Archivia per Gennaio 2008

Che invasione sia

Invadeteci

SOS Invadeteci!

Contravvenendo alla mia auto-regola di non parlare mai di attualità se non nel campo della ricerca scientifica, aderisco all’appello ironico e tragico di Mente Critica - ringraziando GG per avermelo fatto scoprire.

La solitudine sentimentale

Premetto che non farò riferimento alcuno alla canzone di Laura Pausini – sospendo il giudizio, al proposito, anche se come tante altre cose non posso negare che abbia fatto parte, volente o nolente, della colonna sonora della mia adolescenza.

Il fatto è che è proprio di quello che ho intenzione di scrivere: della solitudine. Anzi, di un tipo particolare di solitudine, che non saprei come definire se non come solitudine sentimentale.

Venerdì pomeriggio, in ufficio, stavo vivendo uno di quei momenti creativi che rendono il mio lavoro degno di portarmi via un tempo eccessivo per uno stipendio che mi sta facendo arrossare il conto in banca e che si è soliti chiamare brainstorming, quando sono stata contattata via Skype da uno sconosciutissimo Valerio.

Io utilizzo molto Skype per lavoro: ciò significa che compaio con il mio Nome e Cognome e ho una foto a figura intera con tanto di cappotto in cui sullo sfondo compare il Colosseo – e a cui tengo tantissimo perché mi ricorda un momento molto felice della mia vita. Niente di particolarmente ammiccante, quindi.

Le rare volte in cui ricevo un tentativo di contatto da sconosciuti mi limito a bloccarne la richiesta. In quel caso, però, davanti al mio computer c’era il mio collega Fotografo (perché è lui che mi ha fatto la foto di cui parlavo), il quale non soltanto ha accettato la richiesta ma ha iniziato a conversare con il suddetto Valerio. Fingendosi me, ça va sans dire.

Ora. E’ un periodo, questo, in cui la solitudine è la condizione che preferisco. Sono una persona molto socievole e, in genere, e una grande amante della socialità; una persona alla quale non mancano le occasioni per uscire e che anzi spesso si trova a dover scegliere tra più alternative. Da qualche settimana, invece, il mio telefono non squilla quasi mai in orario preserale e la cosa mi rende estremamente felice; almeno non mi trovo più, come qualche tempo fa, a dover inventare scuse improbabili per giustificare il mio continuo diniego a mettere il naso fuori dalla porta di casa.

Ormai mi telefonano soltanto più Candi (che soffre di periodici attacchi di misantropia ed esce soltanto con il proprio fidanzato), Scassaritratti (che vive in un’altra città) e Sole e Andrea (che vivono in un’altra nazione). Gli altri hanno avuto il buon gusto di desistere o di chiamarmi la sera alle dieci, quando sanno di trovarmi già in tenuta da notte (ché a scrivere pigiama passo da sfigata, invece così può restare il dubbio che sia languidamente avvolta da una vestaglia di seta e sorseggi champagne).

Per riassumere, dopo una giornata passata in un ufficio con decine di persone intorno e stimoli comunicativi di ogni genere, trascorro la maggior parte delle mie serate da sola leggendo o guardando film; se proprio ho voglia di parlare con qualcuno, in fondo, c’è sempre il telefono.

E sono – per adesso – estremamente soddisfatta della situazione; altrimenti farei qualcosa per cambiarla, no?

Dopotutto, nel corso degli ultimi quindici anni – e mi fa un grande effetto scriverlo, ma è proprio così – non ho mai saltato né un venerdì né un sabato sera se non per gravi motivi di salute (come per le assenze a scuola); per non parlare degli anni dell’università, in cui era un continuo litigio con i miei genitori perché erano più le serate che trascorrevo fuori di quelle passate all’interno delle mura di casa. Una volta, addirittura, mia madre se ne è venuta fuori nel bel mezzo di una furiosa litigata con la mitica frase “Questa casa non è un albergo!“; tempo tre secondi e, vista la mia espressione a metà tra lo sconcertato e l’esilarato, è scoppiata a ridere come una matta.

E, sempre nel corso degli ultimi quindici anni, non sono passati mai più di quaranta, cinquanta giorni senza che uscissi con un ragazzo in maniera più o meno seria e continuativa. Ciò considerato (e dalla sottoscritta assaporato in tutta la sua portata), forse risulta più chiaro perché abbia faticato tanto per liberarmi delle frequentazioni superflue, tenendo care soltanto le persone che davvero lo sono.

Tutto questo per sottolineare che la solitudine la conosco; la conosco molto bene e ne sto esplorando sfumature e sfaccettature.

Immagino, tornando al discorso iniziale, che un Valerio che il venerdì pomeriggio si mette in cerca di ragazze con cui dialogare via Skype sia una persona che si sente sola. Magari mi sbaglio e non lo è; magari è sposato, magari è pieno zeppo di amici e ha una vita sociale estremamente appagante. Sembrava un tipo simpatico, dopotutto, ed era anche piuttosto cortese - il che di questi tempi è una dote estremamente apprezzabile.

