Archivia per Febbraio 2008

I primi quattro minuti

L’ultimo anno di liceo, quando dal massimo dei voti in geografia astronomica passai a una sufficienza risicata nel primo compito in classe sulla composizione dei minerali, la mia professoressa di scienze non batté ciglio e si limitò a prestarmi un libro: I primi tre minuti, del premio Nobel per la fisica Stephen Weinberg. Il libro, che confesso non finii mai di leggere se non molti anni dopo, spiegava le più recenti scoperte e le più funamboliche teorie su cosa possa essere successo nei primi tre minuti di “vita” dell’universo – per essere più precisi, nei primi tre minuti dall’inizio del tempo, e dello spazio.

I primi quattro minuti di cui invece ho intenzione di scrivere oggi si riferiscono a tutt’altra faccenda.

Di questi tempi, parrebbe quasi che le alternative offerte a un essere umano per conoscere il proprio futuro partner siano:

- uomo: essere sindaco di una città e, celebrando un matrimonio, innamorarsi della sposa (peraltro ventiseienne e incinta di nove mesi); funziona però soltanto se si riesce a sposare la suddetta sposa (prima che abbia divorziato dal precedente marito, ovviamente) entro quattro anni;

- donna: essere fidanzata con un uomo ma lasciarlo per il di lui figlio, peraltro filosofo di grido e sposato – la moglie tradita, se abbastanza intraprendente da non limitarsi a chiudersi in casa ascoltando Celine Dion, può raccontare la propria storia in un libro e vendere più di centomila copie in un solo mese. Essere figlie di un (ennesimo) filosofo di grido in questi casi aiuta parecchio.

(Se non avete indovinato a chi mi riferisco… vi perdono. Potete colmare le vostre lacune qui, qui e qui - consiglio la versione in francese perché molto più ricca e succulenta. Sempre che vi piaccia questo genere di argomento - cosa su cui nutro forti dubbi, soprattutto se non avete indovinato chi sono i personaggi di cui sopra.)

Ma non tutti abbiamo la possibilità di essere sindaci o imparentati con filosofi di grido; fortunatamente, però, la speranza è l’ultima a morire. E le soluzioni a volte provengono da luoghi del tutto inaspettati, come potrebbe essere, in questo caso, una rivista scientifica tra le più accreditate al mondo: Nature.

Però adesso devo partire - questa volta per lavoro (almeno in parte). Il resto, pertanto, nella prossima puntata…

AGGIORNAMENTO: seconda e terza puntata.

La sindrome di Candy Candy

Quando mi interrogo sui motivi per cui sono fatta in un certo modo - il modo che, tra le altre cose, mi ha portato a scegliere proprio questo soprannome - mi vengono in mente almeno tre personaggi femminili (e relative vicende) che hanno segnato la mia infanzia. E capisco tante cose.

Il primo, Candy Candy, è entrato nella mia vita prima ancora che iniziassi ad andare a scuola; Rossella O’Hara, se non ricordo male, l’ho conosciuta invece tra la prima e la seconda elementare e, poco dopo aver compiuto otto anni, ho finalmente incontrato Catherine Earnshaw e le sue amate e odiate (odiamate?) Cime tempestose. Già che ci sono, colgo l’occasione per liberarmi di un senso di colpa che mi perseguita ormai da troppo tempo: quando avevo 14 anni e sono andata in vacanza studio in Inghilterra, ho rubato una copia di Wuthering Heights dalla biblioteca del college che mi ospitava. Ecco: l’ho confessato. E mi sento molto meglio.

In effetti, credo che dopo la sindrome di Stoccolma, la sindrome di Stendhal e chi più ne ha più ne metta, il mio problema potrebbe addirittura avere un nome clinico: ecco a voi la sindrome di Candy Candy*.

Come probabilmente la maggior parte di voi sa, la storia di Candy Candy è caratterizzata dall’altalenarsi dell’amore per due uomini: il biondo Anthony, noto anche come il principe della collina e gran suonatore di cornamusa, e il bruno Terence, attore consumato che per molto tempo è anche consumato dal dolore per dover scegliere tra Candy e la fidanzata Susanna (che per salvargli la vita ha perso una gamba).

Dal momento che il biondo Anthony, passato alla storia per aver pronunciato la mitica frase che ogni donna avrebbe il diritto di sentirsi rivolgere almeno una volta nella vita (”Sei più bella quando ridi che quando piangi” - mi spiace ma il video l’ho trovato soltanto in francese), passa ben presto a miglior vita, Terence regnerà incontrastato per quasi tutto il resto della serie; la serie, tuttavia, si concluderà con un “recupero” di Anthony tramite la figura di Albert, che per inciso è anche il vero principe della collina.

