Archivia per Dicembre 2007

Buoni propositi per il 2008 - e per tutti gli anni a venire

Mi metterò a dieta. Non (credo che) smetterò di fumare. Lavorerò meno ore ma meglio. …… Ma a voi, tuttosommato, che ve ne frega?

Ecco: ho deciso che il primo buon proposito deve essere proprio quello di stilare una lista che vorrei fosse di pubblica utilità - o quantomeno di pubblica ispirazione. L’ho divisa in due, perché così è più facile: il discrimine è tra un passato che si vorrebbe non si ripetesse più e un passato (anche soltanto immaginato) che invece è auspicabile si ripeta con sempre maggior frequenza. Superfluo sottolineare che è tutto vero - ossia gli episodi riportati mi sono stati riferiti da fonti attendibili oppure li ho vissuti in prima persona (se è superfluo, perché l’ho sottolineato? Mah, astuzia retorica, credo). Chiunque abbia qualcosa da aggiungere, è caldamente invitato a farlo.

Buona lettura e buon anno a tutti :)

Cose che non devono più succedere

Incontrare, in una città straniera, un ragazzo italiano nel nuovo posto di lavoro, trovarlo carino e simpatico e provare il desiderio di conoscerlo meglio; capitata “per caso” accanto a lui durante una pausa, chiedergli da quanto tempo si trova lì e sentirlo pronunciare le seguenti parole: “Da sei anni; ero venuto qui per farmi prete ma poi ho cambiato idea.” Come se non bastasse, appena ci si è ripresi dallo shock, scoprire che fortunatamente il celibato non gli interessa, ma che sfortunatamente sta insieme a una donna che ha 15, intendo proprio quindici anni più di lui. Game over.

Essere reduce da un’operazione ai denti talmente dolorosa che ti impedisce di parlare, trovare un amico compiacente che nonostante il tuo mutismo e il volto tumefatto ti accompagna al cinema e, una volta entrata in sala, incontrare il tuo ex fidanzato che non rivedi da anni se non con accanto una specie di fotomodella estone e, nonostante questa volta sia da solo e stranamente desideroso di fare conversazione con te, non poter pronunciare una parola.

Invitare una persona a cena e sentirsi rispondere, dopo un attimo di esitazione e dopo che un velo di terrore le ha coperto lo sguardo: “No, mi dispiace, stasera proprio non posso. Devo leggere”. Giuro, è successo davvero.

Essere a letto con il proprio partner, fargli o farle inequivocabili avances erotiche e ricevere, come unica replica monotòna: “Dai, aspetta almeno che abbia finito il capitolo”. PS Confesso che questa scusa io, in passato, l’ho usata più di una volta; giunta però all’età della ragione mi sono resa conto che un classico “No, dai, ho mal di testa” è molto più dignitoso. Per entrambi.

Pare che in un certo ambiente pseudo intellettuale (quello che, a quanto pare, frequento io) quello della lettura sia un tema quasi abusato nei contesti sentimental-improbabili; una ragazza incontrata per caso l’altra sera mi ha infatti raccontato che il suo ultimo ragazzo l’ha scaricata pronunciando le seguenti parole: “Mi dispiace, ma la nostra storia deve finire. Non ho più il tempo di leggere come facevo una volta.”

E’ un’occasione speciale per te e per il tuo fidanzato; non un partner occasionale, dunque, ma proprio la persona che sostiene di amarti. Potrebbe essere l’anniversario, oppure il suo compleanno. E comunque. Dopo ore di tentennamenti e un discreto esborso economico, ti presenti nel momento topico con una guepiére nera e le calze - non le autoreggenti, quelle oramai le portano tutti anche quando vanno in visita ai parenti anziani: proprio le calze-calze, quelle che necessitano di una giarrettiera per stare su. Passano pochi secondi intrisi di imbarazzo e di attesa speranzosa, finché non senti la voce della tua dolce metà pronunciare la frase che nessuna donna vorrebbe mai sentire rivolgersi, men che meno in un’occasione anche soltanto vagamente simile a questa: “Ma cosa diavolo ti sei messa?”

Il ragazzo con cui stai da circa sei anni, finalmente, comincia a dare segni di voler concretizzare il vostro rapporto: si ferma a dormire da te anche dopo la partita di calcio/tennis/briscola con gli amici, non trovi più la sua biancheria che misteriosamente occhieggia dal cesto dei panni sporchi, quando siete insieme a estranei (per te, ma non per lui) non ti presenta più con il semplice nome, ma proprio come la sua fidanzata. Finché non arriva il grande momento: ti chiede di andare a convivere. Ma te lo chiede via sms.

