Archivia per Ottobre 2007

Amore non corrisposto?

Pare che gli innamorati, da un punto di vista biochimico, siano del tutto analoghi a chi soffre di un disturbo ossessivo compulsivo.

Beh, in effetti era prevedibile. Non pensi ad altro che a lui, o lei. Ci pensi sempre. Sempre e comunque. Passi da momenti di esaltazione ad altri di profonda disperazione senza un apparente motivo. A me succede sempre.

Perché sono innamorata. Perdutamente.

E non è da ieri. Né dall’altro ieri. Il problema è che non sono corrisposta - o, comunque, che non sono corrisposta come vorrei.

Lui mi piace da impazzire - anche se forse è più l’idea di “lui”, l’immagine che ne ho dentro e che mi sono costruita nel corso del tempo, a farmi perdere la testa. Perché spesso la non corresponsione (forse) si accompagna a una sorta di falsità che inquina i rapporti tra i due soggetti.

Capita troppo spesso, ormai, che si verifichino episodi che mi gettano nello sconforto e mi fanno pensare che forse farei meglio a rinunciare. A lasciare perdere. A rassegnarmi al fatto che - come dicono i gggiovani - non ce n’è.

Il fatto è che dopo tutti questi anni trascorsi a cercare, ad aspettare, a guardarmi intorno, a provare e riprovare sempre trovando cose che, messe alla prova dei fatti, non corrispondevano alle aspettative… questa volta ho proprio investito tutta me stessa. E rinunciare, ora, significherebbe sacrificare ciò in cui ho sempre creduto.

Lui è il mio lavoro.

E quando ho saputo che, a causa mia, sono successe cose che vanno contro tutto ciò in cui credo… i miei neurotrasmettitori da innamorata si sono comportati come ci si aspettava da loro: profondo sconforto, rabbia ossessiva, finta noncuranza.

Una situazione che io ho contribuito a creare (non è necessario spieghi dettagliatamente come e perché), mi ha ributtato nel vortice del: non sono all’altezza, ripongo male le mie aspettative, tanta fatica neanche per nulla, ma per qualcosa che va contro ciò in cui credo.

Ci sono persone che non hanno capito un accidenti di niente della vita e di ciò che è importante - secondo la sottoscritta, almeno. Ci sono persone che parlano a sproposito e purtroppo sono diventate abbastanza “qualcuno” da avere una troupe della Rai che sparge al vento le loro parole sbagliate, fino al satellite in orbita geostazionaria e ritorno. Cosa questo “qualcuno + troupe della Rai” significhi, comporti e rappresenti… beh, non voglio essere io a giudicare. Che per me non conti niente non significa infatti che tali parole sbagliate restino confinate nell’ego smisurato di chi le pronuncia.

Una loggia differente è il titolo del post di chi, come me, si è trovato davanti una forma di autismo della peggior specie.

Simon Baron Cohen, nel suo bellissimo Questione di cervello. La differenza essenziale tra uomini e donne, sostiene che l’autismo potrebbe essere una forma estrema di cervello maschile - ne parlerò ancora e forse ne ho già scritto qui, comunque ciò significa, grossolanamente: ottime capacità di sistematizzare ed empatia scarsa o addirittura assente; abilità logico- matematiche ipersviluppate che si accompagnano a una totale incapacità di immedesimarsi nella persona che ti sta di fronte.

Come scherzosamente affermava la moglie di questo signore - e lei fa il veterinario, non è come a volte accade (ma soprattutto in Italia, fidatevi), semplicemente la-moglie-al seguito - in una di quelle situazioni che fanno dire ai miei neurotrasmettitori di eccitarsi oltre misura: i fisici sono quasi tutti uomini perché per essere bravi devono necessariamente soffrire di qualche grave forma di autismo. Ossia: avere un cervello maschile estremo.

Ma il sesso del cervello, nonostante le battute ironiche, non è correlato al sesso del corpo a cui appartiene - come nel caso di cui sopra, l’ambiente ostile.

Al quale vorrei controbattere con una lista di controesempi (parziale, anzi ridicolmente parziale rispetto alla totalità) - un contro al quadrato, insomma.

