Per quanto strano possa sembrare, di primo acchito, il triangolo potrebbe anche “avere un suo perché”. E non mi riferisco alla figura geometrica pura e semplice, né tantomento allo strumento musicale - che peraltro mi ha sempre affascinato per l’apparente semplicità di esecuzione che contrasta con la sua efficacia e necessità - bensì proprio al triangolo da tutti più paventato: io, te e un altro. Il triangolo amoroso; quello, per intendersi, formato da:
- Antonio, Cleopatra e Giulio Cesare,
- Jules, Jim e Kate,
- Paperino, Paperina e Gastone,
tanto per fare alcuni esempi estrapolati da contesti differenti
Questo pomeriggio, per puro caso, ho avuto la fortuna di trascorrere all’incirca un paio d’ore con Aldo Naouri. Il pediatra e analista, invece di farsi intervistare da loro, si è fatto offrire un caffè dalla sottoscritta e le ha raccontato cosa si nascondeva dietro la conferenza che si accingeva a tenere davanti a un pubblico di oltre trecento persone. Il tutto senza consentirmi di estrarre una sigaretta dalla borsa prima di avermi offerto e acceso una delle sue Malboro Lights così poco francesi - l’unica cosa, in lui, poco francese.
“Lei fin dalla nascita è inserita in un triangolo - mi ha raccontato - i cui vertici sono costituiti da sua madre, suo padre e lei stessa”. Già, perché i francesi già quando avevo diciott’anni mi davano del voi e mi chiamavano Madame. E intanto disegnava suddetto triangolo proprio sotto i miei occhi affascinati.
“Se il triangolo funziona - e vi ha disegnato intorno un cerchio poco giottesco ma molto denso di significato - lei, da adulta, tenderà a trovare un marito e gli sarà fondamentalmente fedele.”
“Se, al contrario, il triangolo non funziona, da adulta farà di tutto per ripararlo, trovandosi a imbastire relazioni con uomini a loro volta sposati con un’altra donna.”
Ora: io una volta il francese lo parlavo molto bene. Monsieur Naouri, charmant come soltanto un parigino settantenne che ha appena pubblicato un libro intitolato Adulteri può essere, si è addirittura complimentato con me per la proprietà di linguaggio - ma io di me stessa non mi fido molto, e gli ho chiesto se, anziché réparer (riparare), non avesse piuttosto detto répéter (ripetere).
“Mais non, ma chère Madame: le mot est réparer.” Eppure il mio malentendu non era casuale, almeno dal mio punto di vista: nel tentativo di riparare ciò che si potrebbe definire il triangolo originale, se ne ripetono coattamente altri - tutti, però, estremamente malfunzionanti.
Vorrei provare a portare oltre la metafora geometrica chiedendomi se, di volta in volta, un triangolo malfunzionante dopo l’altro, la posizione del soggetto permanga invariata nel vertice del triangolo originale o se, al contrario, la simmetria intrinseca alla figura non celi piuttosto rotazioni avvenute di nascosto.
Perché io questa storia del triangolo e del complesso di Edipo eccetera eccetera me la sento raccontare da quando ero bambina - e ci credo non tanto per atto di fede nei confronti di Siegmund Freud e di tutti quelli venuti dopo di lui, quanto perché è una chiave di lettura che, sin dalla prima adolescenza, mi ha consentito di interpretare correttamente i fatti miei e di chi mi circonda.
Ma il triangolo di cui Monsieur Naouri mi parlava tra una sigaretta e l’altra è qualcosa di sottilmente differente. Il triangolo inscritto in una circonferenza è buono e giusto, e non va riparato. Un triangolo lasciato solo a se stesso è un triangolo rotto, che si cercherà di aggiustare - con esiti fallimentari sinché… sinché? Sinché non si riesca a rompere lo schema precostitutito: trovando qualcuno che non sia disposto a ripetere lo stesso gioco rifiutandosi di tradire il proprio consorte diventando a sua volta parte di un ennesimo triangolo bisognoso di cure.
Come sospettavo, dunque, infiniti triangoli ci legano, almeno potenzialmente, gli uni agli altri. Triangoli corretti e triangoli scorretti; alcuni traballanti, altri ben poco equilateri, altri ancora fortemente scaleni… Escher troverebbe pane per i suoi denti, a voler ricoprire il piano con tutti questi garbugli affettivi.
Ma soprattutto: io, adesso, in quale vertice di quale triangolo mi trovo mai?








rimango sempre affascinata dall’abilità di alcuni di sintetizzare la complessità delle emozioni e dei sentimenti in semplici figure che hanno la pretesa di ricomprenderne e contenerne tutte le sfumature.
In ogni caso mi domando: se anche mi trovassi in un triangolo racchiuso in una circonferenza perfetta, nel giusto vertice e disposta a rompere lo schema precostituito ci sarebbe qualcuno disposto ad aggiustare il proprio?
perchè fin’ora ho trovato solo triangoli rotti e nessuno disposto ad aggiustarli…
il triangolo, a mio parere, è una figura geometricamente perfetta, a prescindere.
iscritto o meno in una circonferenza.
ritengo si tratti di una questione di prospettiva. da una certa ottica puoi essere vertice, da altra lato minore, angolo acuto, angolo ottuso.
Per Alexiel: bisogna portare pazienza… e aggiungo con tutto il cuore (ossia non con la testa, ma coinvolta nel discorso): bisogna imparare a dire NO alle persone che non abbiano voglia di mettersi al lavoro per rimettere assieme i pezzi.
Per d: il triangolo è, di per sé, molto bello - sono d’accordo. Ma non è una questione di prospettiva, secondo me. Se sei lato, sei lato - se sei vertice, resti vertice. Ed essere lato che congiunge due vertici significa - sempre secondo me - non avere ancora trovato fissa dimora, essere ancora alla ricerca della propria collocazione nel mondo (degli affetti, ma non soltanto). Per quanto riguarda gli angoli… interessante, ci devo riflettere su