Archivia per Novembre 2007

Le jour des enfants

Sarà che ho la faccia paffuta; sarà che, seguendo l’unico consiglio sensato dato da Cioè in tanti anni di onorata carriera, ho iniziato a mettere la crema antirughe per il contorno occhi a quattordici anni; sarà che mi vesto allo stesso modo da quando ho iniziato l’università. Non lo so. Fatto sta che, di solito, la gente mi attribuisce dai tre ai cinque anni in meno rispetto alla mia età reale. E se la cosa potrebbe essere utile e dilettevole intorno ai cinquant’anni, immagino, ora non sempre lo è; in particolar modo nell’ambiente di lavoro.

In uno dei variegati tentativi che, ciclicamente, mi punge vaghezza di fare per riportare la mia età apparente alla mia età anagrafica, oggi mi sono truccata: fondotinta (probabilmente un po’ troppo vecchio, ma si spalmava ancora), ombretto, eyeliner, matita sfumata sulla palpebra inferiore, mascara e addirittura una bella spolverata di fard sulle guance. Servizio completo.

Una volta mi truccavo tutti i santi giorni. Sempre servizio completo; sempre gli stessi gesti ripetuti nello stesso ordine. Poi una mattina, appena sveglia, mi sono guardata allo specchio: senza eyeliner non mi riconoscevo più. Non ero “io“. E questa consapevolezza mi ha sconvolta, e non mi è piaciuto per niente pensare che, per essere io, avessi bisogno di una riga sugli occhi. Così ho smesso di truccarmi.

Però. Però a volte mi torna in mente Laure, l’insegnante di francese che avevo quando abitavo a Parigi.

Laure era molto bella, ma non nel senso usuale che si dà al termine. Era incinta - e già questo la rendeva ai miei occhi di ventiduenne un essere alieno, un modello e una meraviglia, tutto insieme. Si vestiva da vera parigina, con abiti dalla foggia semplice ma esplicitamente di sartoria; accessori di lusso come borse Vuitton e sciarpe Sonia Rykiel. Abitava nel sedicesimo - e questa informazione era sufficiente per farci capire quanto la sua scelta di essere insegnante di lingua per stranieri fosse proprio una scelta, non certo una necessità. Il suo viso regolare, sormontato da capelli biondo platino tagliati cortissimi, era sempre truccato con estrema cura. Aveva addirittura il contorno delle labbra disegnato con una matita color carne - stessa tinta del rossetto - come sino ad allora avevo visto soltanto nelle foto delle riviste di moda o sui volti delle commesse di profumeria (ma in quel secondo caso il colore era rosso o arancione, e il segno della matita era fin troppo evidente). Era truccata molto e molto bene, e allo stesso tempo riusciva a essere non appariscente e l’antitesi della volgarità. Tranne il mercoledì.

Ogni mercoledì, nei due mesi in cui ho seguito il suo corso di stile della lingua francese nel linguaggio scritto e orale, lei si presentava vestita di tutto punto con la consueta eleganza un po’ snob. Ma senza una traccia di trucco.

Laure è stata una delle migliori insegnanti che io abbia mai avuto. In un periodo in cui ero innamorata dell’inglese - e di un ragazzo inglese che si chiamava Justin - è riuscita, nonostante tutto, a farmi perdere la testa per la lingua francese. Capitava che la sera, anziché uscire e perdermi per i locali di Parigi, scegliessi di stare a casa ad approfondire i contenuti delle sue lezioni. Ho addirittura letto un po’ di Proust - poco, per la verità, però non credo che mai più nella vita farò qualcosa di simile ;-)

La mia passione non le sfuggiva, e sono ben presto diventata la sua preferita. Per l’unica volta, nella mia vita da prima della classe fallita (perché, come ho già scritto non ricordo in quale post, non sono mai stata la prima della classe, neanche alle elementari), sono stata l’allieva preferita di un insegnante. Un amore perfettamente corrisposto, pertanto. Spesso fumavamo insieme dopo il caffé dell’intervallo, e siamo entrate in quella confidenza consentita dalle circostanze che una mattina - non un mercoledì, questo lo ricordo con precisione - mi ha fatto sentire autorizzata a chiederle come mai ogni settimana, sempre lo stesso giorno, non si truccasse per nulla. Lei mi ha sorriso, e ha replicato sibillina: “Le mercredi est le jour des enfants.

