Archivia per Novembre 2007



La dimensione dell’orizzonte

Qualche settimana fa, dopo tanto tempo, mi sono ritrovata seduta a un tavolo con un gruppo di fisici - dove con “fisici” non intendo gente palestrata, ma persone che, chi più chi meno, di mestiere fanno il ricercatore o lo studente di dottorato in fisica.

Chi non ha mai provato quest’esperienza… Beh, credetemi: bisognerebbe farlo, almeno una volta. Due volte nella vita è forse troppo, ma una volta è necessaria. Ma non è questa l’occasione per spiegarne i numerosi motivi - ce ne saranno altre.

Pare che ci sia una fortissima correlazione tra chi studia matematica o fisica e chi soffre della sindrome di Asperger. Tutta razionalità, zero emotività. Ne ho già scritto ma, in realtà, non ne sarei così sicura. Perché, se da un lato è vero che i fisici (e i matematici) non fanno altro che parlare di fisica e matematica (i matematici soltanto di matematica, però), è altrettanto vero che si finisce sempre per andare a parare su ciò che, oltre alla propria materia di studio, sta più a cuore: l’incertezza del futuro.

Quella sera, dopo tanto tempo, ho rivisto, tra le altre una persona che per me è stata molto importante e che non vedevo da sei anni. Ringrazio Api, per questo - e lo voglio fare pubblicamente anche se magari non leggerà queste righe; e allo stesso tempo lo scrivo perché significa che mi sto impegnando a farlo a voce la prossima volta che lo vedrò - anche se sarà difficile, e probabilmente imbarazzante, per entrambi. Ma non è neanche su questo che ho intenzione di soffermarmi.

Quella sera, tra le tante cose che mi sono successe mentre giocavamo a ritrovarci dopo tanto tempo, ho parlato con il giovane Gerry, ex studente di fisica ora alle prese con una laurea in matematica. E mentre ragazzi che fanno un PostDoc dall’altra parte del mondo, o che dall’altra parte del mondo sono appena ritornati delusi dal mondo della ricerca, si interrogavano, come ho scritto, sul loro futuro privo di qualsiasi forma di certezza sia lavorativa sia emotiva, mi sono trovata a dire a Gerry che l’orizzonte non è un punto. L’orizzonte è una linea.

L’orizzonte è una linea, e in quanto tale costituita di infiniti punti. E ancora: l’orizzonte, se proprio vogliamo spingere la metafora ancora un po’ più in là, è una circonferenza nel centro della quale sono io. Io con le mie scelte, io con le mie ambizioni, io con le mie speranze, io con la mia paura di non avere un progetto. Intendendo, con progetto, proprio il punto, su quella linea che mi si staglia dinnanzi, al quale voglio tendere.

L’orizzonte ha due dimensioni, dunque; non una. L’orizzonte verso cui tendiamo è significativamente limitato, ma non limitante. Perché un cerchio, sempre e comunque, è uno spazio di area finita (pigrecoerrequadro) racchiuso da una linea di lunghezza finita (duepigrecoerre) e, allo stesso tempo, costituita di infiniti punti. Ci sono dunque infiniti progetti, infinite speranze, infinite paure verso cui possiamo voler tendere. E, allo stesso tempo, la nostra vita da pigrecoerrequadro è rassicurantemente racchiusa in duepigrecoerre, non di più né di meno. Cambiare meta in corso d’opera non significa, necessariamente, accontentarsi. Perché abbiamo molta più scelta di quanto a volte non ci possa sembrare.

E come mi ha scritto Gerry due giorni dopo - perché i matematici, forse ancora più dei fisici, ci pensano bene prima di pronunciarsi definitivamente:

Ho riflettuto su ciò che hai detto l’altra sera. Penso che io abbia sbagliato a sostenere che muoversi nel fattibile (l’orizzonte che mi spiegavi) sia accontentarsi. Lo sarebbe se si potesse realizzare l’impossibile. Il che è assurdo. Ritengo corretta la tua condotta e non la mia, che porta a una probabile infelicità.

