Archivia per Settembre 2007

Senza titolo, ma non senza speranza

Questa estate, nelle sere trascorse a parlare con la mia compagna di stanza Peggy nell’isola di Cuba, spesso lei mi parlava della sua ultima vacanza - in Birmania. Giorno dopo giorno, descrizione dopo descrizione, emozione dopo emozione facevamo paragoni tra due luoghi così diversi eppure pieni di analogie. Nel bene e nel male, come sta venendo fuori in questi giorni.

Io non scrivo mai riferimenti all’attualità - neanche ne parlo, di attualità, perché sono profondamente ignorante, non leggo i giornali, non guardo la tv e ascolto la radio soltanto la mattina appena sveglia. Però vi sono cose che prescindono dalle “linee editoriali” di un blog. Per chi legge l’inglese: il Guardian; chi preferisce l’italiano: Repubblica.

Per finire, un meme preso da qui tramite questo post. Non che ami i memi, ma spero faccia un po’ di rumore.

UPDATE - Grazie .mau. per la traduzione in italiano :-)

Note: This is a new kind of online protest that uses blogs to spread a petition globally. To participate, just add your blog by following the instructions in this blog post.

This not an issue of partisan politics, this is an issue of basic human rights and democracy. Please help to prevent a human tragedy in Burma by adding your blog and asking others to do the same.

By passing this meme on through the blogosphere hopefully we can generate more awareness and avert a serious tragedy. As concerned world-citizens this something we bloggers can do to help.

How to participate:

1. Copy this entire post to your blog, including this special number: 1081081081234

2. After a few days, you can search Google for the number 1081081081234 to find all blogs that are participating in this protest and petition. Note: Google indexes blogs at different rates, so it could take longer for your blog to show up in the results.

THE SITUATION IN BURMA AND WHY IT MATTERS TO ALL OF US

There is no press freedom in Burma and the government has started turning off the Internet and other means of communication, so it is difficult to get news out. Individuals on the ground have been sending their day-by-day reports to the BBC, and they are heartbreaking. I encourage you to read these accounts to see for yourself what is really going on in Burma. Please include this link in your own blog post.

The situation in Burma is increasingly dangerous. Hundreds of thousands of unarmed peaceful protesters, including monks and nuns, are risking their lives to march for democracy against an unpopular but well-armed military dictatorship that will stop at nothing to continue its repressive rule. While the generals in power and their families are literally dripping in gold and diamonds, the people of Burma are impoverished, deprived of basic human rights, cut off from the rest of the world, and increasingly under threat of violence.

This week the people of Burma have risen up collectively in the largest public demonstrations against the ruling Junta in decades. It’s an amazing show of bravery, decency, and democracy in action. But although these protests are peaceful, the military rulers are starting to crack down with violence. Already there have been at least several reported deaths, and hundreds of critical injuries from soldiers beating unarmed civilians to the point of death.

The actual fatalities and injuries are probably far worse, but the only news we have is coming from individuals who are sneaking reports past the authorities. Unfortunately it looks like a large-scale blood-bath may ensue — and the victims will be mostly women, children, the elderly and unarmed monks and nuns.

Contrary to what the Burmese, Chinese and Russian governments have stated, this is not merely a local internal political issue, it is an issue of global importance and it affects the global community. As concerned citizens, we cannot allow any government anywhere in the world to use its military to attack and kill peacefully demonstrating, unarmed citizens.

In this modern day and age violence against unarmed civilians is unacceptable and if it is allowed to happen, without serious consequences for the perpetrators, it creates a precedent for it to happen again somewhere else. If we want a more peaceful world, it is up to each of us to make a personal stand on these fundamental issues whenever they arise.

Please join me in calling on the Burmese government to negotiate peacefully with its citizens, and on China to intervene to prevent further violence. And please help to raise awareness of the developing situation in Burma so that hopefully we can avert a large-scale human disaster there.

Tra la sabbia e il mare

dcam1125.JPG

Le parole arrivano fino alla spiaggia, poi occorre cambiare mezzo per arrivare laddove il terreno è più leggero - o, meglio, è acqua.