Non ho mai capito cosa significasse, quella risposta; né se avesse un vero e proprio significato, se è per questo.

Però ogni tanto ci ripenso, e mi chiedo se non volesse dire che, a volte, è necessario contrastare l’inerzia - temibile, ennesimo fico strangolatore che ci opprime senza che ce ne rendiamo conto. Fare come i bambini (o piuttosto come noi adulti crediamo facciano i bambini?) e venire meno alle abitudini, almeno una volta ogni tanto.

Ma adesso sono molto stanca, perché dopo undici ore in quest’ufficio, e dopo aver rinunciato per la seconda settimana di fila ad andare alla lezione di prova di espressione corporea o quello che era, e dopo aver trascorso la mia giornata tra una riunione e l’altra… sono le otto e un quarto, e voglio andare a casa. Quindi il discorso sull’inerzia iniziato con Andrea (ex Api) via Skype lo farò un’altra volta :-)

Dentro e fuori

Sta succedendo qualcosa di strano. Non necessariamente qualcosa di molto strano, ma sicuramente peculiare. Qualcosa che forse non va proprio contro il senso comune, ma sicuramente - almeno in parte - non è al di qua della linea che ne demarca i confini.

L’uso più o meno sconsiderato che faccio della rete per mantenere i contatti con persone già conosciute, anziché diminuire le occasioni di incontro nella vita quotidiana, le aumenta.

Da quando Mascalzone e io ci siamo scambiati il nick di Skype, ad esempio, ci vediamo all’incirca una volta alla settimana, ossia con una frequenza almeno cinque volte superiore a prima.

Ora: noi siamo stati compagni di liceo - non di classe, ma quasi. Per molti anni abbiamo diviso lo stesso gruppo di amici - il gruppo del liceo, ovviamente. Abbiamo, negli anni ‘90, vissuto insieme moltissime prime volte: la prima uscita serale in auto, i primi discorsi sul sesso dopo averlo praticato (o almeno averci provato), il primo fine settimana alcolico in montagna, il primo fine settimana stupefacente al mare, la prima vera vacanza senza genitori in Costa Azzurra eccetera. Eppure, come spesso succede, il passaggio all’università prima e il passaggio all’età delle relazioni sentimentali stabili poi, ci hanno separato fisicamente. Niente di triste né irreparabile, ovviamente; anzi. Semplicemente, rispetto agli inizi, abbiamo diradato sempre più i momenti in cui stavamo insieme: dal quotidiano (che dolore, però, quando mi riaccompagnava a casa da scuola in bicicletta mettendomi precariamente in equilibrio sulla canna!), al settimanale, al mensile, al trimestrale. Io ho vissuto fuori città, lui ha vissuto fuori Italia; ci siamo scritti qualche email, ci siamo sentiti qualche volta al telefono, ci siamo incontrati con amiche comuni… finché non è arrivato Skype.

Un discorso molto simile, mutatis mutandis, vale per Api. Anche con Api abbiamo fatto tantissime cose; ne abbiamo, come a volte si dice, passate davvero tante insieme - come ho avuto già modo di scrivere. E anche nel caso di Api, da quando quella notte estiva una sua telefonata ci ha poi portato a ore di conversazione via Skype, la frequentazione vis à vis è diventata quasi routine, soprattutto considerando che lui vive in un’altra nazione.

Grazie Skype, dunque. Ma non credo sia tutto merito suo. O, se non altro, sarebbe potuto essere GoogleTalk, or whatever. C’è questo blog, c’è facebook, ci sono gli scambi di informazioni relative ad aggiornamenti sui programmi (in)utili per Mac.

Ci sono, in sostanza, tante occasioni per comunicare anche a distanza. E queste occasioni, anziché esaurirsi in se stesse, creano la voglia di vedersi, di sentire il suono della voce dell’altro, di parlare al freddo e sotto la pioggia e non soltanto davanti allo schermo del computer.