Il triangolo sì - no - forse

Per quanto strano possa sembrare, di primo acchito, il triangolo potrebbe anche “avere un suo perché”. E non mi riferisco alla figura geometrica pura e semplice, né tantomento allo strumento musicale - che peraltro mi ha sempre affascinato per l’apparente semplicità di esecuzione che contrasta con la sua efficacia e necessità - bensì proprio al triangolo da tutti più paventato: io, te e un altro. Il triangolo amoroso; quello, per intendersi, formato da:

- Antonio, Cleopatra e Giulio Cesare,

- Jules, Jim e Kate,

- Paperino, Paperina e Gastone,

tanto per fare alcuni esempi estrapolati da contesti differenti ;)

Questo pomeriggio, per puro caso, ho avuto la fortuna di trascorrere all’incirca un paio d’ore con Aldo Naouri. Il pediatra e analista, invece di farsi intervistare da loro, si è fatto offrire un caffè dalla sottoscritta e le ha raccontato cosa si nascondeva dietro la conferenza che si accingeva a tenere davanti a un pubblico di oltre trecento persone. Il tutto senza consentirmi di estrarre una sigaretta dalla borsa prima di avermi offerto e acceso una delle sue Malboro Lights così poco francesi - l’unica cosa, in lui, poco francese.

“Lei fin dalla nascita è inserita in un triangolo - mi ha raccontato - i cui vertici sono costituiti da sua madre, suo padre e lei stessa”. Già, perché i francesi già quando avevo diciott’anni mi davano del voi e mi chiamavano Madame. E intanto disegnava suddetto triangolo proprio sotto i miei occhi affascinati.

“Se il triangolo funziona - e vi ha disegnato intorno un cerchio poco giottesco ma molto denso di significato - lei, da adulta, tenderà a trovare un marito e gli sarà fondamentalmente fedele.”

“Se, al contrario, il triangolo non funziona, da adulta farà di tutto per ripararlo, trovandosi a imbastire relazioni con uomini a loro volta sposati con un’altra donna.”

Ora: io una volta il francese lo parlavo molto bene. Monsieur Naouri, charmant come soltanto un parigino settantenne che ha appena pubblicato un libro intitolato Adulteri può essere, si è addirittura complimentato con me per la proprietà di linguaggio - ma io di me stessa non mi fido molto, e gli ho chiesto se, anziché réparer (riparare), non avesse piuttosto detto répéter (ripetere).

“Mais non, ma chère Madame: le mot est réparer.” Eppure il mio malentendu non era casuale, almeno dal mio punto di vista: nel tentativo di riparare ciò che si potrebbe definire il triangolo originale, se ne ripetono coattamente altri - tutti, però, estremamente malfunzionanti.

Vorrei provare a portare oltre la metafora geometrica chiedendomi se, di volta in volta, un triangolo malfunzionante dopo l’altro, la posizione del soggetto permanga invariata nel vertice del triangolo originale o se, al contrario, la simmetria intrinseca alla figura non celi piuttosto rotazioni avvenute di nascosto.

Perché io questa storia del triangolo e del complesso di Edipo eccetera eccetera me la sento raccontare da quando ero bambina - e ci credo non tanto per atto di fede nei confronti di Siegmund Freud e di tutti quelli venuti dopo di lui, quanto perché è una chiave di lettura che, sin dalla prima adolescenza, mi ha consentito di interpretare correttamente i fatti miei e di chi mi circonda.

Ma il triangolo di cui Monsieur Naouri mi parlava tra una sigaretta e l’altra è qualcosa di sottilmente differente. Il triangolo inscritto in una circonferenza è buono e giusto, e non va riparato. Un triangolo lasciato solo a se stesso è un triangolo rotto, che si cercherà di aggiustare - con esiti fallimentari sinché… sinché? Sinché non si riesca a rompere lo schema precostitutito: trovando qualcuno che non sia disposto a ripetere lo stesso gioco rifiutandosi di tradire il proprio consorte diventando a sua volta parte di un ennesimo triangolo bisognoso di cure.

Come sospettavo, dunque, infiniti triangoli ci legano, almeno potenzialmente, gli uni agli altri. Triangoli corretti e triangoli scorretti; alcuni traballanti, altri ben poco equilateri, altri ancora fortemente scaleni… Escher troverebbe pane per i suoi denti, a voler ricoprire il piano con tutti questi garbugli affettivi.

Ma soprattutto: io, adesso, in quale vertice di quale triangolo mi trovo mai?
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