Pur tuttavia, almeno un po’ solo si sarà dovuto sentire, sant’uomo, se è stato per quaranta minuti a digitare sulla tastiera di un computer frasi che tra l’altro, a leggerne l’ortografia, doveva anche costargli una certa fatica comporre con la rapidità richiesta dal contesto. Sentimentalmente solo, se non altro.

Lo ammetto: essendo cresciuta a pane e Jane Austen, non sono particolarmente rappresentativa del campione “giovani sui trent’anni che cercano di fare nuovi incontri via internet”. La penso, al proposito, un po’ come Sherry Turkle, che nel suo The Second Self scriveva:

“Come Narciso e il suo riflesso, le persone che lavorano con i computer possono facilmente innamorarsi di mondi che loro stessi hanno costruito o, anche, di proprie azioni compiute in mondi che altri hanno creato per loro.”

Chissà cosa cercava, Valerio. Chissà di quali altri metodi dispone, oltre a Skype, per provare a riempire il suo baratro sentimentale.

Forse ha ragione il collega Fotografo, che mi incitava tra le risate a suon di “Dai, fallo anche tu, scrivigli, controbatti, dai corpo alla sua fantasia!” Non ci sarebbe niente di male, in fondo, a creare per uno sconosciuto un mondo nel quale si possa sentire desiderabile e desiderato.

O forse sì? Forse c’è qualcosa di male, o comunque di sbagliato, di storto, di estremamente fastidioso nell’accorgersi che chissà quante persone, proprio in questo momento, stanno cercando del tutto alla cieca qualcuno del sesso opposto (o medesimo, a seconda dei gusti) che creino per loro mondi in cui si possano specchiare e rimirare compiaciuti; mentre in un qualsiasi luogo pubblico mai nessun ragazzo mi avvicinerebbe anche soltanto per dirmi “bah”.

E questo non perché io soffra di qualche strana deformità fisica che mi rende ripugnante agli occhi dei più: statisticamente, credo di poter risultare anche soltanto vagamente attraente almeno per una persona su cento. Oddio, cosa ho scritto? Sarò punita per la mia ὐβρις (grazie :) ), la mia tracotanza.

E comunque. Fossi anche, facendo sfoggio di maggior modestia, vagamente attraente per una persona su mille, vigessero per strada le stesse regole che valgono in rete, almeno una volta al mese¹ qualcuno dovrebbe fermarmi per dirmi “Ehi, ciao, hai voglia di parlare un po’ con me?”. Invece non succede mai. I commenti di muratori / manovali et similia non contano, anche se sto notando che negli ultimi anni anche loro sono molto meno attivi in quel senso.

Non che lo voglia, anzi; ho già scritto che di questi tempi raggiungo la serenità completa soltanto quando avvolta nel mio bozzolo di 30 metri quadri che tutti si ostinano a chiamare “casa”.

Semplicemente, mi chiedo perché chi sente il bisogno di un contatto anche soltanto verbale con altri esseri umani, al contrario di me che alla solitudine anelo, se ne stia rintanato davanti a uno schermo invece di scendere in strada e cominciare a guardare in faccia chi gli passa accanto.

Chissà, Valerio: forse varrebbe la pena provare.

Sempre meglio che trascorrere quaranta minuti a conversare con un uomo alto quasi due metri credendo sia una ragazza con il cappotto grigio il cui viso appena si intravede contro lo sfondo del Colosseo. Almeno credo.

1. Nell’ipotesi, del tutto ragionevole, che ogni giorno incontri per strada una trentina di sconosciuti del sesso opposto, ogni mese “incontro” circa 1000 persone nuove. Ho fatto un’ipotesi ulteriore, forse non condivisibile da tutti: che ogni persona che mi trova vagamente attraente decida di farmelo sapere e di “farsi avanti”. Ma ho come l’impressione che in rete succeda proprio questo.

Incredibile ma vero. O quasi

Ho letto qui (e, lo ammetto, a corto di idee ho scopiazzato il titolo del post) il racconto della comparsata “virtuale” del principe Carlo d’Inghilterra al World Future Energy Summit ad Abu Dhabi. Nuovo, ma non troppo, il trucchetto della videoconferenza evoluta, in cui si ha una proiezione della persona che parla a distanza con una definizione sufficientemente alta da risultare quasi ingannevole: sembra che la persona sia lì, davanti a te, invece è seduta chissà dove - e magari, dato che si vede soltanto il mezzobusto, sotto la giacca porta ancora i pantaloni del pigiama.