Il senso comune - o alcuni articoli di giornale, quantomeno - farebbe pensare che più si trascorre il tempo dentro la rete, meno si vive al di fuori. A me invece sta succedendo l’esatto contrario.

Ciò considerato, vorrei chiedere a chi legge cosa ne pensa, e soprattutto qual è la sua esperienza al proposito. Vorrei anche che questa fosse un’occasione perché si esprimano esplicitamente quelle persone che, per vari motivi (tutti legittimi, per carità!), non hanno mai commentato - fatelo adesso, è la vostra occasione :)

Mmm… ora che ci penso: che figura ci faccio se lancio un appello del genere e non mi risponde nessuno? ;)

Il resto di me

Api legge questo blog, e come soltanto lui riesce a fare mi scrive via Skype cose che mi stupiscono sempre per la loro semplicità e verità.

Secondo me devi impiegare il resto della persona che non impieghi facendo quello che fai

Come ho già avuto modo di scrivere, io sono perdutamente innamorata del mio lavoro. Quello che faccio, secondo le parole di Api, è il mio lavoro - e confesso che, anche ne avessi l’intenzione, non saprei come definirlo in maniera chiara ed esaustiva. Potrei però provare a capire qual è la parte di me che impiego facendo quello che faccio, questo sì.

Passo necessario per seguire il consiglio, e impiegare il resto di me in qualcosa di diverso…

Domani andrò a fare una lezione di prova in un centro di danza perché sabato sera sono stata a una presentazione di un libro di poesie.

Ora. Non sono solita andare a presentazioni di libri, tanto meno libri di poesie. Perché è qualcosa di troppo simile a ciò che faccio per lavoro. Soprattutto se l’editore del libro, conosciuto per motivi di lavoro, ce l’ha un po’ con me (sempre per motivi di lavoro. Almeno spero. E comunque in effetti tutto ciò che ho scritto in queste ultime righe è collegato al mio lavoro. Diamine.). Però mi sono ritrovata, sabato pomeriggio, con una grande delusione: la promessa di trascorrere la domenica al bagno turco era stata infatti rotta - prenotazioni esaurite. Per inciso: ma com’è possibile che così tanta gente sia disposta a spendere trenta euro per un po’ di vapore?? E comunque, mi sto perdendo il filo del discorso.

Sabato pomeriggio, delusa e affranta, in preda alla sindrome del “colpa tua: se non tenessi a nulla non ci resteresti male quando poi i desideri non si avverano“… Ed ecco comparire un fico strangolatore della peggior specie… Decido di andare alla presentazione, nonostante la stessa fosse “preceduta da una performance di espressione corporea”. Cosa vuol dire? Non lo so assolutamente, né il fatto di avervi assistito mi ha chiarito le idee. So soltanto che:

1. Non leggerò mai il libro oggetto della presentazione perché l’autrice era insopportabile e non sapeva parlare in italiano corretto.

2. La ballerina mi ha fatto ricordare quando il mio corpo ancora non si lamentava di continuo dell’immobilismo forzato a cui lo sottopongo.

3. Da cosa nasce cosa, ossia: se esco dal mio guscio per un motivo che non capisco bene neanch’io quale sia, ho nei confronti di me stessa il dovere morale di far sì che l’esperienza abbia per lo meno un seguito.

4. Ecco da dove nasce l’idea di fare la lezione di prova al corso di danza / ballo / espressione corporea / non ne ho idea né mi interessa troppo, al momento.

Il resto di me, domani all’incirca a quest’ora, sarà impiegato a sciogliere il bacino nella pallida, grottesca imitazione di una danzatrice del ventre. E a proposito di danza del ventre. Ieri ho proposto ai miei genitori di fare le vacanze di Natale tutti insieme, ripetendo l’agathiano assassinio sul nilo possibilmente senza il morto.

Mi sembra di star facendo i buoni propositi per l’anno nuovo: esperienze insolite, attività fisica, cura della famiglia. Tutto con la scusa di conoscere gente nuova. O almeno questa è la scusa che racconto a me stessa e agli altri. Gli altri ci cascano e mi tirano comprensive pacche sulla spalla. Io invece non riesco proprio a bermela, questa scusa. Perché, dopo tutto questo gran daffare, il resto di me conoscerà frequentatori di un corso di espressione corporea (argh!) e anziani frequentatori di costosissime crociere sul Nilo nel periodo tra Natale e Capodanno.