Il mio posto

Dove facciamo sedere le persone che entrano in casa nostra? Lo so, è una domanda un po’ strana – però a volte rifletto su cose davvero strane e in apparenza del tutto prive di significato. Forse anche per capire se davvero sono prive di significato. E quest’oggi mi sono trovata a riflettere sul tipo di scelta che compio, del tutto inconsapevolmente, ogni volta che qualcuno entra in casa mia.

Ora: casa mia è composta di una stanza più bagno più un balcone di un metro quadro spaccato – ricoperto di un tappeto di erba finta del quale sono particolarmente fiera. Una volta su questo balcone siamo stati addirittura in quattro, un po’ stipati; è vero che Api teneva in braccio la sua fidanzata, quindi forse, per amore di precisione, dovrei scrivere che eravamo in tre più uno, considerando un universo in tre dimensioni. Però Gerry, l’amico di Api, non è esattamente un tipo mingherlino. E comunque.

Vorrei premettere che, volente o nolente, il fatto di aver lavorato per parecchi mesi in un’elegante libreria del centro città, alcuni anni or sono, mi ha fatto imparare più nozioni del Galateo di quanto avrei voluto; in parte, ciò è dovuto al fatto che la titolare (La Signora) spesso riceveva visite di amiche e conoscenti del cosiddetto “beau monde” alla continua ricerca di doni per future cognate indesiderate e ritenute inadatte – e il Monsignor Della Casa, in attesa della ristampa di Donna Letizia, era considerato particolarmente utile nel tentativo di educare queste giovani donne. Di conseguenza, nelle lunghe mattinate di luglio in cui cercavo invano di convincere La Signora ad accendere l’aria condizionata, tra una spolverata e l’altra mi restava abbastanza tempo per scorrere divertita i consigli di tizio e caio su come essere la perfetta padrona di casa.
Tutto considerato, non credo che la scelta di far accomodare una persona da questa o da quell’altra parte del tavolo, su questa o quell’altra sedia o poltrona o parte del divano sia dovuta al caso. Né ai consigli di Barbara Ronchi della Rocca, se è per questo.

A latere: ho appena scoperto che Barbara RdR ha un blog (aggiornato al 2003!), ma mi rifiuto di citarlo esplicitamente - per chi fosse interessato, Google è più che sufficiente.

C’è sempre, in ogni ambiente, il posto d’elezione del padrone di casa, sia esso una poltrona o la sedia a capotavola o la parte del divano più vicina alla televisione o, ancora, il lato del letto dove poggia il cuscino. Quel posto in cui ti siedi, o ti accovacci, o ti sdrai quando sei da solo. Il luogo in cui passi la maggior parte del tempo trascorso all’interno delle mura che riconosci come casa. O anche il luogo a cui riservi un’attenzione particolare, che consacri ai momenti più importanti, o più tristi, o più felici. Io, addirittura, ho il posto preferito anche nelle case dei miei amici - quello che sanno che mi fa piacere mi riservino quando vado a trovarli.

Quando abitavo con i miei nella casa di Via delle Rane, ad esempio, il mio posto preferito era la sedia del tavolo della cucina in cui era solita, ai pasti, sedere mia madre. Lì seduta ho preparato diversi esami dell’università – nonostante le sedie di design comprate d’occasione non fossero altrettanto comode della poltrona anatomica di cui era dotata la mia spaziosa scrivania. Ed è lì che, quando pranzavamo da soli, facevo sedere chi mi venisse a trovare. Non è mai successo, ora che ci penso bene, che nessun ospite si sedesse a tavola al mio posto, almeno non con me presente.

E invece. In questa casa che è tutta contenuta in meno di trenta metri quadrati l’arredamento consiste di tre mobili, un paio di librerie, un letto, un tavolo e cinque sedie. Non c’è molta scelta per far sedere gli ospiti, dunque. Soprattutto considerando che, essendo il letto proprio sotto l’abbaino, è difficile anche soltanto non sbattere la testa quando suona la sveglia per la sesta o settima volta e decido che è giunto il momento di tornare al mondo reale.

Di solito, pertanto, io - come credo tutti - tendo a sedermi al mio posto: quel lato del tavolo in cui è consuetudine mi sistemi per mangiare, scrivere, o anche semplicemente fissare il vuoto. E gli altri si sistemano un po’ dove capita, spazio permettendo. Forse è inutile precisare che il numero massimo di persone che ho ospitato sinora contemporaneamente non è mai stato superiore al numero delle sedie. E’ pur vero, d’altronde, che non amavo avere tanta gente intorno tutta insieme neanche quando dividevo con i miei genitori quasi trecento metri quadri di appartamento.

