Archivia per Marzo 2008

Il ritorno dei primi 4 minuti

Ed eccoci arrivati finalmente alla terza e ultima puntata della serie dei 4 minuti, dedicata ad argomenti che variano dai pettegolezzi sulla vita sentimentale dei presidenti della repubblica (1) al ruolo dello speed date nella società contemporanea (2). Non l’avevo promesso, ma l’ho fatto comunque: sono andata a cercare la puntata dei Simpson in cui Marge partecipa a uno speed date e ho caricato la manciata di minuti “incriminata” su Vimeo.

Due brevi considerazioni a latere, anzi tre: in primis, parrebbe quasi che io sia in grado di mantenere soltanto le promesse che NON ho fatto. E comunque. E’ in inglese, lo so; chi non avesse la voglia o la possibilità di decifrare i testi ma fosse interessato a capire più in dettaglio mi mandi un’email a odiamore@gmail.com: spedirò a chi ne farà richiesta la trascrizione in italiano. E questo mi porta all’ultima considerazione: sono proprio alla frutta, se ho trascorso un’intera serata a tagliuzzare video (con MPEG Streamclip per Mac, se interessa) anziché finire di leggere un libro su materia ed energia oscura che sarà tradotto in italiano oppure no a seconda della valutazione espressa nella mia recensione.

Mmm. Forse già soltanto il fatto che le mie due alternative per la serata fossero “tagliuzza video dei Simpson e trascrivi i dialoghi fingendo con te stessa che sia un’utile esercizio linguistico” oppure “leggi altre trenta o quaranta pagine fitte fitte di termini come CBR, WIMP e altri acronimi dall’aspetto inquietante” è indice di essere non alla frutta, ma ben oltre l’ammazza caffè.

Ispirata da Marge e, in particolar modo, dalla battuta finale di una delle sue sorelle (un intraducibile “go suck a rat, arsanova“), ho fatto poi alcune riflessioni sorseggiando una tisana che avrei tanto voluto sostituire con del rum cubano – ma nell’ultima settimana non ho perso nemmeno mezz’etto, quindi niente di fatto.

In primo luogo, è, se non certo, quantomeno altamente probabile che un individuo sentimentalmente libero ogni volta in cui si trova in una situazione sociale ricca di persone dell’altro stesso sia, anche inconsapevolmente, attento a valutare chi lo attornia (anche) come possibile persona-con-cui-uscire. Se non altro.

Capita addirittura a me, pertanto mi sento autorizzata a indurre valga per la maggior parte degli esseri umani.

La prossimità fisica è condizione necessaria per essere attratti da qualcuno – non sufficiente, è chiaro; e nemmeno mi sentirei di considerarla una regola ferrea (cfr. innamoramenti vari per star del cinema / musica / spettacolo ecc.). Pur tuttavia, è quantomeno plausibile affermare che, istintivamente, cerchiamo i possibili partner in ambienti fisicamente accessibili.

Di conseguenza, immagino che anche in un’atmosfera artefatta come potrebbe essere quella che avvolge uno speed date venga naturale, almeno alla maggior parte delle persone, compiere quell’azione che a volte si definisce eufemisticamente “guardarsi intorno”. Insomma, capita persino a quel modello di virtù che è Marge Simpson!

Nei paesi anglosassoni, infatti, lo speed date è diventato ormai da alcuni anni un modo come un altro per conoscere persone nuove, coinvolgendo anche persone che mai si sarebbero sognate di rivolgersi all’antenata agenzia matrimoniale (forse anche perché non è il matrimonio, ciò che cercano - non in prima battuta, se non altro).

In secondo luogo, ci perseguitano ormai da diversi lustri studi psicologici che asseriscono che le donne cercano un uomo ricco oppure, a seconda dell’età, con ottime prospettive di diventarlo; gli uomini, al contrario, cercano donne belle, ossia con un certo rapporto vita-fianchi e una pelle priva di difetti.

Una delle spiegazioni che di solito si danno a tale cliché è che dal punto di vista evolutivo le donne necessitino di un compagno in grado di garantire la sopravvivenza della prole, mentre gli uomini ricerchino, per la madre dei propri figli, caratteristiche che siano indice di ottima salute e, sostanzialmente, di geni buoni da trasmettere ai propri discendenti.

L’esperimento di Paul Eastwick ed Eli Finkel descritto nell’ormai famigerato articolo di Nature era strutturato in maniera molto semplice. Prima dello speed date, i partecipanti (studenti o ragazzi appena laureati, chiaramente privi di un compagno fisso) dovevano riempire un questionario in cui indicavano le proprie aspettative nei confronti di un potenziale partner: i requisiti sine qua non, le qualità più importanti, i gusti, l’aspetto fisico, il tipo di lavoro, il reddito e simili. Dopo l’incontro (monitorato dai ricercatori grazie a telecamere e registratori), come da prassi quanti si piacevano reciprocamente potevano ottenere i recapiti dell’altro e decidere di incontrarsi nuovamente; gli incontri successivi, riservati e non oggetto di osservazione, erano comunque “sorvegliati” da Easwick e Finkel grazie a interviste fatte, in forma privata, con i singoli soggetti coinvolti.