Tutto considerato, il resto di me forse farebbe meglio a lasciar agire la parte che impiego facendo quello che faccio.

La bellezza di condividere pur senza essere innamorati

Non vorrei scrivere il classico post ecco - come - la - gente - arriva - a - questo - blog - digitando - su - google - le cose - più - strane. Non vorrei proprio.

Però mi colpiscono due cose. In primo luogo: digitando “persona con la quale è bello  condividere” i primi due risultati su più di settecentomila sono altrettanti post scritti da me. Le ragioni per cui qualcuno decida di effettuare tale ricerca  mi sono del tutto oscure, però il risultato, lo confesso, mi riempie di gioia. So che c’è tutta una storia di algoritmi, dietro. So che contano le pagine in archivio, il numero di volte in cui qualcuno fa qualcosa eccetera eccetera eccetera. Je m’en fiche. Se cerchi una persona con cui condividere, Mr G ti porta qui. E la cosa mi piace da impazzire.

D’altro canto, e questa è la seconda cosa che mi colpisce, cercando invece un riscontro rispetto all’affermazione “non sono innamorato“, il quinto risultato su più di due milioni è un mio post dal titolo “Amore non corrisposto?” (non metto il link perché non mi piace mettermi i link da sola se non è strettamente necessario :) ). L’affermazione “sono innamorato”, al contrario, dà circa duecentomila risultati in meno rispetto alla precedente, ma il mio blog non compare - almeno non nelle prime due pagine. Un po’ sono perplessa, lo ammetto. Non sono sicura di voler attirare lettori che non sono innamorati - male, molto male: è bello esserlo almeno un po’, in qualsiasi caso.

Chissà cosa andava cercando, in realtà, quell’unica persona le cui dita hanno espresso il desiderio di trovare qualcosa su una persona con la quale è bello condividere. Magari un sito sul cicloturismo o su pregi e difetti della castità prematrimoniale - Mr G ti sputa fuori anche quello, a un certo punto. Forse, ancora, capire cosa significa e cosa implica, soprattutto, avere una persona con la quale è bello condividere. Magari la persona stessa.  E ciò che mi stupisce e in un certo senso mi commuove di più è il fatto che, in questo caso, il verbo condividere sia stato privato dell’oggetto: non è importante cosa si condivida, non conta niente. Importa soltanto la persona con la quale. Anche se non si è innamorati.

Avevo voglia di scrivere un po’

Avevo voglia di scrivere un po’ pur senza aver nessun contenuto vero e proprio.

Essere in ufficio quando dovresti essere in vacanza è quantomeno strano. Sto trascorrendo molto tempo girovagando sulla rete, naturalmente. Con la speranza di non sprecare troppo questo tempo che è in parte per me e in parte perso, in quanto non destinato a ciò che avrei voluto.

Se non trascorro le mie giornate a casa, o in un bagno turco come alcuni mi hanno consigliato, è perché non ho davvero voglia di fare niente.

Mi ricordo quando, nel periodo dell’università, passavo i cinque, sei giorni successivi a un esame tappata in casa a guardare il soffitto della mia stanza. La depressione post-esame, la chiamavo. Del tutto indipendente dall’andamento dello stesso; anzi, ora che ci penso, la tristezza e il senso di sconforto piuttosto che essere inversamente proporzionali al voto lo erano direttamente. Ricordo di essere addirittura scoppiata a piangere dopo un 29, una volta.

Il Festival ha su di me lo stesso effetto. Mesi di lavoro che ti scorrono tra le dita più velocemente del tempo mentre sei lì, e poi più niente nel momento stesso in cui l’ultimo evento dell’ultimo giorno si è liberato dell’ultimo partecipante. Più niente.

Gli ultimi anni dell’università avevo risolto il problema preparando più esami contemporaneamente e, soprattutto, imponendomi di smettere di studiare almeno cinque giorni prima della data dello scritto. Ma adesso come posso fare?