Anthony/Albert, nell’immaginario collettivo, è l’archetipo del bravo ragazzo: buono, generoso, affidabile, affettuoso, ricco di valori; è il vero e unico marito ideale, il compagno di vita che tutte vorrebbero avere - almeno in teoria, come spiegherò meglio tra poco.

Terence, per contro, racchiude in sé tutte le caratteristiche del bel tenebroso: sfuggente, ombroso, inquieto, problematico. Non necessariamente amorale o cattivo; Terence stesso è, in fondo in fondo, una bravissima persona. Ma tenebroso lo è, questo sì. E fa soffrire Candy da morire, e così facendo si rende indimenticabile - se non siete convinti, guardate qui; attenzione, però, se siete emotivamente instabili come la sottoscritta, potrebbero venirvi le lacrime agli occhi ;)

La sindrome di Candy Candy affligge quelle donne che, consapevoli del fatto che il bravo ragazzo è il compagno di vita ideale, fuggono dal bel tenebroso che fa battere loro il cuore. Le stesse donne, tipicamente, dopo un tempo più o meno breve cominciano a interrogarsi ossessivamente sul perché non soltanto non abbiano dimenticato il bel tenebroso, ma siano perseguitate dal suo ricordo e, soprattutto, da quello che potrebbe essere stato.

Ma veniamo agli altri esempi, che potrebbero aiutare a chiarire le idee anche a quanti di cartoni animati non vogliono neppure sentir parlare.

Per gli appassionati di film, come spiegavo all’inizio, c’è Rossella O’Hara in Via col Vento, con Ashley versus Rett (Butler). A differenza di Candy, la volubile Rossella troppo tardi si rende conto di aver sempre creduto di amare l’uomo sbagliato: sposata al bel tenebroso, infatti, ha votato il suo cuore al (supposto) bravo ragazzo senza riuscire mai ad averlo tutto per sé; quando si accorge che, in realtà, il bel tenebroso Rett era l’unico uomo che davvero contasse qualcosa per lei, lui le dà la risposta che nessuna donna, nella propria vita, vorrebbe mai sentire pronunciare dalla voce dell’uomo che ama (e, più in generale, da nessuno): “Francamente, cara, me ne infischio” - che nell’originale “Frankly, my dear, I don’t give a damn” ferisce se possibile ancora più in profondità.

Nel caso di Rossella, la sindrome di Candy Candy agisce mischiando le carte in tavola: è Rett l’ideale compagno di strada, l’uomo che appoggia le tue scelte e ti sta vicino nel momento del bisogno, l’amante appassionato e quello che ti-capisce-davvero. Ashley non è altro che un bel tenebroso sotto mentite spoglie: sotto la parvenza dell’uomo perfetto, infatti, si nasconde un carattere debole e una personalità sfuggente. Forse è proprio l’essere sfuggente e inafferrabile a caratterizzare l’opposto dell’uomo ideale, a ben pensarci. L’arte del non concedersi - che pare proprio gli uomini, copiando le purittane, siano in grado di fare propria con notevole maestria.

E infine: Catherine Earnshaw in Cime Tempestose, il matrimonio con Edgar Linton e la passione totale e totalizzante per Heathcliff. Per inciso Heathcliff, in questo caso, non è esattamente un esempio di indiscussa moralità; la geniale Emily Bronte, tuttavia, provvede a un suo parziale riscatto che, non a caso, passa attraverso la perdita dell’oggetto d’amore.

Vorrei concludere, rendendomi conto di non aver poi espresso chissà quali concetti ma infischiandomene altamente, con una delle mie frasi preferite di ogni libro e di ogni tempo. E questo nonostante continui a essere convinta del fatto che, nei rapporti umani, l’elemento davvero essenziale non sia la somiglianza, ma la complementarietà. E’ colpa del fatto che a otto anni conosci soltanto la vita raccontata nei libri o nei film o nei cartoni animati ma, allo stesso tempo, è proprio allora che cominci a formarti un’idea su ciò che è importante e ciò che non lo è.

[Heathcliff] shall never know how I love him, and that, not because he’s handsome, Nelly, but because he’s more myself than I am. Whatever our souls are made of, his and mine are the same; and Linton’s and mine are as different as a moonbeam from lightening, or frost from fire.