1. Ecco qui 64 blog di altrettanti scienziati riuniti sotto il cappello di ScienceBlogs.

2. Ecco qui un fisico italiano con un blog: A Quantum Diaries survivor. Ed eccone un altro e un altro, e un altro ancora, di scienziati italiani - e le ultime due sono addirittura donne, pensate un po’.

3. Ecco qui un fisico matematico il cui blog ha avuto talmente tanto seguito da ispirare un libro omonimo tradotto, tra le altre lingue, anche in italiano: Not even wrong - e se date un’occhiata troverete anche simboli matematici incomprensibili ai più, senza (mi pare) che mai vi sia da parte dell’autore la preoccupazione di improbabili furti da parte di colleghi invidiosi. Parecchi simboli “strani” - evidentemente espressione di una certa regolarità di frequentazione con la matematica avanzata - anche qui e qui.

4. Ecco qui, per ultimo ma sicuramente non da ultimo, uno dei massimi matematici viventi che posta regolarmente su Noncommutative geometry: Alain Connes - uno dei massimi matematici oggi in vita, non sto scherzando.

Ma davvero sono tutti dei perditempo incoscienti come sembrerebbe suggerire qualcuno? Ma davvero? Io non ci voglio credere.

Certo, è perché sono innamorata. E spesso gli innamorati, proprio come chi soffre di un disturbo ossessivo compulsivo, travisano completamente la realtà. Vogliono continuare ad avere fiducia nell’oggetto del proprio amore anche quando si verificano episodi che sembrano far crollare tutto in pezzi.

Quindi: ai posteri l’ardua sentenza - id est: giudicate voi se davvero gli scienziati, come sostiene qualcuno, non hanno tempo per un blog. Come ho già scritto, io non ci credo affatto. E mi spiace soltanto - e forse ho già scritto anche questo - di aver contribuito a dare a chi invece lo pensa la possibilità di parlare a sproposito mettendo a disagio chi non lo meritava affatto.

Ma se ho sbagliato è soltanto perché sono perdutamente innamorata e ho completamente perso il lume della ragione, perdonatemi ;)

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Chiuso per lavoro in corso

Chi volesse avere idea di quello che sto vivendo, può leggere qui o qui. Altrimenti, mi sa che fino al sette di novembre - almeno - non avrò fisicamente il tempo di pensare a null’altro che non sia risolvere problemi altrui. Di cui preferirei non sapere niente. Ma proprio niente. Però mi pagano per questo…

Che emozione, parlano di me!

Ho scoperto per caso di essere su Blogbabel. Ossia, cercando di capire esattamente cosa sia Blogbabel, ho scoperto che questo blog è al suo interno. Ma se nelle FAQ c’era scritto… Ok, non importa. La cosa davvero fondamentale è che non sapevo, fino a cinque minuti fa, che il pezzo di un mio post era stato ripreso e commentato da un(a) sconosciuto/a:

“Pronto Centrale…bzzzz… Qua c’è un riscaldamento neuronale anomalo… crcrcr….bzzzz…. Il cervellone gira vorticosamente a vuoto….sglinsglin….Mayday, ripeto Mayday… clong… whumwhumwhuuuuum… Oddìo… Sta per scoppiare!… Aiuuuu….bzzz….PAAAAANG!” (Via La persona depressa).

Sì sì. Sono proprio io - neanche mia madre, con gli otto mesi di gravidanza e tutto il resto, avrebbe potuto descrivermi meglio. Complimenti!!!

Io continuerò a portare gli occhiali

A volte mi sembra di avere il fascino travolgente del libretto di istruzioni di un trapano a percussione. Altre volte, mi convinco piuttosto di essere altrettanto seducente di un bel piatto di zucchine bollite - e scondite!

Un po’ come il puffo quattrocchi, che è un tipo molto serioso, noiosetto e puffamente saccente.

Ci sono alcuni casi, invece, in cui mi stringerei la mano in segno di approvazione per quanto mi piace l’immagine che, attraverso le lenti degli occhiali e grazie al riflesso di uno specchio, mi ritorna indietro. Puffamente vanitosa, insomma. Puffamente corretta.

Quando indosso le lenti a contatto nelle sei ore quotidiane che mi sono state prescritte, invece, so di avere esattamente lo stesso sguardo di una talpa che si trova all’improvviso nel mezzo di una radura assolata.

