Stavo aiutando mia madre ad apparecchiare la tavola e si affacciavano alla mente cupi pensieri, incoraggiati da Françoise Hardy. Il fatto che avrei trascorso la serata con Mascalzone Latino, tra l’altro, se da un lato mi rincuorava perché contentissima di vederlo e di andare a questo fantomatico spettacolo di etnotango (???), dall’altro mi faceva prefigurare discorsi sul tenore di “mois je vais seule” mentre “tous les garçons et les filles de mon age se promenent” eccetera eccetera. Poco da stare allegri, almeno per quanto riguarda il mio corrente atteggiamento nei confronti della possibilità di amare, essere amata o quantomeno incontrare qualcuno (abbassiamo sempre un po’ il tiro, ché non si sa mai).
E poi. Poi mia madre, colta dall’ispirazione, ha esclamato: “Ma te l’ho detto che c’è un nido sul balcone della sala?”. Un nido, proprio così. Un nido incassato tra le foglie d’edera e la ringhiera, un nido ubicato nella posizione più favorevole rispetto al moto (apparente, ok) del sole e ben riparato dal vento. Un nido su uno dei milioni di balconi di una città di quasi un milione di abitanti. Un nido.
Il nido contiene quattro uova di colore grigio pallido ed è bellissimo. Il nido, d’altra parte, era chiaramente, sconcertantemente abbandonato a se stesso nell’ora del crepuscolo.
Dieci minuti fa, finito di lavare i piatti, mia madre se ne è arrivata con l’aria di chi stava cospirando qualcosa di grosso. Nella mano, una minitorcia, e negli occhi uno sguardo curioso. “Chissà se il nido è davvero abbandonato oppure se, talvolta, i “genitori” delle uova se ne tornano a controllare. Anche perché mi chiedo cos’abbiano da fare gli uccellini tutto il giorno; insomma, mica devono timbrare il cartellino!”.
E così sono partita alla volta della scoperta del nido in situazione notturna: ho puntato la luce di sbieco tra le foglie d’edera, ed era lì. La mamma, tutta rannicchiata e con le ali spiegate a coprire la superficie lasciata scoperta dall’intreccio di rametti e foglie.
Ha ragione Jorge, il tizio che teneva il corso che ho seguito a Barcellona: “non le sue rappresentazioni, i discorsi su o le similitudini rispetto a. E’ l’oggetto, l’oggetto vero e proprio l’unica cosa che davvero emoziona noi esseri umani.” Jorge si riferiva a come allestire un museo, d’accordo.
Ma era da così tanto tempo che qualcosa non mi faceva scaldare il cuore così.








Già… son cose che davvero scaldano il cuore..
io mi emozono spesso dinanzi questi piccoli grandi doni…
Sono affascinata dall’incedere della vita nei ritmi degli animali, dei fiori… perché la vita (ri)chiama la vita.. e ce la fa assaporare con nuovo gusto…
Un nido è la quintessenza della tenerezza…
Chi sono i proprietari? :-*
Sai che la Hardy ha collaborato anche con Guesch Patti? E, tra l’altro, in un’ottima canzone…
Mitì: direi che i veri e propri proprietari del nido sono i “genitori” delle uova, anche se i proprietari del luogo di costruzione son i “genitori” miei
Fabio: ma dai?! me la vado a cercare, grazie