I questionari sottoposti prima che lo speed date avesse luogo hanno rispecchiato il cliché con una precisione sbalorditiva: la maggior(issima) parte delle donne indicava che, tra le caratteristiche più importanti del partner ideale, la ricchezza o la prospettiva di un buon guadagno futuro era al primo posto. La maggior(issima) parte degli uomini, parallelamente, sembrava dar ragione ai cosiddetti esperti di marketing convinti che, per vendere una rivista o un’automobile o un vasetto di yogurt con proprietà lassative sia necessario associare al prodotto una ragazza giovane, molto photoshoppata e pochissimo vestita.

Peccato che, già dopo il primo giro di speed-incontri, le coppie che si erano formate prescindessero da entrambi i supposti desiderata: ragazze non ancora liberatesi dell’acne adolescenziale e con un rapporto vita-fianchi pericolosamente vicino all’unità (leggasi: busto a forma di tronco) avevano riscosso notevole successo anche presso più di un giovanotto. Allo stesso modo, un trombonista in erba e con il conto perennemente in rosso era in più di un caso passato davanti, come preferenza, a un quartetto di promettenti avvocati.

E allora? Che conclusioni si possono trarre, anche alla luce dei risultati ottenuti da Nalin Ambadi con i video muti lunghi soltanto una manciata di secondi?

Da un certo punto di vista, per quanto possiamo pensare di avere ben chiare le nostre esigenze e aspettative nei confronti di un partner, la vita di tutti noi è costellata di controesempi; personalmente, resto convinta di aver vissuto la storia più bella della mia vita con una persona che non leggeva romanzi neanche sotto tortura mentre, a priori, sarei portata a dire che requisito essenziale per un ipotetico partner sia proprio l’essere un divoratore di libri.

Io la vedo così: le impressioni “a pelle” sono quelle che, alla lunga, costituiranno il modo in cui vediamo e, soprattutto sentiamo una persona dopo mesi o anni di frequentazione. Ci sono, nel corso del tempo, delle fluttuazioni intermedie, che incidono però soltanto minimamente sulla valutazione nel lungo periodo. La persona, per esempio, che ci colpisce fin da subito per la sua aria sfuggente e inarrivabile che fa tanto bello e impossibile, potrà essere un compagno affidabile per un certo lasso di tempo; arriverà però il giorno in cui, mentre laviamo i piatti, gli o le butteremo addosso il fatidico rimprovero: “Quando ho bisogno di te, tu non ci sei mai.”

Ci sono dei momenti in cui pensiamo “cambierà” o, addirittura, ci convinciamo del fatto che noi riusciremo “a farlo cambiare“. Peccato, però, che non succeda mai.

O forse invece è, rassicurantemente, una fortuna. Chissà.

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“Quella” fase della mia vita

Lo sapevo.

Sto per compiere trent’anni - e sono contentissima, perché i 29, oltre a non essere un granché dal punto di vista numerico, non lo sono stati nemmeno sotto tutti gli altri aspetti. La mia esperienza insegna che i numeri primi non sono mai stati anni particolarmente felici dal punto di vista sentimentale - i quadrati perfetti sono andati alla grande, per contro; ma di aspettare sino ai 36 non è che abbia proprio tutta questa voglia!

Sono quasi due anni che non esco con nessuno - e mi sto godendo tutte le sfaccettature della libertà che questa condizione comporta, implica e sopporta: le limature degli effetti collaterali di ogni singola relazione imbastita (o non imbastita, perché anche quelle contano) da quando ancora non avevo l’età per bere alcolici, lo spaziotempo occupato e occupabile unicamente secondo la volontà della sottoscritta, la tristezza che a volte mi assale quando prendo atto di non essere unica e insostituibile per nessuno che non sia mio consanguineo.

E sto scivolando inesorabilmente, come una massa m lungo il piano inclinato che mi ossessionava nei primi mesi all’università, verso quella” fase della mia vita.

Quella in cui esco con coppie, coppie, coppie e soltanto coppie. E se non sono coppie sono mezze-coppie il cui complemento è rimasto a casa perché in preda all’influenza intestinale - l’unica cosa che, a quanto pare, sia in grado di separare i membri di una coppia di miei coetanei. Perché chiaramente le coppie tendono a selezionare, nel corso del tempo, le proprie frequentazioni riducendole ad altre coppie e a una manciata di amici non accoppiati - che solitamente incontrano in separata sede o comunque non coinvolgono mai nella stessa serata a meno che si tratti di soggetti chiaramente non suscettibili di diventare a loro volta una coppia. E perché questo succeda mi è più oscuro dei misteri di Fatima, per inciso.

Quella in cui quando vedo dei bambini per strada mi produco in sorrisi radiosi e gridolini di entusiasmo che neanche mi stesse passando accanto con sguardo invitante uno dei mie due Colin preferiti.