Ora che ci penso, in fondo, probabilmente tutto questo post altro non era che uno stupido preambolo alla frase citata. E che - mi dispiace per i non anglomasticanti - non oserò tradurre. Ma potrete consolarvi con la colonna sonora:

* Il nome è mio, ma l’idea nasce da lunghe e ripetute conversazioni fatte proprio con Candi - d’altronde non l’avrei soprannominata così se non fosse una massima esperta di anime, manga e annessi e connessi.

[diggita] [informazione] [OkNotizie] [Segnalo] [SEOTribu] [technotizie] [wikio] [YahooMyWeb] [Technorati]

Manda a un amico »

Aggiungi un posto a tavola?

Vivendo da sola, sono ovviamente abituata a cenare da sola. Ogni tanto invito a cena Mascalzone Latino e, tutte le volte, sono terrorizzata dal suo giudizio perché è un ottimo cuoco e, soprattutto, è abbastanza nevrotico da essere fissato sulla qualità di alcuni prodotti. Devo ammettere che, da quando sono a dieta (e sono ormai più di quaranta giorni), è stato abbastanza carino e affettuoso da accettare i miei inviti nonostante il cibo si riduca a un piatto di pasta con sugo di verdure e tantissima insalata - alcolici banditi, anche perché l’alcol che tengo in casa di questi tempi è dell’orrenda birra comprata alla Lidl, del rum cubano che mal si sposa con il suddetto menu e del vino che riservo per tempi migliori.

Stasera, viceversa, mi va di lusso, perché ho invitato a cena Scassaritratti la quale - purtroppo per lei ma fortunatamente per me - deve mangiare “in bianco”: potrò dunque propinarle il mio cavallo di battaglia dietetico, composto di arrosto di tacchino, insalata mista e verdure bollite. Che fantastico venerdì, vero?

E comunque. Accetto l’invito di Fra a comporre “10 accoppiamenti di cibi che nella vostra mente, palato, stanno bene insieme, che si completano, che si esaltano, che si stimolano, che uno da solo sì, ma con l’altro rasenta la perfezione!”, in attesa di tempi migliori non soltanto da un punto di vista alimentare.

Dato che queste cose vanno rilanciate, scelgo per l’occasione persone di cui, in un modo o nell’altro,  ho già avuto modo di leggere post culinari: Elena, Catepol, Isa e Noemi. E aggiungo un ometto perché pare che oggi sia il suo compleanno :)

Inizierei con tzaziki (salsa di yogurt, aglio e cetrioli), baba ganoush (salsa di semi di sesamo con le melanzane) e pane di vario tipo.

Come prima portata, preferisco in realtà la versione piatto unico: couscous con carne tritata e un sugo di verdure piccante molto speziato. Di contorno, insalata di spinaci, arance e chicchi di melograno.

Anche in condizioni normali non mangerei molto più di così; tuttavia, voglio lanciarmi e aggiungere un plateau di formaggi locali e non: fontina valdostana, tome di capra, gorgonzola, camembert e chi più ne ha più ne metta. Come accompagnamento, pane alle noci, pane alle olive, pane alle verdure e grissini ricoperti di semi di sesamo; il tutto unito a gelatine di frutta, miele, cugnà (mosto di uva e frutta secca, mi pare) e noci da sgusciare al momento.

Dimenticavo: sulla tavola, sempre presente una bottiglia di vino rosso. Possibilmente, l’occasione giusta per stappare il barolo del ‘99 che mi regalarono per il mio compleanno.

Poi verrebbe il dessert. Ma il dessert, per me, non è semplicemente il dulcis che sta in fundo. E’ un modus vivendi, una ars amandi, un chi più ne ha più ne metta.

Il dessert lo porta a sorpresa l’ospite, pertanto. Con la speranza che la sua scelta mi faccia rimpiangere tutte le volte in cui ho scelto invece di mangiare da sola e di non aprirmi al mondo quel tanto che basta da farmi venir voglia di aggiungere un posto alla mia tavola.

La giornata del mi-rendo-odiosa

Sabato pomeriggio l’ho trascorso quasi interamente barricata in casa, con il termostato fisso sui venti gradi centigradi e qualche occhiata sporadica in direzione della finestra gettata nella vana speranza che il grigiore del cielo si fosse almeno lievemente attenuato rispetto a venti minuti prima.

