Io amo l’italiano. E’ una lingua stupendamente ricca e versatile e, soprattutto, è la mia lingua. E mi accingo a usarla come un’arma contro chi invece sembra non amarla affatto - o se non altro la tratta molto male.
Adoro anche, nell’ordine, l’inglese, il francese e lo spagnolo - e vorrei tanto adorare anche il giapponese, ma ancora non sono riuscita a impararlo. Ogni volta in cui parlo, leggo o traduco da una lingua che non è la mia sento un brivido di felicità e un senso di quasi-onnipotenza: il potere delle lingue è enorme, perché è il potere di comunicare con altri esseri umani sia qui e ora (grazie al turismo di massa
) sia altrove e in un’altra epoca (grazie, oltre che al web, ad altri “oggetti” come i libri).
Ma niente è paragonabile alla mia lingua, perché è mia. Che mi piaccia oppure no - e fortunatamente, lo ripeto, mi piace tantissimo. A parte quando devo tradurre testi specialistici scritti in inglese: in quei casi la odio cordialmente, ma si tratta di circostanze lavorative che esulano un po’ dal contesto generale della mia vita, in cui l’italiano è tra le cose che amo di più. Anzi. Amo talmente tanto la lingua italiana da provare un vero e proprio spasmo di sofferenza fisica ogni volta in cui vedo errori che non sono refusi, frasi prive di coerenza logica che non sono anacoluti. O per lo meno sono anacoluti - non - voluti.
Non ho idea del motivo per cui persone con una formazione universitaria e in grado di scrivere concetti anche estremamente interessanti, ben strutturati e stimolanti scivolino sull’ortografia. Sì, proprio sull’ortografia: come scrivevo, non si tratta di refusi, quando sono così spesso reiterati - si tratta di ignoranza. Ah, dimenticavo una precisazione: non vale il viceversa, ossia scivolare sull’ortografia non è indice del fatto che i contenuti siano estremamente interessanti eccetera. E con questo, lo so, mi sono resa definitivamente odiosa
E comunque: non conosco le ragioni di tale appiattimento linguistico, di tale imbarbarimento (ho le esigenze di purezza linguistica di un accademico della Crusca di inizio settecento, si era intuito?); alcuni esperti sostengono sia colpa della scuola, altri dell’uso del computer e di strumenti come i correttori automatici, altri ancora di “oggetti” come i blog. Mah. Tempo fa ho letto un bel post sugli errori in cui è più frequente imbattersi sulla rete; più recentemente, mi è capitato di partecipare su Facebook a un forum sull’argomento “quante lingue conoscete?” e mi ha rallegrato leggere molte repliche che insistevano sull’importanza di conoscere la propria lingua madre, prima di impararne altre.
Non sono così sicura che la “colpa” sia del mezzo di comunicazione (blog, chat ecc.); mi piacerebbe, tuttavia, conoscere al riguardo anche altri pareri da parte di persone che sono solite scrivere per piacere, e non soltanto per lavoro.
Premettendo che la mia formazione ortografica è tuttora in corso (spesso mi capita di interpellare un amico che di mestiere fa il redattore), le questioni più “scottanti”, per quanto mi riguarda, sono le seguenti.
1. la confusione tra accenti gravi e acuti
Anche se quando facevate francese alle scuole medie, come la sottoscritta, non ci pavete capito niente, in realtà ci sono delle regole ben precise anche in italiano: perché, giacché, né, sé, finché eccetera. Già che siamo in argomento, “se stesso” e varianti (stessa, medesimo, medesima) l’accento non lo vogliono (anche se l’Accademia della Crusca qui sostiene che entrambe le forme sono accettabili). Allo stesso modo, ventitré, trentatré e tutti gli altri composti di tre lo vogliono acuto, così come le terze persone singolare del passato remoto - come batté o rifletté. L’accento grave è invece da utilizzare esclusivamente per la terza persona singolare del verbo essere, per il suo composto cioè e per sostantivi come tè, caffè, narghilè e alcuni nomi biblici come Noè, Giosuè e Salomè.
2. la confusione tra accenti e apostrofi e i casi in cui “non ci vuole nulla”
L’unica voce verbale tra le terze persone singolari dell’indicativo a volere l’accento (vado a memoria) è dà. Pertanto, mi fa soffrire leggere abomini (chi sa dirmi come mettere l’accento circonflesso in wordpress?) tipo: “ti stà bene”, “mi fà male”. Forse è perché ci si confonde con l’imperativo? Eppure no, non è possibile: l’imperativo vuole l’apostrofo, semmai: fa’ questo, fa’ quello, sta’ qui vicino a me - si tratta di un’elisione. Anche qui e qua si scrivono senza segnetti, proprio come i nomi dei nipotini di Paperino. Là, invece, no: l’accento lo vuole. Problemi analoghi con la prima persona: sto bene, lo so (in quest’ultimo caso, gli errori sono fortunatamente molto infrequenti). E per ultimo: qual è. Qual-spazio-è. Niente apostrofi. Mai. La Crusca (e Suzukimaruti) sono d’accordo con me.