Quella in cui continuo a rimandare il momento in cui andare a far visita alla mia collega che ha appena avuto un bimbo e, nel momento in cui la vedo, in lontananza, spingere una carrozzina, mi viene voglia di fuggire via. E quando reprimo l’istino infantile (per l’appunto) e le vado incontro, capisco fino in fondo il perché di tutte quelle scuse accampate nel corso delle settimane.

Sole sostiene che quella fase sia in verità incominciata nel primo momento in cui mi sono accorta che altri avevano ciò che io avrei voluto ma non possedevo: il ciuccio con il sonaglietto, la villa di campagna di Barbie, il quaderno della Naj Oleari, qualcuno che mi chiedesse “Ti vuoi mettere con me?” - o, per essere più realisti, qualcuno che mi dicesse “Il mio amico vorrebbe sapere se ti vuoi mettere con lui”… E a ben pensare, ruolo invece nel quale mi sono trovata più di una volta nel corso delle scuole medie, un’amica che ti venisse a sussurrare con un misto di reverenza e invidia: “L’amico di Belloeimpossibile mi ha detto che lui gli ha chiesto di chiedermi di chiederti se ti vuoi mettere con lui”.

Non mi sento di darle torto; l’invidia, il desiderio di possesso, la nostalgia causata da un’assenza: sono tutte caratteristiche della condizione umana fin dal momento della nascita.

Il fatto è che non pensavo quella fase avrebbe mai avuto luogo. E invece, eccola lì: non è ancora iniziata, ma si intravede chiaramente di lontano, come un esercito che avanza, inesorabile.

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Azioni e reazioni emotive

Ho già scritto, provocando tra l’altro una serie di commenti più interessante del post in questione, di pregi e difetti degli sms nei rapporti umani; e ho già scritto di significati e implicazioni della distanza nei rapporti umani.

Dopo l’appuntamento galante-o-elegante? di un paio di settimane fa, tuttavia, ho continuato (un po’ ossessivamente, lo ammetto) a interrogarmi su entrambe le questioni: la difficoltà se non altro di avviare una storia a distanza colmando non soltanto la distanza fisica ma, soprattutto, quella interiore - che è inevitabile esista quando il rapporto è ancora soltanto una ragnatela di possibilità; e la difficoltà, nonostante tutti i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione con estrema generosità, di stabilire ex novo un canale di comunicazione privilegiato con qualcuno.

Per quanto riguarda la distanza, c’è ben poco da fare; come consiglia saggiamente Sole, si tratta soltanto di aspettare fatalisticamente una prossima occasione di incontro – che potrebbe anche non avvenire prima di molto tempo. Nessuno spunto di riflessione che possa interessare altri che la sottoscritta, pertanto.

Per quanto riguarda invece il ruolo degli sms, credo di poter provare ad astrarmi dal caso particolare (in cui, per la cronaca, circa una settimana dopo io ho spedito un sms privo di significato e mi è arrivata una risposta altrettanto priva di significato, e poi più nulla) e formulare una regola di portata più generale.

Nel caso degli sms, infatti, vale una sorta di terza legge di Newton: ad azione corrisponde una reazione, ma non necessariamente uguale e contraria.

Cercherò di spiegare meglio cosa intendo; fermo restando che, per chi non se lo ricordasse o non l’avesse mai capito davvero (perché molti insegnanti danno per scontato che la formulazione del principio sia di immediata comprensione, mentre per me, ad esempio, non è lo stato affatto), una reazione uguale e contraria significa una reazione uguale in intensità - stessa forza, quantitativamente parlando - e opposta in verso - se l’azione agisce dall’alto verso il basso, la reazione sarà dal basso verso l’alto. ovvio, certo, ma io ho dovuto aspettare il secondo anno di università per poter confessare a me stessa di averlo assimilato fino in fondo.

Tornando con la mente indietro nel tempo (e ripetendomi, lo so, rispetto a un post precedente) ricordo quando per mettermi in contatto con qualcuno non avevo che due alternative: la telefonata o la lettera.

La telefonata era dedicata agli amici vicini, la lettera agli amici lontani - semplicemente per una questione economica, dal momento che dopo quando, a tredici anni, feci lievitare la bolletta telefonica bimestrale sino a 400 mila lire (credo almeno 500 euro di oggi) i miei genitori reagirono - per l’appunto - di conseguenza e mi vietarono l’uso del telefono. La telefonata era l’agire d’impulso e sotto dosi incredibilmente alte di adrenalina; la lettera la possibilità di meditare su forma e contenuto sino a strappare la trentesima versione (ormai illeggibile per le troppe cancellature e riscritture lungo i margini) e ricominciare tutto daccapo.

Scrivere una lettera, oggi, è un gesto forte: proprio perché ci sono così tante alternative per comunicare, prendere in mano una penna, cercare un foglio di carta e una busta, comprare un francobollo e soprattutto attendere che la lettera arrivi tra le mille incertezze dei sistemi postali non soltanto è démodé ma richiede uno sforzo incredibile che sarà (anche inconsapevolmente) valutato dal destinatario proprio in quanto tale.