Quando era ormai sufficientemente buio da non poter più distinguere i colori mi sono finalmente decisa a uscire: una breve passeggiata per scongiurare il mal di schiena, una visita dall’ottico per farmi registrare le stanghette degli occhiali e una spesa veloce che tanto la domenica avrei pranzato fuori. Il programma sembrava innocuo, gelo e umidità permettendo. Invece stavo andando incontro a un’incontrollata esplosione di acidità e sarcasmo - inespressa, per fortuna. O purtroppo?

Mi sono attenuta a quanto avevo previsto di fare, allungando rispetto alle intenzioni iniziali il percorso della passeggiata non appena mi sono accorta che il freddo era più sopportabile del previsto.

Non ero di cattivo umore, anzi: la sera prima ero uscita divertendomi molto pur avendo bevuto soltanto acqua gassata, ero riuscita a dormire quasi otto ore di fila e dopo pranzo avevo rivisto, su consiglio di Sole, un film con Russel Crowe (cosa che non può che mettermi di ottimo umore, semmai).

Dopo aver incrociato per la terza o quarta volta qualcuno che rideva rumorosamente, tuttavia, ho preso atto di una cosa: ogni scoppio di risa aveva provocato in me la stessa, perturbante reazione. La voglia di replicare con un “ma non c’è mica tanto da ridere, sai?”

E mi è tornato in mente che qualche giorno fa, scherzando durante un pranzo con colleghi, avevo proposto di inaugurare una “giornata dell’odiosità”: ventiquattro ore in cui avere come scopo quello di rendersi il più odioso possibile per chiunque venga a contatto con noi.

Anche un “pomeriggio del mi-rendo-odiosa” sarebbe più che sufficiente, a ben pensarci – magari con cadenza mensile o bimestrale a seconda delle necessità e del tempo di guarigione da lesioni fisiche eventualmente riportate in conseguenza a parole o azioni.

Trovo che consacrare ufficialmente parte della propria vita al rendersi odiosi avrebbe un notevole effetto catartico, almeno per la sottoscritta.

Innanzitutto, rendersi odiosi non è affatto facile: occorrono sagacia, conoscenza dei punti deboli dell’altro, ottimi tempi di reazione e, last but not least, una notevole faccia tosta.

Mi ricordava Gerry che, non troppo tempo fa, un tizio che avevo appena conosciuto se ne era uscito con una considerazione tipo “non ho niente contro i gay, ma… non è che di base mi siano molto simpatici.” Proprio il tipo di generalizzazioni che mi fanno andare in bestia. Io l’avevo squadrato dall’alto in basso (almeno metaforicamente, dato che non raggiungo il metro e sessantacinque nemmeno se salgo su una sedia) e avevo replicato con l’aria innocente di chi sta per fare un gran complimento: “Sai, in effetti ho molti amici gay. Anzi, ora che ci penso: tutti i miei migliori amici sono gay.”

Cosa peraltro vera soltanto fino a un certo punto: ho grandi amici che sono gay ma ne ho anche tanti che non lo sono - ma chissenefrega! La giornata del “mi rendo odioso” non è mica la giornata del “dico soltanto la verità”: pur di raggiungere lo scopo, è consentito anche distorcere un po’ la realtà a proprio gradimento. A la haine comme à la haine, pertanto.

Inoltre, rendersi odiosi agli altri immagino comporti in se stessi strane reazioni: se scopro di essere davvero brava a risultare insopportabile e, per contro, a sopportarne io stessa le conseguenze, cosa imparerò su me stessa? Che ho un lato oscuro a cui non sempre do ascolto, magari? Che tante volte a essere fintamente buoni non si guadagna nulla? Che le energie impiegate per farsi accettare acriticamente da chiunque forse potrebbero essere incanalate diversamente?

E’ che a volte sono stufa di essere spinta a riconoscermi nello stereotipo della zitella inacidita; ancora di più, mi infastidisce tremendamente che gli altri me lo facciano notare.

Almeno una volta ogni tanto, quindi, mi si consenta di dichiarare apertamente le intenzioni: quanto riusciamo a essere detestabili, se davvero ci mettiamo d’impegno?

Il Nilo scorre al contrario

Ora che il tatuaggio all’henné sta incominciando lentamente a sbiadire - colpa sicuramente del detersivo per i piatti troppo aggressivo - posso prendere in considerazione l’idea di scrivere qualcosa sulla vacanza in Egitto.

Innanzitutto, ho messo on line alcune delle moltissime foto - quelle senza facce o altre parti del corpo mio o dei miei genitori, ovviamente; le foto sono in ordine cronologico e le didascalie dovrebbero dare l’idea di quello che è stato il programma di viaggio nel caso qualcuno fosse capitato qui cercando informazioni relative alle crociere sul Nilo.