Cose che invece dovrebbero succedere più spesso

Un ragazzo che, dopo aver finito di sparecchiare la tavola avendoti impedito di aiutarlo, ti bacia, ti solleva tra le sue braccia e ti porta su per una scala ripida nella sua stanza da letto al primo piano. Il seguito della scena può variare a seconda dei gusti personali. E’ più facile, credo, se lui ha ventidue anni e tu pesi meno di sessanta chili; forse con lui ultra-trentenne e lei… leggermente formosetta :) è un po’ più complicato, ma personalmente mi acconterei, nel medesimo contesto, anche di un brevissimo percorso in piano tra il tavolo e la poltrona - tanto per scongiurare eventuali colpi della strega ;)

Qualcuno che ti porta la colazione a letto - anche se, lo confesso, io detesto fare colazione a letto perché sono una grande pasticciona e sbriciolo dappertutto anche se mangio soltanto uno yogurt. Ora che ci penso, va benissimo anche qualcuno che a letto si limita a portarti il caffé. Mmm. No, il caffé lo preferisco dopo aver mangiato qualcosa. Come la mettiamo? Ah, ecco: qualcuno che a letto porta se stesso, ma soltanto dopo aver preparato una colazione da hotel a cinque stelle - da consumarsi quando e dove si preferisce. Insomma, una persona gentile, generosa e a cui piace cucinare può essere più che sufficiente ;)

Essere a casa un venerdì sera di inizio estate, ripetendosi che, se non siamo usciti, non è perché non avessimo nessuno con cui farlo, ma perché avevamo davvero una grandissima voglia di trascorrere una serata da soli a riordinare la libreria. Proprio mentre siamo immersi nell’appassionante lettura di Artusi, Pellegrino; “Le ricette” di, sentire il citofono che suona e scoprire che l’unica persona che nel pomeriggio ci eravamo dimenticati di chiamare per elemosinare una birra inseme dopo cena (ops!) è passata inaspettatamente a farci visita con una bottiglia del nostro liquore preferito.

Un “primo bacio” in cui si evita la sequenza: prima ti prendo la mano, poi te la accarezzo nervosamente con il pollice tanto per essere sicuro che se anche mi vuoi schiaffeggiare almeno un braccio ce l’hai bloccato, infine mi avvicino quel tanto che basta per farti capire che se vuoi che un primo bacio ci sia l’iniziativa la devi prendere tu. Anche perché se un braccio è bloccato la fisica ci insegna che l’altro può agire con forza ancora maggiore, per non menzionare il fatto che se mi lascio prendere la mano (sospirando tra me e me, d’accordo) è perché in realtà sto metaforicamente urlando a gran voce: “cosa diavolo stai aspettando? un invito stampato con tanto di R.S.V.P.???”. E comunque. Cosa che dovrebbe succedere: un “primo bacio” in cui lui ti prenda il viso tra le mani e ti guardi con intensità (possibilmente!) prima di agire con slancio e decisione. Variante sul tema, preferita dalla mia amica Sole: “primo bacio” in cui lui le metta una mano dietro la nuca e agisca poi con slancio e decisione; evitare nervosi accarezzamenti di mano preliminari anche in quel caso, pliiiiiiz.

Scoprire che si è ancora in grado di scrivere qualcosa che va oltre il riassunto dell’ultima riunione per il progetto “Festival della polenta concia tra tradizione e rinnovamento”; qualcosa che non richiede l’uso di Mathematica o di estensioni di Latex dai nomi astrusi per essere redatto; qualcosa che non dovrà poi essere trasformato in un succinto ed efficace powerpoint; qualcosa in cui nessuno che legge ti suggerirà di “condire il tutto” con termini finto-inglesi come assertivo, proattivo, fundraising, management o peggio ancora brandizzazione. Scoprire che questo qualcosa che scrivi, come se non bastasse, riceve le attenzioni di altre persone e ti permette di conoscerle un poco. Ah, ma che scema sono: questo è già successo, è questo blog.

D’accordo, la cosa che deve succedere allora è la seguente: riscoprirlo ogni giorno, e stupirsene sempre con la stessa meraviglia della prima volta.