E’ un vero peccato sia così, perché io adoro ricevere lettere manoscritte - anche se non sono lettere d’amore. Perché “una lettera non dice quello che vuole solo con la scrittura. Si può leggere la lettera anche annusandola, toccandola, palpandola, proprio come un libro. Perché le persone intelligenti dicono, leggi, vediamo cosa dice la lettera. Le persone stupide invece dicono, leggi, vediamo cosa scrive. L’abilità sta nel leggere tutta la lettera, non solo il testo.” (Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi)

L’azione “scrivere una lettera (e spedirla)” comporta sì una reazione, nel destinatario, ma tale reazione è dilatata nel tempo e nello spazio. Una lettera non sempre richiede una risposta; e sono certa del fatto che, quand’anche la richieda esplicitamente, tale risposta è a lungo meditata: il tempo intercorso tra l’azione e la reazione diluisce ed enfatizza i sentimenti sino a stravolgerli completamente, almeno in alcuni casi.

Il discorso cambia radicalmente nel caso di una telefonata: i cellulari hanno fatto crescere esponenzialmente (o qualcosa del genere) il numero di telefonate che ogni individuo compie e riceve ogni giorno. La persona a cui telefono sa che sono io a cercarla ancora prima di rispondere; nel caso in cui io scelga l’opzione di non far comparire il mio numero di telefono sui display altrui, viceversa, mi protegge con l’anonimato ma a esso mi vincola: se non ricevo risposta ai miei squilli ansiosi sarà forse perché il destinatario non risponde alle chiamate provenienti da un “Numero privato”? E risponderebbe a una chiamata che il display certifica essere stata fatta dalla sottoscritta?

Sia quel che sia, nel momento in cui la connessione emotivo-elettromagnetica è stabilita tramite il Pronto? de rigueur, ha luogo una prima fase di rassicurazione: il mio interlocutore vuole parlare con me, se non altro. La mia azione ha provocato una reazione uguale e contraria: io ti telefono, tu rispondi alla telefonata e, pronunciando quel paio di sillabe, mi ributti la palla – tocca a me, sono legittimata ad agire di nuovo perché tu mi stai invitando a farlo. Certo da questo punto in poi i giochi sono aperti, mais il ne sont pas faits.

E poi, ecco arrivare l’sms. L’azione di spedire un sms è di per sé fonte di disequilibrio – quindi già si intravede una discrepanza con il principio newtoniano: nessuna certezza sull’avvenuta ricezione (o forse ci sono strumenti tali per cui, ma non vorrei entrare nel merito) – il che lo assimila alla lettera per lo stato d’ansia che genera l’attesa. In secondo luogo, la reazione di chi risponde a un sms non è uguale all’azione; nel caso della telefonata, il semplice fatto di rispondere proprio a me è garanzia di apertura nei miei confronti, di desiderio di parlarmi. Nel caso dell’sms, invece, la risposta può essere dettata da pura cortesia, così come la non-risposta può essere una risposta di per sé ma può anche essere un accidente, dovuto a ritardi nella ricezione, a un telefono tenuto spento per un tempo prolungato… O tutte le altre cose che mi vengono in mente (dal furto del cellulare a un’invasione degli alieni) quando aspetto un sms che non arriva.

E poi: se io spedisco un sms e ricevo una risposta più o meno subito, cosa diavolo significa? E’ davvero, la risposta, una reazione uguale in intensità (emotiva) ma contraria in verso (ossia da-te-a-me anziché da-me-a-te)? La domanda è retorica, perché conosco già tutta la storia: non significa un accidenti di niente. Perché può significare tutto: cortesia, gentilezza, automatismo, interesse ma anche disinteresse (”rispondo subito così non ci devo più pensare”).

E se invece la risposta arriva con uno o due giorni di ritardo? Anche in questo caso, la reazione potrà anche essere opposta in verso, ma certamente non è garantito sia pari in intensità. Da un lato, infatti, la risposta ritardata potrebbe voler significare, semplicemente che la persona, cancellando o rileggendo vecchi messaggi, si è trovata sotto gli occhi il mio e si è presa la briga di rispondermi perché sul momento se ne era dimenticata (lampante segno di interesse, invero!); d’altro lato, potrebbe anche significare che, al contrario, il mio essere – sustanziatosi in 160 caratteri spazi inclusi, allegria! – ha continuato ad albergare nei pensieri del destinatario in tutte quelle ore in cui ha meditato sull’opportuna risposta. Mmm. Possibile, certo; ma tra il mondo della possibilità e il mondo della probabilità esistono infiniti universi che si premurano di mantenere i due mondi alla giusta distanza – infinita, per l’appunto.

E’ come scrivevo prima: dal furto del cellulare a un’invasione degli alieni, tutto è possibile quando si comunica per interposto strumento.

E anche vis à vis, ora che ci penso… Ora che sono proprio costretta a pensarci a fondo, non è mica che le cose siano poi così tanto più comprensibili.

