Archivia per Aprile 2008

Per una buona visione

Dopo la settimana a Barcellona sono stata - abbastanza ovviamente - oberata di lavoro. E, di conseguenza, ho poco tempo non tanto di scrivere, quanto per pensare.

Però ci sono alcuni film che ho visto ultimamente e che vorrei consigliare a chi passa di qua, per il semplice motivo che ho la presunzione di pensare che le o gli potrebbero piacere anche moltissimo. In alcuni casi ho addirittura pianto come una fontana, tanto per farvi capire.

Lars e una ragazza tutta sua. Un titolo brutto (un po’ alla “Se mi lasci ti cancello”, traduzione da taglio di un arto, se mi capite) per un film commovente, con una tematica su cui sto cercando di scrivere già da parecchie settimane, quella del fidanzato immaginario.

Lezioni di felicità. Un titolo un po’ sdolcinato, che tuttavia diventa bellissimo nel momento in cui si assapora la scena che ha ispirato i traduttori. In originale, infatti, il titolo di questo film franco-belga è Odette Toulemonde, dal nome della protagonista: un’Amélie Poullain con vent’anni in più, una casa più kitch ma altrettanta poesia. Consigliatomi da Sole in uno slancio incredibile del suo fantastico inconscio. E questa la può capire soltanto lei, temo.

27 Weddings. Semplicemente perché ho l’età della protagonista, perché sta per iniziare anche per me l’epoca d’oro degli inviti ai matrimoni e perché anch’io, come lei e come moltissimi di noi, credo, faccio una fatica incredibile a dire “no“. Ancora con la sindrome della brava bambina che deve sempre dire sì dal momento in cui scopre che, anche se è frustrante, sentirsi “brava” dà anche un certo piacere. A discapito della propria integrità psico-fisica, magari. Ma si tratta di un concetto facile da capire ma quasi impossibile da agire. Almeno per me.

Buona visione, se vi capita :)

Il trentesimo anno

Solo qualche riga, tanto per omaggiare Barcellona e il sole meraviglioso che mi ha accolta quando pochi minuti fa sono scesa in strada a fumare la prima sigaretta della giornata.

E’ stata una settimana intensa e faticosa e stimolante e gratificante. Era dai tempi dell’università che non mi trovavo più nella condizione di seguire otto ore di lezione praticamente consecutive - con il tempo per caffè / toilette /sigaretta rubato tra un respiro e l’altro delle persone che ci parlavano.

Oggi però è domenica: pur non volendo necessariamente rifarmi a paragoni biblici, ritengo tuttavia di essermi meritata un pomeriggio sulla spiaggia. Pensavamo di andare a Sitges, ma probabilmente ci limiteremo a prendere la metropolitana fino a Poble Nou, passeggiare nel parco di Jean Nouvel e dirigerci infine sulla sabbia.

Anche perché domani compio trent’anni - e festeggerò il mio compleanno svegliandomi alle sei per non rischiare di perdere il volo di ritorno. Cosa che potrei anche essere portata inconsapevolmente a fare, dal momento che tornare è sempre difficile, per me.

Mi rendo conto adesso che il titolo che ho scelto di dare al post sembrerebbe indicare l’intenzione di fare almeno qualche piccolo bilancio… e lo farò, lo farò proprio, un piccolo bilancio: andrò in spiaggia a prendere il sole, e quando si avvicina l’ora del tramonto ordinerò una cerveza e mi godrò il panorama.

Buona domenica a tutti :)

La lotta contro l’inerzia

C’è un motivo se, ormai da qualche settimana, non riesco quasi più a scrivere niente di consono ai soliti temi, vagamente legati ai sentimenti: credo di trovarmi nel bel mezzo di una ragionevole depressione. O, forse, di una depressione ragionevole - il che sarebbe ben diverso. La prima infatti, implica uno stato depressivo ampiamente giustificato dalle circostanze esterne; la seconda, invece, una depressione caratterizzata dall’essere stata oggetto di ragionamenti e considerazioni di tipo logico - una depressione fatta di ipotesi, tesi e corredata di dimostrazione.

