Archivio per la categoria 'alchimia'

E mi si scalda il cuore

Stavo aiutando mia madre ad apparecchiare la tavola e si affacciavano alla mente cupi pensieri, incoraggiati da Françoise Hardy. Il fatto che avrei trascorso la serata con Mascalzone Latino, tra l’altro, se da un lato mi rincuorava perché contentissima di vederlo e di andare a questo fantomatico spettacolo di etnotango (???), dall’altro mi faceva prefigurare discorsi sul tenore di “mois je vais seule” mentre “tous les garçons et les filles de mon age se promenent” eccetera eccetera. Poco da stare allegri, almeno per quanto riguarda il mio corrente atteggiamento nei confronti della possibilità di amare, essere amata o quantomeno incontrare qualcuno (abbassiamo sempre un po’ il tiro, ché non si sa mai).

E poi. Poi mia madre, colta dall’ispirazione, ha esclamato: “Ma te l’ho detto che c’è un nido sul balcone della sala?”. Un nido, proprio così. Un nido incassato tra le foglie d’edera e la ringhiera, un nido ubicato nella posizione più favorevole rispetto al moto (apparente, ok) del sole e ben riparato dal vento. Un nido su uno dei milioni di balconi di una città di quasi un milione di abitanti. Un nido.

Il nido contiene quattro uova di colore grigio pallido ed è bellissimo. Il nido, d’altra parte, era chiaramente, sconcertantemente abbandonato a se stesso nell’ora del crepuscolo.

Dieci minuti fa, finito di lavare i piatti, mia madre se ne è arrivata con l’aria di chi stava cospirando qualcosa di grosso. Nella mano, una minitorcia, e negli occhi uno sguardo curioso. “Chissà se il nido è davvero abbandonato oppure se, talvolta, i “genitori” delle uova se ne tornano a controllare. Anche perché mi chiedo cos’abbiano da fare gli uccellini tutto il giorno; insomma, mica devono timbrare il cartellino!”.

E così sono partita alla volta della scoperta del nido in situazione notturna: ho puntato la luce di sbieco tra le foglie d’edera, ed era lì. La mamma, tutta rannicchiata e con le ali spiegate a coprire la superficie lasciata scoperta dall’intreccio di rametti e foglie.

Ha ragione Jorge, il tizio che teneva il corso che ho seguito a Barcellona: “non le sue rappresentazioni, i discorsi su o le similitudini rispetto a. E’ l’oggetto, l’oggetto vero e proprio l’unica cosa che davvero emoziona noi esseri umani.” Jorge si riferiva a come allestire un museo, d’accordo.

Ma era da così tanto tempo che qualcosa non mi faceva scaldare il cuore così.

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Scarpe da ginnastica per tacchi a spillo

Nonostante il gentile appello di Miti’, la questione sollevata nel post precedente e’ rimasta senza troppe risposte.

Eppure. Eppure, come mi ha appena ricordato Sole, la nostra serata di sabato e’ stata illuminata da una scena che neppure il primo bacio la cui vista abbiamo rubato un’ora fa sullo sfondo di Trafalgar Square e’ in grado di eguagliare in quanto a commozione + trasporto + (lo ammetto) profonda invidia.

Un uomo non piu’ nei trenta, e forse anche oltre i quaranta, passeggiava verso Piccadilly Circus con sulle spalle la compagna, all’incirca della stessa eta’ e non proprio definibile un’emule di Kate Moss.

Ridevano entrambi con gusto e con gioia, tanto da correre il rischio di precipitare lungo distesi per terra. Ridevano, e lei aveva i piedi scalzi.

I suoi sandali tacco quindici, presenza incombente non soltanto per la lunghezza dello stiletto, erano una macchia di colore contro l’abito chiaro di lui, che li teneva amorevolmente tra le mani.

La sindrome di Candy Candy

Quando mi interrogo sui motivi per cui sono fatta in un certo modo - il modo che, tra le altre cose, mi ha portato a scegliere proprio questo soprannome - mi vengono in mente almeno tre personaggi femminili (e relative vicende) che hanno segnato la mia infanzia. E capisco tante cose.