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I primi 4 minuti II. La vendetta (dello speed date)

Qualche settimana fa avevo iniziato a scrivere un post su i primi 4 minuti ma, un po’ per pigrizia un po’ perché stava diventando di una lunghezza insopportabile, mi ero limitata a pubblicarne soltanto una parte. Tale incipit, me ne rendo conto soltanto adesso, non conteneva però nemmeno un riferimento a quali fossero i 4 minuti a cui facevo riferimento; ma è presto detto: come ho scritto, il post nasceva da uno spunto raccolto in uno degli ultimi numeri della rivista Nature, in cui si raccontano i risultati della ricerca che due scienziati americani hanno portato avanti sul fenomeno dello speed date.

Lo speed date, per chi non lo sapesse, si è diffuso inizialmente nel mondo anglosassone ma, da alcuni anni, è arrivato anche in Italia - tanto da diventare la scena iniziale del film del 2004 “L’amore eterno finché dura”, oltre che il pretesto da cui si diparte la narrazione. C’è addirittura un episodio dei Simpson, che purtroppo non ho mai visto (ma provvederò al più presto), in cui Marge, colpita da amnesia, è convinta dalle terribili sorelle a partecipare a uno speed date.

Dicasi speed date, o speed-date (o ancora, per i più anglofili, speed dating) un’occasione di incontro organizzata in un locale (pubblico o privato) di modo che vi sia un numero uguale di uomini e donne (caso etero, ovviamente) e un corrispondente numero di postazioni in cui ci si possa sedere uno davanti all’altra con una parvenza di riservatezza; le donne stanno sempre sedute e gli uomini cambiano postazione ogni 3 o 4 minuti, di modo che tutti, a fine serata, abbiano avuto a disposizione quella stessa manciata di minuti per parlare con tutti gli altri esponenti dell’altro sesso presenti nel locale. Ogni soggetto riempie poi un questionario in cui esprime le proprie preferenze rispetto ai potenziali partner incontrati nel corso della serata; ogni qualvolta la preferenza è reciproca, gli organizzatori sono autorizzati a comunicarlo alla “coppia in potenza” insieme ai rispettivi numeri di cellulare, di modo che i due possano incontrarsi altrove e, chissà, diventare a poco a poco una “coppia in atto” - usare, riadattandola, la terminologia aristotelica fa sempre fine, vero?

Ora. Prima di giudicare o anche soltanto di commentare le modalità dello speed date, vorrei per un attimo tornare alla cosiddetta vita sociale normale, fatta di feste, cene di lavoro o di piacere, serate in discoteca e compagnia bella.

Io sono una persona che rientra nel novero dei mediamente socievoli. Se inserita in un ambiente pieno di persone estranee è improbabile che nel giro di un quarto d’ora diventi l’anima della festa indipendentemente dalle quantità di alcol ingurgitate; è altrettanto improbabile, per contro, che trascorra tutta la serata contro un muro senza rivolgere la parola a nessuno nemmeno quando interpellata. Mi ritengo dunque nella media, tutto sommato; con un po’ di presunzione e un po’ di malinconia insieme.

La mia normalità, tipicamente, mi porta a pensare che se mi capitasse, in una situazione del genere, di essere colpita da qualcuno che reputo particolarmente attraente, non prenderei l’iniziativa di rompere il ghiaccio ma neppure, se per qualche strano motivo costui mi si avvicinasse, mi chiuderei nel mio mutismo.

Il problema è che, molto spesso anche se non sempre, i ragazzi che trovo attraenti possiedono caratteristiche tali da non passare inosservati presso altri membri della popolazione femminile – il che da un lato costringe il soggetto a destreggiarsi tra nugoli più o meno grandi di donne, dall’altro abbassa notevolmente le probabilità che costui sia abbastanza libero anche soltanto da discernere la mia tra la moltitudine di teste femminili che lo circondano. A volte infatti, addirittura, le donne circondano un uomo con aria vagamente minacciosa, come se davvero si trattasse di cacciatori in procinto di disputarsi la preda appena accerchiata.

Se però, anziché a una festa, fossi a uno speed date, avrei la certezza di trascorrere con l’oggetto del mio desiderio almeno 4 minuti. Lo stesso tempo, per inciso ma neanche poi troppo, a disposizione di tutte le mie rivali. Un bel vantaggio, nevvero? Non soltanto la certezza di avere una chance, ma la consapevolezza di giocare ad armi pari rispetto alla concorrenza.

Il tempo è tiranno, come dicevano gli antichi; il tempo, tuttavia, può anche esserti amico se lo sai piegare ai tuoi desideri. E, soprattutto, quattro minuti potrebbero essere addirittura troppi se, davvero, l’idea che soggiace allo speed date è quella del colpo di fulmine ragionato - quindi ragionevole, se non addirittura razionalizzato.

Nalini Ambady, della Tuft University, nel 1993 condusse un esperimento in cui mostrava a un gruppo di persone un video muto, lungo trenta secondi, di un professore che teneva una lezione; ai soggetti fu poi chiesto di dare una valutazione sulla qualità dell’insegnante. Le risposte furono sbalorditive: l’accuratezza delle valutazioni era sostanzialmente pari a quella riscontrata presso gli studenti che, di quel professore, avevano seguito tutto il corso lungo l’arco di un intero semestre. In altri termini, seguire il corso di un docente per settanta, ottanta ore, porta a esprimere valutazioni sulla bontà del suo insegnamento sostanzialmente uguali a quelle espresse, di getto, dopo aver guardato un video muto di trenta secondi.