La distanza nelle storie a distanza

Si fa sempre un gran parlare delle cosiddette storie a distanza. Oserei definirlo un classico delle conversazioni tra amici, conoscenti, colleghi; forse il discorso potrebbe anche diventare un metodo istituzionalizzato per far passare il tempo alle persone in coda alla Posta per pagare le bollette. Almeno la smetterei di fare origami con gli scontrini. Ok, magari qui esagero, ma fino a un certo punto.

E comunque. Ieri sera ne abbiamo discusso a lungo: io ne ho avuta più d’una, lui non ha avuto che quelle, lei ne ha una tuttora, l’altro ne ha contemporaneamente una a distanza e una in loco… Ognuno ha qualcosa da dire, al proposito. Ognuno - o quasi - ha avuto un’esperienza che rientra nella categoria; anche se l’ultima volta è stato quando a quattordici anni eravamo in vacanza con i nonni, e la nostra vicina o vicino di stanza nella Pensione Miramare ci ha strappato il cuore due volte: quando ci ha fatto sentire il sapore del primo bacio e, pochi giorni dopo, quando abbiamo scoperto che per dare il secondo avremmo dovuto percorrere duemila chilometri.

Tutti abbiamo una storia-a-distanza da raccontare.

La mia esperienza personale (anche e soprattutto come curiosa ascoltatrice delle esperienze altrui) mi porta a pensare che è molto più difficile porre fine a una storia-a-distanza che a una relazione in cui ci si vede tutti i santi giorni, o addirittura in cui si vive insieme. Perché Marjan, una ragazza iraniana di Vienna che è stata una delle mie più care amiche per anni, a un certo punto ho smesso di sentirla; non abbiamo litigato, semplicemente da un’email al giorno e un biglietto per l’Austria ogni volta in cui avevo abbastanza soldi si è passate a una telefonata al mese, agli auguri per le feste comandate e poi più nulla, o quasi. E mi dispiace, a ripensarci; so anche, tuttavia, che potrei riscriverle oggi stesso e lei mi risponderebbe, e riprenderemmo a sentirci regolarmente. Ma quando stai insieme a qualcuno non funziona così. Non dovrebbe funzionare così.

Conosco un ragazzo che vive in una nazione diversa dall’Italia, eppure torna a casa tre, quattro volte al mese - regalando a Trenitalia circa metà dello stipendio, per inciso. Perché dopo alcuni mesi da quando si era trasferito, lei ha incominciato ad avere i classici “dubbi”, a sentirsi sola, a “guardarsi intorno”. Che orribile espressione, “guardarsi intorno“: indica quel momento in cui il cuore comincia ad annoiarsi e la testa cerca un diversivo. Pare ci sia il modo di tornare indietro, eppure. Pare che spendere metà dello stipendio in modo intelligente serva a far ribattere il cuore dell’altro all’unisono con il tuo. Certo, in questo modo annulli il vantaggio economico acquistato andando a lavorare fuori Italia, e ci perdi pure perché paghi un affitto per una casa che non utilizzi quasi - ma si sa che gli innamorati sono famosi per compiere reiteratamente le peggiori idiozie, no?

Conosco un altro ragazzo che da tre o quattro anni sta con una sua coetanea conosciuta all’università; entrambi vivono in Italia, ma in due città raggiungibili con un viaggio di sei ore di treno - che come tutti sappiamo se va bene in realtà sono sette o otto, scioperi permettendo. Ma l’amore vince su tutto - così si dice, no? Questi due innamorati si incontrano meno di una volta al mese, tuttavia. Certo, si sentono ogni giorno al telefono. Si scrivono email. Credo chattino - non ne sono sicura, ma conoscendo le sue manie informatiche avrà uno di quei programmi con cui puoi chattare con tre o quattro protocolli diversi contemporaneamente. Però si incontrano meno di una volta al mese. “Circa ogni sei settimane”, mi ha risposto l’ultima volta in cui gliel’ho chiesto quasi per caso. E ho pensato che potrebbero anche lasciarsi, a questo punto: perché spendere tutti quei soldi in telefonate? Perché insistere se tanto né lui né lei ha mai manifestato non dico la decisione, ma neanche l’intenzione di trasferirsi?