Come Suzukimaruti sa fin troppo bene - perché praticamente tutto il macchinario l’ha montato lui insieme a lei - noi avevamo portato in Italia una cosa del genere già nel 2006, a Pisa: trattavasi in quel caso del Teleportec. Ho trovato addirittura una foto sul Flickr di Suz che rende benissimo l’idea ed è ricca di commenti basati su nostre illazioni riguardo il funzionamento dell’apparecchiatura - sostanzialmente, uno specchio semiriflettente situato a 45° rispetto a una TV posizionata all’interno di tutto il macchinario. Più varie ed eventuali - d’altronde, anche avessimo scoperto proprio tutto, non svelerei certo il segreto a chiunque passi di qua ;)

La cosa divertente, che da una breve indagine mi sembra lui non abbia raccontato, sono i retroscena che la messa in opera di una macchina del genere comportano - almeno a volte, almeno quando la responsabilità del fatto che tutto fili liscio è principalmente mia.

Lene, la ragazza nella foto, era la donna di fatica arrivata fresca fresca dagli Stati Uniti per montare il Teleportec. Quando mi avevano scritto “our qualified technician” non mi sarei mai aspettata un’ olandese di un mentro e ottanta per novanta chili, che tra l’altro aveva fatto una scelta di albergo, rispetto al luogo in cui il Teleportec doveva essere installato, quanto meno discutibile: cinque o sei chilometri di distanza, senza mezzi pubblici - il che l’aveva portata ad affittarsi un’automobile tramite un’amica che lavorava per la sede centrale dell’Avis. Peccato che detta automobile dovesse essere ritirata all’aeroporto di Pisa in un giorno feriale nell’ora di punta grazie alla gentile solerzia di Suzukimaruti in veste di autista. Il tutto con l’ansia di non riuscire ad allestire il Teleportec in tempo per le prove generali da fare con i nostri (particolarmente ansiosi e ansiogeni) referenti negli Stati Uniti.

E comunque. Il giorno di queste prove era lo stesso in cui il Giro d’Italia passava per Pisa; traduzione: chiusura del traffico totale (= in tutto il centro città) di cui vengo a conoscenza con un preavviso di circa un’ora (cretina io a non seguire avidamente il ciclismo?). Lene non riesce ad arrivare e mi telefona ogni tre minuti circa presa dal panico. Io sono in preda a una crisi isterica. Suzukimaruti cerca di tranquillizzarmi, pur avendo la schiena rotta a furia di spostare pezzi di Teleportec del peso di circa duemila tonnellate l’uno. Lene, finalmente raccattata da Suz, la sottoscritta e il co-inventore del web Robert Caillau accodatosi non ricordo più perché, si rivela del tutto insoddisfatta dell’allestimento - dal momento che, contrariamente a quanto specificato nel contratto, era necessario per il realismo della proiezione una tenda ondulata e di tessuto pesante che garantisse l’impressione di tridimensionalità dell’immagine proiettata.

Alla fine, bene o male, la conferenza ha inizio: a parlare, Ray Kurzweil - ad ascoltare, sì e no cinquanta persone più o meno sbalordite dall’effetto della sua “apparizione” in sala. Io, piuttosto, ero talmente angosciata per la paura che non funzionasse il collegamento (via linea ISDN, che già nel 2006 faceva tanto vintage) con l’ufficio in cui Kurzweil sedeva dall’altra parte dell’Oceano, che non ho ascoltato una singola parola.

Ecco uno dei motivi per cui, quando mi trovo a dover raccontare a qualcuno che mi guadagno da vivere progettando e organizzando manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica (puff pant!), la gente mi guarda un po’ di sbieco chiedendosi se in realtà non passi tutto il tempo davanti a un computer a riempire e svuotare tabelle piene di elenchi e calendari preimpostati. E lo faccio, altroché se lo faccio: una noia mortale - che infatti mi ha portato all’esigenza quasi fisica di iniziare a scrivere un blog.

Però, poi, ci sono delle volte in cui il mio lavoro consiste nello spostare cassoni di legno contenenti apparecchiature futuristiche per poi andare a cercare parcheggio in compagnia dell’inventore del Web.

D’accordo, la chiusura autoriferita me la potevo anche evitare :D

Consiglio di lettura

Non c’entra nulla con i contenuti di questo blog (ammesso e non concesso che “qui” esista una cosa di simile a una linea editoriale, cosa di cui sono sicura fino a un certo punto), ma tanto per cambiare un po’ rispetto ai soliti argomenti, consiglio vivamente di andare a casa di Isa e leggere:

Agenda di lettura

E di non limitarsi al post in sé e per sé - pur molto stimolante - ma di proseguire fino ai commenti, dove si entra sempre più nel vivo della questione.

Ah, la questione è la seguente, semplice e complessa allo stesso tempo: interazione tra l’opinione pubblica e i mezzi di comunicazione di massa (altrimenti noti come media). E, come scrivevo sopra, nei commenti si struttura una ipotesi di discussione sul possibile ruolo dei blog.