Il primo, Candy Candy, è entrato nella mia vita prima ancora che iniziassi ad andare a scuola; Rossella O’Hara, se non ricordo male, l’ho conosciuta invece tra la prima e la seconda elementare e, poco dopo aver compiuto otto anni, ho finalmente incontrato Catherine Earnshaw e le sue amate e odiate (odiamate?) Cime tempestose. Già che ci sono, colgo l’occasione per liberarmi di un senso di colpa che mi perseguita ormai da troppo tempo: quando avevo 14 anni e sono andata in vacanza studio in Inghilterra, ho rubato una copia di Wuthering Heights dalla biblioteca del college che mi ospitava. Ecco: l’ho confessato. E mi sento molto meglio.

In effetti, credo che dopo la sindrome di Stoccolma, la sindrome di Stendhal e chi più ne ha più ne metta, il mio problema potrebbe addirittura avere un nome clinico: ecco a voi la sindrome di Candy Candy*.

Come probabilmente la maggior parte di voi sa, la storia di Candy Candy è caratterizzata dall’altalenarsi dell’amore per due uomini: il biondo Anthony, noto anche come il principe della collina e gran suonatore di cornamusa, e il bruno Terence, attore consumato che per molto tempo è anche consumato dal dolore per dover scegliere tra Candy e la fidanzata Susanna (che per salvargli la vita ha perso una gamba).

Dal momento che il biondo Anthony, passato alla storia per aver pronunciato la mitica frase che ogni donna avrebbe il diritto di sentirsi rivolgere almeno una volta nella vita (”Sei più bella quando ridi che quando piangi” - mi spiace ma il video l’ho trovato soltanto in francese), passa ben presto a miglior vita, Terence regnerà incontrastato per quasi tutto il resto della serie; la serie, tuttavia, si concluderà con un “recupero” di Anthony tramite la figura di Albert, che per inciso è anche il vero principe della collina.

Anthony/Albert, nell’immaginario collettivo, è l’archetipo del bravo ragazzo: buono, generoso, affidabile, affettuoso, ricco di valori; è il vero e unico marito ideale, il compagno di vita che tutte vorrebbero avere - almeno in teoria, come spiegherò meglio tra poco.

Terence, per contro, racchiude in sé tutte le caratteristiche del bel tenebroso: sfuggente, ombroso, inquieto, problematico. Non necessariamente amorale o cattivo; Terence stesso è, in fondo in fondo, una bravissima persona. Ma tenebroso lo è, questo sì. E fa soffrire Candy da morire, e così facendo si rende indimenticabile - se non siete convinti, guardate qui; attenzione, però, se siete emotivamente instabili come la sottoscritta, potrebbero venirvi le lacrime agli occhi ;)

La sindrome di Candy Candy affligge quelle donne che, consapevoli del fatto che il bravo ragazzo è il compagno di vita ideale, fuggono dal bel tenebroso che fa battere loro il cuore. Le stesse donne, tipicamente, dopo un tempo più o meno breve cominciano a interrogarsi ossessivamente sul perché non soltanto non abbiano dimenticato il bel tenebroso, ma siano perseguitate dal suo ricordo e, soprattutto, da quello che potrebbe essere stato.

Ma veniamo agli altri esempi, che potrebbero aiutare a chiarire le idee anche a quanti di cartoni animati non vogliono neppure sentir parlare.

Per gli appassionati di film, come spiegavo all’inizio, c’è Rossella O’Hara in Via col Vento, con Ashley versus Rett (Butler). A differenza di Candy, la volubile Rossella troppo tardi si rende conto di aver sempre creduto di amare l’uomo sbagliato: sposata al bel tenebroso, infatti, ha votato il suo cuore al (supposto) bravo ragazzo senza riuscire mai ad averlo tutto per sé; quando si accorge che, in realtà, il bel tenebroso Rett era l’unico uomo che davvero contasse qualcosa per lei, lui le dà la risposta che nessuna donna, nella propria vita, vorrebbe mai sentire pronunciare dalla voce dell’uomo che ama (e, più in generale, da nessuno): “Francamente, cara, me ne infischio” - che nell’originale “Frankly, my dear, I don’t give a damn” ferisce se possibile ancora più in profondità.