Perché quando stai insieme a qualcuno, e questa persona vive lontana da te, hai tutti quei vantaggi che, quando sei “impegnato”, rimpiangi dello status di single. E che quando sei single, d’altra parte, dopo un po’ cominciano a sembrarti vere e proprie condanne all’infelicità perenne. Puoi uscire con “gli amici” senza dover decidere gli amici di chi; puoi abbandonarti a passare il fine settimana guardando dieci volte di fila “Via col Vento” (o “Tutto Chuck Norris minuto per minuto e cazzotto dopo cazzotto”, come si vuole) senza che ti interrompano perché c’è la finale della Coppa dei Campioni (cfr l’ultima puntata di “Sex and the City”).

Puoi andare a una festa dopo aver passato quattro ore a prepararti senza che nessuno bussasse reclamando il bagno e, una volta arrivato in medias res, lasciarti corteggiare - perché è un classico: soltanto quando sei fidanzato o fidanzata (e, auspicabilmente, senza il fidanzato o fidanzata presenti) tutti si mettono a corteggiarti insistentemente. Quando il fidanzato o la fidanzata non ce li hai proprio, al contrario, ben che ti vada diventi il candidato al premio “migliore spalla su cui piangere per le proprie pene d’amore”. E questa è la migliore occasione per capire se una donna è o meno una purittana, tra l’altro: una donna innamorata si lascerà corteggiare per meno di cinque minuti prima di lasciarsi sfuggire un indizio sull’esistenza del fidanzato, dandosi poi fintamente dell’idiota con il sorriso sulle labbra (perché un po’ di coccole all’ego fanno piacere a tutti, ma se sei innamorato di un altro soltanto un po’); una purittana, al contrario, lascerà che il corteggiatore si spinga sino ad avances piuttosto esplicite prima di tirarsi indietro con l’aria oltraggiata - riuscendo pure a fargli il lavaggio del cervello e convincerlo che lei glielo aveva detto fin dall’inizio di essere fidanzata, che diavolo si è messo in testa?

Oddio. Il discorso è così complesso e pieno di sfaccettature che mi sto perdendo. D’altronde avevo proprio iniziato sostenendo che l’argomento è vasto e si potrebbe andare avanti per ore. Ma il punto a cui vorrei arrivare credo di averlo ancora chiaro: c’è un solo tipo di distanza che, davvero, strangola i rapporti. E non conta tanto - o comunque non soltanto - il luogo di residenza.

C’è la scena di un film con Uma Thurman, di cui purtroppo non ricordo il titolo (potrebbe essere Prime, ma non ne sono sicura) in cui a un certo punto lui e lei sono distesi sul letto a parlare, anzi: a discutere. Si capisce che la storia sta finendo, e adesso spiegherò come, a mio avviso, il regista è riuscito a farlo capire senza bisogno di tante parole.

A un certo punto, la scena si divide in due - come in “Harry ti presento Sally” quando lui e lei si sentono al telefono prima di dormire, per intendersi [vorrei scrivere un cosiddetto corrispettivo maschile di film, ma d'altronde un uomo che non ha mai visto "Harry ti presento Sally" non credo proprio sarà arrivato a leggere fino a qui ;)]. Soltanto che in questo caso i protagonisti non sono in due case diverse, ma sono sdraiati uno accanto all’altro. C’è, in questo film, un geniale accorgimento di montaggio che definirei shift spaziotemporale (se qualcuno conosce il nome tecnico lo segnali pure!): quando lui allunga il braccio per posarlo sulla spalla di lei - e lo vedi alla destra dello schermo, che il suo braccio si sta muovendo per toccare quello di lei - sul lato sinistro, dove c’è lei, il braccio di lui compare con un po’ di ritardo, ed è leggermente più in alto rispetto alla parte destra: c’è uno spostamento, un distacco nel tempo e nello spazio.

Ecco, è questa: è la distanza interiore.

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Il Newton Day - ma siamo davvero sicuri?

Ero entusiasta, dopo aver letto la proposta di Richard Dawkins di celebrare il 25 dicembre come il Newton Day (via).

Mi sembrava un’idea semplicemente geniale e stavo per mandare sms di sensibilizzazione a tutti i nomi della rubrica del cellulare di lavoro e addirittura di quello privato. Sarebbe arrivato anche al mio elettricista, ora che ci penso; ma in fondo perché escluderlo? Finalmente una valida alternativa al Natale. Finalmente un nome degno di rispetto - e un faccione da fare invidia al Santa Claus della cocacola. E poi.