E, quale che sia, ho l’impressione che non ne uscirò mai. Perché come qualche tempo fa mi scriveva Andrea, “non si deve mai smettere di combattere l’inerzia“.

Quando siamo in una certa condizione, infatti, crediamo che essa perdurerà per sempre.

Se fossi fidanzata, sarei convinta di trascorrere tutto il resto della vita con quella persona. O questo è quello che mi auguro penserei, almeno. Penserò, se proprio voglio farmi rapire da uno slancio di ottimismo che non mi appartiene.

Dato che al contrario, volente o nolente, attualmente sono da sola, sono fermamente convinta che lo resterò per sempre.

Come se mi facesse paura il cambiamento - forse perché peggio dell’immobilismo c’è soltanto un cambiamento in peggio.

E, checché ne dicano, c’è ben di peggio che stare da soli: a parte alcolisti e maltrattatori fisici, ci sono persone che nel profondo non ci vogliono bene, o che pur credendo di volerci bene in realtà non vogliono il nostro bene - sono gli egocentrati, che vogliono soltanto il bene proprio e non sono in grado di anteporre a esso il bene altrui. Questo è peggio che stare da soli. Credo. Anzi, no: ne sono proprio convinta.

Ma la paura del cambiamento non è soltanto dovuta al timore che questo cambiamento sia in peggio. E’ colpa dell’inerzia, in un certo senso.

L’inerzia, in fisica, è un concetto stranamente non quantificabile. L’inerzia è “quella cosa” per cui un corpo rimane nel proprio stato di quiete o di moto (uniforme) finché su di esso non agisce una forza esterna.

La sto facendo semplice, in effetti; perché il concetto di inerzia, in realtà, causa un sacco di problemi da più di duemila anni. La definizione “più matematica” che si possa dare dell’inerzia non è infatti la definizione dell’inerzia, ma della massa inerziale di un corpo. E da qui ad arrivare a citare la relatività speciale di Einstein non ci vorrebbe molto, quindi meglio che mi fermi e ritorni al discorso principale.

Non mi verrebbe mai in mente di sbandierare la teoria della lotta contro l’inerzia se questo fosse il periodo più felice della mia vita, probabilmente: non avrei infatti alcun interesse a cercare di cambiare lo status quo, in quel quel caso.

Come scrivevo sopra, per potersi togliere da una situazione di inerzia - e prendere una direzione precisa - occorre una “forza esterna”. Occorre una motivazione, potrei scrivere per essere meno criptica per quanti non abbiano familiarità con le parole della scienza. Una motivazione in grado di contrastarla, dunque una motivazione-forza che deve essere più intensa di quella che “comanda” l’abulia-inerzia.

E se fossi felice, non vedo perché dovrei mettermi a cercare una motivazione per smettere di esserlo.

Anche se, a conti fatti, mi pare sia molto più facile e immediato trovare motivi per non essere felici che trovare motivi per smettere di essere infelici.

Chissà perché.

Be’, no: lo so il perché; o almeno ho delle idee in proposito. Ma proprio mentre questo post sta venendo alla luce io dovrei essere a Barcellona, a mangiare tortillas e a tapear fino a riprendere tutti i chili che ho più o meno faticosamente perso negli ultimi mesi. Pertanto, spero che al mio ritorno non soltanto tutte queste idee le avrò dimenticate, ma sarò talmente allegra e piena di joie de vivre da non ricordarmi neanche più che esiste, quella cosa chiamata inerzia.

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Il lavoro mi porta via

Nelle ultime settimane, il lavoro si è limitato a succhiarmi via la linfa vitale. Da lunedì, oltre a continuare in quella direzione, il lavoro mi porterà all’estero - a Barcellona, per la precisione - a seguire un corso di formazione.

Al solo pensiero sono eccitatissima, perché gli argomenti del corso mi piacciono da impazzire, perché Barcellona è una delle mie città predilette sotto innumerevoli aspetti, perché quando ci andai per la prima volta dovevo fermarmi soltanto due settimane e ci restai invece un mese intero; e perché ho bisogno, ho disperatamente bisogno di cambiare punto di vista.