Nel caso di Rossella, la sindrome di Candy Candy agisce mischiando le carte in tavola: è Rett l’ideale compagno di strada, l’uomo che appoggia le tue scelte e ti sta vicino nel momento del bisogno, l’amante appassionato e quello che ti-capisce-davvero. Ashley non è altro che un bel tenebroso sotto mentite spoglie: sotto la parvenza dell’uomo perfetto, infatti, si nasconde un carattere debole e una personalità sfuggente. Forse è proprio l’essere sfuggente e inafferrabile a caratterizzare l’opposto dell’uomo ideale, a ben pensarci. L’arte del non concedersi - che pare proprio gli uomini, copiando le purittane, siano in grado di fare propria con notevole maestria.

E infine: Catherine Earnshaw in Cime Tempestose, il matrimonio con Edgar Linton e la passione totale e totalizzante per Heathcliff. Per inciso Heathcliff, in questo caso, non è esattamente un esempio di indiscussa moralità; la geniale Emily Bronte, tuttavia, provvede a un suo parziale riscatto che, non a caso, passa attraverso la perdita dell’oggetto d’amore.

Vorrei concludere, rendendomi conto di non aver poi espresso chissà quali concetti ma infischiandomene altamente, con una delle mie frasi preferite di ogni libro e di ogni tempo. E questo nonostante continui a essere convinta del fatto che, nei rapporti umani, l’elemento davvero essenziale non sia la somiglianza, ma la complementarietà. E’ colpa del fatto che a otto anni conosci soltanto la vita raccontata nei libri o nei film o nei cartoni animati ma, allo stesso tempo, è proprio allora che cominci a formarti un’idea su ciò che è importante e ciò che non lo è.

[Heathcliff] shall never know how I love him, and that, not because he’s handsome, Nelly, but because he’s more myself than I am. Whatever our souls are made of, his and mine are the same; and Linton’s and mine are as different as a moonbeam from lightening, or frost from fire.

Ora che ci penso, in fondo, probabilmente tutto questo post altro non era che uno stupido preambolo alla frase citata. E che - mi dispiace per i non anglomasticanti - non oserò tradurre. Ma potrete consolarvi con la colonna sonora:

* Il nome è mio, ma l’idea nasce da lunghe e ripetute conversazioni fatte proprio con Candi - d’altronde non l’avrei soprannominata così se non fosse una massima esperta di anime, manga e annessi e connessi.

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Il mio posto

Dove facciamo sedere le persone che entrano in casa nostra? Lo so, è una domanda un po’ strana – però a volte rifletto su cose davvero strane e in apparenza del tutto prive di significato. Forse anche per capire se davvero sono prive di significato. E quest’oggi mi sono trovata a riflettere sul tipo di scelta che compio, del tutto inconsapevolmente, ogni volta che qualcuno entra in casa mia.

Ora: casa mia è composta di una stanza più bagno più un balcone di un metro quadro spaccato – ricoperto di un tappeto di erba finta del quale sono particolarmente fiera. Una volta su questo balcone siamo stati addirittura in quattro, un po’ stipati; è vero che Api teneva in braccio la sua fidanzata, quindi forse, per amore di precisione, dovrei scrivere che eravamo in tre più uno, considerando un universo in tre dimensioni. Però Gerry, l’amico di Api, non è esattamente un tipo mingherlino. E comunque.

Vorrei premettere che, volente o nolente, il fatto di aver lavorato per parecchi mesi in un’elegante libreria del centro città, alcuni anni or sono, mi ha fatto imparare più nozioni del Galateo di quanto avrei voluto; in parte, ciò è dovuto al fatto che la titolare (La Signora) spesso riceveva visite di amiche e conoscenti del cosiddetto “beau monde” alla continua ricerca di doni per future cognate indesiderate e ritenute inadatte – e il Monsignor Della Casa, in attesa della ristampa di Donna Letizia, era considerato particolarmente utile nel tentativo di educare queste giovani donne. Di conseguenza, nelle lunghe mattinate di luglio in cui cercavo invano di convincere La Signora ad accendere l’aria condizionata, tra una spolverata e l’altra mi restava abbastanza tempo per scorrere divertita i consigli di tizio e caio su come essere la perfetta padrona di casa.
Tutto considerato, non credo che la scelta di far accomodare una persona da questa o da quell’altra parte del tavolo, su questa o quell’altra sedia o poltrona o parte del divano sia dovuta al caso. Né ai consigli di Barbara Ronchi della Rocca, se è per questo.

A latere: ho appena scoperto che Barbara RdR ha un blog (aggiornato al 2003!), ma mi rifiuto di citarlo esplicitamente - per chi fosse interessato, Google è più che sufficiente.