E con ciò torno al trasloco dell’ufficio, sperando di aver contribuito almeno un po’ a portare linfa alla conversazione - d’altronde anche questo è un possibile ruolo di un blog, no? Senza desiderio di influenzare né manipolare - forse anche perché, almeno per la sottoscritta, non vi sono pressioni esterne di alcun tipo: niente prodotti da vendere, nessun capo da assecondare, nessuna ansia relativa alla propria formazione professionale; niente di niente fuorché il piacere di scrivere e di leggere. Almeno qui, vivaddio :)

Nomen omen

Le citazioni latine vanno bene praticamente per tutte le occasioni. Anche se il latino, in realtà, non l’hai mai studiato – oppure lo hai studiato per sette anni sudando le proverbiali sette camicie e, ciononostante, una mattina di gennaio ti trovi nella biblioteca Piccolomini del Duomo di Siena e stordita dalla meraviglia in cui sei immersa ti chiedi perché mai il Pinturicchio l’abbia dovuta scrivere proprio in latino, la storia di Papa Pio II rappresentata nei suoi affreschi, se nel ‘500 l’italiano era già lingua autonoma e ampiamente diffusa.

Tempo fa ho regalato a mia madre un grazioso libretto intitolato La saggezza degli antichi: lei ne è stata talmente entusiasta che l’ha perso nel giro di una settimana. E non sono sarcastica: era davvero così contenta di poter finalmente insultare la gente dicendo “perle ai porci” in greco antico che la sua connaturata bontà le ha impedito di avere il libro tra le mani per il tempo sufficiente a imparare a memoria tutta la frase.

Nomen omen è, tra le pochissime frasi fatte latine che ricordo a memoria, tra le mie preferite; di quelle in greco nemmeno a parlarne, se mi ricordo l’alfabeto è soltanto perché in fisica e in matematica si ha bisogno di talmente tante lettere per etichettare le grandezze che nemmeno il greco basta, a volte, e si deve ricorrere a lingue ancora meno note in Italia come ad esempio l’ebraico.

Nella top ten delle citazioni (più che altro una top five, se devo proporzionare la classifica al numero complessivo) ci sono anche homo homini lupus e mutatis mutandis – quest’ultima perché mia nonna, quand’ero bambina, la usava per insegnarmi che la biancheria intima va cambiata tutti i giorni. Non scherzo. Nonna a parte, anche la solita, affidabile alea iacta est non è malaccio, se devo proprio dirla tutta.

Nomen significa nome; e fin qui ci era facile. Omen, invece, significa presagio. Pertanto: un nome, un presagio.

E tutta questa saggezza compressa in nove lettere più uno spazio mi porta a pensare due cose.

In primo luogo, che ha ragione chi dà ai titoli l’importanza che meritano. Perché è vero che, come scriveva Fleur Jaeggy, “non basta dimenticare un nome per dimenticare l’essere”; e per certi versi posso addirittura essere d’accordo con chi, un po’ di tempo prima scriveva in un sonetto che “that which we call a rose, by any other name would smell as sweet” (“ciò a cui diamo il nome di rosa avrebbe lo stesso dolce profumo con qualsiasi altro nome”, più o meno – sto citando Shakespeare, non pretendo mica di tradurlo correttamente!).

Eppure un titolo, forse ancora più di un nome anche grazie alla sua maggiore estensione nello spazio, racchiude in sé l’essenza di ciò che verrà.

Facciamo alcuni esempi.

C’è un quadro di Magritte che non posso guardare senza provare un profondissimo senso di repulsione – e l’aggettivo superlativo non è stato messo lì a casaccio: il senso di repulsione è talmente profondo che, non tanti anni fa, mi ha portato a spendere un terzo di stipendio per sviscerarlo in tutte le sue sfumature più recondite con quello che era il mio psicologo. Più di tre ore (escluse quelle poi trascorse in solitudine, che si pagano con una moneta diversa dal denaro) per cercare di capire come mai la rappresentazione su tela del contorno di un volto di donna con, al posto dei lineamenti del viso, gli attributi del suo busto e del basso ventre mi provocassero un tale sconvolgimento interiore. Il segreto è nel titolo: l’avevo letto la prima volta in cui l’immagine mi era capitata sotto gli occhi e mi aveva talmente tanto scossa da “costringermi” a cancellarlo dalla memoria – azione che, purtroppo o per fortuna, non ero riuscita a ripetere con la declinazione del concetto in chiave figurativa. Il titolo di quel quadro è Le viole, ossia Lo stupro – e vi chiedo scusa se non metto il link ma nonostante tutto ancora non riesco a guardarlo senza esserne turbata. Se vi interessa vedere l’immagine, sono sicura che potrete trovarla autonomamente.