Poi ho scelto di passare un 24 dicembre con i miei compagni di università. Che sono miei amici, ci tengo a sottolinearlo: perché se li chiamo i miei compagni di università, i miei compagni di università si arrabbiano - e in effetti con la maggior parte di loro non ho mai seguito neanche un corso; anche i miei colleghi a volte fanno delle facce brutte quando uso in loro presenza fuori dal contesto lavorativo l’espressione i miei colleghi: sono a prendere un aperitivo con i miei colleghi; ti richiamo più tardi, sono con una mia collega; vieni anche tu stasera a cena da un mio collega?

Probabilmente non è bello che io inserisca le persone in categorie. Capisco che si arrabbino, o comunque ci rimangano male. Un anno e mezzo fa c’erano anche i miei amici del ballo (con cui facevo lezioni di salsa), e prima ancora, durante l’università, i miei compagni di liceo.

Ora che ci rifletto, probabilmente è dovuto al fatto che ho sempre frequentato gruppi di persone che in comune avevano ben poco oltre al fatto di conoscere me. Ma non era di questo che volevo scrivere, oggi.

Era la vigilia di Natale: sono uscita da casa dei miei e sono entrata nella nebbia, che la mattina dopo si poteva ancora respirare. L’unico locale aperto in tutta la città era un posto con la sala fumatori - peccato che il raffreddore tremendo sopraggiunto giusto il primo giorno di vacanza rendesse fumare un’attività piuttosto dolorosa e ben poco gratificante. E comunque.

Ho aspettato che l’atmosfera si scaldasse un po’: che tutti raccontassero le torture a cui i vari parenti li avrebbero sottoposti l’indomani; che ci fosse il tempo per lamentarsi dell’assenza di significato della corsa ai regali per il figlio del fratello del convivente della madre di cui a mala pena si conosce il nome; che Andrea rischiasse di farmi slogare la mandibola a forza di ridere durante il racconto del pranzo con i parenti della fidanzata; che eccetera eccetera eccetera. E ho preso un bel respiro, che con ’sto raffreddore non è stato affatto facile: “Ragazzi, ma io ho la soluzione! Anzi, non ce l’ho io, ce l’ha Richard Dawkins. Basta con il Natale e tutta la frenesia consumistica che ci rende depressi. Dedichiamo questo giorno a un personaggio veramente importante che ci ricordi davvero cose belle e importanti per la storia degli esseri umani. Il 25 dicembre è il compleanno di Isaac Newton: facciamolo diventare il Newton Day!”

Mi aspettavo non dico urla di giubilo (sarebbe eccessivo) ma un po’ di entusiasmo… be’, un po’ di entusiasmo sì, se non me lo aspettavo almeno ci speravo. Invece ho fatto una (ri)scoperta terribile: Newton era un uomo tremendo.

Per la serie Forse non tutti sanno che, la prima grande lite della sua carriera accademica fu con l’astronomo John Flamsteed, il quale gli aveva fornito una gran mole di dati necessari per la pubblicazione dei Principia Mathematica ma, in un secondo tempo, si era rifiutato di comunicargliene altri. Isaac cercò di costringerlo a pubblicarli, coinvolgendo nella lite addirittura Edmond Halley (lo stesso della cometa) e, avendo perso la causa legale poi intentata dall’astronomo, si “limitò” a cancellare dalla successiva edizione dei Principia ogni riferimento al lavoro di Flamsteed - comunque passato agli onori della storia come autore di un celeberrimo catalogo stellare.

Probabilmente più famosa è invece la “disputa Leibniz-Newton” sulla paternità della scoperta del calcolo infinitesimale: il filosofo tedesco aveva infatti pubblicato i propri risultati molto tempo prima dell’inglese - scatenandone l’ira funesta (da fare invidia al Pelide Achille!).

Quello che non conoscevo prima che me lo raccontasse un Andrea schifatissimo dalla mia proposta, però, era il seguente aneddoto. Si racconta che, alla morte di Leibniz (avvenuta a causa di un attacco di cuore), Newton confessò al proprio medico: “mi dispiace di non essere riuscito a distruggere la sua reputazione, ma almeno sono riuscito a spaccargli il cuore”.

No comment… Mi sa che alla fin fine Babbo Natale non è poi così brutto come lo dipingono.

E tutto questo mi fa ricordare che non dovremmo mai dimenticare di separare nettamente gli esseri umani dalle loro opere: il cuore e la testa infatti, anche in questo come in migliaia di altri casi, sembrano quasi appartenere a due persone distinte e molto, molto diverse tra loro.