C’è sempre, in ogni ambiente, il posto d’elezione del padrone di casa, sia esso una poltrona o la sedia a capotavola o la parte del divano più vicina alla televisione o, ancora, il lato del letto dove poggia il cuscino. Quel posto in cui ti siedi, o ti accovacci, o ti sdrai quando sei da solo. Il luogo in cui passi la maggior parte del tempo trascorso all’interno delle mura che riconosci come casa. O anche il luogo a cui riservi un’attenzione particolare, che consacri ai momenti più importanti, o più tristi, o più felici. Io, addirittura, ho il posto preferito anche nelle case dei miei amici - quello che sanno che mi fa piacere mi riservino quando vado a trovarli.

Quando abitavo con i miei nella casa di Via delle Rane, ad esempio, il mio posto preferito era la sedia del tavolo della cucina in cui era solita, ai pasti, sedere mia madre. Lì seduta ho preparato diversi esami dell’università – nonostante le sedie di design comprate d’occasione non fossero altrettanto comode della poltrona anatomica di cui era dotata la mia spaziosa scrivania. Ed è lì che, quando pranzavamo da soli, facevo sedere chi mi venisse a trovare. Non è mai successo, ora che ci penso bene, che nessun ospite si sedesse a tavola al mio posto, almeno non con me presente.

E invece. In questa casa che è tutta contenuta in meno di trenta metri quadrati l’arredamento consiste di tre mobili, un paio di librerie, un letto, un tavolo e cinque sedie. Non c’è molta scelta per far sedere gli ospiti, dunque. Soprattutto considerando che, essendo il letto proprio sotto l’abbaino, è difficile anche soltanto non sbattere la testa quando suona la sveglia per la sesta o settima volta e decido che è giunto il momento di tornare al mondo reale.

Di solito, pertanto, io - come credo tutti - tendo a sedermi al mio posto: quel lato del tavolo in cui è consuetudine mi sistemi per mangiare, scrivere, o anche semplicemente fissare il vuoto. E gli altri si sistemano un po’ dove capita, spazio permettendo. Forse è inutile precisare che il numero massimo di persone che ho ospitato sinora contemporaneamente non è mai stato superiore al numero delle sedie. E’ pur vero, d’altronde, che non amavo avere tanta gente intorno tutta insieme neanche quando dividevo con i miei genitori quasi trecento metri quadri di appartamento.

Succede però che, in alcuni casi, faccia accomodare un ospite proprio dove io sono solita stare: e sono queste eccezioni a darmi da pensare. Perché non credo sia soltanto una questione di galateo. Non credo, in altri termini, che si tratti di una scelta subordinata al fatto di ritenere che dove io sono solita stare sia il luogo migliore e che, di conseguenza, semplicemente compia un atto di gentilezza nei confronti altrui. Non credo sia soltanto questo, almeno. Penso sia relativo a come vogliamo porci nei confronti degli altri. Penso che, se faccio sedere qualcuno nel luogo che di solito riservo (e dedico) a me stessa, è per fargli vedere il mondo – il mio mondo – con i miei stessi occhi.

Ecco tutto.

Dove gli uomini guardano le donne

I cubani guardano le donne. Tutti i cubani guardano tutte le donne - le eccezioni non sono ammesse.

Non si tratta soltanto di qualcosa che abbiamo riscontrato Candi, Peggy e io in quanto turiste che non fanno niente per nasconderlo (Peggy, ad esempio, era solita aggirarsi con un’enorme macchina fotografica appesa al collo e un cappellone azzurro sopra i capelli biondi, e mi si dica se questo non è il noumeno della turista fattosi persona fisica!). Ho avuto diverse occasioni di trascorrere anche ore di fila seduta in un ottimo punto di osservazione - in spiaggia all’ombra di una mangrovia o al tavolo di un bar sorseggiando bevande a base di rum (e adesso basta, non lo scrivo più!); ho girato Cuba dall’estremo est all’estremo ovest, passando per città e per paesi di duemila abitanti, per località turistiche e in luoghi in cui probabilmente noi eravamo i primi turisti nel senso moderno del termine; ho rispolverato il mio spagnolo attaccando bottone con ogni genere di persone, dal contadino-mandriano al cocotaxista al suonatore di maracas dell’hotel Inglaterra dell’Avana.