Soltanto un esempio che, penso, chiarificherà cosa intendo quando scrivo che il lavoro (e, con esso, qualcos’altro che non so ancora come chiamare) mi sta succhiando la linfa vitale.

Ieri sono andata a farmi tagliare i capelli e il parrucchiere come prima cosa mi ha dato una spazzola e mi ha detto “questi li spazzoli tu, perché io non oso metterci le mani”. Come seconda cosa, dopo aver fatto talmente tanta fatica a districare i nodi da farmi venire il gomito della lavandaia, sono passata al lavaggio. E mi sono innamorata del ragazzo che mi lavava i capelli e che poi mi ha fatto la piega.

Sì, lo so: in primo luogo dopo tutte le parole usate per disquisire sull’amore, la complementarietà eccetera eccetera, non dovrei scrivere “mi sono innamorata”. Sono un fastello di contraddizioni, come si autodefiniva Anna Frank.

In secondo luogo, questo coup de foudre è scoccato ancora prima che il giovane (giovanissimo, quasi adolescente) aiuto-parrucchiere mi rivolgesse la parola. Ed è scoccato perché per la prima volta, dopo un tempo che mi pare infinito, un uomo si prendeva cura di me. D’accordo, perché era pagato per farlo - e da qui a reclutare un gigolo spero la strada non soltanto non sia breve, ma copra una distanza infinita! Era pagato per farlo, ma lo faceva bene e, soprattutto, lo faceva: mi ha messo lo shampoo, il balsamo, mi ha massaggiato a lungo la testa, mi ha pettinato delicatamente i pochi capelli rimasti dopo l’intervento con la spazzola di qualche minuto prima. Poi mi ha fatto mettere a testa in giù e mi ha asciugato con un phon accarezzandomi la testa. Finché, dulcis in fundo, non si è messo a definire tutti i riccioli, uno ad uno, con un ferretto dall’aria piuttosto inquietante. E abbiamo parlato del più e del meno, ho anche riso parecchio perché era piuttosto simpatico. Ma non è (sol)tanto questo. E’ stato il prendersi cura di me.

La solitudine gioca brutti scherzi, a volte.

Soprattutto quando lui, alla fine di tutto, mi ha porto il cappotto per infilarmelo e io, di rimando, gliel’ho strappato dalle mani: “no, grazie, faccio da sola”. Perché le armatute sono potenti e appiccicose; le armatute sono più comode delle armature ma, forse anche per questo, ti restano attaccate alla pelle come un’abbronzatura dannosa, terrosa e incartapecorita.

Pero ahora me voy. Hasta luego!

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Il soggetto e il suo complemento

Qualche post fa, Sara scriveva in un commento di essere anche lei, come la sottoscritta, una grande sostenitrice della complementarietà nei rapporti umani.

A livello evolutivo, l’accoppiamento tra due partner con geni molto simili non è una strategia molto azzeccata; per convincersene, basta pensare alle comunità molto chiuse, in cui alto è il numero di matrimoni tra consanguinei e altrettanto alto è il numero di malattie genetiche (più o meno rare) nella relativa prole - la correlazione, che salta all’occhio anche soltanto intuitivamente, è stata provata su basi scientifiche ormai da parecchio tempo.

Da un punto di vista evolutivo, pertanto, è chiaro che la frase di Catherine Earnshaw da me citata in quel post (”Lo amo perché è più me stesso di quanto non lo sia io; quale che sia la sostanza di cui sono fatte le nostre anime, la mia e la sua sono uguali.”) va contro il benessere dell’individuo e, più in generale, della specie. La saggia Catherine, infatti, genererà i propri figli non con l’amato Heathcliff, ma con Linton (”mentre la mia anima e quella di Linton sono diverse quanto il fulmine dalla luce della luna, o il ghiaccio dal fuoco”).

Bene: con buona pace della genetica, vorrei provare a spingermi oltre.