Vorrei fare una classifica delle cose più belle tra quelle viste, mangiate, udite, odorate, agite. Il fatto è che non so esattamente da che parte incominciare; a pensarci proprio bene, non so neanche da dove mi salti in testa, questa cosa della classifica. Forse sono stata contagiata da qualcosa che ho sentito alla radio stamattina nel dormiveglia, chissà. Non sarà una classifica, allora: piuttosto, una lista di alcune delle cose che mi sono piaciute di più.

Il pane egiziano. Sapevo che gli egiziani sono ottimi panificatori; molti immigrati della mia città, infatti, sono andati a lavorare in pizzerie con risultati piuttosto soddisfacenti, per non parlare di quelli che sono riusciti ad aprire un proprio locale. Il cosiddetto pane arabo non è che uno dei tantissimi che ho avuto modo di assaggiare, tutti caratterizzati da forme inusitate tipo treccine o fiocchetti, e tutti impreziositi da una trina di semi colorati sparsi sulla crosta: papavero, sesamo, cumino.

Entrare nella piramide di Chefren, a Giza. Quando, una ventina di anni fa, ero andata in Egitto per la prima volta come ho raccontato nell’ultimo post scritto prima di partire, avevano chiuso l’accesso all’interno delle piramidi perché c’erano circa 50 gradi e il giorno prima erano svenute parecchie persone. Al momento di scegliere se farmi prendere il biglietto per entrare nella seconda piramide più grande del mondo (la prima, quella di Cheope, ha l’accesso limitato a 100 persone al giorno ed è fuori dai pacchetti dei circuiti turistici classici) non mi sono fatta scoraggiare dalla mia peraltro meravigliosa guida, che descriveva l’esperienza come del tutto evitabile. Sono entrata in un cunicolo alto 120 centimetri e largo circa 50, a doppio senso di marcia e con una pendenza iniziale di almeno il 20% in discesa. Dopo i primi dieci metri molta gente fa marcia indietro, causa la fatica fisica, la scarsità di aria e la persistente puzza di muffa. Arrivare nella sala del sarcofago, completamente vuota a parte un grande sarcofago di pietra, è comunque emozionante: sei al centro di una piramide, insomma! Nei quattro giorni successivi, il dolore a muscoli che neanche sapevi esistessero porta a rimpiangere vagamente la scelta fatta, ma dopo quasi due settimane posso dichiarare di essere perfettamente soddisfatta, e probabilmente lo rifarei pure.

Il cimitero abitato, al Cairo. La nostra guida Nasser, cairota, ci ha portato (con l’autobus, ovviamente, ma è stata comunque un’esperienza molto forte) all’interno delle strade labirintiche che serpeggiano nella “città dei morti”. Un vero e proprio cimitero tuttora funzionante come cimitero, con tombe familiari che sono sovrastate da piccole costruzioni di una o due stanze tradizionalmente da adibire come magazzino: ho scritto “tradizionalmente” perché, in realtà, le stanze di quelle tombe sono abitate da centinaia di migliaia di persone, come potete vedere nell’immagine a fianco. Il cimitero è enorme e caratterizzato da panni stesi tra le tombe, tetti di tombe completi di antenna parabolica, moschee, scuole. Nasser ci ha raccontato addirittura che, anni fa, si era recato in una tomba/casa dove si riunivano gli abitanti delle tombe/case vicine perché da lì si riusciva ad accedere a un canale satellitare di film pornografici. Eros e Thanatos, se mi si perdona il cinismo.

La piramide a gradoni di Saqqara. Non so spiegare cosa abbia di diverso dalle tre piramidi di Giza, costruite successivamente a una trentina di chilometri di distanza; probabilmente si tratta dell’atmosfera rarefatta, della lontananza da centri abitati, dell’assenza quasi totale di rumore. Le piramidi di Giza, infatti, sono praticamente in mezzo alla città e prese d’assalto dai pullman dei turisti che possono parcheggiarvi a ridosso. Saqqara, al contrario, è ai margini del Sahara (rima non voluta, ma non per questo dispiaciuta. E siamo a due) ed è talmente intrisa della sua sabbia da essere, dopo una certa ora almeno, un tutt’uno con il paesaggio sullo sfondo.