Giusto perché siamo in tema e alcune coincidenze vanno perlomeno citate: la canzone che sto ascoltando adesso è di Tori Amos e si intitola Me and a gun. Non lascia presagire (per l’appunto) nulla di buono, vero? Infatti descrive, con parole così toccanti da non aver bisogno di essere accompagnate dalla musica, il giorno in cui la cantante fu violentata da un suo cosiddetto fan.

Avevo iniziato dichiarando che l’accostamento Nomen omen mi fa pensare due cose. La seconda idea, tuttavia, si sarebbe concretizzata uno sproloquio sul significato del nick che ho scelto, dal momento che in questi ultimi giorni me l’hanno chiesto in tanti. La domanda ha un senso, per carità; “What’s in a name?”, per l’appunto, era proprio la frase d’attacco del sonetto citato poc’anzi.

Poi però mi sono ricordata che ne ho già scritto e che in realtà mi piacerebbe piuttosto rivolgere la stessa domanda a chi passa di qua; se mi si perdona la blasfemia: “What’s in a nickname?

Una scusa per rompere il ghiaccio e commentare per la prima volta, magari. Ma magari anche no :-)

Sesto giorno di dieta

In questi giorni sto toccando argomenti tipici di una rivista femminile: prima i capelli, ora la dieta. E non è neanche finito l’inverno! Di solito, infatti, di dieta si dovrebbe disquisire a partire dal mese di Aprile, per “prepararsi al bikini”, per “partire in tempo per essere in forma sulla spiaggia”, per (cito testualmente da femminili di cui non farò il nome) “conquistare un corpo da favola in dodici settimane”. Perché d’inverno il corpo è protetto dagli abiti, che lo possono – a scelta – mascherare, sottolineare, correggere.

Almeno a queste latitudini, a dire il vero, e, soprattutto, almeno di questi tempi: si racconta infatti (e se qualcuno di voi è a Roma potrebbe andarlo a sentire di persona; io, potessi, ci andrei) che sia sufficiente un innalzamento della temperatura di due, tre gradi, perché l’ecosistema italiano diventi una (brutta) copia della fascia sub-sahariana.

Ma non ho intenzione di dissertare sulle emergenze climatiche; non oggi, quantomeno.

Perché oggi è il mio sesto giorno di dieta, e se non lo vedo scritto nero su bianco non riesco a percepirne l’evidenza, né le implicazioni.

Mettersi a dieta a inizio gennaio è, da un lato, tipico di chi ritiene di aver esagerato con cibo e bevande durante le vacanze di Natale. Si tratta di un classico dei buoni propositi per l’anno nuovo, se non vado errata. Mettersi a dieta a inizio gennaio dopo aver come al solito trascorso le vacanze di Natale in una famiglia dove il Natale non si festeggia, d’altro canto, può risultare frustrante, dato che non hai neanche avuto la soddisfazione di ingozzarti di pandoro e cioccolato per due settimane – fortunatamente, d’altronde, i vini che bevo a casa dei miei non potrei permettermeli neanche se sposassi un produttore di champagne (in quel caso però pasteggerei ogni giorno a champagne, che è comunque un’ottima scelta).

Il fatto è che per me il “problema” non era quello dei due chili guadagnati per l’eccesso di ore passate a tavola e l’azzeramento del tempo trascorso all’aria aperta. Questa è la mia quarta dieta da quando avevo quattordici anni. C’è di peggio in quanto a dipendenze, tuttavia; almeno credo.

E comunque. Da quando sono a dieta, non faccio altro che mangiare o, in alternativa, pensare a cosa mangerò al prossimo pasto. Ci vogliono determinazione e abilità nella programmazione, altro che organizzare manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica da cinquantamila visite in tredici giorni! Per inciso: manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica vuol dire poco o niente, lo so. Uno dei miei tanti problemi consiste infatti proprio nel non essere ancora riuscita a spiegare in cosa esattamente consiste il lavoro che faccio non dico a mia nonna novantunenne, ma neppure ai miei colleghi della stanza a fianco.

Che la determinazione sia necessaria è una verità incontestabile: il mio prossimo appuntamento con il medico è fissato al dieci marzo e, per quel giorno, dovrò aver raggiunto l’obiettivo di X chili persi - che potrebbero anche essere XX, ossia un numero di due cifre; al limite anche di tre, per quanto ne sapete voi. Ma non è questo il punto, vero?

L’aspetto della programmazione, al contrario, è meno evidente; pur tuttavia, seguire un regime alimentare bilanciato con l’obiettivo di perdere peso comporta una vera e propria pianificazione dei sei pasti giornalieri. Sì, sono proprio sei – per questo prima ho scritto che non faccio altro che mangiare: colazione, spuntino, pranzo, spuntino (FormerlyKnownAs merenda), cena, spuntino. Tre spuntini al giorno, dunque, che possono essere costituiti da, alternativamente, fette biscottate, cracker o biscotti secchi zerogì (l’ho scritto male apposta, qui non si fa pubblicità a nessuno ;) ). Il problema è che i biscotti secchi zerogì non si trovano da nessuna parte, se non in un piccolo negozio vicino a casa dei miei dove, finalmente, li ho scovati dopo tre giorni di ricerca determinata quanto disperata – va da sé che, con tutti quegli spuntini, una scelta limitata a due tipi di cibo soltanto risulta fortemente frustrante. Quando la cassiera mi ha visto arrivare con dieci pacchi di biscotti (e una confezione di filo interdentale, che per me è come una droga - a proposito di dipendenze) mi ha guardato con aria interrogativa: “Non sapevo fossero in offerta, a quanto li hanno messi?”