In linguistica (più propriamente, nella grammatica) un complemento indica principalmente un qualcosa (parola o gruppo di parole) necessario a una frase per completarne il significato: io sono stanca, la mia dietologa costa tanto, i miei colleghi bevono il caffè eccetera eccetera. Vaghe reminiscenze delle scuole medie - condite con un controllo incrociato della voce su Wikipedia in italiano, inglese e francese più una sbirciatina sul sito dell’Accademia della Crusca. Più in generale, un complemento è una parte che, aggiunta a un’altra, formerebbe un tutto.

Necessario per completarne il significato: il mio complemento è qualcosa che completa il mio significato, il mio senso.

Etimologicamente, infatti, il sostantivo complemento deriva da còmpiere, a sua volta proveniente dal latino complere (riempire interamente, colmare). Còmpiere, a sua volta, è composto da cum ed empìre (o èmpiere) - termine arcaico che originariamente copriva l’aria semantica oggi occupata soltanto più da riempìre (rièmpiere), con un re rafforzativo del quale non ci siamo più voluti liberare. Ed empìre - o èmpiere che dir si voglia - ha esattamente la stessa radice dell’aggettivo pieno.

Il mio complemento, pertanto, è qualcosa che mi rende piena quando è proprio lì con me.

Eppure. Eppure mi sto interrogando ripetutamente, negli ultimi tempi, su una questione che mi sta particolarmente a cuore e che mi chiedo se sia condivisa anche da altri esseri umani: quanto, nella persona “ideale” che vorremmo avere accanto, buttiamo dentro tutti quegli aspetti che noi vorremmo avere e che invece non ci appartengono?

Stamattina collegavo il discorso al rapporto genitore - figlio; non ne ho esperienza diretta se non come figlia, eppure trovo estremamente plausibile che un genitore, magari anche del tutto involontariamente - o anche volontariamente, ma senza alcuna cattiva intenzione (anzi, semmai il contrario, nonostante si sappia che la strada per l’inferno proprio di quelle è lastricata, delle buone intenzioni) -, voglia che il proprio figlio o la propria figlia realizzino le cose che lui non è riuscito a portare a termine - ossia che riescano là dove lui ha fallito.

Nelle cose eclatanti come il successo sociale, il benessere economico; ma anche nelle cose meno tangibili come il senso dell’umorismo, la passione per l’enogastronomia, una spiccata competenza riguardo le diverse tipologie di tessuti con cui è possibile confezionare un abito da uomo. Insomma: la qualsiasi.

A costo di essere tacciata di riduzionismo: perché non dovrebbe succede qualcosa di analogo nel momento in cui si sceglie il padre o la madre dei propri figli, allora? Cosa impedisce che, in realtà, la ricerca di un compagno o una compagna complementare possa essere semplicemente una strategia per andare a riempire i vuoti o le carenze che riteniamo di avere e che non vorremmo mai fossero trasmesse, pari pari, alla nostra prole? Perché cos’altro sarebbe, altrimenti, il tutto formato dalle due parti, in ultima analisi?

D’accordo, ho scritto “il momento in cui si sceglie il padre o la madre dei propri figli” anziché “la persona di cui ci invaghiamo“, mentre non sempre le scelte sentimentali (o anche più prettamente sessuali) sono strettamente correlate al desiderio di procreare.

Però. Però, nonostante la (meritoria) rivoluzione sessuale, nonostante la (straordinaria) invenzione di metodi anticoncezionali completamente affidabili, nonostante la mia condizione di donna lavoratrice - indipendente - economicamente autonoma, impensabile ai tempi di mia nonna novantenne (la quale ancora non sa che vivo da sola); nonostante questo e nonostante quello…

Io non riesco proprio a prescindere dal fatto che il sesso sia, di base, il modo in cui la nostra specie (così come molte altre) perpetua se stessa; non riesco proprio a dimenticarmi che tutti quei consigli su “come raggiungere l’orgasmo in 5 minuti”, “come fare miagolare di piacere il tuo lui / la tua lei” disseminati ormai non soltanto più nelle riviste femminili ma un po’ dappertutto altro non siano che il modo contemporaneo di mascherare il fatto che il piacere collegato al sesso è, prima di tutto, uno specchietto per le allodole “messo a punto” dalla Natura per tenere alto il tasso di natalità.