Non potrei mai avere un’appassionata storia d’amore con il mio contattologo; di questo sono sicura. In primo luogo, perché è una donna. In secondo luogo, l’altro giorno ho davvero dato sfogo, davanti a lei (e davanti agli attoniti clienti del negozio di ottica), alle mie parti peggiori.

Inserimento delle lenti nel luogo a esse deputato: minuti 25.

Nel mentre, ho pronunciato, nell’ordine, le seguenti frasi:

  • Lo sapevo! Non ci riesco, non ci riesco proprio!” = sono tendenzialmente rinunciataria, insicura e soffro di scarsa fiducia in me stessa;
  • No! Non voglio che me le metta lei [la contattologa]! ce la voglio fare da sola!” = cocciuta, testarda e addirittura svalutante rispetto all’altrui professionalità;
  • Non ce la farò mai…” = arrendevole, lamentosa e, al ventiquattresimo minuto, per giunta fastidiosamente insopportabile.

Tempo di permanenza delle lenti nel luogo a esse deputato: ore 2.

La contattologa, fortunatamente per lei, non è stata costretta a seguirmi mentre sono tornata in ufficio durante l’attesa prima della visita a posteriori. In ufficio le cose non sono andate molto diversamente - a questo punto non potrò più lamentarmi se i miei colleghi mi tratteranno con l’accondiscendenza riservata ai bambini in età prescolare.

  • Secondo te sto meglio con gli occhiali o senza?” = vanitosa, egoriferita e, come in un altro caso, anche un po’ insicura;
  • Tanto so già che toglierle sarà una vera e propria tragedia.” = un po’ pessimista, forse, ma del tutto realista.

Estrazione delle lenti dal luogo a esse deputato: minuti 35.

No comment.

Quando la contattologa ha capito che le lacrime non erano causate dall’irritazione all’occhio ma dallo sconforto prima e dalla rabbia poi (credo di aver addirittura pestato i piedi per terra, a un certo punto), poco ci mancava mi facesse una carezza sulla testa a metà tra lo sconsolato, il rassegnato e l’impietosito. Tuttavia, quando le ho chiesto perché non si potesse usare una micro ventosa, poco ci mancava che le lenti me le facesse saltare via a suon di schiaffi.

E comunque. Si è trattato di un’esperienza formativa, senza alcun dubbio.

Persevero con le sei ore al giorno per una settimana di fila, nonostante tutto. Perché voglio avere la capacità di scegliere come mostrarmi al mondo, io.

Fintanto che anticipo la sveglia mattutina di un’oretta e le lenti me le infilo (e me le tolgo) senza che nessuno mi possa vedere né sentire, per lo meno. Altrimenti mi sa che la prospettiva dell’appassionata storia d’amore sfuma con chiunque abiti nel raggio di tre chilometri da casa mia.

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Io porto gli occhiali

Qualche sera fa sono andata a casa dei miei, un po’ per caso e un po’ perché sentivo il bisogno di farmi un po’ coccolare l’ego; dal momento che l’ego-farm, a quanto mi risulta, ancora non l’hanno inventata, uno si arrangia come può. E anche se non c’entra, ora che ci penso, con tutti questi link a post miei, non faccio che dare ragione a chi mi dice che sono egocentrica. Ma posso anche replicare: “e allora?” ;-)

Essendo a casa dei miei, ed essendo i miei piuttosto propensi a non andare a dormire dopo le dieci di sera, mi sono messa a rovistare tra le vecchie foto. Niente di strano; se non fosse che album dopo album e, conseguentemente, anno dopo anno, ho avuto una specie di rivelazione: ci sono i volti e i corpi miei e dei miei amici che crescono, diventano adulti, in alcuni casi invecchiano - bisogna usare le parole corrette, almeno quando esistono. E ci sono i miei occhiali che cambiano, cambiano, cambiano sempre: le montature in plastica trasparente a forma di farfalla si sono fatte tartarughe marroncine; il viso, nascosto da una maschera nera, è stato poi ricoperto - e al contempo riscoperto - da una sottilissima ellisse di metallo semitrasparente.

Perché è così: io porto gli occhiali. Sono miope, e anche un po’ astigmatica da quando avevo 12 anni. E quando mi devo descrivere a qualcuno perché mi riconosca a un appuntamento non avendomi mai incontrata prima, esordisco sempre con: “Porto gli occhiali, sono alta tot eccetera.”