Una delle tombe nella Valle delle Regine. Sono arrivata alla Valle delle Regine intorno alle sei e mezzo del mattino: stava ancora sorgendo il sole e il cielo era costellato di mongolfiere colorate. Ma non è stata questa la cosa che, a posteriori, mi ha colpito di più, quanto la vista, in una tomba dipinta con colori ancora meravigliosamente vividi, di un minuscolo scheletro deposto in una teca. Lo scheletro, si narra, del figlio mai nato della Regina sepolta nella tomba accanto: il feto abortito era stato comunque sottoposto al laborioso processo di mummificazione, lasciandomi intendere che, per gli egiziani, la vita iniziasse ben prima del momento del parto. Quantomeno la vita di un potenziale faraone, ossia un uomo che, dopo morto, sarebbe divenuto un dio. La cosa che mi ha commossa di più, in effetti, è stato il repentino pensiero in direzione di quanto leggevo in quei giorni sui quotidiani italiani sul documento firmato dai ginecologi romani in relazione al comportamento da tenere nel caso in cui, dopo un aborto, il neonato fosse ancora vivo.

Per concludere, una brevissima spiegazione del titolo del post: il Nilo, fiume più lungo del pianeta che abitiamo (il che lo rende, almeno credo, anche il fiume più lungo di tutto il sistema solare, quantomeno), scorre da sud verso nord. Strano, vero?

Che bello che è

 Quando ti svegli al mattino dopo undici ore di sonno continuativo e la gioia di non sentire più le ossa rotte compensa la necessità oggettiva di un fazzoletto formato lenzuolo a due piazze per accompagnare il raffreddore di più vasta portata della storia.

Quando incroci per strada un cameriere che si destreggia tra i passanti con un vassoio pieno di tazzine e, mentre canta ad alta voce, ti sorride proprio mentre ti stai soffiando il naso.

Aggiornamento (un po’ cattivello). Incontrare il bello del liceo e scoprire che tu non sei più la sedicenne grassa con gli occhiali, mentre lui ha preso quindici chili, è stempiato per usare un eufemismo e mentre tu gli fai vedere le foto delle tue ultime vacanze al sole dei Caraibi lui tira fuori dal portafogli quelle del figlio… di suo fratello.

Quando annoiata leggi le statistiche del blog e, dal vertiginoso aumento degli accessi a un singolo post tutti con la medesima provenienza, ti rendi conto che un neologismo di cui vai particolarmente fiera ha una qualche raison d’être.

Quando, cercando tutt’altro, capiti serendipitamente su un test che dovrebbe rispondere alla domanda “Cual es tu capacidad de amar?” e viene fuori il seguente risultato:

In generale, sei una persona in grado di stabilire vincoli affettivi stabili e solidi; non ti spaventa l’impegno e provi piacere nel relazionarti con gli altri; mantieni o sei capace di mantenere una relazione di coppia matura, basata sul rispetto, la comprensione, l’impegno e la passione. Non arretri di fronte alle difficoltà e quando cadi ti rialzi senza guardare indietro.

Sai che quasi tutto, nella vita, ha un lato positivo, il che non necessariamente significa che la vita ti sorride ma che tu, questo sì, sorridi alla vita.

Sei un individuo intellettualmente curioso, con senso dell’umorismo e con un’autostima ben radicata; sai valorizzarti e, in effetti, sei valorizzato senza che questo ti porti a essere concentrato soltanto su te stesso: al contrario, sei sensibile ai problemi e alle difficoltà di chi ti circonda.

In effetti, sei il compagno e l’amico che tutti vorrebbero avere.

Perché è come per gli oroscopi: basta crederci. E quando succede, è bellissimo.

Ogni tanto ci vorrebbe proprio

Sarà un caso che, proprio la notte di San Valentino, mi sia venuta l’influenza? E non l’influenza con la febbre, ma quella ben più perniciosa che, pur facendoti sentire come se il tuo corpo fosse diventato una pista di prova per carrarmati, non ti impedisce di uscire di casa per venire in ufficio a far finta di lavorare.

Io non festeggio il Natale, non festeggio la Pasqua e, da qualche anno ormai, tendo a trascurare anche i compleanni - il mio, se non altro. Risulta quindi abbastanza ovvio che, almeno in teoria, festività comandate dal marketing globale dovrebbero essermi del tutto indifferenti.

Come se non bastasse, stamattina, dopo una notte insonne trascorsa tra il freddo e il caldo mettendo e togliendo calzettoni e maglioni di lana - sono diventata bravissima a vestirmi al buio sotto il piumone, in compenso - non appena entro in bagno e accendo la radio mi trovo costretta ad ascoltare un servizio su pregi e difetti della vita da single: single per scelta, single per forza, single che consumano e inquinano più delle coppie…

Io non lo so, perché non sto con nessuno né esco con nessuno né c’è qualcuno che mi interessa “in quel senso”. E non è che si tratti di una condizione che patisco, a dirla proprio tutta.