La Ambady ripetè poi l’esperimento con stralci di video (sempre muti) della durata di sei secondi: l’accuratezza delle valutazioni era praticamente la stessa riscontrata con i video lunghi cinque volte tanto - e sempre fortemente correlata alle valutazioni degli studenti del professore; non si trascuri infine il fatto che, come ho scritto, sia i video di trenta sia i video di sei secondi erano completamente muti.

Ripetendo l’esperimento con un video sensibilmente più lungo di trenta secondi, tuttavia, l’accuratezza diminuisce sensibilmente. E per di più, con un esperimento condotto nel 2002, la Ambady ha ottenuto risultati tali per cui parrebbe che l’accuratezza delle valutazioni sia fortemente correlata all’umore del soggetto valutante: gruppi ai quali, prima di mostrare i video, era stato proposto di vedere un film allegro e divertente erano tendenzialmente più corretti nelle loro valutazioni (ossia esprimevano valutazioni più simili a quelle date dagli studenti del corso) rispetto a quelli che si erano dovuti sorbire un drammone tragicamente privo di happy end.

Come se fossimo più bravi a valutare “a pelle” che dopo aver avuto un maggior lasso di tempo per riflettere - dove con “più bravi” intendo “traendo conclusioni più simili a quelle che avremmo presumibilmente tratto dopo mesi e mesi di frequentazione assidua”.

Come se fossimo, inoltre, più bravi a valutare “a pelle” quando il nostro stato d’animo è tale per cui, essendo più felici e più portati all’ottimismo, abbiamo più fiducia in noi stessi e, di conseguenza, anche nelle nostre capacità di valutazione dell’altro-da-sé.

Ci sono alcuni punti che vorrei sottolineare, e allo stesso tempo mi rendo conto del fatto che ancora non ho scritto nulla sui contenuti dell’articolo ormai incriminato. Ma anche questa volta ho scritto troppo; sto tornando la grafomane che faceva impazzire i professori costringendoli a leggere i temi rigorosamente in brutta copia (addirittura alla Maturità ho scritto talmente tanto da non riuscire a copiare tutto). E sicuramente il tema mi appassiona: mi sa tanto che ci vorrà una parte III - qualcosa tipo “Il ritorno dei primi 4 minuti (e dello speed date)“…

AGGIORNAMENTO: terza (e ultima) puntata.
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Questo è un blog 4occhi

Ieri sera, finalmente, se ne sono accorti anche loro, che non mi vedevano da tempo: non soltanto, negli ultimi mesi, non ho più provato a mettere le lenti a contatto, ma ho addirittura osato investire quasi mezzo stipendio in una montatura nuova:

E comunque. Innanzitutto, dato che ultimamente lo stipendio non me lo pagano più - a fine febbraio ho ricevuto quello di gennaio, e quello di febbraio, di conseguenza, lo riceverò a fine marzo e via di seguito - non è assolutamente il caso che adesso spenda soldi in lenti a contatto usa e getta; quelle comprate dopo la visita dalla contattologa, infatti, sono più o meno scadute. Un po’ come la mia voglia di liberarmi della barriera che le ben visibili lenti degli occhiali assicurano permanere tra me e il resto dell’universo, in fondo in fondo.

In secondo luogo, sono talmente soddisfatta e addirittura fiera di portare gli occhiali da aver convinto il blog a fare altrettanto.

Tempo fa, (l’occhialuto) Sukukimaruti mi aveva suggerito di farmi creare da qualcuno un coso grafico - ma io ho difficoltà a chiedere alla gente di fare cose per me, quindi il coso grafico me lo sono fatto da sola. Non è una meraviglia; anzi: è semplice e probabilmente anche piuttosto bruttino. Però chissenefrega, dopo tutto: tra le poche cose che ho imparato, vi è la certezza che se non si è in grado di fare qualcosa veramente bene è meglio farla, se non altro, di modo che i risultati siano il più chiari e il più efficaci possibile.

Ecco perché ho inserito questo bottoncino buttonphp.png proprio in cima in cima a quella colonna che fiancheggia ogni cosa che scrivo - quasi a voler proteggere le mie parole dal mondo esterno - e che contiene roba di ogni sorta.

Se qualcuno lo vuole perché anche lui 4occhi (o perché dotato di dieci decimi ma autore, ciononostante, di un blog 4occhi)… niente mi farebbe più contenta di scoprire persone che se ne appropriano.

Beh, no. In effetti alcune cose che mi farebbero più contenta ci sono. Ma di questi tempi, l’apatia è tanta se non troppa - e soprattutto è malriposta.

Quindi il bottoncino disseminato in luoghi inaspettati sarebbe già qualcosa.
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It wasn’t a date (was it?)

Lunedì scorso, per me, è stato un giorno di vacanza pura e semplice; al contrario di martedì e mercoledì, in cui ho avuto appuntamenti di lavoro incredibilmente faticosi ma non particolarmente coerenti rispetto a questo post, lunedì era libero di impegni di qualsiasi genere.