Questi a lato sono i immagine-3.pngmiei occhi. E io non li potrò mai vedere con la nitidezza di una fotografia, perché quando mi guardo allo specchio senza occhiali devo avvicinarmi talmente tanto da perdere completamente la visione d’insieme. Si nota che lo sguardo è, come succede ai miopi, un po’ perso nel vuoto - ora che ci faccio caso si nota anche una certa asimmetria. Pazienza :-)

Gli occhiali definiscono un volto - ma non si limitano all’aspetto esteriore.

Chi non porta gli occhiali, infatti, non lo sa. Non può saperlo.

Chi vede bene non conosce quel sottile piacere che si prova, a volte, a estraniarsi completamente dalla realtà perché, semplicemente, non la si distingue più. Si perdono i contorni. Le luci, da puntiformi, diventano ampi circoli sfocati. Le persone sono riconoscibili, a distanza, soltanto dalle loro voci o, se proprio si vuole usare il filtro del senso visivo, dal modo in cui portano se stesse; dai gesti più o meno ampi che compiono con le braccia; da come i contorni - sfumati - del corpo si mescolano con il mondo circostante.

Chi va incontro al mondo senza bisogno di un paio di lenti graduate non conosce il brivido di terrore che, a volte, ti sorprende mentre stai nuotando in mare aperto, quando la lingua di terra non riesci a vederla neanche con la fantasia pur trovandoti a meno di 100 metri da riva. O forse sì, forse lo prova anche chi ha una vista perfetta. Però, sicuramente, non può neanche immaginare che quella paura, spesso, è mitigata dall’azzurro del cielo che è un tutt’uno con l’azzurro in cui sei immerso - non perché sei in vena romantica, ma perché è davvero un mondo completamente blu quello che ti circonda.

Chi gli occhiali li deve portare, invece, può permettersi di non vedere ciò che non vuole vedere nonostante stia rivolgendo lo sguardo proprio in quella direzione. Al liceo questo mi era molto utile quando dovevo passare davanti alla classe del mio primo fidanzato appena diventato il mio primo ex fidanzato - il quale, solitamente, sostava in mezzo al corridoio parlottando in modo seduttivo con la ragazzina di turno. E io potevo non vedere un’immagine che non avrebbe fatto altro che acuire, sterilmente, la mia sofferenza. Dandogli però l’impressione, allo stesso tempo, che il mio sguardo si stesse posando sulla scena che - come scoprii tempo dopo - era almeno in parte costruita apposta per me.

Gli occhiali li puoi mettere e togliere quando e come vuoi. E’ vero che non puoi guardare la TV sdraiato di lato perché altrimenti ti si conficcano le stanghette nella guancia; e che li devi pulire praticamente ogni ora se vuoi effettivamente vedere qualcosa; e che costano maledettamente cari a prescindere dalla montatura più o meno trendy. Nonostante ciò, gli occhiali non mascherano soltanto le imperfezioni estetiche tipo occhiaie, anzi.

Ciò assodato, qualcuno mi spiegherebbe gentilmente come ha fatto mia madre a convincermi a prendere per questo pomeriggio un appuntamento con il contattologo?

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Che fatica!

Che fatica quando la stanchezza fisica si riflette in un rallentamento del pensiero e delle risposte verbali. Quando non sei neppure abbastanza alieno dal contesto per non renderti conto che avresti potuto dire - fare - lasciare intendere tante altre cose, rispetto a ciò che è successo in questa realtà. Per non parlare poi delle risposte non verbali, che, accidenti!, sono le meno controllabili di tutte.

Che fatica cercare sempre di capire tutto e tutti. Cercare di provare a farlo, almeno. Pensare che ci si sta sforzando di cercare di farlo, quantomeno. Dicendosi che dopotutto è l’impegno che conta, ma senza crederci troppo.

Che fatica quel dannato nodo alla bocca dello stomaco di adolescenziale memoria quando succede qualcosa di inaspettato - troppo bello o troppo brutto. E troppo destabilizzante, comunque sia.