Quindi, riassumendo: sto riscoprendo doti che non ricordavo di avere, come la determinazione, l’abilità nel programmare e una grande faccia tosta di fronte alle domande impertinenti.

La prossima volta che dovrò scrivere un curriculum vitae potrei aggiungerlo:

Gentile mio prossimo [auspicabilmente!] datore di lavoro, sono dotata di grande determinazione eccetera grazie alla ripetuta messa in opera di diete dimagranti. Il fatto che tali diete sia stato necessario ripeterle, al contrario, non è indice del fatto che, come potrebbe essere portato a pensare, io non sappia, tra una dieta e l’altra, praticare l’arte della continenza, bensì che il desiderio di vincere le sfide che mi sono poste [questo fa sempre colpo] è talmente forte che sono disposta a reingrassare ogni volta di XX chili pur di potermi poi rimettere alla prova con una dieta.

…………………

Oddio, mi è venuta in mente una cosa: e se quella str—ta che ho scritto là sopra in realtà corrispondesse al vero?

La precarietà sta tutta in uno shampoo

Ieri mattina sono stata dal parrucchiere - giocandomi così il primo hair-ticket del 2008. Da sempre, infatti, vado dal parrucchiere massimo due volte all’anno, se possibile addirittura nessuna; di questi tempi, in particolare, la mia situazione economica non mi consentirebbe di aumentare la frequenza neanche lo volessi.

E per inciso, pare che in futuro la situazione non migliorerà: mi spiegava un commercialista che, se io avessi avuto contratti a progetto del valore di 1000 euro al mese dal 1997 al 2007, avrei accumulato, per il mio futuro, una pensione di ben 145 euro al mese - o qualcosa del genere. Io lavoro (prima in nero, poi co.co.co. e, “finalmente”, a progetto) dal 2002 circa, quindi spero tanto che quel commercialista abbia preso una sonora cantonata.

E comunque. Di questi tempi, proprio perché la situazione economica non è particolarmente florida e il futuro è particolarmente incerto, è importante viziarsi un po’, almeno ogni tanto.

Innanzitutto, incominciare la giornata con qualcuno che ti accarezza la testa e si prende cura di te è un’esperienza stupenda - mi hanno addirittura portato il caffé mentre aspettavo che quest’uomo tinto di biondo dall’aria esperta prendesse in mano quattro tipi diversi di forbici. E poi arriva finalmente il momento magico: la piega.

Ora: io ho i capelli mediamente lunghi, tendenzialmente secchi e decisamente ricci. Se inavvertitamente uscissi di casa dopo averli spazzolati in libertà come faccio prima di entrare nella doccia potrei anche essere scambiata per una creatura mitologica con il corpo di donna e la criniera di un leone. Ciononostante, i miei capelli sanno anche essere piuttosto docili e, se stirati da un professionista, umidità dell’aria permettendo potrebbero anche sembrare naturalmente lisci. Ma sto divagando.

Il punto è che una pettinatura diversa - ma soltanto temporaneamente diversa - ha un effetto strano sul comportamento. Scritto così può forse sembrare un’esagerazione, immagino. Però i miei capelli sono probabilmente la cosa più bella che ho, sia per forma, sia per consistenza, sia per colore. Questo l’ho capito soltanto dopo aver passato anni a tingerli di nero corvino con delle ciocche blu; a lavarli con shampoo comprati al supermercato; ad asciugarli con il phon sparato al massimo della temperatura; a fare, insomma, tutte quelle cose che secondo le riviste femminili una ragazza come si deve dovrebbe evitare come la peste.

Quando tingevo i capelli… Non c’è nulla di temporaneo, in un colore diverso dal proprio; anche se si tratta di una tintura semipermanente, di quelle che vanno via dopo sei, sette lavaggi. I riflessi sull’incarnato cambiano, e con essi vira la tinta della pelle del viso. A poco a poco, sembra di non aver fatto altro, nella propria esistenza, che portare sulla testa una versione boccoluta della parrucca di Morticia Addams.

I capelli stirati a colpi di spazzola, invece, sono tutta un’altra cosa. La lisciatura dura soltanto tre, quattro, cinque giorni: finché non ti stufi di fare la doccia con la cuffia che tua nonna usava per fare il bagno al mare negli anni ‘50, per intenderci.