E probabilmente chi mi legge da un po’ l’aveva già capito ;-)

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Inizia il quarto mese di dieta

Proprio mentre volge al termine il mio trentesimo anno di vita, sto entrando nel quarto mese di dieta.

E’ da una decina di giorni che non mi peso ma, complessivamente, credo di aver perso circa otto o nove chili. Un po’ meno di due taglie di vestiti, suvvia; e le due taglie esatte in meno sono il mio obiettivo – entrare di nuovo in un vestito comprato qualche anno fa giusto in tempo per entrare nel ruolo di testimone del matrimonio di Scassaritratti.

Chi mi avesse conosciuta tra ottobre 2007 e l’inizio di febbraio 2008, se mi vedesse di nuovo oggi, probabilmente, noterebbe nel mio corpo un grosso cambiamento: il viso è più affilato e meno tondeggiante, il giro vita più delineato, le gambe meno massicce e i polpacci più simili a quelli di una donna in carne che a quelli di un terzino della Nazionale.

Spesso – non sempre ma spesso, almeno quando non dovuto a cause organiche – un aumento di peso corporeo è un modo diverso di riempire uno spazio altrimenti vuoto.

In passato sono ingrassata nei periodi della mia vita in cui mancava qualcosa di essenziale e che, tuttavia, non volevo riconoscere come tale: la tensione, in un rapporto troppo dato per scontato; il lavoro, che sebbene ci fosse non era quello che volevo; l’emotività, soffocata dalle armatute che lentamente si sono inventate protesi a forma di imbuto in cui buttare dentro cibo e alcol senza criterio alcuno.

Conosco persone ingrassate a dismisura senza motivi apparenti; ma quando vai a scavare un po’ sotto la scorza scopri compagni affettivamente assenti o anche rinunce mai riconosciute come tali e mascherate invece da “cambiamenti di interessi o priorità”.

Decidere di mettersi a dieta è, innanzitutto, una richiesta di aiuto: un riconoscere di fronte a se stessi che esiste uno spazio mentale o affettivo o quant’altro che è desolantemente vuoto – e che nonostante tutti i nostri sforzi ingurgitativi non si è riempito affatto.

Incominciare una dieta non è poi tanto difficile, se la si inizia con questa consapevolezza – che può essere anche non del tutto consapevole, non importa: è importante che ci sia, altrimenti dopo un tempo più o meno breve i sacrifici che necessariamente un regime alimentare ipocalorico comporta non saranno più accettabili in mancanza di una visione che vada al di là della banale misura della circonferenza cosce.

Dopo un po’ di tempo, infatti, se tale consapevolezza è ben radicata, le rinunce diventano un’abitudine; non significa che costi meno fatica resistere alle tentazioni, questo no. Il ne faut pas rêver, come dicono i parigini. Significa, piuttosto, che l’abitudine a rinunciare al piacere immediato e gratificante del cibo superfluo rende la rinuncia meno dolorosa, meno faticosa da sopportare. La svuota di ogni valenza simbolica, in un certo senso - tanto per non dimenticarsi del ruolo dei vuoti e dei pieni.

Ma la parte più difficile di una dieta non è la dieta in sé, quando quel limbo oscuro che si chiama mantenimento. Il mantenimento indica quel periodo in cui continui a controllare ogni cosa che entra nella tua bocca o quasi e, a seconda delle oscillazioni del peso, stabilisci la quantità (e soprattutto la qualità) di ciò che devi ingerire perché l’ago della bilancia non subisca più variazioni.