Che fatica quando non appena sei riuscito a farti una ragione di quel che credi stia succedendo, tutt’a un tratto un dettaglio viene alla luce. Inatteso e indesiderato, magari. Eppure macroscopicamente illuminante. E subito dopo, di nuovo, le tenebre. [ok, qui mi sono un po' fatta prendere la mano :-) ]

Che maledetta fatica, pur tuttavia, quando, prima di passare definitivamente dal sonno alla veglia o dalla veglia al sonno, una vocina sussurra parole il cui significato non riesci a discernere. E ti rendi conto che non hai la lucidità per connettere i ricordi tra loro e, in questo modo, ne perdi il senso e la ragion d’essere.

Che fatica, che immensa fatica mi costa scoprire nelle reazioni istintive parti di me che vorrei non avere - brutte, cattive, egoiste, egocentrate, meschine: tutto ciò che tendo a rimproverare ad altri quando penso - o addirittura dico, relativamente a qualcuno, “Non mi convince del tutto perché“. E non so perché se non nella misura in cui sono consapevole che la disapprovazione è quella che provo verso me stessa - verso quegli aspetti di me stessa.

Ed è ancora più faticoso quando continuo a ripetermelo, che è dannatamente faticoso. Quando acquisto una consapevolezza tale da essere in grado di decidere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è vero e ciò che è soltanto apparenza. Una fatica incredibile, dalla quale nemmeno lo zabajone di mia nonna può aiutarmi a riprendermi. Forse la Nutella?

Ma com’è possibile che alla maggior parte della gente i periodi di stanchezza si limitino ad abbassare le difese immunitarie, mentre nel mio caso sfilacciano prepotentemente quelle emotive?

Poi, tutto considerato, mi ritrovo a pensare che in fondo in fondo gli effetti collaterali dell’abbassamento delle difese emotive potrebbero anche non essere del tutto negativi. E meno male.

L’amore al tempo del mal di denti

Mi è morto un dente. Un molare, credo; un piccolo molare proprio sul lato in cui preferisco masticare le gomme prima di fare le bolle come quando avevo otto anni.

Ecco, penserà chi legge: ci risiamo con i denti e gli spazzolini… ma a volte l’apparenza inganna.

So bene che la morte di un mio dente non è una notizia sconvolgente per nessuno, dal momento che non lo è nemmeno per la sottoscritta. Sono cose che succedono. Mi fa un certo effetto, d’altro canto, pensare che nel corso dei mesi e forse addirittura degli anni questo dentino apparentemente sano e vitale stava in realtà riducendosi sempre più a un orpello non soltanto inutile ma fonte di una vera e propria sofferenza fisica. Perché è vero che, come dicono le nonne, la lingua batte proprio là dove il dente duole. Vivo o morto che sia.

E quando una mattina della scorsa settimana mi sono trovata, alle 5.18, spalmata sul letto a chiedermi cosa avessi mai fatto di male per meritarmi un dolore così grande all’interno della mia bocca notoriamente piccola e proprio per questo particolarmente invisa ai dentisti, la lingua ha iniziato a battere incessantemente. Ed essendoci poco spazio, ha anche avuto la strada facile - cosa che non ha fatto che acutizzare il dolore.

Un dente, come probabilmente era diffusamente spiegato anche negli ormai rinomati opuscoli sull’igiene dentale, è vivo e vegeto fintanto che il sangue circola al suo interno e irrora le terminazioni nervose. O qualcosa del genere - quando la dentista me l’ha spiegato ero intontita dall’anestesia :-)

Quando un dente muore, o comunque nel momento in cui, ormai agonizzante, è condannato a una inevitabile fine ingloriosa, possono verificarsi due fenomeni. In un caso, il decesso avviene lentamente e in sordina, ed è soltanto dopo un lasso di tempo più o meno lungo che il numero di batteri nel frattempo annidatisi all’interno diventa talmente elevato da infastidire l’osso sovrastante, il quale comincia a protestare e provoca un dolore straziante e acuto diffuso lungo tutta la gengiva. Nell’altro caso, invece, un accumulo repentino di batteri forma un pus che, a sua volta, causa un ascesso: proprio mentre la guancia si gonfia stravolgendo i tratti del viso e provocando gli sguardi curiosi e impietositi del resto del mondo, il dolore va scemando.