Proprio l’occasione giusta per trascorrere due ore a girovagare per una pinacoteca già visitata più e più volte, in passato, con in mano guide turistiche, con sulle orecchie cuffie di audioguide e con in testa brandelli di saggi di storia dell’arte. La libertà, pertanto, di passeggiare tra le sale fermandomi soltanto davanti ai quadri che attiravano la mia attenzione anche se di artisti ignoti ai più; la libertà di fermarmi circa quaranti minuti davanti a un olio di Van Eyck e, due sale dopo, snobbare dei girasoli di Van Gogh perché tanto dopo aver visto questo non c’è storia; la malinconia agrodolce suscitata da Vermeer, in omaggio alla scommessa fatta tanti anni fa con il mio ex fidanzato di riuscire a vedere, nell’arco della nostra vita, tutti i 34 o 35 dipinti di quello che è uno dei miei [dei nostri] pittori preferiti.

L’occasione giusta per bighellonare in un negozio di vestiti tutto sommato più brutti di quelli che trovo in Italia oltre che decisamente più cari, soltanto per avere poi meno tempo da trascorrere in libreria - perché il conto in banca rosseggia ma nonostante ciò ci sono tentazioni alle quali non sono in grado di resistere.

E l’occasione giusta per incontrare un amico che conosco dagli anni delle scuole medie e che ho continuato a incrociare nei corridoi del liceo; una persona trasversale a più di metà della mia esistenza che, tuttavia, non ho mai frequentato se non in quelle rare occasioni in cui ci trovavamo a trascorrere qualche giorno di vacanza nello stesso periodo e nello stesso luogo.

Se però, da un lato, le pinacoteche non fanno altro che rispettare i propri orari di apertura e chiusura, le persone hanno una vita sociale, lavorativa e, a volte, anche segreta: tutte cose che richiedono comunicazioni preventive nel caso in cui tali persone si vogliano o possano incontrare in un lasso di tempo delimitato. Il giorno in cui sono atterrrata, pertanto, ho mandato a quest’amico un sms per fargli sapere che lo avrei incontrato volentieri il pomeriggio o la prima parte di serata di lunedì – prima, cioè, che Sole tornasse a casa dal lavoro intorno alle 23.

Le quattro sembrava a entrambi un orario ragionevole per incontrarsi e, proprio perché un lunedì non è normalmente un giorno di vacanza, ho lasciato decidere a lui il luogo e i tempi.

Quando, con ancora impressi sulla retina i rossi di Hans Memling, mi sono trovata a fronteggiare manufatti artistici della seconda metà del novecento con i capelli disastrati (raccolti in una treccia tenuta insieme da una matita Ikea recuperata miracolosamente in borsa) e un piumino più adatto a un’escursione al polo nord che a una galleria di arte contemporanea, tuttavia, mi sono sentita un po’ fuori tempo, fuori luogo e fuori contesto.

Avrei voluto aver almeno riletto una volta quel volumetto sul dadaismo, essermi fatta uno shampoo (e magari anche un impacco lucidante) venti minuti prima e, soprattutto, indossare un microscopico cappottino a delineare una silhouette già definitivamente approvata dalla mia dietologa. In assenza di tutte queste cose, superato il primo momento di frustrazione e liberatami del senso di inadeguatezza, mi sono limitata a godermi la mostra – apprezzando in particolare una scatola di sigari ricoperta di molle chiamata It’s Springtime.

Il fatto è che ci sono uomini che non hanno mai fatto parte del mio carnet sentimentale: quelli che al ristorante ti chiedono cosa vuoi mangiare per essere loro a comunicarlo al momento delle ordinazioni; quelli che sono sempre vestiti nel modo giusto per l’occasione giusta e che, non so se ciò nonostante oppure proprio di conseguenza, ti fanno sentire bene anche se sei conciata nel modo meno consono possibile; quelli che sanno sempre e comunque dove andare nel momento in cui ti viene voglia di bere un caffé, un te o addirittura un improbabile liquore di bacche giamaicane e, immancabilmente, il luogo in cui servono ciò che tu desideri è incredibilmente bello e accogliente, per non parlare del fatto che la lunghezza del percorso per raggiungerlo è direttamente proporzionale alla comodità delle tue scarpe e inversamente proporzionale al livello di stanchezza; quelli che, addirittura, ti consigliano la strada da fare per raggiungere un posto perché da quel tratto si gode di una vista mozzafiato sulla città o, in alternativa, c’è uno scorcio architettonico così incantevole che ti chiedi come sia possibile tu non l’abbia mai notato prima. Quelli che, maledizione a loro, si ricordano di tutte le minuzie che hai detto sette mesi prima e te le restituiscono per innescare una lite senza fine o, al contrario, per farti sentire la persona più ricca di spunti e contenuti interessanti che abbiano mai incontrato nella loro vita.

