Ora che ci rifletto, probabilmente è dovuto al fatto che ho sempre frequentato gruppi di persone che in comune avevano ben poco oltre al fatto di conoscere me. Ma non era di questo che volevo scrivere, oggi.

Era la vigilia di Natale: sono uscita da casa dei miei e sono entrata nella nebbia, che la mattina dopo si poteva ancora respirare. L’unico locale aperto in tutta la città era un posto con la sala fumatori - peccato che il raffreddore tremendo sopraggiunto giusto il primo giorno di vacanza rendesse fumare un’attività piuttosto dolorosa e ben poco gratificante. E comunque.

Ho aspettato che l’atmosfera si scaldasse un po’: che tutti raccontassero le torture a cui i vari parenti li avrebbero sottoposti l’indomani; che ci fosse il tempo per lamentarsi dell’assenza di significato della corsa ai regali per il figlio del fratello del convivente della madre di cui a mala pena si conosce il nome; che Andrea rischiasse di farmi slogare la mandibola a forza di ridere durante il racconto del pranzo con i parenti della fidanzata; che eccetera eccetera eccetera. E ho preso un bel respiro, che con ’sto raffreddore non è stato affatto facile: “Ragazzi, ma io ho la soluzione! Anzi, non ce l’ho io, ce l’ha Richard Dawkins. Basta con il Natale e tutta la frenesia consumistica che ci rende depressi. Dedichiamo questo giorno a un personaggio veramente importante che ci ricordi davvero cose belle e importanti per la storia degli esseri umani. Il 25 dicembre è il compleanno di Isaac Newton: facciamolo diventare il Newton Day!”

Mi aspettavo non dico urla di giubilo (sarebbe eccessivo) ma un po’ di entusiasmo… be’, un po’ di entusiasmo sì, se non me lo aspettavo almeno ci speravo. Invece ho fatto una (ri)scoperta terribile: Newton era un uomo tremendo.

Per la serie Forse non tutti sanno che, la prima grande lite della sua carriera accademica fu con l’astronomo John Flamsteed, il quale gli aveva fornito una gran mole di dati necessari per la pubblicazione dei Principia Mathematica ma, in un secondo tempo, si era rifiutato di comunicargliene altri. Isaac cercò di costringerlo a pubblicarli, coinvolgendo nella lite addirittura Edmond Halley (lo stesso della cometa) e, avendo perso la causa legale poi intentata dall’astronomo, si “limitò” a cancellare dalla successiva edizione dei Principia ogni riferimento al lavoro di Flamsteed - comunque passato agli onori della storia come autore di un celeberrimo catalogo stellare.

Probabilmente più famosa è invece la “disputa Leibniz-Newton” sulla paternità della scoperta del calcolo infinitesimale: il filosofo tedesco aveva infatti pubblicato i propri risultati molto tempo prima dell’inglese - scatenandone l’ira funesta (da fare invidia al Pelide Achille!).

Quello che non conoscevo prima che me lo raccontasse un Andrea schifatissimo dalla mia proposta, però, era il seguente aneddoto. Si racconta che, alla morte di Leibniz (avvenuta a causa di un attacco di cuore), Newton confessò al proprio medico: “mi dispiace di non essere riuscito a distruggere la sua reputazione, ma almeno sono riuscito a spaccargli il cuore”.

No comment… Mi sa che alla fin fine Babbo Natale non è poi così brutto come lo dipingono.

E tutto questo mi fa ricordare che non dovremmo mai dimenticare di separare nettamente gli esseri umani dalle loro opere: il cuore e la testa infatti, anche in questo come in migliaia di altri casi, sembrano quasi appartenere a due persone distinte e molto, molto diverse tra loro.


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