Succede però che, in alcuni casi, faccia accomodare un ospite proprio dove io sono solita stare: e sono queste eccezioni a darmi da pensare. Perché non credo sia soltanto una questione di galateo. Non credo, in altri termini, che si tratti di una scelta subordinata al fatto di ritenere che dove io sono solita stare sia il luogo migliore e che, di conseguenza, semplicemente compia un atto di gentilezza nei confronti altrui. Non credo sia soltanto questo, almeno. Penso sia relativo a come vogliamo porci nei confronti degli altri. Penso che, se faccio sedere qualcuno nel luogo che di solito riservo (e dedico) a me stessa, è per fargli vedere il mondo – il mio mondo – con i miei stessi occhi.

Ecco tutto.

Ojalà la ciencia fuese femenina

Forse è una questione di autostima, come sostengono alcuni. Ma dopo aver letto qualche post sull’argomento e aver riflettuto, mi sono risposta: io scrivo per me stessa. Come tanti, d’altronde – non c’è niente di strano, in questo.

Questa “cosa” del blog. Del Web 2.0. Della socialità, o com’è che si dice. Mi interessa, e molto, in quanto aspetto del mondo in cui vivo che non soltanto non ritengo secondario, ma che mi tocca anche dal punto di vista professionale sotto diversi aspetti. Technorati, il numero di lettori quotidiano piuttosto che la media settimanale, la quantità dei commenti – sono cose a cui mi sono avvicinata lentamente, perché mi è stato suggerito o perché mi ci sono imbattuta strada facendo. Dell’esistenza di Blogbabel e della sua classifica, ad esempio, sono venuta a conoscenza soltanto ieri; e chissà quante altre sono le cose che non so e che mi divertirò a scoprire.

Pur tuttavia, ho iniziato a scrivere pubblicamente per vedere, in prima istanza, come io stessa avrei reagito al fatto di essere “pubblica”. E ho iniziato a linkare chi mi commentasse o chi mi linkasse (e continuo a non sopportarla, questa anglici-verbalizzazione) per “sim-patia”, come quando una persona appena conosciuta ti fa la prima telefonata e tu, abbastanza naturalmente, ti trovi a fare la seconda, e poi la quarta, e poi, semplicemente, smetti di contare.

Ora. Io, oggi come da più di un anno a questa parte, posso entrare in una libreria e comprare (o per lo meno ordinare, sempre che non sia andato esaurito dopo la prima edizione) un libro in cui il mio nome e cognome compaiono sulla copertina – per la precisione, è il primo nome a comparire a causa dell’ordine alfabetico e dell’estrema correttezza degli altri autori. Non si tratta di un libro che c’entri nulla con questo blog, anzi. Totalmente impersonale nei contenuti e nello stile, è però stato il mio primo ritorno alla scrittura dopo tanti anni. Però lì non si tratta di essere pubblici, bensì pubblicati.

Una volta mi è stato detto che non ho bisogno di andarmi a studiare la storia della letteratura perché la conosco già, dal momento che, per vari motivi, conosco la storia della scienza – anche se questo non è proprio del tutto vero, anzi. E’ però assolutamente vero che i motivi che mi hanno spinto a voler scrivere il libro che è stato pubblicato (e che di “scienza” tratta) sono motivi squisitamente maschili: la logica, la sistematizzazione, il voler spiegare qualcosa a qualcuno in modo coerente e lineare. Mentre questo blog è, nelle intenzioni e credo anche nei fatti, deliziosamente e stucchevolmente femminile: egocentrato, narcisistico, sentimentale, autoconsistente eppure desideroso di riscontri dall’esterno; altrimenti mi limiterei al diario segreto scritto con la bic e nascosto in un cassetto sotto i calzini - come se in casa mia entrassero chissà quante persone desiderose di scoprire i miei presunti segreti!

brainmalefemale.gifIn spagnolo esiste un’espressione molto efficace che non ho ancora capito se abbia un vero e proprio corrispettivo in italiano: Ojalà. Più o meno, si può rendere con “ah, che bello sarebbe se”. E dunque. Ah, che bello sarebbe se finalmente, dopo tanti anni, la parte maschile e quella femminile si riunissero.