This Christmas

E’ ormai da diversi anni che non faccio più i regali di Natale - né, per contro, ne ricevo.

A dire il vero, è stato necessario un po’ di tempo prima che gli amici (anzi, chiedo scusa: i conoscenti) capissero che le dichiarazioni più o meno esplicite iniziate a fine novembre non erano una boutade: non li avrei ricambiati e quindi era inutile continuare a farmi recapitare l’ennesimo portaritratti a forma di animale.

Sarà che sono tirchia, come sostengono (tra gli altri) mia madre, awhile e sht - Mascalzone Latino no, lui no; credo che lui mi definirebbe “oculata”, per empatia. Ma allora com’è che non mi perdo un compleanno? E che addirittura, a volte, mi invento delle ricorrenze à la Cappellaio Matto pur di poter fare un regalo?

Forse è dovuto al fatto che per tre anni consecutivi ho trascorso l’intero mese di Dicembre lavorando in una libreria; giornate trascorse facendo centinaia di pacchetti e nutrendo a poco a poco un disgusto sempre maggiore per il concetto stesso di regalo-di-Natale.

Perché trovandomi a chiedere all’acquirente di una decina di libri - praticamente indistinguibili una volta incartati e infiocchettati - se voleva che attaccassi un post-it con il nome del destinatario (oh, benemerite librerie indipendenti!), troppe volte mi sono sentita rispondere “ma no, tanto li ho presi così, è lo stesso a chi va cosa”. Perché ho visto uomini spossati entrare nel negozio alle 19.35 del 24 dicembre - quando persino la titolare era pronta a chiudere bottega e svenire sul bancone - e implorarmi di aiutarli a trovare un libro, “un libro qualsiasi“, da regalare alla moglie.

Poi, alla fine, anche Scrooge si intenerisce. E mi capita di vedere cose come questa, che immagino richieda un certo impegno per essere realizzata - e anche una certa attenzione - e sorrido.

E colgo l’occasione per dedicare a me e a tutti quelli che la vogliono (ri)ascoltare una canzone un po’ kitch ma che a me piace sempre un sacco - anche se il video non è che lo capisca proprio fino in fondo: perché George, This christmas, non se ne è andato al mare invece di infognarsi in quella baita male arredata?

Le ragioni della paura

Pare sia possibile eliminare la paura tramite la disattivazione o, più in generale, la manipolazione di uno o più geni.

Hitoshi Sakano e il suo gruppo di ricerca dell’Università di Tokyocatmousediplomatic.jpg sono riusciti nell’intento intervenendo su un gruppo di cellule olfattive. Risultato: un topo che non ha paura dei gatti.

Ecco nell’immagine a lato i due nuovi amici mentre passano il tempo libero giocando a scacchi - perché anche secondo me una partita si gioca con un compagno e non contro un avversario.

In realtà, hanno specificato i ricercatori, il gatto deve essere preventivamente nutrito - il semplice fatto che il topo non abbia più paura di lui non implica necessariamente che i gusti alimentari dell’altro subiscano variazioni ;-)

Più in generale, l’origine e il significato evolutivo delle personalità nel mondo animale sono ancora sconosciute; alcuni studi sottolineano però, tra le cause della paura, la scelta dei singoli individui di puntare su un successo riproduttivo presente o futuro. Una teoria citata sull’ultimo numero del Venerdì di Repubblica, in particolare, sostiene che:

- chi pensa di non riprodursi immediatamente - in genere perché le risorse ambientali non sono idonee ad allevare la prole - si dimostra più cauto nel correre rischi (in particolare correre rischi con i predatori) –> non ho intenzione di riprodurmi a breve = lascio più spazio alla paura e me la prendo con calma;

- chi invece conta di riprodursi subito, appare più spavaldo verso i predatori e più propenso all’esplorazione dell’ambiente circostante –> ho intenzione di riprodurmi = sono più disposto a rischiare il tutto e per tutto pur di perseguire il mio scopo.

Ora. In attesa di nuove ricerche sulla manipolazione genetica ai fini dell’eliminazione della paura, passiamo dal mondo animale al mondo dell’homo sapiens. Eliminazione, per inciso, che non saprei neanche se augurarmi, dal momento che spesso la paura ha un ruolo protettivo del quale non sono sicura di voler fare a meno anche quando avrò deciso che è per me giunto “il momento di riprodurmi”.