E sei diversa. Sei incredibilmente diversa. In primo luogo, trovo di avere, con i capelli lisci, un’aria decisamente più sofisticata e affidabile; dovessi fare un colloquio di lavoro in una multinazionale (non vedo perché, ma è soltanto un esempio) mi presenterei all’appuntamento con il tailleur pantalone nero di rigore e con i capelli perfettamente stirati. I capelli ricci, infatti, portano anche i meno prevenuti di noi a mormorare sommessamente il detto “ogni riccio un capriccio”, sottintendendo che una folta chioma di ciocche elicoidali si accompagna, quasi inevitabilmente, a un carattere instabile e sfuggente. Poi c’è il fatto che chiunque ti conosce non può non accorgersene: non è come cambiare la montatura degli occhiali (che per me, come ho scritto qui e ho ribadito qui, è costitutiva del mio modo di essere, oltre a quello di apparire), è macroscopico ed evidente da tutti gli angoli di osservazione - se ne accorge anche chi mi guarda dalla finestra del primo piano mentre cammino sul marciapiedi.

Entrambe le sensazioni - l’aumento di sofisticazione e affidabilità insieme all’evidenza del cambiamento - si riflettono sul comportamento: il modo in cui io percepisco me stessa, che in parte dipende da come ritengo mi percepiscano gli altri, influenza i modi di fare e di porsi nei confronti della gente. Con i capelli lisci, mi hanno fatto notare, assumo delle “pose” da donna in carriera che non mi sono connaturate. Con i capelli lisci, mi sento al centro dell’attenzione - mentre di solito, semmai, soffro del complesso da tappezzeria.

Ma tutta questa diversità è a tempo determinato: alla fine dell’esperienza, infatti, tornerai esattamente come prima, senza quasi nessuna ripercussione psicofisica come nel caso di un taglio netto di venti centimetri, e senza aver dovuto inserire nel tuo corpo oggetti estranei come le lenti a contatto. Anzi, l’espressione “tempo determinato” comporta troppa continuità, per questo caso.

I capelli lisci sono capelli precari. Proprio come il mio lavoro.

Dal che potrei dedurre che il mio contratto a progetto, apparentemente rinnovato ancora per tutto il 2008, altro non sia che un cambiamento temporaneo nella mia esistenza, e non ne costituisca parte essenziale né componente identificante. Che il mio lavoro precario non faccia davvero parte di me, ma sia soltanto un modo in cui la “vera” me stessa può compiacersi, per un tempo dotato intrinsecamente di data di scadenza, di cambiare un po’ agli occhi degli altri. Per essere percepita dagli altri come affidabile, sofisticata ed essere al centro dell’attenzione. E, di rimando, sentirmi tale anch’io; almeno un po’.

Peccato che con il lavoro ci debba pagare cibo, affitto, luce e gas - e vizi come il parrucchiere due volte l’anno. Peccato che dopo quasi vent’anni passati a studiare e formarmi per il mio futuro, come non si stancavano mai di ripeterci i professori, vorrei davvero poter costruire un progetto di vita, e non avere una vita a progetto

Scusate lo sfogo.

Forse non lo sai ma pure questo è amore

Finalmente è arrivato. Se ne era parlato talmente tanto tempo fa che quasi me ne ero dimenticata, e invece: oggi finalmente è qui, accanto a me. E’ un libro, ovviamente; di questi tempi, poche cose riescono a farmi battere il cuore forte quanto un libro – mentre per deludermi ci vuole davvero poco, ora che ci penso. E comunque.

Ho la grande fortuna di fare parte di un comitato di lettura di una casa editrice: significa che posso leggere libri gratis e spesso, addirittura, posso scegliere quale farmi mandare. Oltre al fatto, non privo di importanza per quanto riguarda il livello della mia gratificazione professionale, che esistono persone che prendono in considerazione anche la mia opinione quando si tratta di decidere se farlo tradurre o meno.

L’appartenenza a un comitato di lettura è la mia egofarm preferita: lusso allo stato puro. Lo scrivo perché si tratta di un sogno che è diventato realtà – e di questi tempi è raro che i sogni si avverino, quindi vale la pena che lo urli ai quattro venti. Certe cose accadono ancora. La mia fata madrina, per inciso, si chiama… no, non lo scrivo come si chiama, però è una fata madrina un po’ particolare, perché colei la quale mi ha dato accesso al privé dell’egofarm della lettura è stata, allo stesso tempo, la persona con cui, in terza media, tagliai scuola per la prima volta.

(Si dice ancora “tagliare scuola”? Lo chiedo perché tempo fa ho sentito mio padre, ultra-sessantenne, utilizzare il termine “schissare da scuola” e mi è sembrato vetusto. Quanto ci vorrà perché anche il termine che utilizzo io divenga vetusto? Lo è già? Mi legge qualcuno sotto i vent’anni? O forse ventiquattro sono sufficienti perché ci sia un gap generazionale? Yuhuu, ci siete ancora?)