Dovrei aprire un blog di scienza al femminile. Dovrei scrivere di scienza in maniera intima, egocentrata, narcisistica, sentimentale. Dovrei lasciare spazio al chocolate centre e all’indecision nucleus dell’immagine a lato [N.d.R. mi spiace, l'ho sempre vista soltanto in inglese, mi perdoni chi non dovesse capire proprio tutto - e poi non è così importante, anche se a me una piccola risata riesce sempre a strapparmela].

Nell’attesa di ciò che non saprei come definire se non ispir-azione, continuo qui. Con l’autoreferenzialità e l’ossessione per i numeri di contatti giornalieri. Con la pretesa di oggettività e, d’altro canto, l’ansia di essermi esposta troppo.

Lo trovo fantastico, dopotutto. Una scoperta continua di persone nuove e un riscoprire persone vecchie sotto una luce completamente diversa.

Ok, ok, basta: torno a lavorare.

Né troppo né poco

Ecco un aspetto della purittana che mi ero dimenticata di menzionare. Qualche tempo fa mi è capitato che una (sedicente) amica insistesse per farmi incontrare un suo conoscente, che secondo lei poteva essere particolarmente “compatibile con i miei standard”. Non che io abbia dei veri propri “standard”… beh, qualcuno sì… comunque, non divaghiamo.
Premetto che lei è fidanzata, direi anche con soddisfazione reciproca – informazione che ritengo necessaria per il seguito, altrimenti non mi sarei premurata di fornirla :)
Bene. Usciamo – o, meglio, io li raggiungo in un locale – e, preda di uno slancio di socievolezza, mi siedo accanto a lui intavolando una conversazione. Né brillante né noiosa. Potrei definirla una conversazione da galateo, dal momento che non ne ricordo i contenuti ma neanche a essa associo sensazioni di noia o fastidio.
In breve: questo ragazzo non mi piaceva né mi dispiaceva. Comunque, avendo religiosamente letto tanta chick-lit, pur continuando a preferire Jane (Austen) ho ritenuto mio dovere saggiare le possibilità di incontro sino in fondo. Mi sarei dunque aspettata, durante il proseguire della serata, di continuare a discorrere amenamente con lui così come era successo sino a quel momento. E invece. La mia (sedicente) amica, senza tanti mezzi termini, gli si è, come dicono alcuni, “accollata”, monopolizzandone l’attenzione sino a fine serata. Ho provato, almeno all’inizio, a inserirmi tra i due – e lui, carinamente, mi ha anche degnato di una certa attenzione. Non troppa né poca, ed è anche per questo che, a conti fatti, io non ho insistito più di quanto ritenessi necessario per poter poi ricevere la solita telefonata di Candi e non darle la solita risposta: “non è successo niente di niente di niente. Esattamente come al solito”.
Qualche tempo dopo, il ragazzo né troppo né poco è tornato da un viaggio, e la mia (sedicente) amica mi ha nuovamente proposto di unirmi a loro.
Prima di uscire, mentre passavo i soliti 45 minuti a cercare di districare i nodi tra i capelli, mi sono accorta che stavo meditando una strategia: “accollarmi” al ragazzo né troppo né poco, corteggiarlo, vezzeggiarlo; in una parola, sedurlo. Ma non per sedurre lui, bensì per mettere in disparte lei. Per farla scendere dal palcoscenico e per costringerla al ruolo di spettatrice.
E’ tremendo: la purittanità è contagiosa. Ragazze, attenzione.
Perché a 15 anni può anche essere normale corteggiare o lasciarsi corteggiare per fare un dispetto a qualcuno – e qualsiasi donna affermi di non averlo mai fatto è soltanto perché non ha ancora l’età legale per comprarsi un pacchetto di sigarette. Ai tempi di mia nonna si diceva “fare la civetta”. Ma quando si è più vicini ai 40 che ai 15 (e per me è così, anche se mi fa un certo effetto scriverlo), non ci sta proprio. Se una persona non ti interessa, non cerchi di sedurla tanto per avere un pubblico più numeroso – perché la (sedicente) amica mi avrebbe invitato a uscire, infatti, se non per avere più spettatori paganti?
A essere sincera, però, scrivo tutto questo anche perché un po’ invidiosa, dopotutto. Perché, lo ammetto, io ho dei problemi a far capire a un ragazzo che mi piace il fatto che mi piace – e che se non gli rivolgo la parola non è perché mi sta antipatico, ma perché ho paura di dire qualcosa di irrimediabilmente stupido / noioso / offensivo (perché mi capita anche di dire cose molto offensive, quando sono sotto tensione). E, ancora una volta, mi verrebbe da risolvere il problema “facendo esercizio di seduzione” con qualcuno che non mi interessa affatto – e del cui giudizio su di me, per tanto, mi disinteresso completamente. In una parola, mi verrebbe da fare la purittana con il primo che passa – che deve letteralmente essere uno che passa, altrimenti non conta - nella speranza di essere poi più sciolta con chi invece si è fermato per restare.
Lo ripeto: la purittanità è sottilmente, perniciosamente contagiosa. Ragazze: fate sempre molta attenzione.