Non sono in attesa di un evento con data e orari prefissati da altri. Non mi sto preparando per qualcosa che abbia un programma definito da una serie di elenchi puntati sul sito internet di un docente. Non sto nemmeno tirando la corda perché tanto, poi, avrò il tempo per riposarmi.

Sono nel tempo per riposarmi - e cosa faccio? Cucino, trasporto chili di verdura su per le scale, cucino ancora e guardo film imbarazzantemente idioti che mi fanno venire male alla mascella per quanto rido (sguaiatamente).

Ma quanto siamo difficili da accontentare?

Il viaggio verso Sole

Ho passato l’intera giornata a prepararmi: bucati frettolosi e asciugature con il phon per avere i vestiti puliti e in ordine; rocamboleschi passaggi di file .avi dalla mia memoria esterna a quella comprata per portarla in dono a Sole; pensieri ossessivi sul lavoro scacciati grazie a una dose imbarazzante di coca cola light; avvolgimenti di confezioni di biscotti in maglioni di lana perché gli addetti aeroportuali, lanciando la mia valigia, non li riducessero (troppo) in frantumi; cinque piani di scale con valigia da temo più di 15 kg (tre kg di biscotti e mezzo kg di Lacie con cavetti e tutto contano pure qualcosa!!), computer e borsetta nuova; incontro casuale con amico da cui sono riuscita a farmi trascinare i pacchi sino alla fermata della navetta; 50 minuti di autobus in mezzo al nulla della periferia con la trepidazione del pre-partenza. E, finalmente, l’arrivo in aeroporto.

Il banco del check-in era proprio lì, cinque o sei metri davanti a me e alle mie masserizie. Ne vedevo i contorni stagliarsi contro il grigio anonimo dell’area partenze. Pregustavo il momento in cui avrei fatto il controllo ai raggi X completamente priva di sostanze liquide o affini a parte quel 60% di acqua che serve al mio corpo per sopravvivere.

Quando è squillato il telefono pensavo fosse Sole, chissà perché. Temevo volesse dirmi che non sarebbe riuscita a venire a prendermi come concordato e che avrei dovuto prendermi un taxi. Poco male, ho pensato mentre rovistavo nella borsetta (maledizione, Martin: perché l’hai fatta senza tasche?): con tutta la valuta estera che mi sono fatta cambiare stamattina potrei quasi comprarlo, un taxi. Pensavo volesse salutarmi prima della mia partenza e ricordarmi come arrivare al luogo in cui ci eravamo date appuntamento intorno all’una di notte insieme al suo amico che, tanti anni fa, conobbi mentre faceva uno spogliarello in occasione della festa della donna. Speravo fosse Sole pur senza sapere ancora che si trattava di una speranza.

Invece era il telegiornale. Il telegiornale di Rai1, per la precisione, che si palesava tramite la voce di mia madre. C’era stato un incendio, nella zona est della città verso la quale mi accingevo a volare. Un incendio che, secondo l’annunciatrice, aveva sparso una nube nera sul cielo della metropoli. Una nube che, sempre secondo l’annunciatrice, era portatrice di sostanze tossiche – in una parola: amianto.

Ma facciamo un passo indietro.

Io ho due nonne: una brava e una cattiva. La nonna brava è la mamma di mio papà, proviene da una famiglia piuttosto benestante e ha un’intelligenza tanto acuta e profonda da compensare la poca avvenenza. La nonna cattiva, invece, di estrazione contadina, era talmente bella prima che un ictus la rendesse invalida da richiamare ancora, a settant’anni suonati, i complimenti per la strada da parte di uomini di ogni età.

La nonna cattiva, una settimana fa, è stata ricoverata in ospedale. La sua stanza è al quarto piano e si affaccia sulle montagne. La sua camicia da notte mette in risalto le braccia pallide che non vedevo più da anni, perché di solito vive in alta montagna e nonostante le oggettive difficoltà a vestirla le suore, ogni mattina, le fanno indossare i maglioni di lana che era solita intrecciare quando ancora le sue dita funzionavano come bacchette magiche. La sua lucidità è ormai intermittente, ma la salute è tornata buona e, soprattutto, non soffre: questo lo dice lei e lo confermano le cartelle cliniche – insieme ai medici che, con le sue parole, “sono proprio due bei ragazzi”.