Io la mia personale interpretazione su chi siano i predatori adesso ce l’ho ben chiara in testa. E sotto questa nuova prospettiva è tutto, stranamente, molto più chiaro.

L’inquadratura mancante

Sabato notte, nonostante fossero le tre e una lunga conversazione mi avesse in qualche modo stremata, ho puntato la sveglia alle dieci della mattina dopo. Così fu che, per la prima volta dopo tantissimo tempo, alle undici meno un quarto di domenica ero per strada – tutto per andare a sentire la presentazione di un libro.

Si consideri che parte del mio lavoro consiste anche nell’organizzare cose di questo tipo – e fino a quel momento avevo pensato che le undici di domenica mattina fosse tutto sommato un buon orario per chi vuole sedersi in una sala e ascoltare persone dire cose che si presume, o quanto meno si spera siano interessanti. Forse è così – fatto sta che avevo sonno e, intirizzita dal freddo, ero anche un po’ sulla difensiva.

Il mio brandello di conversazione con chi conoscevo nella libreria, pertanto, è stato imbarazzante per me stessa e (ottimisticamente) noioso per gli interlocutori. E mi ha fatto ricordare che negli ultimi giorni in ben tre occasioni mi era capitato di incontrare persone inaspettate – e in tutte e tre le occasioni non ero stata in grado di portare avanti i discorsi per più di uno, due minuti prima di accampare improbabili scuse di ritardi per impegni improrogabili: esaurite le domande sullo stato di salute, non sapevo assolutamente cosa dire.

Però i libri sono libri – soprattutto quando chi li ha scritti del tutto inconsapevolmente ha avuto un ruolo talmente decisivo nella mia vita che, non fosse stato per lui, non sarei mai entrata in possesso del computer sul quale sto scrivendo; con tutto ciò che questo significa e comporta.

L’autore, a un certo punto, ha raccontato che un regista italiano di sua conoscenza, esaurito il budget per girare un documento sull’Albania, si era comunque trovato a ripartire per Tirana con tutta la troupe, viaggiando sul ponte di una nave cargo o qualcosa di simile. Perché, ritornato in Italia, si era accorto che gli mancava un’inquadratura.

A volte capita proprio così: manca un pezzo per completare l’insieme. Come in un puzzle. E chi si è mai dilettato con i puzzle (come è successo a me l’ultima volta che ho passato più di due mesi senza un fidanzato ma con una gamba ingessata), conosce il senso di frustrazione che si accompagna quando manca un pezzo. Indipendentemente dalla sua posizione e dal suo ruolo. Può essere il punto di incontro tra gli indici di Adamo e di Dio nel Giudizio Universale, oppure un pezzettino di cielo proprio lì nell’angolo di una foto del Colosseo in un pomeriggio estivo, dove non se ne accorgerà mai nessuno.

Il fatto è che a un certo punto capisci che manca qualcosa. Io oggi l’ho capito. Non so ancora bene cosa, però. Ma neanche il regista lo sapeva, quando è partito per Tirana sulla nave cargo - però deve averlo scoperto, perché poi il documentario l’ha finito; quindi sono piena di speranza e di giacche pesanti, dal momento che sull’Adriatico, d’inverno e di notte, fa un freddo cane.

Però quante stelle…

milkyway_hi.jpg

Cardiofitness

Qualche tempo fa ho scaricato un film con questo titolo, “Cardiofitness”. Oddio, forse non dovrei scriverlo, perché il film di per sé era di dubbio gusto; e soprattutto, è una cosa non proprio legale. E comunque. Se di azione illegale si trattava, in quel caso (almeno) sono stata punita: al film mancava proprio la fine, presumo gli ultimi quindici minuti. Chissà se lei e lui sono tornati insieme, in quegli ultimi quindici minuti… Confesso d’altra parte che il destino dei personaggi mi è del tutto indifferente – non era un gran film, anche se aveva alcuni spunti interessanti, tra cui il titolo che ho preso in prestito.

Qualche sera fa ho parlato a lungo con Sole; nonostante le migliaia di chilometri che ci separano, e nonostante il fatto che ormai da diversi anni conduciamo due esistenze fondamentalmente e radicalmente differenti, ci sono molte cose che accomunano le rispettive esperienze. Prima fra tutte, il non ritrovare più noi stesse in un ambiente circostante in cui abbiamo l’impressione che tutti gli altri lesinino la propria emotività.