Un mezzo di comunicare

Un blog è un modo, o un mezzo, di comunicare, no? Un modo di esprimersi, di farsi leggere, di ampliare la propria cerchia di conoscenze, di alimentare il proprio ego e bla bla bla. Ma questo post nasce da una conversazione via Skype con Api, quindi non parlerò di sociologia della comunicazione, bensì di formule.

Sorge quindi spontanea la seguente domanda: quanto vale un mezzo di comunicare? Ossia, se x=1/2*comunicare, quanto vale x ?

D’altronde, come mi ha scritto Api in risposta al mio interrogativo:

comunicare=2*x, bisogna sempre essere in due qualcosa per comunicare”.

Quindi, un mezzo di comunicare è una persona. Comunicare è una persona per due. Sono io che scrivo, e sei tu che leggi. E in quel preciso momento siamo esattamente lo stesso qualcosa.
Ero indecisa se usare il “voi” - “voi che leggete”. Però no. Il mio interlocutore è singolo, sempre. Ed è per questo che comunicare = 2 * x, almeno per me.

Ci sono situazioni in cui non posso prescindere dal fatto che ci sono più individui con i quali mi devo relazionare. Ci sono feste, ci sono tavolate con tre, quattro, cinque, venti coperti: ognuno di quei piatti, potenzialmente, corrisponde a un individuo con cui avere un rapporto interpersonale. Ci sono riunioni di lavoro con un enorme tavolo a U, e quando parlo cerco di rivolgermi ai miei “capi” - e lo sguardo è, consapevolmente, rivolto nella loro direzione - mentre in realtà so benissimo di star cercando un singolo individuo, un singolo paio d’occhi nei quali leggere il riscontro necessario.

Se non riesco a stabilire un contatto a due, semplicemente chiudo gli occhi. Chiudo gli occhi e mi estranio dalla situazione - con risvolti a volte comici e a volte patetici, altre ancora insopportabili.

Come quella volta in cui, alla festa di compleanno di Sole (avevamo circa 9, 10 anni), mi sono nascosta dietro una tenda perché un ragazzino mi aveva preso in giro. E la sua mamma, che le invidiavo tanto, è venuta a cercarmi per dirmi che se mi nascondevo lì dietro certo che non mi sarei più sentita offendere, però mi sarei persa la torta.

Come quelle volte in cui, superati i 10 - e anche i 20, se per questo - ho finto di avere una telefonata da fare / un oggetto da cercare in borsa / una conversazione interrotta da qualche altra parte pur di sfuggire a quello stato in cui si è in mezzo a un gruppo, e non si riesce a penetrare davvero nel discorso. Non gli si appartiene.

Non sono un’asociale, anzi. Mi piace essere circondata da tante persone ed esco più di quanto la mia perenne carenza di sonno necessiti, ma mi rendo conto che è il rapporto “a due” quello che in fondo cerco sempre.

Ben venga anche un blog, dunque. Ben venga un momento in cui ci si identifica con una x e ci si può non preoccupare d’altro se non del fatto che, al peggio, se nessuno ti legge, si comunica soltanto a metà. O altrimenti detto - altrimenti poi ZeroNegativo e Mascalzone Latino mi accusano di autocommiserazione ;-) - quando poi qualcuno ti legge la tua piccola x si raddoppia e diventa un mezzo di contatto con qualcun altro.