In entrambi i casi, emerge che non è la morte in sé e per sé a farsi notare – per quanto riguarda la mia situazione, ad esempio, il mio dente potrebbe essere defunto mesi fa senza che io mi accorgessi di nulla. La morte lascia un vuoto che, letteralmente, si riempie a poco a poco di insidiosi batteri; essi, a loro volta, non si palesano manifestamente, ma lasciano che a scatenare la reazione dolorosa sia un’altra parte del corpo – l’osso e la gengiva in un caso, la guancia gonfia a causa del pus nell’altro.

La morte di un dente, a pensarci bene, è un po’ come la fine di una storia.

Ci sono storie che si consumano lentamente, senza quasi che nessuno se ne accorga. Dall’esterno sembra che tutto proceda per il meglio, finché un giorno il dolore scoppia all’improvviso senza una causa apparente. Volgi lo sguardo verso un punto diverso da quello che stavi fissando prima, e tutt’a un tratto capisci che qualcosa non va, anzi: non va più per niente. E di solito ci vogliono ancora settimane, mesi o anni perché si riesca a focalizzare cos’è che non va più per niente, e perché la fine sia decretata anche sul piano razionale e, soprattutto, sia comunicata all’altro esplicitamente. A volte, addirittura, la comunicazione all’altro è fatta ancora prima che si sia preso davvero atto di ciò che è successo, per non parlare dell’elaborazione del lutto…

Ci sono storie, invece, in cui è un evento macroscopico a sancire la morte dei sentimenti – o quantomeno una loro profonda mutazione (non un mutamento, si badi bene: è di mutazione vera e propria che si tratta – un’alterazione permanente del sentimento e di tutti i vari annessi e connessi che sappiamo quali sono ma non siamo in grado di definire. O comunque, io non ne sono capace). L’evento macroscopico, spesso, è un tradimento, o la richiesta - terribile da fare e da sentirsi fare! - della famigerata pausa di riflessione. Qualcosa di cui magari il resto del mondo non si accorge, ma che ti fa sentire come se tutto il tuo essere si fosse deformato proprio come nel caso dell’ascesso.

E’ per questo – o comunque anche per questo, credo – che in un post precedente mi sono dilungata tanto sulla questione dello spazzolino.

Ancora a insistere sugli spazzolini da denti, dunque.

… ma questa volta mi limito a richiamare l’attenzione su ciò che - mi accorgo ora - avrei voluto esprimere con tutta quella pappardella su come lo spazzolino possa, in alcuni casi, rappresentare “la mia idea di felicità“. O, quantomeno, la mia idea di come la felicità possa manifestarsi anche con dettagli ben poco eclatanti. E, soprattutto, di come a volte possa venire alla luce soltanto se si seguono alcune piccole regole…

Perché è risaputo che il modo migliore per prevenire le carie - dunque anche la morte di un povero dentino innocente - è usare lo spazzolino tutte le volte in cui si mangia qualcosa. Ciò che è meno risaputo, purtroppo, è che a volte i denti muoiono nonostante un’attenzione per l’igiene orale ai limiti del parossismo perché, al riparo di una vecchia otturazione, i germi, i batteri - insomma, i cattivi - possono proliferare tranquilli.

Con le storie le cose vanno un po’ allo stesso modo. Ci sono cose (o persone) del passato che ci si porta dietro più o meno inconsapevolmente, al riparo di “otturazioni” che ci si è costruiti nel corso del tempo - le famigerate armature, o armatute che dir si voglia [grazie, ]. E queste cose o persone che ci portiamo dietro senza neanche saperlo corrodono l’essenza di ciò che stiamo vivendo. Sono fichi strangolatori della specie più perniciosa.

La soluzione? Non credo ce ne sia una valida per tutti e per tutte le occasioni. Ma non per questo bisogna demordere (no pun intended ;-) ).

Sicuramente l’igiene orale non va trascurata - così come il periodico controllo delle armatute di cui così tanta fatica si fa a liberarsi. O almeno: di cui io faccio - in questo periodo - tanta fatica a liberarmi.

Per il resto… credo sia piuttosto utile cercare di non avere mai nel cuore cose, e soprattutto persone che ci portiamo dietro come un inconsapevole fardello, ma lasciare lo spazio soltanto a cose e persone che ci portiamo dentro.

Magari proprio dentro a un porta-spazzolini a forma di cuore come suggerisce nel disegno a fianco Valentina, perché no?

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