Però poi a volte capita che sono le tre di notte e non sai se hai freddo o caldo, ti fa male la schiena e hai i brividi alle gambe e alle braccia nonostante la fronte sia imperlata di un sudore appiccicaticcio. E ti investe un ricordo indistinto che probabilmente è una sovrapposizione di ricordi diversi (alcuni dei quali risalenti alla primissima infanzia, credo): la persona sdraiata accanto a te ti abbraccia, ti passa un fazzoletto bagnato sulla fronte, ti massaggia la schiena, ti porta una tisana calda.

Che dire? Ogni tanto ci vorrebbe proprio…

In vacanza con “i miei”

Andare in vacanza con i propri genitori dopo aver raggiunto, ormai da alcuni anni, una certa indipendenza economica ed emotiva comporta tutta una serie di vantaggi che, sulle prime, non avevo considerato.

In primo luogo, non ti è permesso pagare nulla: le uniche monete che sono uscite dal mio portafogli, in sette giorni, sono state quelle da un euro usate come bakshish, la mancia che è costume dare a camerieri, vetturini di calesse, portatori di valigie e una moltitudine di altre figure. E qui potrei aprire una interessante (?) parentesi su tutti i sentimenti contradditori che suscita l’essere in un paese dove tu, che a stento riesci ad arrivare a fine mese senza avere il conto in rosso, sei considerata ricca; ma non lo farò. E comunque. Senza spendere un centesimo, ma foraggiata in toto dai miei, sono tornata a casa con una sacca piena di tutti quegli oggetti, in gran parte inutili, che una turista non può non acquistare con la scusa di contribuire all’economia locale:

immagine-2.png

sei bottigliette di vetro piene di sabbia colorata a formare disegni astratti (su una, ma giuro che non me n’ero accorta al momento dell’acquisto, c’è un cammello tra le palme; è quella nella foto);

sciarpe colorate che si stingeranno al contatto con la prima goccia d’acqua;

un tatuaggio all’henné sul dorso della mano che, causa mia disattenzione, si è espanso più del dovuto (anche su un paio di pantaloni);

una scatoletta di essenze di fiore di loto, fiore di gelsomino e una terza chiamata “segreto del deserto” che spacciavano per afrodisiaca;

cinque collane di “odorosi” semi di sandalo delle quali dovrò sbarazzarmi prima che, invece del profumo, si mettano a produrre insetti di vario tipo;

sei o sette stecche di sigarette tra cui, per l’assurda cifra di sei euro, una di infumabili, egizianissime Cleopatra;

un papiro (sì, proprio un trashissimo papiro!) con raffigurata Nut, la dea egizia del cielo che mangia il sole al tramonto e lo partorisce all’alba e che tanto mi piaceva quando avevo otto anni per il suo corpo ricoperto di stelle;

mezzo chilo di foglie di karkadé perché ho scoperto che, bevuto fresco, è molto più dissetante di qualsiasi bibita gassata (che tanto, causa dieta, non posso bere) e, soprattutto, che è utilissimo per sedare qualsiasi forma di desiderio, da quello sessuale a quello alimentare;una decina di bustine contenenti spezie di vario tipo, tutte rigorosamente sconosciute e comunque prive di etichetta che le identifichi, parte delle quali ha poi avuto il buon gusto di espandersi all’interno della valigia;

per finire, un sacchetto pieno di fiori di loto essiccati che, messi nell’acqua con qualche goccia dell’essenza di cui sopra, dovrebbero (secondo lo stentato italiano del negoziante che me le ha vendute) profumare tutta la casa per giorni e giorni – considerando che vivo in meno di quaranta metri quadri, forse è il caso che faccia prima una prova, giusto per non morire asfissiata dall’odore.

L’aspetto economico, però, è soltanto uno dei tanti vantaggi che la presenza dei genitori comporta all’interno di un gruppo di persone sconosciute che, volente o nolente, diventano per qualche giorno i tuoi compagni di vita.