Amare armature

D’accordo: mi piace giocare con le parole, e soprattutto, con le parole dotate di doppio significato. Amare è stata una (ri)scoperta irresistibilmente attraente.

Ciò ribadito - caso mai ce ne fosse stato il bisogno - veniamo alle armature.

Sere fa un amico di amici mi ha intrattenuto con il seguente racconto. Corteggiato dalla (attraente) fidanzata di un conoscente, è stato da lei invitato nella di lei casa con una scusa. Dibattuto tra il “vorrei, vorrei, come lo vorrei” e il “non devo, non devo, non si fa”, si è infilato sotto i jeans una calzamaglia di lana color carne alla quale, per giunta, erano stati tagliati i piedi. Con la scusa del mese di Gennaio e del motorino.

Pare che la calzamaglia sia stata a un certo punto tolta di soppiatto da sotto i pantaloni e, dalla finestra del microscopico bagno di lei, gettata nel cortile. Il mattino dopo, scesi insieme per fare colazione al bar, la calzamaglia faceva bella mostra di sé proprio davanti al portone di ingresso. Reazione di lei: “ma cos’è questo schifo? guarda te cosa la gente butta dal balcone!”

Per la cronaca: lui quella notte, prima di dormire, non si è lavato i denti. E non se ne pente.

Morale della storia. Le calzamaglie orrende - una mia amica direbbe “anti-sesso”, in questa circostanza - servono a poco, se non a turbare il senso estetico del prossimo.

E le armature, proprio come le calzamaglie, sono del tutto inutili, se non dannose per chi le incontra - ci si scontra - e per chi le porta.

Le armature lasciano l’amaro in bocca, quando stai (as)saggiando una persona per conoscerla e non riesci proprio ad andare sotto la superficie.

Eppure. Eppure a volte ho l’impressione di avere una calzamaglia sotto la pelle. Un parassita che raccoglie ciò che il mio corpo (e la mia mente) riceve dall’esterno e, negandogli di accoglierlo appieno, lo trattiene e se ne alimenta, diventando sempre più preponderante. Una pellicola che mi attutisce i sensi e si ispessisce proporzionalmente all’intensità degli stimoli che riceve.

E’ come se io, in quella situazione, anziché togliermi la calzamaglia intravvedendo la possibilità di dovermela far togliere da qualcun altro - o, più probabilmente, provocando nell’altro una reazione che non avrebbe più reso necessario toglierla, almeno sinché non fossi ritornata a casa con la classica coda tra le gambe - mi fossi nascosta in bagno per indossarne un’altra, e poi un’altra, e poi un’altra ancora.

Non basta saperlo. Ma è già qualcosa, no?

Il corpo corretto

Sabato mattina, come d’abitudine, sono andata a fare un giro per negozi con mia madre. Si tratta di quelle piccole e grandi cose che non puoi non continuare a fare quando te ne vai di casa, perché magari il cordone (ombelicale) l’hai anche tagliato, però non c’è niente come la mamma per avere un giudizio spietato sul modo in cui porti un vestito. O, almeno, nel mio caso è così.

Mia mamma porta la taglia 42 - altrimenti detta 38 europea (ossia in catene di negozi come Zara e HM); io una taglia 46 che a volte, se trattengo un po’ il respiro e mi adatto a indossare un vestito che sembra un sacco un po’ stretto sul torace, può anche scendere fino a una 44.

Mia mamma è alta 175, che per una signora della sua età (è nata a fine anni ‘40) è una gran bella altezza - tanto che, da ragazza, nessun uomo la invitava mai a ballare a parte quelli sotto il metro e cinquanta, che tanto erano comunque molto più bassi di tutte le ragazze in circolazione. Io sono appena al di sotto della media nazionale, che secondo un numero di Confidenze che leggevo l’altro giorno in sala d’attesa dal medico si attesta sui 162 centimetri.

Per inciso, Confidenze è una rivista strepitosa, con tutte quelle storie “vere” di donne che incontrano il futuro marito tra gli scaffali del supermercato o uomini che trovano l’anima gemella in un centro di dimagrimento. Altro che quelle riviste che legge #6!!