Quando ho avuto dal medico l’annuncio del ricovero, ho pensato che il viaggio verso Sole poteva dover essere annullato. Quando, qualche giorno dopo, ho visto la mia nonna cattiva sorridere e ingurgitarsi senza quasi fiatare una pasta alla panna montata, ho riflettuto che forse partire per un luogo distante da casa meno di due ore di aereo poteva non essere un problema. Quando mia madre, nonostante la mia insistenza, si è raccomandata di non rinunciare a una settimana di vacanza insieme a una persona che poteva aver bisogno, e non soltanto voglia, di avere qualcuno accanto, ho deciso che valeva la pena rischiare.

Invece è arrivato il telegiornale. E, con lui, il dover scegliere tra il senso di colpa e il dispiacere. Sapendo che tanto qualsiasi scelta sarebbe stata quella sbagliata.

Fortunatamente, almeno, l’autista dell’autobus che mi ha riportato a casa non era lo stesso dell’andata. Il fatto che la macchinetta dei biglietti facesse le bizze mi ha, se non altro, salvato dall’imbarazzo di essere fissata da un uomo che, un’ora prima, non soltanto mi aveva vista in procinto di partire con valigie, borsette e borsoni, ma si era sorbito un mio quarto d’ora al telefono in cui raccontavo tutte le cose che avrei fatto e non fatto durante la permanenza all’estero.

Un viaggio, il mio, durato giusto il tempo di un paio di pause per riflettere e trenta minuti di sigarette in attesa della navetta per il centro città. Una traslazione limitata al percorso dallo spazio partenze allo spazio arrivi – dove si ferma l’autobus – per poi riuscire dall’aeroporto insieme a quanti scendevano dallo stesso volo che, ironia della sorte, avrei dovuto prendere io mercoledì prossimo per ritornare :-)

Essere figli unici, d’altronde, comporterà pure qualche svantaggio, no?

Why not?

Berlino per me è il luogo dove sono stata, negli ultimi anni, più felice e, per usare una parola che non mi piace poi così tanto eppure è particolarmente efficace, spensierata. La neve che si posa incessantemente sopra i Linden - sotto i quali si snoda la strada che dalla Porta di Brandeburgo segue, almeno in certe ore del giorno, l’ombra della Fernseheturm sino ad Alexanderplatz. Le luci del Sony Centre di Potsdamerplatz intraviste sorseggiando una Pils lungo la Spree. Il sorriso del mio ex fidanzato mentre il giorno di Natale bevevamo un caffé circondati da decine di motociclisti di ogni età inguainati in tutine di pelle.

Mi suonava dunque strano, l’altra sera, ascoltare dalla voce di Mascalzone Latino il seguente racconto.

ML e il suo amico Indi (archeologo), non molto tempo fa, hanno trascorso alcuni giorni nella capitale tedesca a seguito della fine della convivenza di quest’ultimo. Una sera, di ritorno in albergo, scesi dalla Sbahn decisero di intraprendere una strada diversa dalla solita e si trovarono in un piccolo Allee pieno di giovani fanciulle molto chiaccherine e molto poco vestite.

Ora: Mascalzone Latino, un uomo di mondo, non impiegò molto a realizzare di essere capitato in una strada piena di prostitute di alto bordo. Le ragazze, tutte molto belle e presumibilmente provenienti dall’est Europa, erano inoltre poliglotte e si esprimevano in perfetto inglese.

Indi, col cuore ancora infranto e con “l’ormone impazzito”, indugiò a parlare con questa e con quella sotto lo sguardo scherzosamente rimproverante dall’amico, sinché una giovane più bella delle altre, più svestita delle altre, più loquace e più impertinente, non gli offrì del tutto esplicitamente i propri servigi. “Just XY euros, all night long” o qualcosa del genere.

Conosco Indi. Non bene - e non lo vedo da tanto tempo - ma un po’ lo conosco. E’ abituato a trovarsi immerso nella polvere dei reperti che studia. E’ a suo agio in una sala da ballo dove la musica più recente che è suonata risale ai tempi di Strauss. Mi immagino dunque il suo volto dai lineamenti affilati tingersi di viola, e il colore espandersi sino alla punta del naso dell’amico che gli stava accanto; ciò nonostante, Mascalzone Latino non potè fare a meno di replicare, scivolando un po’ tra le parole “No, no, thank you”.

