Qualche settimana fa, dopo tanto tempo, mi sono ritrovata seduta a un tavolo con un gruppo di fisici - dove con “fisici” non intendo gente palestrata, ma persone che, chi più chi meno, di mestiere fanno il ricercatore o lo studente di dottorato in fisica.
Chi non ha mai provato quest’esperienza… Beh, credetemi: bisognerebbe farlo, almeno una volta. Due volte nella vita è forse troppo, ma una volta è necessaria. Ma non è questa l’occasione per spiegarne i numerosi motivi - ce ne saranno altre.
Pare che ci sia una fortissima correlazione tra chi studia matematica o fisica e chi soffre della sindrome di Asperger. Tutta razionalità, zero emotività. Ne ho già scritto ma, in realtà, non ne sarei così sicura. Perché, se da un lato è vero che i fisici (e i matematici) non fanno altro che parlare di fisica e matematica (i matematici soltanto di matematica, però), è altrettanto vero che si finisce sempre per andare a parare su ciò che, oltre alla propria materia di studio, sta più a cuore: l’incertezza del futuro.
Quella sera, dopo tanto tempo, ho rivisto, tra le altre una persona che per me è stata molto importante e che non vedevo da sei anni. Ringrazio Api, per questo - e lo voglio fare pubblicamente anche se magari non leggerà queste righe; e allo stesso tempo lo scrivo perché significa che mi sto impegnando a farlo a voce la prossima volta che lo vedrò - anche se sarà difficile, e probabilmente imbarazzante, per entrambi. Ma non è neanche su questo che ho intenzione di soffermarmi.
Quella sera, tra le tante cose che mi sono successe mentre giocavamo a ritrovarci dopo tanto tempo, ho parlato con il giovane Gerry, ex studente di fisica ora alle prese con una laurea in matematica. E mentre ragazzi che fanno un PostDoc dall’altra parte del mondo, o che dall’altra parte del mondo sono appena ritornati delusi dal mondo della ricerca, si interrogavano, come ho scritto, sul loro futuro privo di qualsiasi forma di certezza sia lavorativa sia emotiva, mi sono trovata a dire a Gerry che l’orizzonte non è un punto. L’orizzonte è una linea.
L’orizzonte è una linea, e in quanto tale costituita di infiniti punti. E ancora: l’orizzonte, se proprio vogliamo spingere la metafora ancora un po’ più in là, è una circonferenza nel centro della quale sono io. Io con le mie scelte, io con le mie ambizioni, io con le mie speranze, io con la mia paura di non avere un progetto. Intendendo, con progetto, proprio il punto, su quella linea che mi si staglia dinnanzi, al quale voglio tendere.
L’orizzonte ha due dimensioni, dunque; non una. L’orizzonte verso cui tendiamo è significativamente limitato, ma non limitante. Perché un cerchio, sempre e comunque, è uno spazio di area finita (pigrecoerrequadro) racchiuso da una linea di lunghezza finita (duepigrecoerre) e, allo stesso tempo, costituita di infiniti punti. Ci sono dunque infiniti progetti, infinite speranze, infinite paure verso cui possiamo voler tendere. E, allo stesso tempo, la nostra vita da pigrecoerrequadro è rassicurantemente racchiusa in duepigrecoerre, non di più né di meno. Cambiare meta in corso d’opera non significa, necessariamente, accontentarsi. Perché abbiamo molta più scelta di quanto a volte non ci possa sembrare.
E come mi ha scritto Gerry due giorni dopo - perché i matematici, forse ancora più dei fisici, ci pensano bene prima di pronunciarsi definitivamente:
“Ho riflettuto su ciò che hai detto l’altra sera. Penso che io abbia sbagliato a sostenere che muoversi nel fattibile (l’orizzonte che mi spiegavi) sia accontentarsi. Lo sarebbe se si potesse realizzare l’impossibile. Il che è assurdo. Ritengo corretta la tua condotta e non la mia, che porta a una probabile infelicità.“








Chi altro ha qualcosa da scrivere