E lo fanno con tutti e con tutte, e tu non soltanto lo intuisci, ma lo sai; ne sei perfettamente consapevole perché tali comportamenti sono frutto dell’educazione ricevuta e di abitudini acquisite con il tempo e l’esperienza: non possono essere semplicemente innati – non se presenti tutti insieme contemporaneamente nella stessa persona, per lo meno. Anche se, a voler proprio essere precisi, un assaggio di tutto questo era già presente quando la persona in questione ancora non aveva l’età per guidare un’automobile, ma tu eri forse troppo inesperta per renderti conto del fatto che nel resto della tua vita avresti sempre incontrato qualcos’altro, perché di qualcos’altro saresti sempre andata alla ricerca.

E ti chiedi come sia possibile che questi uomini, nonostante l’assoluta – se non addirittura esplicitamente dichiarata - assenza di esclusività, riescano a farti sentire un’eletta.

Ed è di questo che si tratta: accompagnarmi per una mostra che mi sarei pentita di non essere riuscita a vedere; portarmi a cena in un posto da cui per quasi tre ore ho ammirato il panorama che, da quando lo scoprii per la prima volta tanti anni fa (e da dieci piani più in basso), mi riempie il cuore di gioia più di qualsiasi altro; non riempirmi di complimenti, ma dosarli nella quantità, nel tono, nel modo e soprattutto nei contenuti giusti; farmi sentire investita dell’unica responsabilità di assaporare il cibo, il vino e la conversazione senza dovermi (pre)occupare di nient’altro se non di impostare la modalità comportamento da tenere in ristorante chic maneggiando posate e bicchieri; e ancora e ancora e ancora.

Ma, per quanto scrivevo prima, era in me sempre presente un sottofondo di consapevolezza relativa al fatto che io non ero necessariamente IO, quanto piuttosto la persona con la quale si accompagnava quella particolare sera (e, se proprio devo raccontarla tutta, anche il pomeriggio del giorno dopo e di quello dopo ancora, ma questa è un’altra storia in cui la parte del leone la fa la migliore torta di mele che abbia mangiato in vita mia. Però la prossima settimana io ho appuntamento con la dietologa, quindi faccio finta che non sia successo).

E poi, in fondo, non stavamo facendo altro che una simpatica rimpatriata tra compagni di scuola: pettegolezzi su antiche conoscenze comuni, una spruzzata di ricordi e qualche commento sulle coppie sedute nei tavoli accanto.

Checché ne pensi e ne dica Sole, non si trattava mica di un appuntamento galante.

Vero?

Scarpe da ginnastica per tacchi a spillo

Nonostante il gentile appello di Miti’, la questione sollevata nel post precedente e’ rimasta senza troppe risposte.

Eppure. Eppure, come mi ha appena ricordato Sole, la nostra serata di sabato e’ stata illuminata da una scena che neppure il primo bacio la cui vista abbiamo rubato un’ora fa sullo sfondo di Trafalgar Square e’ in grado di eguagliare in quanto a commozione + trasporto + (lo ammetto) profonda invidia.

Un uomo non piu’ nei trenta, e forse anche oltre i quaranta, passeggiava verso Piccadilly Circus con sulle spalle la compagna, all’incirca della stessa eta’ e non proprio definibile un’emule di Kate Moss.

Ridevano entrambi con gusto e con gioia, tanto da correre il rischio di precipitare lungo distesi per terra. Ridevano, e lei aveva i piedi scalzi.

I suoi sandali tacco quindici, presenza incombente non soltanto per la lunghezza dello stiletto, erano una macchia di colore contro l’abito chiaro di lui, che li teneva amorevolmente tra le mani.

Tacchi a spillo e scarpe da ginnastica

Girare per Soho di sabato sera e’ un’esperienza antropologicamente molto interessante. Innanzitutto, orde di ragazzini ubriachi persi alle dieci di sera, giovani fanciulle che vomitano contro i muri prima delle dieci e mezza e finalmente, intorno alle undici, escono (dai ristoranti?) le prendenti parte agli hen parties - gli addii al nubilato.

La cosa piu’ sconcertante per un’italiana, tuttavia, sono le scarpe delle ragazze. Sono tacchi a spillo di dodici centimetri, sono sandali senza calze con una temperatura esterna di tre gradi centigradi, sono scarpine improponibili che fanno venire le vesciche e male alle caviglie soltanto a guardarle.

Ma non sono soltanto le scarpe, a dire il vero. Queste ragazze, queste donne si aggirano per strada vestite da gran sera, con stole di seta, vestiti di broccato e paillettes - pronte per la serata degli Oscar. Il che, di per se’, non sarebbe un male, anzi. Se non fosse che questi abiti, questi maquillages da rivista di moda, questi tacchi vertiginosi sono accompagnati da ragazzi e uomini in jeans strappati, giacconi sformati, barbe sfatte, capelli improponibili e scarpe da ginnastica (sporche).

Perche’ allora, mi chiedo, esiste questa incredibile disparita‘? Perche’ le donne si tirano a lucido e gli uomini sembrano appena alzati dal letto (dove hanno dormito vestiti con gli abiti del giorno prima)?

Per piacersi? Per piacere? Per fare a gara a chi e’ conciata meglio?


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