Il mantenimento è il periodo più difficile perché privo di qualsivoglia gratificazione: nessuno che ti fa complimenti perché sei riuscito nell’intento di perdere quegli X chili; nessuno che ti guarda con invidia; nessuno che sibila che sei troppo magra e stavi molto meglio prima. Niente di niente. Perché il mantenimento è una supposta normalità. E’ la ricerca, per essere più precisi, di quella che vorresti diventasse la tua nuova normalità.

Ed è il terrore puro di scoprire che quello spazio non più riempito dalle tue grazie generose adesso sarai costretto a riempirlo con ciò che, davvero, più ti manca. Non c’è (più) santo che tenga.

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10 blog che

Gioia e ispirazione: leggere che xlthlx prova gioia e ispirazione leggendo il mio blog mi ha… No, anzi: la sensazione di piacere è privata ed esclusiva, pertanto non la descriverò.

Si tratta di un meme, già già.

Ci sono tanti blog che leggo e che mi guardo bene dall’inserire nel blogroll - aggiornato probabilmente all’estate scorsa, ora che ci penso. Ci sono tanti blog che, in questi giorni di lavoro frenetico e scadenze scadute ancora prima di iniziare, stanno vivendo senza che io ne possa essere partecipe. Post che mi dispiace di avere lì, nel lettore feed, tutti blu perché non letti e accavallati gli uni agli altri.

Ed è nell’ordine in cui compaiono nel lettore che elencherò i 10 che ho scelto. Alfabetico per nome del blog, immagino. E trascurerò quelli in lingue diverse dall’italiano e quelli che ho già citato nel blogroll qui a lato - un qualche criterio dovrò pur inventarmelo, se devo fare una selezione. O no?

C’è Isadora, che ultimamente però scrive molto poco - e allora mi consolo facendomi ispirare informaticamente dall’altro suo blog su come usare wordpress.com.

C’è blogdegradabile, scoperto grazie ad Anobii, dove trovo ispirazione per leggere e spesso mi capita di perdere un po’ le staffe - niente come i libri per tirare fuori il mio lato più appassionato.

Brezza di lago - tanto che, quando ho letto che era stata al BarCamp di Torino e io no, mi sono morsa un labbro dalla stizza. E il nome del blog è così bello ed evocativo che ogni volta in cui lo leggo sento una carezza comasca tra i capelli.

Casaizzo, perché l’autore scrive molto bene e riesce sempre a strapparmi un sorriso - anche se a volte è piuttosto intriso di malinconia.

Catepol: una miniera di informazioni e, di conseguenza, di ispirazione.

C’è Diario semistupido, e non soltanto per l’affinità di interessi.

Gli studenti di oggi, dove vivo una vita lavorativa che avrei potuto scegliere e dalla quale, invece, sono fuggita appena ne ho avuto l’occasione.

La mia isola che non c’è: basta il titolo, no? C’è davvero tanta gioia, qui.

Made in Italy: acuto, intelligente, stimolante, spiritoso - e dal vivo l’autore è mille volte meglio, fidatevi ;)

Il secondo piano di Catriona Potts, perché mi fa sbellicare dalle risate e, soprattutto, mi fa sentire meno sola in un mondo popolato (in gran parte) da pazzi scatenati.

E poi ci sono i soliti noti, quelli del blogroll: gli amici reali e gli amici virtuali, persone che probabilmente non conoscerò mai perché abitano dall’altra parte del mondo e altre che, ciononostante, ho conosciuto di persona come Peter Woit di Not even wrong - il mio piccolo oblò su una vita che ho scelto, un po’ per caso e un po’ per necessità, di non vivere più. Nemmeno nel mondo della fantasia.

E se diventassi un modo di dire?

Non ho mai desiderato né, di conseguenza, cercato di diventare famosa. Da quando nell’ultimo anno di liceo mi sono trovata a parlare di fronte a 500 persone, mi sono interrotta dopo cinque minuti scarsi, ho fatto finta di tossire e me ne sono uscita con un “scusate tanto, mi sono completamente dimenticata quello che dovevo dire”, ho capito che, semplicemente, certe cose non fanno per me.

