Sto riflettendo su un po’ di argomenti di grande (?) interesse – almeno per me; se e quanto gli sguardi possano essere sinceri, i vari modi in cui mascheriamo i nostri scopi nel comunicare, se ho ragione a ritenere che l’amore sia un’invenzione poco più vecchia di duecento anni eccetera. Ne rifletto per scriverne qui, ovviamente; o meglio, il fatto di essere spinta a cercare cose di cui scrivere qui mi porta a rifletterne. Uovo o gallina che sia.
Intanto, mi è successa una cosa di cui so già che non riuscirò a scrivere. Né qui né altrove.
Perché ci sono persone che, pur avendo avuto un ruolo importante nella mia vita, sono facili e leggere da scrivere: è fluido il modo in cui i pensieri si riversano in parole, e le parole si articolano in frasi, e le frasi si collegano le une alle altre.
Ma ci sono persone che hanno avuto un ruolo ancor più che fondamentale; c’è una persona, in particolare, che è stata talmente importante che dopo più di dieci anni ancora mi specchio nelle parole che pronuncia su di me e percepisco chiaramente che il mio nucleo è quello che trapelava allora e, insieme, le mie sovrastrutture di adesso sono state costruite durante il mio tempo con lui.
E non riesco a parlarne – figurarsi scriverne. Sarebbe così bello, e liberatorio, e consolatorio insieme, se le parole potessero disaggrovigliare questo gomitolo di sensazioni e pensamenti che la parola “malinconia” non riesce nemmeno per errore a descrivere vividamente.
Al contrario, non riesco a liberarmi dalla sensazione di quello che sarebbe successo se: se non avessi fatto determinate scelte e, soprattutto, se non avessi pensato, allora, che l’amore è un dio sull’altare del quale vale la pena sacrificare ogni altra cosa, e se avessi avuto una fede che ormai temo proprio non mi abbraccerà mai.
E contrariamente alle apparenze non ne sto scrivendo affatto. Sto soltanto mettendo disordinatamente in fila parole e idee.
Scriverne significherebbe arrivare al cuore del problema, come provò a fare Graham Greene per qualcosa di forse non molto diverso. Solo che lui era Graham Greene, insomma; non una giovane donna un po’ inquietata dal futuro e da un presente che non sembra corrispondere affatto ai sogni che aveva dieci anni prima e che le sono stati appena ricordati con una purezza e nitidezza tale da rasentare la violenza.
Non potrei chiamarla “malinconia“, pertanto. Ma allora, come?









Non so se ti può consolare, ma anchio sto soffrendo, perchè anch’io non sono più tanto sicura se quello che desideravo alcuni anni fà oggi per la mia vita attuale è ancora importante e attuale. Io mi sento discesa in un abbisso di sentimenti, da cui con fatica riesco a sollevarmi
Vita.
Diehexe: “un abisso di sentimenti da cui con fatica riusciamo a uscire” – quando ci riusciamo, perché a volte sembra proprio di non farcela. Temo abbia ragione #6, che sia la vita e sia necessario in qualche modo farsene una ragione. Però sfogarsi a volte aiuta, anche se nella pratica non serve a nulla
Tutta colpa della foto… che shampoo usi?
Night: LOL – l’ho letto ieri ma sto ridendo ancora adesso, quindi ti meriti un bel chapeau per la battuta, grazie!
(per la risposta, cfr commento al post successivo)
“Al contrario, non riesco a liberarmi dalla sensazione di quello che sarebbe successo se: se non avessi fatto determinate scelte e, soprattutto, se non avessi pensato, allora, che l’amore è un dio sull’altare del quale vale la pena sacrificare ogni altra cosa, e se avessi avuto una fede che ormai temo proprio non mi abbraccerà mai.”
I SE mi uccidono a volte, pure quando la coscienza mi rassicura che c’è tempo per vivere ancora e rimediare alle mancanze… non tutte però… certe scelte risuonano come campane stonate tra il silenzio e l’eco delle montagne…
Il passato, torna a volte, come l’eco, a metterci in ginocchio.
Hmmmmm è troppo triste il mio commento di prima… posso cambiarlo?
Eheheheheh
forse non si chiama affatto. o forse sì.
“nominare è un processo lungo e difficile; tocca l’essenza stessa delle cose e implica potere. ma in una notte selvaggia chi può ricondurti a casa? solo chi conosce il tuo nome.” (j.winterson)