Il fatto che tale gruppo sia in gran parte costituito da famiglie con bambini in età scolare, ad esempio, fa sì che, durante gli occasionali momenti di conversazione, la domanda più frequente che ti senti rivolgere sia “Cosa studi all’università?”, quando tu l’università l’hai finita da più tempo di quanto non abbia impiegato a laurearti. La gente, infatti, semplicemente non concepisce che una ragazza sopra i ventidue, massimo ventitrè anni, possa scegliere di trascorrere una vacanza con i genitori, quindi presume che la tua età non superi quella considerata opportuna per tale azione. Il che, di per sé non è un gran vantaggio, a meno che tu, ragazza ben oltre i ventidue anni, non ritenga l’attribuzione di un’età anagrafica molto inferiore a quella reale una coccola al proprio ego– e purtroppo non è il mio caso, ma potrebbe essere quello di molte, credo; per questo l’ho scritto.

E poi. Poi c’è l’estrema tranquillità che deriva dalla consapevolezza che, se nessuno ti si fila, non è perché sei brutta / grassa / secca / antipatica / noiosa o tutte quelle altre cose che temi di essere quando nessuno ti si fila, ma perché gli unici uomini in età papabile (sopra i venticinque e sotto i quarantacinque, per me) sono in viaggio di nozze con la novella consorte; per di più, il fatto che nessuno ti si fili si rivela, in questa occasione, una manna dal cielo, perché fosse altrimenti dovresti arrabattarti a inventare scuse da accampare con papà e mamma per poterti appartare con il corteggiatore di turno. E se a quindici anni la scusa di andare a dormire da un’amica era vagamente plausibile, con il doppio dell’età e su una nave che scorre placida contro la corrente del Nilo un’assenza prolungata sarebbe ben difficile da giustificare.

Certo, poi ci sono tutte quelle piccole nevrosi e idiosincrasie di cui mi ero dimenticata: il fastidioso tic di mio padre quando qualcosa lo indispettisce; mia madre che ogni tre secondi si volta per guardare se ci sono ancora – anche quando stiamo camminando lungo il corridoio che porta alle cabine – e che rendendosi conto che le sono appiccicata fa un sospiro di sollievo come se si fosse aspettata invece di non rivedermi mai più; il sentirmi un po’ controllata e dovermi giustificare se, alle nove e mezza di sera, invece di andare a dormire preferisco restare ancora un po’ sul ponte a leggere e guardare il paesaggio; il timore che mio padre si inimichi per sempre i nostri compagni di tavolo con una delle sue micidiali battute sarcastiche.

E c’è uno strano e malinconico rovesciamento dei ruoli: perché sono io, adesso, quella a cui rivolgersi per gli approfondimenti storico artistici in quanto detentrice di quel tomo di seicento pagine che si ostinano a chiamare guida di viaggio; perché sono io, adesso, a osservare con una leggera inquietudine i passi dei miei genitori ultra-sessantenni lungo un sentiero dissestato; perché sono io, adesso, a controllare che mia madre abbia chiuso la borsetta e mio padre messo il portafogli nella tasca davanti quando al Cairo ci portano a passeggiare in un bazar; perché sono io, adesso, a farmi carico di sollevare le valigie di tutti dal nastro trasportatore dell’aeroporto e a ricordare a mio padre che si è dimenticato la tracolla accanto al metal detector.

E infine, c’è la triste consapevolezza che né mia madre né mio padre sono stati in grado, su più di venti tentativi nell’arco di mezzora, di scattarmi una foto davanti alle piramidi di Giza in cui non sia venuta tragicamente male. Avrei dovuto chiederlo a Edoardo, il mio compagno di tavolo di undici anni, probabilmente. Se non fosse che quella che lui mi aveva fatto ad Abu Simbel e in cui, se non altro, il tempio compariva nella sua maestosa interezza, avevo un’espressione naturale e mi si vedeva tutto il viso, mia madre, “del tutto inavvertitamente”, era riuscita a cancellarla. E non me la sono proprio sentita di svilirla così un’altra volta.

Vorrà dire che, per poter finalmente avere una foto con la mia faccia che non assomigli a una immagine segnaletica e con le tre piramidi tutte insieme senza le punte troncate di netto, dovrò tornare presto a camminare con gli egiziani.

[diggita] [informazione] [OkNotizie] [Segnalo] [SEOTribu] [technotizie] [wikio] [YahooMyWeb] [Technorati]

Spedisci via mail

Pagina Successiva »


Feed RSS         


Tumblelog

Cosa ho scritto fino a ieri

Quanti sono passati di qui

  • 32,355 hits

Creative Commons License
Se avessi voluto tenermi tutto per me avrei continuato a scrivere un diario segreto chiudendolo con un lucchetto. Quanto scritto nel blog, tuttavia, è protetto da una Licenza Creative Commons.

click analytics

Click here to read my rating!