E’ una realtà: gli uomini cubani guardano le donne (cubane o no che siano, sembra importi poco), le squadrano dalla testa ai piedi e in molti casi fanno dei cosiddetti apprezzamenti tipo “Qué linda”, “Hola mujer” o il semplice “Psst” che sibilano i meno loquaci - tipicamente seduti in gruppetti sui gradini delle case.

I primi giorni, prima di prendere atto della realtà oggettiva, la cosa era abbastanza inquietante: in Italia (per non parlare del resto dell’Europa) non mi è mai successo di riscontrare niente del genere. D’accordo: a volte capita per strada che gruppi di uomini, proprio in quanto forti dell’essere in gruppo, ululino apprezzamenti non molto originali a gruppi di donne, o al limite a donne sole (ma è più raro); a volte capita, sempre per strada, che lo facciano anche uomini soli, ma si tratta di uomini - come esprimerlo in modo politicamente corretto? - con i quali non prenderesti mai neanche in considerazione l’idea di scambiare due parole, uomini ai quali non chiederesti informazioni, uomini che preferiresti fossero cancellati all’istante dalla faccia della terra e i cui supposti complimenti in realtà ti mortificano profondamente.

A Cuba le cose invece vanno un po’ diversamente. Il modo migliore con il quale posso descrivere la percezione che se ne ha (o che, comunque, ne ho avuto io) è il seguente: mai, neanche una volta, ho avuto paura. Neppure quando, una sera, mi è capitato di percorrere circa cinquecento metri da sola in una strada non illuminata e i commenti e i vari psst non si sono certo sprecati. Ho più paura, o comunque mi sento più a disagio, le volte in cui mi capita di tornare a casa da sola la sera - con tutto che abito a un isolato dalla piazza principale della mia città.

Sempre, quando giravamo in gruppo, gli uomini attaccavano sì discorso con noi, ma non con noi donne bensì con il fidanzato di Candi. Sempre, nei locali da ballo, gli uomini venivano a chiederci di ballare, però anche in questo caso il primo contatto era stabilito con il fidanzato di Candi; e se, in quel momento, lui era assente, era comunque interpellato al suo ritorno.

Un’unica volta mi è successo che un uomo (beh, un ragazzo che sarebbe forse più appropriato definire ragazzino, ma fa lo stesso) parlasse direttamente con me; durante una escursione in un parco naturale siamo stati accompagnati lungo il percorso da una guida - peraltro caratterizzato da una ostinata propensione al silenzio, del tutto insolita  per i cubani - e, sorpresi da un temporale, ci siamo riparati sotto il portico di una casa abbandonata insieme ad altri escursionisti. E lì abbiamo iniziato a parlare, e mi ha invitato a uscire la sera per andare a ballare. Ora che ci penso, il primo appuntamento galante che potevo avere dopo circa… beh, dopo un certo numero di mesi che preferisco non definire con chiarezza.

Bene: sicura di aver ormai ben assimilato le usanze del luogo - ossia: gli uomini guardano le donne però parlano con gli uomini - ho chiesto al fidanzato di Candi, al ritorno, di andare dal giovane ballerino di salsa + guida naturalistica + primo uomo che mi ha chiesto di uscire dopo un tempo imprecisato e di chiedergli ora e luogo dell’appuntamento, a cui ho dato per scontato fossero comunque tenuti in conto anche i miei amici.

Lui gli ha parlato un po’, mi ha guardato ancora una volta con uno sguardo pieno di sottointesi e, la sera, non si è presentato.

Dove ho sbagliato?????