Image of Love and Sex with Robots

Il libro che aspettavo si intitola, come potete vedere dall’immagine a fianco, Love and Sex with Robots. Non l’ho ancora neanche aperto, a dire il vero; preferisco aspettare di aver finito il romanzo e i tre saggi che ho sparsi tra comodino e altrove, tanto per gustarmelo al meglio. Scusate, mentivo: non è vero che non lo ho aperto; l’ho sfogliato un po’ distrattamente, fermandomi a leggere qua e là come faccio sempre quando ho un nuovo libro tra le mani.

Questo mio procastinare, a dire il vero, è parzialmente dovuto al timore di dover alla fine dare ragione a quel mio collega che l’aveva denigrato, sottolineando che tutti i libri che contengono nel titolo parole come “sesso” e “amore” sono noiosi o quanto meno assai banali. Sarà. Intanto, mi interrogo su quello che scoprirò leggendolo; in parte i contenuti li posso immaginare sulla base del comune buonsenso, in parte li posso desumere dal brillante articolo di Regina Lynn da cui mi è venuta l’idea di farmelo spedire. In parte, ancora, mi chiedo cosa davvero il futuro ci stia per portare, come la tecnologia ci stia per plasmare e in quale modo la genetica ci stia per cambiare sotto un aspetto che i mezzi di comunicazione non prendono in grande considerazione in modo esplicito: il fronte emotivo.

Il tema dei sentimenti dei robot(s) (in italiano credo si possa omettere la s, nel plurale ;) ) è stato oggetto di indagine in libri e film fin dall’avvento del concetto stesso di robot – che, per inciso, viene dal ceco robota ed è stato usato per la prima volta nel 1920 (qui, se vi interessa tutta la storia). Niente di nuovo sotto il sole, dunque; o almeno così pare.

D’altronde, dalla lettura di questo placido (splendido) post risulta evidente che molte persone - compresa la sottoscritta - ogni giorno si innamorano di qualcosa di molto meno tangibile di un robot.

Eppure, stavo pensando a una cosa. Pensavo a quando ero all’università e, al secondo anno, c’era una ragazzo che mi piaceva molto e che conoscevo poco. All’epoca ero molto più sfacciata di quanto non lo sia adesso: ogni mattina, a lezione, mi sedevo programmaticamente nella fila davanti alla sua, in una posizione in cui non avrebbe potuto fare a meno di vedere il mio profilo (o per lo meno i miei capelli) ogni volta in cui avesse voluto guardare in direzione del professore che parlava.

Ogni mattina, conclusasi la lezione, andavo nell’aula informatica a controllare la posta e fare le altre cose che all’epoca si facevano su internet (i blog cominciavano appena a prendere forma, e neppure noi studenti della facoltà di Scienze ne avevamo mai sentito parlare). Con altrettanta determinazione, facevo in modo di sedermi sempre allo stesso posto, giungendo a litigare se lo stesso era occupato da qualcun altro, addirittura; non a causa del ragazzo che mi piaceva, però: mentre io avevo un’ora libera lui aveva un altro corso. Era per poter usare sempre lo stesso computer. Perché era il mio computer – o almeno io lo sentivo come tale.

Alla fine, io e quel ragazzo siamo usciti insieme per qualche mese, ed è stata una storia bella ancorché un po’ troppo sofferta, almeno da parte mia; quando lui, una calda mattina d’estate, mi ha lasciata, tuttavia, mi sono limitata a piangere per mezza giornata: alle quattro del pomeriggio, infatti, ero già di ritorno dall’agenzia di viaggi, dove mi ero prenotata una vacanza a Londra di quattro settimane in cui ho avuto modo di perdere la testa per un fumettista svizzero che si chiamava Philipp e si vestiva come se vivesse nella copertina di un disco degli anni ‘70.

Sul mio computer, invece, ho continuato fedelmente a lavorare (e a litigare per averne l’esclusiva) durante tutti gli anni dell’università, sino a scriverci la tesi. Lasciarlo è stato traumatico – e se sono riuscita a farlo è stato soltanto perché, una volta laureata, non avevo più accesso all’account studenti grazie al quale si poteva accedere alla rete dell’aula informatica. Ho continuato a rimpiangerlo anche quando sono ascesa all’empireo della rete per studenti laureati e professori, composta da computer infinitamente più potenti e con dieci volte lo spazio di memoria. E ancora adesso, con il mio Mac non ultimissimo modello ma comunque abbastanza performante (o mio dio, ma cosa scrivo?) da consentirmi di guardare e riguardare i miei film preferiti, ogni tanto sento la mancanza di quel macchinone lentissimo che, nonostante Linux e compagnia bella, si impiantava ogni dieci minuti.

E poi ditemi che questo non è amore

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