E’ capitato a entrambe, ed è successo troppe volte perché mi senta legittimata a considerarle coincidenze, di trovarsi a contatto con persone che, quando avvicinate – o meglio quando si tenta di avvicinarle, perché alla fine dei conti si risolve tutto in un insuccesso – a livello un po’ più profondo della semplice conversazione da bar / da macchinetta del caffé / da aperitivo eccetera… Persone che quando cerchiamo di andare almeno un po’ oltre le convenzionali chiacchiere “che tanto è lo stesso se siamo da soli io e te, se siamo in gruppo, se siamo videoripresi e trasmessi in diretta sulla tv nazionale”… Persone che quando ce la mettiamo tutta per convincerci del fatto che non soltanto ci concederebbero pezzi della loro intimità, ma ci stanno addirittura incoraggiando a grattare la nostra e soprattutto la loro scorza per andare oltre

Avete presente La Storia Infinita? Il libro di Michael Ende (che si pronuncia “micael”, e non “maicol” perché è tedesco :-) ), o l’omonimo, splendido film – non importa quale dei due vi ricordiate. In entrambi era splendidamente narrata la vicenda del Nulla che avanza inesorabile, il Nulla che divora tutto e tutti, ogni cosa che incontra sulla sua strada. “E al suo posto”, ricordo chiese il protagonista Bastian a chissà chi, “al suo posto cosa rimane?” Il Nulla, fu la risposta.

Il Nulla divora tutto e tutti anche nella mia vita. O almeno ci prova, ci prova sempre. Il Nulla condisce le chiacchiere da bar e le traveste da conversazioni profonde; non è più sufficiente un’alzata di spalle un po’ snob quando sull’autobus sento parlare di personaggi televisivi: il Nulla cerca di sopraffarmi tutte le volte in cui discorsi all’apparenza “profondi” non sono altro che cliché ben costruiti più e più volte ripetuti a persone diverse – ma cambiare qualche aggettivo a seconda della formazione o della professione dell’interlocutore non è sufficiente a rendere un discorso “fatto apposta per” lui (o lei - ’sta cosa del genere mi lascia sempre perplessa).

Non è tuttavia corretto, in questo contesto, definirlo Nulla; la distanza incolmabile tra me e alcuni miei interlocutori ha piuttosto la consistenza di un deserto, e ti lascia in bocca lo stesso sapore sabbioso della delusione.

E’ il deserto emotivo. E’ quando la paura, o la non abitudine, o chissà cosa, portano un essere umano a rinunciare a tutta, o comunque a gran parte della propria emotività.

Ci sono persone, dunque, che vivono nel loro deserto emotivo, e hanno la brutta abitudine di farti credere che non sia così e, allo stesso tempo, di lasciare, se non di incoraggiare l’aridità a sopraffare l’emotività.

Come se l’emotività fosse in quantità finita e inversamente proporzionale a qualcos’altro – che so, all’intelligenza, alla creatività. Come se valesse la relazione: più mi apro emotivamente, meno energie ho da dedicare ad altro e meno emotività mi resta per i giorni a venire - per un futuro più o meno lontano in cui potrei averne davvero bisogno. In cui potrei davvero farmi tornare la voglia di mettermi in gioco. E al contempo: più mi apro emotivamente, meno energie avrò da investire nel lavoro, nel mio hobby preferito che consiste nel raccogliere tappi di bottiglie di succhi di frutta eccetera eccetera eccetera.

Ma il cuore, tutto considerato, è un muscolo. Se non lo usi, dopo un po’ si atrofizza. E non è detto che, se anche ti ci metti d’impegno, riesca più a tornare a funzionare come ti aspetteresti; non è detto che, così come adesso non riesco più a fare la spaccata come quando avevo dieci anni e facevo danza tutti i giorni, anche il cuore non abbia bisogno di tenersi in allenamento. Non soltanto è inutile lasciarlo inattivo: è estremamente dannoso. Per gli altri, ma soprattutto per se stessi.

Bisogna lottare contro l’avanzamento del deserto.

Perché se no quel giorno in cui decidi che hai voglia di usarlo di nuovo, magari, il cuore non risponde più. E addirittura - questa è l’ipotesi catastrofica, lo so - potrebbe anche darsi che sia passato talmente tanto tempo dall’ultima volta in cui lo hai messo alla prova che di questo deterioramento tu nemmeno te ne renda conto.

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