Sarà che ho la faccia paffuta; sarà che, seguendo l’unico consiglio sensato dato da Cioè in tanti anni di onorata carriera, ho iniziato a mettere la crema antirughe per il contorno occhi a quattordici anni; sarà che mi vesto allo stesso modo da quando ho iniziato l’università. Non lo so. Fatto sta che, di solito, la gente mi attribuisce dai tre ai cinque anni in meno rispetto alla mia età reale. E se la cosa potrebbe essere utile e dilettevole intorno ai cinquant’anni, immagino, ora non sempre lo è; in particolar modo nell’ambiente di lavoro.
In uno dei variegati tentativi che, ciclicamente, mi punge vaghezza di fare per riportare la mia età apparente alla mia età anagrafica, oggi mi sono truccata: fondotinta (probabilmente un po’ troppo vecchio, ma si spalmava ancora), ombretto, eyeliner, matita sfumata sulla palpebra inferiore, mascara e addirittura una bella spolverata di fard sulle guance. Servizio completo.
Una volta mi truccavo tutti i santi giorni. Sempre servizio completo; sempre gli stessi gesti ripetuti nello stesso ordine. Poi una mattina, appena sveglia, mi sono guardata allo specchio: senza eyeliner non mi riconoscevo più. Non ero “io“. E questa consapevolezza mi ha sconvolta, e non mi è piaciuto per niente pensare che, per essere io, avessi bisogno di una riga sugli occhi. Così ho smesso di truccarmi.
Però. Però a volte mi torna in mente Laure, l’insegnante di francese che avevo quando abitavo a Parigi.
Laure era molto bella, ma non nel senso usuale che si dà al termine. Era incinta - e già questo la rendeva ai miei occhi di ventiduenne un essere alieno, un modello e una meraviglia, tutto insieme. Si vestiva da vera parigina, con abiti dalla foggia semplice ma esplicitamente di sartoria; accessori di lusso come borse Vuitton e sciarpe Sonia Rykiel. Abitava nel sedicesimo - e questa informazione era sufficiente per farci capire quanto la sua scelta di essere insegnante di lingua per stranieri fosse proprio una scelta, non certo una necessità. Il suo viso regolare, sormontato da capelli biondo platino tagliati cortissimi, era sempre truccato con estrema cura. Aveva addirittura il contorno delle labbra disegnato con una matita color carne - stessa tinta del rossetto - come sino ad allora avevo visto soltanto nelle foto delle riviste di moda o sui volti delle commesse di profumeria (ma in quel secondo caso il colore era rosso o arancione, e il segno della matita era fin troppo evidente). Era truccata molto e molto bene, e allo stesso tempo riusciva a essere non appariscente e l’antitesi della volgarità. Tranne il mercoledì.
Ogni mercoledì, nei due mesi in cui ho seguito il suo corso di stile della lingua francese nel linguaggio scritto e orale, lei si presentava vestita di tutto punto con la consueta eleganza un po’ snob. Ma senza una traccia di trucco.
Laure è stata una delle migliori insegnanti che io abbia mai avuto. In un periodo in cui ero innamorata dell’inglese - e di un ragazzo inglese che si chiamava Justin - è riuscita, nonostante tutto, a farmi perdere la testa per la lingua francese. Capitava che la sera, anziché uscire e perdermi per i locali di Parigi, scegliessi di stare a casa ad approfondire i contenuti delle sue lezioni. Ho addirittura letto un po’ di Proust - poco, per la verità, però non credo che mai più nella vita farò qualcosa di simile
La mia passione non le sfuggiva, e sono ben presto diventata la sua preferita. Per l’unica volta, nella mia vita da prima della classe fallita (perché, come ho già scritto non ricordo in quale post, non sono mai stata la prima della classe, neanche alle elementari), sono stata l’allieva preferita di un insegnante. Un amore perfettamente corrisposto, pertanto. Spesso fumavamo insieme dopo il caffé dell’intervallo, e siamo entrate in quella confidenza consentita dalle circostanze che una mattina - non un mercoledì, questo lo ricordo con precisione - mi ha fatto sentire autorizzata a chiederle come mai ogni settimana, sempre lo stesso giorno, non si truccasse per nulla. Lei mi ha sorriso, e ha replicato sibillina: “Le mercredi est le jour des enfants.“
Non ho mai capito cosa significasse, quella risposta; né se avesse un vero e proprio significato, se è per questo.
Però ogni tanto ci ripenso, e mi chiedo se non volesse dire che, a volte, è necessario contrastare l’inerzia - temibile, ennesimo fico strangolatore che ci opprime senza che ce ne rendiamo conto. Fare come i bambini (o piuttosto come noi adulti crediamo facciano i bambini?) e venire meno alle abitudini, almeno una volta ogni tanto.
Ma adesso sono molto stanca, perché dopo undici ore in quest’ufficio, e dopo aver rinunciato per la seconda settimana di fila ad andare alla lezione di prova di espressione corporea o quello che era, e dopo aver trascorso la mia giornata tra una riunione e l’altra… sono le otto e un quarto, e voglio andare a casa. Quindi il discorso sull’inerzia iniziato con Andrea (ex Api) via Skype lo farò un’altra volta ![]()








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