160 caratteri - spazi inclusi

Premetto che, pur senza rivelare la mia età – come ogni donna che si rispetti - posso affermare quasi con orgoglio di aver vissuto la mia adolescenza senza conoscere l’esistenza dei telefoni cellulari.
Il mio primo cellulare – che non era mio, ma mi era stato prestato da mia madre per le vacanze – l’ho avuto tra il primo e il secondo anno di università; tanto per dare l’idea, sono riuscita a farlo squillare davanti a un Masaccio, nel bel mezzo della navata centrale di Santa Maria Novella. Gli sms, ammesso che esistessero, non sapevo neanche cosa fossero.
Ho imparato negli anni a conoscerli, e ad apprezzarne l’utilità e importanza in casi in cui:
- non puoi telefonare. Perché sei afono, ubriaco, in riunione, in chiesa, a un appuntamento (galante o meno), al cinema, in un museo, in una zona in cui “prende poco”;
- non vuoi telefonare. Perché hai poco credito, il contenuto da comunicare è sulla falsariga di “arrivo in ritardo”, sai che il destinatario non è nella condizione di risponderti perché è afono, ubriaco, in riunione, in chiesa, sta partorendo, è o potrebbe essere a fare trekking sull’Himalaya.
La relativa frequenza di situazioni di questo tipo mi ha portato, progressivamente, ad affinare sempre più la tecnica dei 160 caratteri – spazi inclusi.
Mi è venuto in mente in ufficio, mentre spiegavo a una collega l’utilità di una funzione di “conteggio parole, caratteri eccetera” nella redazione di un testo, sottolineando il fatto che prima di imparare a cogliere con un colpo d’occhio la lunghezza indicativa di un brano mi è stato necessario fare centinaia di conteggi automatizzati.
Tempo fa frequentavo un gruppo di cui faceva parte una persona che non avrebbe mai destato il mio interesse non fosse stato per l’estrema bravura e oserei dire perizia con cui scriveva sms. E’ in quell’occasione, stimolata da un senso di sfida che Candi definirebbe – probabilmente a ragione – la mia “sindrome da prima della classe” (mancata, aggiungo io), che ho incominciato a far caso al modo in cui potessi, in 160 caratteri – spazi inclusi, convogliare emozioni, esprimere desideri: in una parola, corteggiare qualcuno, per quanto goffamente e senza quasi averne davvero l’intenzione. Infatti siamo finiti, dopo mesi di sms estremamente ricchi di contenuti e allusioni, alla scena del panino di cui ho parlato in un post precedente.

E questo mi porta a pensare che ci sono, oltre ai due sopra indicati, altri casi in cui l’sms sembra venirti in soccorso - quando vorresti telefonare ma non te la senti, perché:
- hai paura di disturbare, senza tener conto del fatto che, di solito, se uno proprio non vuole essere disturbato spegne il telefono;
- hai paura, per l’appunto, di trovare il telefono spento; questo porta con sé un senso di frustrazione indicibile, che non posso non paragonare a quando, ai tempi del liceo, prendevi il coraggio a quattro mani e, chiamata la casa in cui, oltre a lui / lei (ma i ragazzi li avevano questi problemi? mi sa di no), abitavano i genitori, non rispondeva nessuno;
- hai paura di trovare il telefono spento e, al contempo, che il destinatario abbia una di quelle diaboliche funzioni in cui, riacceso il telefono, l’operatore ti comunica chi nel frattempo ti ha cercato. Il corrispettivo, nel caso dei tempi del liceo, era che rispondessero i genitori, o un parente qualsiasi al quale, senza nemmeno volerlo, comunicavi i tuoi dati anagrafici nella (il più delle volte vana) speranza che l’oggetto del desiderio si prendesse la briga di richiamarti.
- non hai il coraggio di fare una telefonata vera e propria, ma vuoi comunque far sapere all’altro che – mettiamola come volete, ma è di questo che si tratta - stai pensando a lui / lei.

Ed è quest’ultima eventualità quella di gran lunga più perniciosa.

In primo luogo, perché quelli della mia generazione, gli adolescenti – ante - sms, non sono riusciti a sviluppare la forza emotiva necessaria per sopportare i tempi di attesa dell’eventuale risposta. Non è come spedire una lettera - in quel caso lo sai fin dall’inizio che dovrai penare per giorni indipendentemente dalla volontà del destinatario; è peggio, peggissimo! Perché in teoria una risposta può arrivare nell’arco di una manciata di minuti, e ogni minuto successivo al primo è… beh, lo sappiamo tutti com’è, inutile che mi affanni a descriverlo.
In secondo luogo, noi adolescenti – ante – sms, per quanto bravi a scrivere ponderando il ruolo di aggettivi, sostantivi e avverbi, non abbiamo avuto la possibilità di imparare a interpretare correttamente il ruolo di tali parti del discorso (per non parlare degli emoticons) nel momento della lettura dell’sms inviato – anche perché, solitamente, tale lettura è fatta in uno stato emotivo quanto meno alterato.
Mi sono trovata troppe volte a telefonare a un’amica (con loro non mi faccio mai problemi, chissà perché) per chiedere cosa secondo lei esprimesse un :-) piuttosto che un ;-) – a volte il secondo può essere allusivo, altre un espressione di simpatia, così come il primo può essere allo stesso tempo conciliante e amichevole. Oddio, no! amichevole no! non mi avrà mica presa per l’amica del cuore?? perché non hanno inventato un emoticon che esprima un concetto tipo “provo per te sentimenti di tipo romantico / sessuale / non meglio definito, ma comunque non amichevole”?