E comunque. Mia mamma ha il fisico di un’indossatrice, io no; o almeno non adesso. C’è stato un tempo non lontano, durante l’università, in cui portavo la taglia 42; a diciassette anni ho comprato un paio di pantaloni taglia 40, ma neanche dodici mesi dopo già entravo a stento in una 46. A venticinque anni (ed ero sì felicemente fidanzata, ma anche disoccupata e piuttosto depressa) cominciava a starmi stretta la 48 (sì, la 48, ho scritto correttamente), mentre a ventisei potevo indossare nuovamente quei vestiti taglia 42 che erano rimasti piegati nell’armadio per più di un lustro. Tirando le fila del discorso: negli ultimi dieci anni e più ho dovuto cambiare guardaroba parecchie volte, e sono passata dalla taglia delle modelle a quelle che trovi soltanto nei negozi per taglie forti - o “taglie comode”, che è un grazioso eufemismo del tutto inutile e poco rispondente al vero. Comunque, sarò sincera: neanche con la taglia 40 potrei fare l’indossatrice. Non ho proprio le physique du role e il mio sorriso davanti a una macchina fotografica si trasforma invariabilmente in un ghigno à la Jake Nicholson dei tempi migliori.

E comunque. Ho un lavoro che mi piace e alla mia età ho già fatto scelte tali per cui non finirò mai su una rivista, tantomeno una rivista patinata - per Confidenze ho ancora qualche speranza ;)

Perché dovrei essere ossessionata dalla taglia che porto? Perché, dopo aver visto in vetrina un indumento che mi piace, dovrei entrare in un negozio incrociando le dita nella speranza di riuscire a infilarmelo? Perché, anno dopo anno, le taglie dei reggiseni restano invariate ma quelle delle mutande a essi abbinati - e con il costume da bagno diventa un problema - tendono a rimpicciolirsi? Come se il modello di donna a cui ispirarsi (modello di riferimento?) dovesse avere un seno sempre più prosperoso e una vita e dei fianchi sempre più sottili.

Io comincio a pensare che la “colpa” sia della pubblicità. Pur spingere all’acquisto, si sceglie di aumentare il livello di insoddisfazione nel consumatore proponendogli modelli sempre più irraggiungibili. Un corpo per così dire corretto, adeguato agli standard condivisi (suppostamente) deve essere sempre più difficile da ottenere se non a costi tutto sommato elevati anche economicamente (trattamenti estetici, chirurgia plastica eccetera) oltre che psicologicamente (dieta perenne, ore di palestra - una “sana attività sportiva” non conta; non ne so molto perché non pratico sport a parte il ballo, però credo che per chi lo pratica abitualmente sia un piacere che non ha niente a che vedere con le ripercussioni estetiche).

Non è un pensiero molto originale, il mio. Credo siano stati scritti fior di saggi sull’argomento da persone che su questi studi hanno costruito la propria vita professionale. Il problema è che questi supposti saggi io non riesco a trovarli! non sono recensiti - magari li boicottano?

Il corpo corretto (ossia adeguato, anche se non si sa bene adeguato rispetto a cosa) è un corpo corretto, ossia: il mio corpo, così come madre natura l’ha fatto e così come io lo mantengo con grande soddisfazione del mio medico della mutua (che si prende i soldi e mi vede sì e no una volta ogni due anni, fortunatamente!), non va bene.

Perché è la frustrazione che ti spinge a comprare. Perché è l’insoddisfazione che ti porta a scegliere di non guardarti più allo specchio a meno che tu non riesca a soddisfare certi standard - stabiliti da chi? e come? e per con quale scopo? E con scopo non intendo quello di chi lo standard lo costituisce - perché in quel caso, gira e rigira, l’obiettivo è vendere un prodotto o un servizio; intendo lo scopo per me. Se correggo il mio corpo sbagliato per fare di lui un corpo corretto, cosa ottengo in cambio?

Non si tratta di una domanda retorica, anzi. Se davvero, dimagrendo / tonificandomi / spianandomi le rughe quando le avrò / stirandomi i capelli perché quest’anno vanno dritti, otterrò quello che più desidero, ciò a cui più anelo… beh, allora magari vale la pena provare :) Ma, chissà come mai, ho l’impressione che non sia così.

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