Après ça, l’abyme. Perché la giovane, bellissima, disinvolta est-europea pose la domanda di fronte alla quale nessuno - uomo o, mutatis mutandis, donna - vorrebbe trovarsi: Why not?

Ora. Non intendo riflettere su gioie e dolori del sesso prezzolato - né ora né, credo proprio, mai. Mi colpisce, d’altra parte, il fatto che negli ultimi tempi una persona mi abbia detto che non riesce a fare sesso con le persone che stima, un’altra che preferisce di gran lunga l’astinenza sessuale alla pratica disinvolta a cui si assoggettava fino a pochi mesi or sono e un’altra ancora che la percezione del proprio corpo nudo è talmente irreale da appartenenere quasi a un’altra vita. Allo stesso modo, mi stupisce il racconto di Mascalzone Latino non si sia concluso come mi sarei aspettata. Hanno infatti trascorso la notte svegli, a cercare invano una risposta che li soddisfacesse davvero. Nel profondo. Al di là di ogni obiezione; oltre le remore morali e la catechesi impartita quando ancora la voce era simile a quella delle compagne con il grembiule rosa. Perché no?

Accidenti: possibile che l’unica soluzione a tutto questo sia tornare allo stadio delle amebe e confidare in un’involuzione che ripristini per l’homo sapiens la riproduzione asessuata???

AGGIORNAMENTO: il “come mi sarei aspettata” di qualche  riga fa - a scanso di equivoci - significa: “ci ridiamo su, ce ne andiamo a dormire e non ci pensiamo più”. Questo perché alcune conversazioni via Skype mi han fatto riflettere sul fatto che poteva anche implicare qualcos’altro di completamente diverso…

Traslazione spaziale

Sono di partenza. Domani sera, se tutto va bene - ebbene sì: sono scaramantica - sarò in volo per una città europea, in direzione del sole e in direzione di Sole.

Sole mi ha chiesto di portarle dei biscotti, delle Gocciole per la precisione. Forse domani, come nella fiaba de La Bella e la Bestia, la ricerca di una cosa così semplice mi porterà a vivere avventure inattese e rocambolesche. Forse domani, come nella vita reale, la ricerca di una cosa così semplice mi porterà ad aumentare i punti accumulati nella mia tessera del supermercato sotto casa.

Adesso, per tutta una serie di motivi, io posseggo una borsa Martin Margiela. L’oggetto più prezioso che abbia mai posseduto - come ho detto alla persona che me l’ha portata in dono. E mi chiedo se questo oggetto così prezioso debba lasciarlo nascosto nell’armadio per paura che si rovini oppure portarmelo dietro e gioirne vita natural durante.

Già pregusto il momento in cui l’aereo si alzerà in volo - mi piace tanto quando le asperità del terreno si annullano e sotto di me c’è soltanto aria. Già pavento l’ora in cui dovrò prepararmi per l’unico appuntamento di lavoro che ho acconsentito a fissare durante questa vacanza - mi piace tanto mettermi alla prova ma ne sono al contempo terrorizzata.

Se vivessi su un reticolo, la traslazione spaziale del punto che mi rappresenta sarebbe un’operazione facile-facile. Indolore. Insapore. Dal momento che, al contrario, abito questo spazio informemente inincasellabile… mi limiterò a portare con me la borsa preziosa, e tutte le altre cose preziose che mi hanno regalato nel corso della mia vita - la speranza, la gioia, la voglia di sorridere e il bisogno di piangere.

Sono stata al confine di un deserto emotivo, ultimamente. E come mi ha scritto Api, i deserti hanno la pessima abitudine di espandersi. Ecco perché sto andando in un luogo dove piove spesso e volentieri: per annaffiare, annaffiare e ancora annaffiare la mia emotività, tanto per non correre il rischio di lasciarla nascosta nell’armadio e, puta caso, di dimenticarmi della sua esistenza.

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