le persone “chissà”

Post scritto da lamponcina

Vorrei aggiungere una sfumatura lievemente diversa da quella che descrive Odiamore alle persone a cui dire grazie.
Sono anch’esse persone che hanno segnato in qualche modo la tua esistenza.
Sono persone che non conosci, ma hai incontrato per caso, e sempre per caso ci hai chiacchierato.
Ti hanno detto una frase illuminante che casualmente rispondeva alle riflessioni che stavi facendo per conto tuo, oppure semplicemente avete comunicato in maniera inaspettatamente profonda per una decina di minuti, cosa che non è assolutamente da sottovalutare.

Persone delle quali ti chiedi “chissà” cosa gli è successo? o come sta? o cosa ha deciso di fare?

La mia prima “persona chissà” è Chicco. Un ragazzino che incontrai con una mia amica alla fermata dell’autobus e che iniziò a raccontarci delle sue storie di vita e a chiederci della nostra. Era un sabato sera, e lui doveva andare in una città della cintura Torinese, ma aveva perso l’ultimo autobus per raggiungere la sua fidanzata e non sapeva cosa fare. Lo abbiamo incontrato per caso il giorno dopo. Era distrutto, aveva fatto a botte in discoteca ed era con un amico messo peggio di lui. Chissà che fine ha fatto?

Segue il Mangiafuoco che incontrai una sera fuori da un locale. Mi chiese del mio amore, e mi disse, senza sapere nulla della mia vita sentimentale “Non ti trascinare una storia che è già finita, ti fai solo del male”. Aveva terribilmente ragione. Chissà lui cosa ha fatto, aveva deciso di buttare in fumo il lavoro nella ditta di suo padre e per non fare il mantenuto si era messo a fare il mangiafuoco in giro per l’Italia.

Terzo chissà. Io e l’amore dell’epoca a Marsiglia due giorni. Situazione molto alla Jean Claude Izzo (permettetemi l’omaggio), ossia un bar molto marsigliese in una piazzetta molto marsigliese e sul nostro tavolino rotondo due pastis (altro omaggio dovuto).
Lei (eh si, questa volta era una lei!) che deve decidere se passare la sua vita a parigi con me o a marsiglia per i fatti suoi. Ed è un tormentone di mesi e mesi.
Si avvicina un ragazzo nero (altro dovutissimo omaggio) bello come il sole che la guarda e le dice, profetico: “A Marsiglia si fermano gli artisti, ma poi ti perdi, se vuoi trovare la tua strada vai a Parigi”. Così, dal nulla.
Il risultato è che lei ora è ancora a Parigi e fa il lavoro della sua vita, e pare proprio abbia trovato la sua strada.
Io me ne sono tornata con la coda tra le gambe, incapace di vivere serenamente la vita della metropoli e ho trovato la mia di strada… che ha preso tutt’altra direzione.
Il mio chissà è..ma chissà perchè a me non ha detto niente l’Oracolo nero?

By the way…credo di avere anche smesso con le donne! :)

anche i frutti di bosco su anobii!

Post scritto da lamponcina

beh, non so se sia da baccaglio oppure no anobii, certo è che delle affinità con le persone si trovano e colpiscono.
Per esempio, io ho scoperto che c’è un’altra bacca appassionata di lettura, e chissà magari ce ne sono altre!!
è un appello, lo ammetto, che si dichiarino tutte le bacche presenti su anobii, please!

..è come se nell’elenco delle 10 cose che ti porteresti in un’isola deserta ne trovassi 5 uguali nell’elenco di qualcunaltro…crea una situazione di empatia o alchimia con qualcuno che non sai neanche che faccia abbia, questo si, lo trovo bizzarro.

a proposito, cosa vi portereste su un’isola deserta?

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