3. punti e puntini
I tre puntini, noti anche come puntini di sospensione, sono oggetto di abuso continuo e costante. Soprattutto negli sms, ma non soltanto. Il troppo stroppia, come diceva mia nonna: i non detti, i sottintesi, i vorrei-ma-non-posso li si rende nella scrittura anche in altri modi. E dopo il punto fermo ci vuole uno spazio. Sempre…
4. incomprensibile e involuto è diverso da “bello”
Le proposizioni subordinate sono molto importanti; relative, concessive, ipotetiche: aiutano a strutturare le idee in maniera complessa e accompagnano chi legge lungo i nostri percorsi mentali. Dato che esistono, è quasi doveroso usarle e sarebbe sciocco non approfittarne - ma senza esagerare. Tre relative in uno stesso periodo sono, nella maggior parte dei casi, semplicemente eccessive; una volta io pensavo dessero “personalità” al mio modo di scrivere, ma in seguito ho finalmente capito che risultano estremamente fastidiose, in quanto appesantiscono le frasi senza che ve ne sia necessità.
Le proposizioni relative che usavo nelle cose che scrivevo, o a cui ricorrevo parlando di ciò che mi interessava, erano, per le persone che mi leggevano, un ostacolo che faceva loro passare la voglia di seguirmi.
Wow. Ne abuso ancora, che gran sollievo ![]()








Io sono della scuola che “sé stesso si accenta” e tiro fuori il Serianni se qualcuno non è d’accordo. Non mi offendo se altri non lo accentano, ma ho le mie idiosincrasie.
Per l’accento grave sulla e, hai dimenticato “piè”
Salve,
Sono l’autrice dell blog Wonderland Burns. Leggendo l’interessante post ho notato un link (refusi) al mio blog che però purtroppo non porta a nessuna pagina, o meglio, il messaggio è quello di pagina “mancante”.
Pur essendo a mia volta amante dell’italiano (probabilmente non a sufficienza) e avendo una laurea, avrei avuto piacere nel leggere i miei errori in modo da poter migliorare e possibilmente non ripeterli più in futuro.
Mi auguro di non averne commessi troppi in questo breve messaggio.
Saluti.
Grazie per la segnalazione, .mau. piè veloce
(e ieri sera, leggendo delle bozze, ho scoperto che anche ahimè ha la e grave… Fortuna che sono parole poco usate
)
Per .mau.: fortuna sì, però in effetti ahimè andrebbe usata di più, è molto molto efficace!
Per MissJ: si è trattato di un errore - il link doveva andare alla relativa pagina di Wikipedia (come per il successivo “anacoluto”); adesso l’ho corretto e dovrebbe funzionare come era nelle mie intenzioni. Non mi sarei permessa, per inciso, di fare esempi espliciti - forse anche per pavidità, temendo un linciaggio che non sarebbe stato ingiustificato
Tra l’altro, se ripassi di qui, ti segnalo che non riesco ad accedere al tuo blog, e mi dispiace! mi rimanda direttamente alla mia dashboard di wordpress :O
Si scrive male perché si legge poco (o nulla).
solo per dire che si potrebbero scrivere dei gran dottorati sulla diatriba sé stesso vs. se stesso. raffinati linguisti danno per corretta la prima, mentre bollano la seconda come un insignificante vezzo di codesto disgraziato momento storico.
Brain: sono d’accordo con te, la lettura - quando “praticata” regolarmente ed estensivamente - aiuta sommamente la scrittura (te ne accorgi soprattutto quando si tratta di una lingua straniera). Ma ho un dubbio: il fatto che si legga poco è una vera e propria causa oppure un effetto di qualcos’altro?
Bloggointestinale: grazie per la segnalazione - da parte mia, continuerò a essere poco raffinata
L’importante per me è non vedere scritto sè stesso, con tanto di accento grave…
…mmm, che dire… é difficile scrivere un commento dopo il tuo post… sì rischia di incorrere in errori iN x donabimli, soggetti all’ inflessibile giudizio di Odiamore.Cosi’ ì criticicritici sì limitano a chiedere carita’ e coN prensione quando la redattricIe di questo post vorra’ far visita al nostro modestissimo blog… “E se sbaglio mi corrigerete” [cit]. Ahimé
p.s. …sono arrivate le spille!
Pensa che questo è stato scritto in risposta a te (o almeno pare).
Per lacriticacritica: carità e comprensione per chiunque sia stato una settimana al freddo e al gelo dell’inverno padano, lo prometto.
Le spille sono arrivate??? la voglio la voglio la voglio
Per #6: la dura legge del contrappasso… Per inciso, sempre meglio di quella del contrabbasso, che quando grazie alla forza di gravità ti casca su un piede non è per nulla gradevole
LA GRAMMATICA FA SKIFOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
DA SEMPREEEEEE NN DOVRBBE ESISTEREEEE C…O