E’ vero che parlare in pubblico può dare una certa soddisfazione: gratifica il proprio narcisismo e aiuta a nutrire l’autostima grazie all’utilità che ciò che si dice può avere per l’uditorio. In politica probabilmente non vale: nei politici, infatti, l’autostima è già talmente alta in partenza che anche se, per assurdo, si comunicassero dei veri e propri contenuti, anche un’utilità alta non potrebbe spingere l’autostima dell’oratore più in su di quanto non sia già.

La mia teoria, probabilmente, regge fintanto che il parlare in pubblico è limitato a un’assemblea di istituto in una scuola superiore o a un seminario di un paio d’ore davanti a quindici studenti che probabilmente (se sono venuti a sentire un seminario facoltativo fuori dall’orario di lezione) ne sanno più di te o, per lo meno, hanno talmente tanta sete di conoscenza che sono grati a chiunque gli racconti qualcosa che sia un po’ fuori dai canoni (e il fatto che la tua lezioncina non costituisca programma d’esame probabilmente aiuta).

Nonostante ciò, tuttavia, sto correndo seriamente il rischio di diventare un modo di dire - non diffuso a livello planetario, beninteso; e probabilmente neppure a livello nazionale. Nutro in verità forti dubbi sul fatto che la mia fama possa estendersi anche soltanto in tutto il quartiere; se non fosse che la città in cui sono nata e continuo a trascorrere la mia vita è nota per essere intessuta da una ragnatela di rapporti, conventicole e gruppetti poco interagenti ma molto comunicanti tra loro.

Qualche sera fa mi trovavo, complice una festa di compleanno, con tre mie compagne di classe del liceo: Candi, Peggy e Galattica - quest’ultima è stata una mia grandissima amica per anni, anche se già al tempo dell’università abbiamo smesso di frequentarci assiduamente.

Come spesso succede durante queste rimpatriate, abbiamo creato un simpatico capannello per sorseggiare una birra (lo so, non dovrei! ma almeno me le sono godute. Ehm. Sì. Erano tre o quattro, o forse addirittura cinque, hic!) e dedicarci a una delle attività migliori per il sabato sera: spettegolare come vecchie comari. Tra un “lo sai che tizia si è rifatta il naso” e un “ma davvero quel mostro odioso di caio si è sposato?”, la conversazione è scivolata su di noi.  Dopo pochi preamboli, più in particolare su di me: “E com’è che non esci con nessuno?”, “Ma ti ricordi quando ti aveva lasciato il-tuo-primo-fidanzato quanto piangevi?”. Finché Peggy non ha rinvangato storie vecchie e nuove in cui, come costante, emergeva la mia leggera titubanza e conseguente ansia nei confronti di telefonate (allora) e sms (ora) - chi non cogliesse il sarcasmo è pregato di leggere qui e, se non fosse sufficiente, anche qui.

E comunque. Proprio mentre stavo ridendo di gusto ascoltando le lamentele di Peggy su quanto nella mia vita l’abbia asfissiata con richieste tipo “ma secondo te se faccio / scrivo questo e quest’altro come reagirà, lui?” - il tutto a metà tra il faceto e il serio - è intervenuta Galattica per puntualizzare: “Odi, stai attenta, però, che così non va. L’altro giorno, la mia amica X era esattamente nella tua situazione: il ragazzo che le piace le ha scritto un sms e lei, dopo un’ora e mezza, ancora non sapeva se e tantomeno cosa rispondergli”. Si tenga presente, per inciso ma non troppo, che la suddetta amica X l’ho incontrata sì e no una decina di volte in vita mia; allo stesso modo, però, sono ben consapevole del fatto che Candi, assolutamente affidabile per il riserbo sulle cose importanti, è solita raccontare alle amiche aneddoti più o meno divertenti sulle conoscenze comuni.

“Io allora - continua Galattica - mi sono un po’ arrabbiata e ho detto a X di smetterla di essere sempre così indecisa quando si tratta di rispondere a un cavolo di sms. E a quel punto lei mi ha guardato disperata, e mi ha chiesto: Galattica, sii sincera. Non starò mica diventando come Odiamore??

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